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“Pushing Dead” a Gender Bender 2017

Quando volete assicurarvi che un film vi abbia convinto davvero, al di là della vostra capacità di razionalizzare sui suoi meriti oggettivi, provate a chiedervi “e se fosse l’ultimo?”. Andate col pensiero a quel vicolo cieco (dead end) di cui siamo in ogni momento vagamente coscienti pur tentando di spingerlo (to push) più lontano possibile da noi; avere vicina quell’ora e tre quarti, o due, o tre di immagini in movimento vi dà il giusto senso di serenità? Non serve un film eccezionale, solo un’esperienza pienamente soddisfacente. Per chi ama il cinema non è così raro. Pushing Dead invece è rarissimo, perchè è il film che non solo ha tutte le carte in regola per passare il nostro piccolo test cine(cro)filo, ma vuole farlo.

“Signature Movie” a Gender Bender 2017

Il cuore che batte in Signature Move è quello della sceneggiatrice/protagonista Fawzia Mirza, canadese di origini pakistane, lesbica, alle spalle due noiosi anni di avvocatura e poi stand-up comedy, televisione, infine cinema. I monologhi del suo show Me, my Mom and Sharmila sulla percezione dell’omosessualità in medio oriente, la satira di The Muslim Trump Documentary in cui si reinventa ipotetica figlia pakistana di Donald Trump, la sua esperienza di vita confluiscono qui in un racconto che tradisce il dato biografico solo lo stretto indispensabile per darle un personaggio in cui proiettarsi.

Il filo del rasoio in “Blade Runner 2049”

Nella proficua dialettica fra cinema di ieri e franchise – che proprio con questo film si cerca di definire avviando una saga – l’appeal di BR pendeva insomma decisamente verso il primo. Le decisioni prese non sembrano tenerne conto, a partire dal coinvolgimento di Fancher (sceneggiatore del primo film) e di un cineasta scrupoloso ed umile come Villeneuve. Ogni riferimento è seccamente funzionale alla trama, il massimo rispetto per l’originale tradotto nel minimo di deferenza. Il regista canadese non evoca fantasmi e la sua fiducia nella vitalità del materiale a disposizione si traduce in rigore e coerenza degnissimi del principale caso recente di autore prestato ad Hollywood.

“Dunkirk”, l’esperienza deve sopravvivere

Dunkirk arriva nelle sale italiane, alcune in pellicola 70 mm, a un anno da The Hateful Eight. Ma soprattutto arriva dopo Interstellar, il film in cui i padri si incontrano nel futuro, quello in cui al grido di “Eureka, è un classico!” Nolan è uscito allo scoperto: lo Spazio come gli oceani di Melville e Conrad, la cattura di un drone come scena di pesca alla Hemingway; fedele allo spirito di quella dichiarazione sincera, Dunkirk ne è la prosecuzione a livello tematico e contemporaneamente sa liberarsi di ogni zavorra, del lavorio di meningi, della verbosità; non si è praticamente mai visto tradurre un budget di 100 milioni in un’essenzialità simile.

Cinema Ritrovato 2017: “La più grande avventura”

In sala per il penultimo giorno di festival, restaurato nell’originale formato 35 mm, La più grande avventura (1939) di John Ford offre l’occasione di riscoprire un classico interpretato da fedelissimi (Henry Fonda, Ward Bond, John Carradine) e con un ruolo tutto particolare nel percorso del regista; si inscrive – in maniera problematica – tra i Ford animati dal mito di fondazione della civiltà americana; film come questo o La carovana dei Mormoni sono storie non di sceriffi e banditi ma di Terre Promesse, non di duelli ma di campi dissodati, nascite, danze gioiose e sfrenate come riti pagani della fertilità.

Cinema Ritrovato 2017: “Yakuza”

Guardando Yakuza (1974) riconoscerete all’istante lo stile dell’esordiente sceneggiatore Paul Schrader, che scrisse il film basandosi sul resoconto dell’esperienza in Giappone del fratello Leonard; trama e personaggi devono tutto alla sua filosofia dello scacco e della solitudine, la stessa che un paio di anni dopo troverà in Taxi Driver l’espressione più compiuta; “Yakuza. Il kana giapponese per questa parola è composto dai numeri 8, 9 e 3. In totale 20: un numero perdente nel gioco d’azzardo giapponese. È così che i gangster giapponesi, in un atto di orgoglio perverso, hanno chiamato se stessi..”

Cinema Ritrovato 2017: “Giungla d’asfalto”

Il pugile mancato John Huston avrebbe sorriso dell’uno-due Wise BloodGiungla d’Asfalto passato sullo schermo del cinema Arlecchino ieri pomeriggio, con una gemma per pochissimi fortunati (modo delicato per dire “flop”) cui fa seguito un’opera di valore quasi totemico; in realtà gli inizi sono stati incerti anche per quest’ultima: durante la presentazione si è citato il famoso aneddoto secondo cui Louis B. Meyer appena la vide finita disse “non attraverserei nemmeno la strada per guardare spazzatura del genere”. Il numero relativamente esiguo di italiani in una sala grande e pienissima parla chiaro: 67 anni dopo quella sentenza si attraversa il mondo per guardare film come Giungla d’Asfalto.

Cinema Ritrovato 2017: “Storm in Our Town”

Un tipografo e sua sorella vivono le rispettive vicende romantiche a Teheran, sono gli anni ’50. Lui difende una donna povera dai soprusi di una banda di delinquentelli d’alto bordo e finisce per innamorarsene; lei cede alle attenzioni del capo della banda; frattanto un pazzo, evaso dal manicomio in una notte di tempesta e considerato estremamente pericoloso, terrorizza la città.

Cinema Ritrovato 2017: “La Fête à Henriette”

Julien Duvivier, il regista di questo incredibile La Fête à Henriette, conta sempre più seguito fra i cinefili, ma ad oggi nè l’uno nè l’altro sono quel che si dice di grido. Il gioco a incastri metacinematografico di Henriette inizia fin dai titoli di testa, con una sfilza di punti interrogativi nei credits, e subito all’autoironia di Duvivier si sovrappone il gelo che non può non cogliere l’aficionado nel vederli campeggiare al posto del suo nome.

Cinema Ritrovato 2017: “Le catene della colpa”

Si potrebbe parlare per ore di quanto spesso i titolisti italiani si ingannino e ci ingannino; tenetelo a mente se avrete occasione di riscoprire Out of the Past, 1947, seminale noir di Jacques Tourneur. Out of the Past, non Le Catene della Colpa, titolo che a parte l’enfasi pedestre travisa completamente il senso di questo ed altri film del maestro francese proprio nella sua enunciazione più limpida.

Cinema Ritrovato 2017: “La notte dei morti viventi”

La notte dei morti viventi resiste alla prova del tempo ancora meglio degli effetti creati dal maestro Tom Savini per i successivi film di Romero; la parola classico è giustificata quando il b-movie in questione impone un canovaccio narrativo, trae dal cilindro una delle icone della cultura pop dell’ultimo mezzo secolo e marchia a fuoco la storia del cinema indipendente americano.