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“Il corsetto dell’imperatrice” e la rimodulazione dello sguardo

Nello slancio verso la libertà e verso una riaffermazione iconica, la Sissi di Marie Kreutzer elude i vincoli storici, muovendosi in un’Europa anacronica e atemporale, e si oppone persino all’inquadratura. Ma è soprattutto lo sguardo da cui l’imperatrice è ossessionata. Cerca di sfuggire a quello indagatore, omologato e opprimente che l’attanaglia e chiede invece di essere guardata con passione dal cugino Ludovico e dal marito. E se i ritratti e le fotografie non sono più adeguati e capaci di catturare la sua essenza, Sissi si affida piuttosto alle immagini di Louis Le Prince, precursore del cinema.

“Memoria” e la persistenza dell’essere

Con Memoria il regista thailandese sonda il tempo e l’esistenza attraverso il superamento della realtà e dell’immagine stessa, trasformando il suono in esperienza visiva. Lo spettatore è trascinato in un placido viaggio nel controcampo del percepibile e il film sembra quasi nutrirsi del suo sguardo. Viene chiamato a indagare e ancor più a trovare appigli nascosti tra i suoi fantasmi e dietro le sue ombre, fino a rintracciare storie e percorsi non visibili. I ritmi si dilatano e le inquadrature si allungano, riflettendo sui misteri dell’immagine e sulla sua persistenza, che si congiunge con quella della memoria.

“Love After Love” e la danza delle passioni

Dopo Love in a Fallen City (1984) e Eighteen Springs (1997), Ann Hui, uno dei nomi più importanti della New Wave hongkongese degli anni Ottanta, torna a trarre spunto dalla scrittrice Eileen Chang, in questo caso con il primo racconto breve da lei scritto, Aloeswood Incense: The First Brazier. Love After Love mette in scena la Hong Kong della prima metà del Novecento, un’oasi agiata e un conglomerato di culture e tradizioni diverse, dove Oriente e Occidente si incontrano ma a prevalere sono i costumi dell’aristocrazia britannica.

“Ma papà ti manda sola?” cinquant’anni dopo

Con Ma papà ti manda sola? Bogdanovich omaggia e si ispira alla screwball comedy, la commedia svitata portata in auge durante gli anni trenta e i primi anni quaranta da registi come Frank Capra e Howard Hawks. È proprio a Susanna! di Hawks che guarda maggiormente per la premessa narrativa, riprendendo la figura del professore con la testa tra le nuvole, sul punto di sposarsi e in caccia di un finanziamento per i suoi studi, che incontra una donna eccentrica ed esuberante che si innamora di lui, trascinandolo in folli avventure. A fianco della linea narrativa principale si sviluppa una sorta di sotto-trama legata a quattro valigette identiche, appartenenti a quattro diversi proprietari, che vengono ripetutamente confuse.

“Un eroe” e le verità celate 

Farhadi getta lo sguardo sulla società iraniana, sulle sue costrizioni, la religiosità e le ipocrisie, che spingono il protagonista a tenere segreta la relazione con la compagna. Ma le sue tematiche valicano i limiti geografici e diventano universali nel rilevare la necessità di dosare le parole, le conseguenze delle mezze verità e soprattutto le incomprensioni che regolano le relazioni sociali. Non è un caso, quindi, che Farhadi omaggi esplicitamente il cinema italiano, riecheggiando Antonioni così come il De Sica di Ladri di biciclette, con le peripezie di un padre che tenta di recuperare il proprio onore.

“Azor” e la messa in scena dell’assenza

Una dittatura non è fatta solo di violenza, di repressione e di ciò che emerge alla luce della Storia. Ha un’anima rimossa in cui convergono dinamiche di potere, ombre, soldi e aiuti dalle banche. Un torbido risvolto che si estende, soprattutto nel caso delle dittature sudamericane, alla sparizione e alle sorti dei desaparecidos. Azor, esordio alla regia di Andreas Fontana disponibile su MUBI, ruota proprio attorno all’assenza e alle sue implicazioni, in un film ambientato ai tempi della dittatura militare argentina, osservata dall’originale punto di vista dei rapporti tra il sistema bancario svizzero e il paese latino americano.

“Dovlatov” e il rifiuto del compromesso

Un aspirante romanziere sarcastico e per metà ebreo alle prese con il blocco dello scrittore e con il divorzio, le cui serate si svolgono in compagnia di amici artisti, discutendo di letteratura e ascoltando musica jazz. Non si tratta di un film di Woody Allen ma di Dovlatov – I libri invisibili, diretto da Aleksey German Jr. e uscito nelle sale italiane tre anni dopo la presentazione alla Berlinale. Il film segue le vicende di Sergej Dovlatov, scrittore e giornalista russo nato nel 1941 a Ufa, che se oggi è riconosciuto universalmente come uno degli scrittori sovietici più importanti del Novecento, in patria lottò a lungo e senza successo con editori e direttori di riviste per veder pubblicati i propri scritti. 

Speciale “France” – Bruno Dumont e la società delle immagini

Con la sola presentazione del personaggio e del suo ambito lavorativo, Dumont mette in scena la società delle immagini francese, e per estensione occidentale, che crea icone persino nel giornalismo e si compone di circhi mediatici che si nutrono di fama, audience e spettacolarizzazione, dai quali è impossibile sottrarsi. D’altronde il cognome di France è de Meurs, che si pronuncia allo stesso modo di mœurs (traducibile con “i costumi”), chiudendo il cerchio nominale del riferimento alla Francia e alle sue abitudini sociali. 

“Moving On” e il fluire della quotidianità

Sulla maglia indossata dalla protagonista campeggia la scritta, in inglese, “L’amore è così corto, dimenticare è lungo”, verso di una poesia di Pablo Neruda. E Moving On, esordio della giovane regista sudcoreana Yoon Dan-bi, presentato in concorso al Torino Film Festival 2020 e disponibile su MUBI, sembra originarsi proprio da quella frase e da quel componimento. Da quel sentimento malinconico votato al passato, ricordo di un amore scivolato via troppo in fretta e di cui si conservano i rimpianti. Yoon Dan-bi attinge in parte a vicende personali per un racconto che diventa un puro ritratto di una famiglia in trasformazione, che segue il mutare della società e il passaggio generazionale.

“Purple Sea” e la dissoluzione dell’immagine

Sempre più difficili da etichettare e delimitare, i documentari confermano ormai da molti anni il loro ruolo di progressiva centralità nella produzione non solo cinematografica e audiovisiva ma artistica in toto, fondendosi spesso con la videoarte. Sono soprattutto il mezzo tramite la quale l’immagine più facilmente sperimenta, come avviene nel recente corto documentario One Thousand and One Attempts to Be an Ocean di Yuyan Wang o in Under the Skin – In Conversation with Anish Kapoor di Martina Margaux Cozzi. In Purple Sea l’immagine subisce invece una dissoluzione delle proprie coordinate per recidere quella distanza rassicurante con la quale sono spesso affrontati nella narrazione odierna drammi come la migrazione e la guerra.

“DAU. Natasha” e l’erosione del privato

Pur essendo parte di un progetto più esteso, il film ha una propria autonomia narrativa e rilevanza formale. La dilatazione temporale che caratterizza le macro-sequenze lascia campo libero ai (non) attori, esaltando la genuinità di gesti, espressioni e interazioni. È un film prevalentemente sui rapporti, sia spaziali che umani. I luoghi assumono un forte rilievo, in particolare la mensa, nella quale si ritorna a intervalli regolari. Sono spazi caratterizzati al tempo stesso dal senso di intimità e di oppressione, che isolano e racchiudono progressivamente, con effetto matrioska; dal set gigantesco dell’intero progetto si passa ai luoghi ristretti di DAU. Natasha, finendo poi nelle minacciose celle del KGB e nella piccola piramide nella quale si svolgono gli esperimenti scientifici.

“La donna alla finestra” e la realtà dell’immagine

In La donna alla finestra le immagini del passato, di quei film noir di cui è appassionata e che risultano bloccate, disgregate dall’apparecchio televisivo o dal manto onirico, vengono affiancate a quelle della contemporaneità, sugli schermi del cellulare, primo oggetto che Anna ricerca d’impulso ad ogni risveglio, del computer e della macchina fotografica. Ed è proprio quando riesce a cogliere il collegamento alla realtà nell’immagine, ricordandosi di una foto che aveva scattato, che Anna riesce a ritrovarsi e a uscire dall’oscuro abisso in cui era relegata.

Speciale “Rifkin’s Festival” – La fuga tra le forme della passione

Mort Rifkin racchiude la maggior parte delle caratteristiche e dei temi rituali della poetica di Allen, con una declinazione però di maggior senilità. Il suo è un vagare dimesso e disilluso. Il ritorno alla realtà ha un sapore più amaro e malinconico, L’unico sollievo, porto sicuro spirituale, è sempre più lontano dalla realtà, ammantato dalle immagini del cinema che ama e che utilizza per rileggere la propria vita, facendo i conti con sé stesso anche tramite rievocazioni dei film da lui girati. Rifkin’s Festival, cinquantesima regia cinematografica, è sì un film imperfetto, ma rappresenta un’ulteriore e rilevante tappa nel percorso cinematografico di Woody Allen, la cui passione e sagacia risultano invariate.

“In the Mood for Love” e l’amore irrealizzato

Il lavoro dell’analista era descritto da Sigmund Freud come un lavoro di ricostruzione, che affidandosi a dettagli e ripetizioni aiuta a ritrovare un qualcosa di perduto. Wong Kar-wai in In the Mood for Love si muove in quella direzione, riflettendo, a partire da quegli elementi e utilizzando il cinema, sui ricordi e cercando di ricostruire la memoria personale e collettiva. La Storia di Hong Kong e la storia di Chow e Su si trovano ad osservarsi e sfiorarsi, come i protagonisti stessi, riflettendosi a vicenda in uno specchio d’amor perduto e irrealizzato. Sono trascorsi ormai ventun anni dalla sua prima uscita nei cinema. Ritorna adesso in sala grazie al restauro in 4K realizzato dal laboratorio L’Immagine ritrovata e da Criterion, distribuito da Tucker Film.