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Alfred Hitchcock il prestigiatore

Sovvertendo la lineare struttura deduttiva del giallo, Hitchcock ha preferito sempre ingabbiare lo spettatore in uno stato di febbricitante interesse, inserendolo all’interno della diegesi a livello di co-protagonista: dagli sperimentalismi di Nodo alla gola (1948) e Il peccato di Lady Considine (1949), insuccessi commerciali ma magistrali nelle ricercate operazioni di découpage, passando per La finestra sul cortile (1954), smascheramento del voyeurismo quale condizione primordiale e imprescindibile per il godimento nella fruizione cinematografica, il maestro inglese si è consegnato infatti quale prestigiatore che ha saputo fare della psicologia degli spettatori il cuore del proprio mestiere.

Cent’anni di Vittorio Gassman

“Sulla lapide si leggerà: Vittorio Gassman, fu attore. Poi una piccola chiosa, giù in fondo quasi illeggibile: ‘Non fu mai impallato’. È un termine tecnico cinematografico: è impallato ciò che si nasconde alla macchina da presa. Io mi sono sempre fatto vedere, mi sono esposto e, a teatro, credo addirittura d’aver avuto un certo coraggio, che per me, date le premesse, è il massimo”. Queste parole, rilasciate in conclusione di un’intervista datata dicembre 1989, racchiudono nella loro ironia tragica l’essenza che ha sempre caratterizzato l’arte di Vittorio Gassman: mai adombrato, sempre sotto ai riflettori, al centro delle assi del palcoscenico, contro tutto e tutti.

“Pretty Woman” e il segreto del successo

Il perpetuo interesse per Pretty Woman inoltre può essere spiegato alla luce della familiarizzazione atavica del pubblico con alcuni archetipi della finzione letteraria e cinematografica, dal mito di Pigmalione tramandato da Ovidio e adattato nel Novecento in teatro (Pygmalion) e al cinema (My Fair Lady), passando per le innumerevoli versioni di Cenerentola, fino a certi snodi ricavati da La signora delle camelie di Dumas. La sceneggiatura di J.F. Lawton attua quindi una strategia di ibridazione che rende il film debitore di luoghi comuni, citazioni e omaggi, offrendo un atipico Bildungsroman fortemente vincolato a un upgrade sociale e a uno scambio di interessi mascherati da commedia.

Elvis Special – Tra limite e potenza del biopic

Pur premendo l’acceleratore su alcuni tòpoi come il ricorso alla voce narrante, l’uso di vibranti cromatismi e la predilezione per il côté melodrammatico a discapito dello scavo psicologico dei personaggi, rispetto alle stravaganze kitsch cui aveva abituato il pubblico con Moulin Rouge! (2001) e con Il grande Gatsby (2013) questo lavoro appare più addomesticato, forse per timore reverenziale, sicuramente più vicino alle atmosfere da kolossal di Australia (2008). Seppur levigato, Elvis straborda comunque dai confini, sfreccia colorato come un trottola su un rettilineo prevedibile, focalizzandosi sul volto, sugli outfit e sulle pose di questa divinità dello showbiz.

La diva sfuggente. Novant’anni di Monica Vitti

Alle procaci bellezze del secondo dopoguerra Monica Vitti invero ha sostituito una fisicità inedita con forme longilinee e slanciate: le maggiorate fisiche che avevano imperversato con l’ondata del Neorealismo – dalle figure tragiche come Silvana Mangano e Lucia Bosè a quelle irridenti del filone “rosa” come Gina Lollobrigida e Marisa Allasio – cedono ora il passo a un corpo che rilancia l’occhio dello spettatore e che rivendica questioni di scottante attualità, dal delitto d’onore alla rivoluzione sessuale, dalla parità di genere alla riappropriazione dei diritti individuali.

La cinefilia che fagocita. Vent’anni di “Moulin Rouge!”

La vera grande firma che struttura e anima il corpus dei film diretti da Luhrmann è infine questa sua esplicita cinefilia capace di fagocitare al suo interno il teatro, la pittura e la musica del passato e della modernità. Alla stregua di maestri della narrazione classica hollywoodiana come Douglas Sirk e Vincente Minnelli, in cui il linguaggio verbale passava in secondo piano rispetto al valore del setting, della colonna sonora e dei colori, le opere del regista australiano sono accomunate dallo sviluppo dell’idea di un cinema in cui il manierismo predilige i codici visivi e musicali.

Alida una e cento Valli

Il corpo e lo spirito battagliero della Valli la consegnano sì come “lo specchio del passato”, ma anche come la punta di diamante di quel divismo che nella prima metà del Novecento si è inserito nelle pieghe del tessuto socio-culturale del nostro Paese riverberando le contraddizioni di una settima arte spesso incapace di riproporre la realtà. Riversando paradossi e stereotipi, lungo la sua evoluzione il cinema italiano ha sviluppato la storia della nostra identità in un incrocio tra registro comico e drammatico che ha fotografato, talvolta attraverso plurime distorsioni, il valore e il (de)potenziamento della condizione femminile.