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“Un anno di scuola” e la leggenda dell’amica femmina

Non c’è alcun sentimentalismo forzato o eccesso stilistico nella regia di Samani, sempre vicina ai volti dei personaggi, attenta a ogni sguardo, espressione o reazione e pronta a inseguirli con lunghe carrellate, che stiano correndo verso qualcuno, fuggendo da qualcosa o incamminandosi verso la prossima meta, quasi mai fermi e sempre accompagnati da una colonna sonora puntualissima, composta per intero da brani di band friulane.

“Project Hail Mary” con la testa tra le nuvole

Project Hail Mary è in fondo un feel good movie come lo è stato F1 l’anno scorso. Un’epopea fantascientifica divertente e innocuamente prevedibile, rassicurante verrebbe da dire, decisamente troppo lungo ma familiare e per famiglie, costruito sull’usato garantito e pensato per non scontentare nessuno (o quasi). Nei panni del protagonista c’è Ryan Gosling, ormai maestro nell’interpretare personaggi goffi, capaci di spuntarla in qualsiasi situazione ma non prima di aver capitombolato almeno un paio di volte.

Federico Frusciante il cinefilo non istituzionale che abbiamo amato

Federico Frusciante trattava il cinema quasi come una religione, ma soprattutto dal cinema pretendeva, perché le pellicole non si guardano con passività e perché il cinema è un fatto sociale. Non c’era film che non avrebbe guardato e di cui non avrebbe parlato, non faceva alcuna distinzione, almeno non prima di aver visto l’oggetto della discussione e anche in quel caso riteneva fondamentale specificare quante volte l’avesse fatto, perché anche quello ha un valore e l’opinione può cambiare.

“Marty Supreme” speciale II – L’importante è sognare

Marty Supreme presenta un personaggio svantaggiato in partenza, incapace di immaginare altro se non la propria affermazione e che rifiuta categoricamente la disfatta, pur subendo numerose batoste lungo il percorso. Da un lato abbiamo l’accettazione della realtà raccontata con uno sguardo documentaristico e a partire da un documentario (l’anti-Rocky); dall’altro c’è il sogno febbrile, o meglio l’illusione, l’autosuggestione, fino al singhiozzante schianto con la realtà. 

“La grazia” speciale I – Il piacere del dubbio

Sorrentino gira un film sorprendentemente asciutto esteticamente, toccante nella sua semplicità e che, nonostante la solita retorica che lo contraddistingue, è in realtà molto chiaro, forse fin troppo. Mai come in La grazia, infatti, il regista è stato così didascalico. Pur essendo una pellicola incentrata interamente sulla faticosa e inutile ricerca della verità, neutralizzata, appunto, dalla potenza del dubbio e dal piacere dell’illusione, il testo che ci si para davanti è privo di qualsiasi ambiguità.

“Wake Up Dead Man” e lo scontro tra fede e ragione

Wake Up Dead Man è una spettacolare conferma del talento di Rian Johnson e di una formula che ormai potremmo definire ben consolidata. Per un’ultima volta vorremmo però dire che arrivati alla terza indagine, la speranza che il murder mystery possa ritornare al cinema a partire dal successo di Knives Out inizia a svanire e considerando che Benoit Blanc abita in via Netflix, forse dovremmo rassegnarci al fatto che il genere sia destinato alla televisione. 

“The Smashing Machine” e il privilegio dell’essere sconfitti

Con uno stile documentaristico (il finale in questo senso è emblematico), tra camera a mano e zoom improvvisi il regista si addentra nella vita privata di Mark Kerr, un bestione dai modi sorprendentemente gentili e garbati, incapace persino di immaginare cosa sia la sconfitta. Quel “no contest” è infatti peggiore di un knock-out, rappresentando il seme del dubbio, ma non la certezza della propria disfatta. Ciò che The Smashing Machine sembra volerci dire è che la proiezione del fallimento è peggio del fallimento stesso.

“Una cosa vicina” e la distanza dal dramma

Una cosa vicina è suddiviso in capitoli e ognuno va a delineare un aspetto specifico del film, che sembra costruirsi nel suo progredire. L’assenza di cui si parte è infatti anche un’assenza cinematografica, non avendo informazioni precise su eventi o personaggi, effettivamente il regista non ha un film. È necessario allora ricercare, come farebbe chi è alle prese con una sceneggiatura, e in questo senso ogni capitolo è una svolta nell’indagine, dando così forma alla narrazione un pezzo alla volta.

“Dracula” e il precario equilibrio tra parodia e melodramma

Luc Besson guarda allora a Coppola per la storia d’amore, prende da Herzog la malinconica solitudine di un immortale e se non fossero così coevi verrebbe quasi da dire che abbia dato uno sguardo persino a Eggers per la dimensione sessuale. Ciononostante riesce a costruire al di sopra di quanto c’è già stato e a trovare addirittura la propria originalità, solo per poi regredire lentamente nel mentre si avvicina al finale.

“Tron: Ares” ovvero raccontare il futuro guardando al passato

Tron: Ares punta tutto sul fascino delle proprie immagini, supportate da una strepitosa colonna sonora (ormai marchio distintivo della saga) che a tratti però va a compensarne le mancanze. L’ennesima contraddizione in cui cade è infatti che se a livello narrativo portare i programmi nel nostro mondo offre innumerevoli spunti, che si è deciso evidentemente di ignorare, esteticamente risulta abbastanza limitante.

“Dead Man’s Wire” tra ricorsi storici e cinematografici

È infatti difficile non pensare a Luigi Mangione guardando Dead Man’s Wire e dunque immaginare un parallelismo tra quanto accaduto l’anno scorso e le azioni commesse da Tony Kiritsis nel 1977, il quale, sentendosi tradito e truffato dalla banca che gestiva il suo mutuo, ne rapì il presidente. Van Sant torna dunque alla cronaca, alla violenza istintiva e al rapporto con i media, trattando il tutto però con un’ironia inaspettata, pur restando tagliente e affilato.

“Motor City” tra linguaggio del corpo e cliché di genere

Quattro anni dopo l’esordio con Old Henry, western crepuscolare con un Tim Blake Nelson in grande spolvero, Potsy Ponciroli ritorna al lido di Venezia nella sezione Spotlight per presentare un ambizioso revenge movie caratterizzato dalla quasi totale assenza di dialoghi. La prima sequenza vorrebbe infatti delineare il tono dell’intero film, con i personaggi che combattono a ritmo di musica e si esprimono usando unicamente il linguaggio del corpo.

“Orphan” e il privilegio dell’assenza

Se a livello narrativo Nemes si concentra nuovamente sulla prospettiva del singolo individuo, la regia e la fotografia segnano uno stacco rispetto ai precedenti lavori, caratterizzati da un focus ossessivo sul volto dei protagonisti e lasciando fuori fuoco tutto il resto. Questa volta lo sguardo è invece dotato di vista periferica e ci è permesso di osservare ciò che si trova al margine del campo visivo, pur mantenendo l’attenzione sul ragazzo. 

“Superman” speciale I – Il sogno di un mondo più idiota

Gunn non si frena affatto nel creare parallelismi tra la finzione e la realtà, inscenando un conflitto in Medio Oriente che ricorda tanto la guerra Russia – Ucraina quanto il genocidio portato avanti da Israele a Gaza, fa sembrare Lex Luthor una versione perfida e macchiettistica di Elon Musk e non lesina nemmeno nel mostrare la facilità con cui l’opinione pubblica si lascia manipolare cadendo vittima della disinformazione, nel mentre quelli del Daily Planet tentano di svelare la verità.

“F1” e l’intrattenimento pubblicitario

In fin dei conti disprezziamo l’operazione ma non il film in sé perché, pur riconoscendone i limiti e la manifesta pigrizia nell’imbastire una trama che non ha assolutamente nulla di originale, le corse appagano non poco. C’è tensione, c’è spettacolo e persino coinvolgimento nel seguire le gare. Per cui sarà pure l’ennesima tentativo di fare un lungometraggio per promuovere un brand, ma F1 ha un titolo tanto semplice quanto esplicativo e alla fine consegna ciò che promette: avvincenti gare di Formula Uno.

“Mani nude” all’ombra della colpa

Mani nude è devastante nel presentare la propria idea di una violenza biblica, e persino brillante nel rappresentarla a schermo dividendosi tra la tragica azione dei crudi combattimenti e l’altrettanto tragica sedentarietà di una vita fuori dal buio carcerario ma all’ombra delle proprie colpe. Due segmenti estremamente diversi esteticamente ma sostanzialmente uguali nel rappresentare la caduta dei personaggi.

“The Legend of Ochi” e il conflitto come retaggio culturale

Ecco un classico scontro generazionale tra l’adulto ignorante e la sensibile bambina che stabilisce un magico legame con la creatura, la quale è ovviamente più umana di quanto sembri. Sembra quasi che il regista sia più interessato a costruire un immaginario estetico mozzafiato piuttosto che raccontare una storia, laddove la bontà degli animali è data per assodata fin dall’inizio e non vi è alcun viaggio catartico né per lo spettatore né per la protagonista.

“Death of a Unicorn” come versione A24 di “Jurassic Park”

Death of a Unicorn sembrava un film molto più promettente su carta, mentre il risultato finale è quanto di più semplice e banale ci si potesse aspettare. L’arroganza umana spinge i ricchi e potenti a credersi padroni del mondo e dopo aver schiavizzato i propri simili, questi tentano di fare lo stesso con la natura, la quale, però, è una forza indomabile e finirà sempre per avere la meglio. Come dicevamo, semplice e banale.

“Nonostante” e il sarcastico dramma ospedaliero

Il taglio sarcastico con cui il regista affronta il concetto di perdita, che si tratti di una stanza o dell’assenza di un padre, e la paura di affrontare la realtà rifugiandosi in una dimensione ultraterrena, laddove basterebbe invece un salto per riportarci con i piedi per terra, risultano efficaci nel fornire al film uno stratagemma originale e interessante per affrontare argomenti che altrimenti rischierebbero di appesantire fin troppo una narrazione già drammatica di suo.

“U.S. Palmese” e la fierezza del cinema provinciale

Probabilmente qualche decennio fa anche questo sarebbe stato considerato un film popolare, ma il fascino verso operazioni del genere è ormai appannaggio di quei pochi superstiti che visitano le sale nelle rare occasioni in cui debuttano pellicole come U.S. Palmese. Ci sentiamo di dire che i Manetti fanno cinema provinciale, nell’accezione più onorevole che possa esserci. Sono fuori dal tempo, indifferenti dinanzi al suo scorrere e fieri di abbracciare questa dannata tradizione.