Archivio
“Resurrection” speciale I – Fantasmagoria e ambizione
Ci si trova catapultati in una narrazione sospesa tra realtà e sogno, nel racconto di un viaggio interiore che sfugge a ogni pretesa di linearità spazio-temporale e che per questo non è di facile fruizione, potendo risultare indigesta ai palati cinefili meno avvezzi all’astrazione e alla molteplicità stratificata delle citazioni, poiché Resurrection ha l’ambizione di fondere in un mastodontico poema le forme che il cinema ha assunto e le emozioni che ha generato.
“Paul & Paulette Take a Bath” in bilico tra commedia e malinconia
Pur vacillando nell’insistere troppo ripetitivamente sul re-enactment e date le implicazioni romantiche dell’ambientazione nella capitale francese di cui non riesce completamente a scrollarsi di dosso gli stereotipi del genere e i cliché, Paul & Paulette Take a Bath ha un grande pregio: svelare uno sguardo sorprendentemente sobrio e inaspettato sulla storia della violenza in Francia e dei suoi crimini nascosti nell’armadio, attraverso la macabra fascinazione che i personaggi hanno per la morte e per gli angoli più oscuri dell’umanità.
“Hamnet” ardente e doloroso
Paul Mescal nel ruolo di William, utilizza un’ampia gamma espressiva, dalla seduzione alla disperazione. Ma è Jesse Buckley ad essere semplicemente prodigiosa nell’avvolgere completamente il climax del film dando respiro e corpo sbalorditivi al ritratto di una donna e di una madre che perde un figlio. Agnes è una strana creatura proveniente da una stirpe di donne che sanno vedere oltre il visibile, scivolando nella fiaba o in un regno mitico.
“La piccola Amélie” eterna e universale
Il film di Vallade e Han traduce delicatamente questa piccola epifania sulle origini della coscienza umana in una coreografia di colori per farci sentire e vedere il punto di vista della piccola Amélie. In questo senso, l’adattamento è fedele allo spirito del libro e insieme lo amplia, facendo del paesaggio urbano un palcoscenico sensoriale, olistico, con campiture tenere e nette, un disegno pulito ed ombre quasi acquerellate.
“Father Mother Sister Brother” speciale I – Inquadratura dopo inquadratura
Si tratta di un lavoro che ci svela, con uno sguardo delicato, come interagiamo con le persone che non abbiamo scelto di avere nella nostra vita, ma che si spera di riuscire comunque ad amare. Spesso i rapporti tra consanguinei nei film sono tumultuosi o eccessivamente sentimentali: Jarmusch riesce a inscenare una sobrietà in cui, con un colpo da maestro, persino il silenzio tra i membri di una famiglia può essere pieno di vita, conferendovi un ritmo quasi comico, come si assistesse piuttosto una conversazione piena di battute esilaranti.
“Giovani madri” tenere, laiche, disarmate
Con un soggetto così insidioso, il rischio di scivolare nel dramma e nella retorica sociologica era dietro l’angolo, ma il cinema dei Dardenne è un cinema che riesce a mantenersi pulito, scegliendo di focalizzarsi sulla narrazione e sull’intimità dei personaggi. È un cinema che scarta ogni consolazione per abbracciare un’idea più radicale: la possibilità di trasformare, di rinascere attraverso la speranza. Con un gesto tenero, laico, disarmato i Dardenne ritrovano il senso più profondo del cinema.
“Bugonia” speciale I – La notte dell’umanità
Il film, a metà strada tra il macabro e il divertente, oscilla continuamente tra il delirio paranoico e la possibilità reale di un’invasione aliena, in una spirale di eventi sempre più ambigua, che mette in discussione le percezioni dei personaggi e dello spettatore. In pieno stile Lanthimos, la narrazione felicemente sceneggiata da Will Tracy e resa con un formato dell’immagine in 4:3, alterna freddezza formale a improvvisi eccessi visivi ed è sorretta dall’ottima prova di Emma Stone.
“Duse” in un mondo che sta cambiando
Il regista attinge alla sua formazione documentaristica, con un riuscito lavoro di ibridazione di fiction e filmati d’archivio, per tratteggiare i rivolgimenti politici e sociali che attraversano l’Italia dove ormai incombe l’ascesa del fascismo. L’operazione di contestualizzazione storica, a tratti evocativa eppure solo accennata, si fonde con una ricostruzione del mito Duse filologicamente fedele alle fonti documentali, cercando di mostrare come la crisi personale dell’attrice coincida con l’avvento di un mondo nuovo con cui bisogna fare i conti.
“Broken English” e l’innata teatralità di Marianne Faithfull
Broken English (2025) è un coraggioso ritratto documentaristico di Jain Forsyth e Jane Pollard dell’iconica cantautrice inglese Marianne Faithfull, spesso liquidata dalla narrazione ufficiale come “fidanzata di Mick Jagger” a poco più di una nota decorativa nella storia dei Rolling Stones. Marianne invece è stata una artista autentica e prolifica che ha pubblicato più di trenta album e si è reinventa continuamente anche come attrice e performer.
“Queen Kelly” ammaliante ritorno del mito
Chi non può sottrarsi ad una adolescente infatuazione per quel cinema e all’auratica malia delle dive che incarnano il mito luminoso del firmamento hollywoodiano, il più icastico sistema di stelle, con la sua paradigmatica serie di coppie attrice -regista, potrà godersi Queen Kelly (1929) presentato alla 82sima edizione della Mostra del Cinema di Venezia nella sezione classici, con una nuova colonna sonora originale di Eli Denson eseguita dal Syntax Ensemble, in una versione restaurata con materiali ritrovati da Dennis Doros (Milestone Film & Video), che nel 1985 aveva già realizzato una prima ricostruzione del film.
Alice Guy o della nascita del cinema al femminile
Se è ormai pacificamente dimostrato che i primi trent’anni della storia del cinema sono stati attraversati dall’iniziativa femminile in maniera massiva, il lavoro di riscoperta e celebrazione continua di una delle sue pioniere è un atto necessario a comprendere l’enorme portata di quel tentativo di imporre uno sguardo, una progettualità, un’iniziativa autonoma da parte delle donne che parteciparono attivamente a quell’impresa meravigliosa.
“100 litri di birra” da commedia black a riflessione drammatica
Al talentuoso regista finlandese deve riconoscersi il merito di saper mettere in scena attraverso i suoi personaggi tragicomici un cambio di registro, da commedia black a qualcosa di molto più serio, quasi drammatico. Questa saga su una famiglia distrutta dalla sua stessa dipendenza dall’alcol, troppo delirante e illusa persino per ammettere il problema, si rivela non solo una tragedia personale, ma svela un serio problema nazionale su cui riflettere tra una risata e l’altra.
“Erotikon” traboccante di sensualità femminile
Ricordando quasi F.W. Murnau per l’enfasi sui volti e l’uso espressionistico della macchina da presa, il regista ceco riesce a cogliere immagini che traboccano di una tensione sessuale particolarmente suggestiva e hanno il merito di mostrare il piacere e la sensualità femminile, cosa del tutto inusuale e inaudita per l’epoca. Come non ricordare infatti che, ad esempio, le donne nei film di D.W. Griffith e Charlie Chaplin erano caste e pure e quando erano oggetto degli appetiti maschili non era loro concesso di essere creature sessualmente autonome?
150 anni di Elvira Notari
La canzone popolare napoletana tradotta nel linguaggio del cinema in A Santanotte si avvale di un codice drammatico in grado di fornire racconti già codificati; le fonti storiografiche evidenziano come le proiezioni cinematografiche dei film di Elvira Notari avvenivano spesso nei teatri di varietà o nei café-chantant dove erano già presenti un’orchestrina e qualche cantante, trasformando la proiezione in una performance unica e immersiva.
“L’uomo con la macchina da presa” immerso nella modernità
L’uomo con la macchina da presa è un classico esempio di quella che è stata definita la forma della “sinfonia urbana”, in cui elementi della vita nelle città moderne sono montati in modo impressionistico, un’evocazione caleidoscopica di frammenti di realtà di Odessa, Mosca e Kiev. La sua particolare visione è al tempo stesso musicale e astratta, costantemente sospesa tra la vita organica e la geometria modernista industriale, in un crescendo sorprendentemente erotico e vitale.
Corinne Griffith nei giardini dell’Eden
Dotata di grande bellezza e di un innato talento attoriale, Griffith riesce a passare dal registro drammatico a quello comico con una incredibile padronanza del ruolo, rivelando in questo come in altri film coevi (The Common Law del 1923, Classified del 1925), la centralità e la complessità della donna nuova nella società consumistica post-vittoriana. Come evidenziato da Tom Slater, il personaggio di Toni Le Brun abita il mondo aspettandosi di essere trattata correttamente, ma presto scoprirà che dovrà imparare a difendersi dagli uomini.
“Lost for Words” e il nostro vocabolario collettivo
C’è qualcosa di incredibilmente poetico nella visione di Lost for Words diretto da Hannah Papacek Harper, presentato al Biografilm Festival 2025, un documentario che esplora il legame tra linguaggio, natura e le sfide ambientali contemporanee, raccontando come le parole legate al mondo naturale stiano scomparendo dal nostro vocabolario collettivo, invitandoci a riscoprire la nostra connessione con la madre terra.
“Emprise numérique” e piattaforme senza regole
Il documentario svela come le lobby delle “big tech” siano perfettamente consapevoli del funzionamento dei famosi algoritmi e della presenza di pratiche sessualmente predatorie nei confronti dei minori, ma in America esse sostengono la loro estraneità rispetto ai contenuti potenzialmente disturbanti appellandosi a una normativa desueta, che prevede che gli host delle piattaforme digitali non sono responsabili dei contenuti che ospitano.
“Silent Trilogy” pieno di gioia e delicatezza
L’idea che ha guidato il regista, appassionato di rumori dal vivo, è stato il desiderio di creare qualcosa di magico sperimentando come oggetti diversi producano sonorità che, insieme alle immagini, riescano a creare significati completamente nuovi in un viaggio ai confini della sinestesia. Il progetto, realizzato da Kuosmanen con giocosa libertà d’azione e con un piccolo budget, è inizialmente nato come una “live performance” con la colonna sonora eseguita dal vivo dagli stessi musicisti che l’hanno poi registrata e che appaiono anche nel film.
“Sotto le foglie” e la sospensione del giudizio
Con la sua inconfondibile abilità, sin dai tempi di Gocce di pioggia su pietre roventi, il regista francese esplora le dinamiche umane e familiari più complesse, questa volta con un humor assolutamente cupo e inaspettato, attraverso una deliziosa articolazione di relazioni che lascia spazio a un immenso senso di fragilità e umanità. Alla fine, ciò che conta davvero è la protezione reciproca all’interno di una famiglia scelta, costi quel che costi.