Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

“Maledetto il giorno che t’ho incontrato” e benedetti questi trent’anni

Uscito nelle sale la bellezza di trent’anni fa, Maledetto il giorno che t’ho incontrato resta un film di fortissima attualità  e, a detta di molti critici, studiosi e pubblico che recentemente hanno avuto il piacere di rivederlo proiettato in sala, ancora di potente impatto spettatoriale, drammaturgico, visivo. Il “mondo Verdone” stava iniziando, tematicamente, a concretizzarsi sempre di più e l’idea di un film che tirasse un po’ le somme era nell’aria. Non a caso questo film si pone quasi a metà di tutta la produzione verdoniana, come una sorta di spartiacque, di momento di confine nella filmografia di Verdone.

C’è troppa (poca) oscurità nel buio della rinascita

L’impressione è che nelle lunghe tre ore del viaggio nelle prime scorribande di Batman (anzi, The Batman, l’articolo del titolo è altamente significativo, quasi a indicarne allo stesso tempo singolarità e pluralità: di azione, di interpretazione e, perché no, di genere maschile/femminile) lo spettatore debba fare fatica a scrutare nell’ombra, con gli occhi sempre semichiusi, a cercare uno spiraglio, un movimento, un rumore. La luce è totalmente assente, se non per i lampioni notturni; mentre le stesse scene girate non in notturna presentano un cielo plumbeo, gonfio di nuvole grigie, che non danno scampo a nessun tipo di spiraglio.

“Il fascino discreto della borghesia” 50 anni dopo

Il fascino discreto della borghesia resta un film emblematico, seminale, lontano da ogni possibile (fin troppo semplicistica) catalogazione. Il film di Luis Buñuel, complice la sceneggiatura scritta a quattro mani con Jean-Claude Carrière (entrambi creeranno le basi per quello che sui può definire il “nuovo surrealismo cinematografico”) non è altro che un ritorno alle origini. Non solo a quel Un chien andalou (1929), folle esperimento che andava addirittura già oltre i dettami surrealisti, diretto e interpretato insieme a Salvador Dalí, ma anche e soprattutto a una sorta di esplosione metaforica (visiva e narrativa) del successivo L’ âge d’or (1930).

Storia di triadi imperfette. “After Love” non è (solo) una questione di inclusività

Qualcuno (sbagliando a parere di chi scrive) potrebbe chiedersi: ancora un film sulla questione dell’inclusività? O sulla tematica anglo-islamica? Eppure, a prima vista, è questa l’impressione che lascia After Love, esordio folgorante dell’ anglo-pakistano Aleem Khan. Dopo aver fatto man bassa di premi con il suo terzo cortometraggio, Three Brothers (del 2014 e che ha diversi punti in comune con After Love, se non fosse per la struttura drammaturgica), passando al lungometraggio il regista ottiene ben cinque vittorie ai British Independent Film Award come miglior film indipendente, regia, sceneggiatura, attrice protagonista e attore non protagonista.

Il ritorno transmediale alla Matrice – “Matrix Resurrections” perché SÌ

Lana Wachowski (che sceneggia e produce insieme alla compagna Rita) decide di mettere in scena un vero e proprio apparato nostalgico, intenso nel vero e proprio senso etimologico del termine, come “ritorno”. Il ritorno alle origini, il ritorno ai personaggi, il ritorno a Matrix, il ritorno all’amore. Ma come ci si approccia, nostalgicamente, a una mitologia? Semplicemente distruggendola e rimodellandola e addirittura ironizzandola. È l’Anti-Matrice che prende totale consapevolezza del sé, in un rifacimento di immaginari e mitologie senza precedenti.