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Un cinema di relazioni: conversazione con Roberto Minervini

Italiano naturalizzato americano, classe 1970, Roberto Minervini è considerato uno dei più interessanti e originali documentaristi internazionali. Film come Bassa marea, Stop the Pounding Heart e Louisiana hanno raccontato facce nascoste dell’America contemporanea, il volto più intimo e fragile di un Paese le cui ferite raramente sono state mostrate con tanta disarmante sincerità. In occasione dell’anteprima bolognese del nuovo Che fare quando il mondo è in fiamme?, l’ha incontrato per noi Lapo Gresleri, autore del saggio Spike Lee. Orgoglio e pregiudizio nella società americana (Bietti, 2018) recante la prefazione dello stesso Minervini.

La versione di Spike Lee

La cinematografia statunitense assume un ruolo rilevante nella creazione dell’immagine del nero, non solo nella produzione indipendente afroamericana ma anche e soprattutto in quello bianco hollywoodiano, dove è ancora più evidente il lento e faticoso processo di distacco dagli stereotipi attribuiti alla minoranza secoli prima, poi modificatisi seguendo l’evoluzione dei contesti socioculturali nel corso del Novecento. È negli anni Ottanta che si assiste alla riaffermazione, tra gli intellettuali afroamericani, di un “orgoglio nero” e si attesta la necessità di un urgente dialogo tra le parti in causa. In tale prospettiva si indirizzano i giovani registi del New Black Cinema, di tendenza prevalentemente indipendente, tra cui emerge Spike Lee, l’unico capace di raggiungere il grande pubblico americano ed europeo con film “neri”, dove la realtà contemporanea della sua comunità è raccontata in maniera esplicita, dignitosa ed energica, rispettosa, spesso critica.

“Che fare quando il mondo è in fiamme?” di Roberto Minervini

Si pone nel titolo la domanda della vita: Che fare quando il mondo è in fiamme?. Il mondo ovvero l’America, seconda patria del regista marchigiano, raccontata dall’interno, secondo un approccio immersivo solo superficialmente affine a quello di Wiseman. Come, d’altronde, accadeva nei precedenti film di Minervini, nei quali l’autore sta addosso alla realtà per poi ripensarla al montaggio. E, come in altri film presentati a Venezia (l’antologia televisiva dei Coen, la catena di volti nella semi-installazione di Tsai Ming-liang), anche questo s’interroga su cosa sia oggi un film, sui limiti e confini di un concetto espanso, dilatato, revisionato, messo in crisi.