Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

“DAU. Natasha” e l’erosione del privato

Pur essendo parte di un progetto più esteso, il film ha una propria autonomia narrativa e rilevanza formale. La dilatazione temporale che caratterizza le macro-sequenze lascia campo libero ai (non) attori, esaltando la genuinità di gesti, espressioni e interazioni. È un film prevalentemente sui rapporti, sia spaziali che umani. I luoghi assumono un forte rilievo, in particolare la mensa, nella quale si ritorna a intervalli regolari. Sono spazi caratterizzati al tempo stesso dal senso di intimità e di oppressione, che isolano e racchiudono progressivamente, con effetto matrioska; dal set gigantesco dell’intero progetto si passa ai luoghi ristretti di DAU. Natasha, finendo poi nelle minacciose celle del KGB e nella piccola piramide nella quale si svolgono gli esperimenti scientifici.

“La donna alla finestra” e la realtà dell’immagine

In La donna alla finestra le immagini del passato, di quei film noir di cui è appassionata e che risultano bloccate, disgregate dall’apparecchio televisivo o dal manto onirico, vengono affiancate a quelle della contemporaneità, sugli schermi del cellulare, primo oggetto che Anna ricerca d’impulso ad ogni risveglio, del computer e della macchina fotografica. Ed è proprio quando riesce a cogliere il collegamento alla realtà nell’immagine, ricordandosi di una foto che aveva scattato, che Anna riesce a ritrovarsi e a uscire dall’oscuro abisso in cui era relegata.

Speciale “Rifkin’s Festival” – La fuga tra le forme della passione

Mort Rifkin racchiude la maggior parte delle caratteristiche e dei temi rituali della poetica di Allen, con una declinazione però di maggior senilità. Il suo è un vagare dimesso e disilluso. Il ritorno alla realtà ha un sapore più amaro e malinconico, L’unico sollievo, porto sicuro spirituale, è sempre più lontano dalla realtà, ammantato dalle immagini del cinema che ama e che utilizza per rileggere la propria vita, facendo i conti con sé stesso anche tramite rievocazioni dei film da lui girati. Rifkin’s Festival, cinquantesima regia cinematografica, è sì un film imperfetto, ma rappresenta un’ulteriore e rilevante tappa nel percorso cinematografico di Woody Allen, la cui passione e sagacia risultano invariate.

“In the Mood for Love” e l’amore irrealizzato

Il lavoro dell’analista era descritto da Sigmund Freud come un lavoro di ricostruzione, che affidandosi a dettagli e ripetizioni aiuta a ritrovare un qualcosa di perduto. Wong Kar-wai in In the Mood for Love si muove in quella direzione, riflettendo, a partire da quegli elementi e utilizzando il cinema, sui ricordi e cercando di ricostruire la memoria personale e collettiva. La Storia di Hong Kong e la storia di Chow e Su si trovano ad osservarsi e sfiorarsi, come i protagonisti stessi, riflettendosi a vicenda in uno specchio d’amor perduto e irrealizzato. Sono trascorsi ormai ventun anni dalla sua prima uscita nei cinema. Ritorna adesso in sala grazie al restauro in 4K realizzato dal laboratorio L’Immagine ritrovata e da Criterion, distribuito da Tucker Film.