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La diva sfuggente. Novant’anni di Monica Vitti

Alle procaci bellezze del secondo dopoguerra Monica Vitti invero ha sostituito una fisicità inedita con forme longilinee e slanciate: le maggiorate fisiche che avevano imperversato con l’ondata del Neorealismo – dalle figure tragiche come Silvana Mangano e Lucia Bosè a quelle irridenti del filone “rosa” come Gina Lollobrigida e Marisa Allasio – cedono ora il passo a un corpo che rilancia l’occhio dello spettatore e che rivendica questioni di scottante attualità, dal delitto d’onore alla rivoluzione sessuale, dalla parità di genere alla riappropriazione dei diritti individuali.

La cinefilia che fagocita. Vent’anni di “Moulin Rouge!”

La vera grande firma che struttura e anima il corpus dei film diretti da Luhrmann è infine questa sua esplicita cinefilia capace di fagocitare al suo interno il teatro, la pittura e la musica del passato e della modernità. Alla stregua di maestri della narrazione classica hollywoodiana come Douglas Sirk e Vincente Minnelli, in cui il linguaggio verbale passava in secondo piano rispetto al valore del setting, della colonna sonora e dei colori, le opere del regista australiano sono accomunate dallo sviluppo dell’idea di un cinema in cui il manierismo predilige i codici visivi e musicali.

Alida una e cento Valli

Il corpo e lo spirito battagliero della Valli la consegnano sì come “lo specchio del passato”, ma anche come la punta di diamante di quel divismo che nella prima metà del Novecento si è inserito nelle pieghe del tessuto socio-culturale del nostro Paese riverberando le contraddizioni di una settima arte spesso incapace di riproporre la realtà. Riversando paradossi e stereotipi, lungo la sua evoluzione il cinema italiano ha sviluppato la storia della nostra identità in un incrocio tra registro comico e drammatico che ha fotografato, talvolta attraverso plurime distorsioni, il valore e il (de)potenziamento della condizione femminile.