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La memoria oltre le immagini. Su cinema e Shoah

A settantasei anni dallo svelamento della più grande tragedia umana del Novecento ci si interroga ancora incessantemente su quali siano le modalità più appropriate per interfacciarsi alla memoria in ambito cinematografico, quali siano i requisiti e quali i patti morali necessari alla sua preservazione. È l’annoso dibattito tra etico e poetico, un confronto acceso sulle modalità di ri-attualizzazione del tragico storico. Le polemiche circa le possibilità e i limiti di ricostruzione della memoria tragica non accennano a placarsi, anzi: se Claude Lanzmann, in vita, continuò a considerare Schindler’s List di Spielberg come una deformazione della verità storica, oggi il dibattito appare ulteriormente complesso.

Archivio, memoria, cinema. Gli architetti e le leggi razziali

Nato da un progetto di ricerca promosso dall’Ordine degli Architetti ed Ingegneri di Bologna, dalla Comunità Ebraica locale e condiviso col Tavolo Istituzionale per la Memoria del Comune del capoluogo, il film affronta le conseguenze delle Leggi razziali del 1938 sugli architetti e ingegneri iscritti ai rispettivi Ordini cittadini. Partendo dai materiali custoditi negli archivi bolognesi, il film ripercorre le vicende personali e lavorative di quei talentuosi professionisti privati improvvisamente del loro titolo lavorativo e di ogni diritto a esso connesso. Piccole storie quasi dimenticate che si inseriscono nella più ampia parabola fascista novecentesca, facendo di un caso specifico l’esempio di un più ampio discorso nazionale.

“Final Account” e la normalizzazione della barbarie

Deceduto appena due mesi fa, Luke Holland ci lascia con un lavoro durato dieci anni, frutto di trecento interviste a chi fu complice irretito e convinto fautore della Germania nazista. Venezia 77 si trova dunque a mostrare in anteprima uno dei documentari più preziosi per comprendere il processo di “normalizzazione” della barbarie, passata e presente. Non si tratta solo del lavoro monumentale che riscontriamo dietro le quinte, ma del fatto che abbiamo sotto gli occhi il primo film interamente incentrato sulle testimonianze dei complici. Sia chiaro: non i nomi ricorrenti sui libri di Storia, ma quelli di cittadini tedeschi ordinari. Sono uomini e donne comuni, all’epoca poco più che bambini, testimoni silenziosi e accondiscendenti. Siamo all’interno dell’orrore.

“Speer Goes to Hollywood” e l’ambiguità del carnefice

Chi era Albert Speer? Il “nazista buono” che si oppose a Hitler negli ultimi anni del Reich, o “l’architetto del diavolo” pienamente consapevole delle atrocità commesse dal regime? Una cosa è certa: Albert Speer fu un nazista e, in quanto nazista, complice e oppressore. A sei anni da L’uomo per bene – Le lettere segrete di Heinrich Himmler, Vanessa Lapa torna a raccontare le ambiguità dei carnefici, soffermandosi sulle loro enigmatiche personalità. Speer Goes to Hollywood racconta la storia di uno dei fautori della Germania nazista, del mito di “partecipante estraneo ai fatti” che egli stesso costruì per sopravvivere al processo di Norimberga e di un caso peculiare che costituisce il fulcro della narrazione.

La danza tra le macerie di “Jojo Rabbit”

Nell’annoso dibattito che riguarda limiti e pericolosità della cinematografia finzionale quando si interessa della ferocia nazista e della Shoah, Jojo Rabbit si pone senza dubbio nella schiera di film che si tengono distanti dalla ricostruzione verosimile della tragedia, lasciando a Spielberg e al compianto Claude Lanzmann lo scontro morale circa il “giusto” modo di testimoniare. Eppure, resta intenzionalmente lontano anche da La vita è bella e Train de vie: nelle visioni di Jojo, che si rifugia fanaticamente nel mito nazista, risiedono la fragilità delle ideologie, l’ipocrisia dei piani politici di ieri e l’incoerenza delle nostalgie odierne.

“Ma vie en Allemagne au temps de Hitler” nel silenzio della notte

“Voglio scrivere per non urlare nel silenzio della notte”: Ute Lemper – attrice e cantante tedesca da sempre impegnata nel ricordo dell’Olocausto – presta la voce alle tante testimonianze scritte che fanno da contrappunto alo scorrere delle immagini di Ma vie en Allemagne au temps de Hitler, documentario di Jérôme Prieur sui tedeschi fuggiti dal loro paese in seguito all’ascesa al potere di Adolf Hitler. Come spiegato durante la presentazione, dopo alcune letture di testimonianze sulla “notte dei cristalli”, Prieur ha voluto approfondire l’argomento studiando l’inchiesta di tre professori dell’Università americana di Harvard che nel 1939 avviarono un’indagine su cittadini tedeschi, per lo più di origini ebree, che erano fuggiti dal loro paese negli anni ’30

“Austerlitz” e la giornata della memoria

Il viaggio di Sergei Loznitsa in Italia, in questi giorni, per presentare Austerlitz, è stato intenso e sorprendente per la lucidità e consapevolezza di questo cineasta straordinario. Inoltre, il suo film pare il più esemplare modo per riflettere – invece che celebrare senza meditare – sul concetto di trasmissione storica nella Giornata della Memoria. 

“La passeggera” di Munk e la memoria insostenibile

La passeggera di Munk, ancora troppo poco consolidato nella storia del cinema, è invece uno dei più importanti film mai girati sui campi di sterminio. La vicenda produttiva della pellicola, come noto, è già di per sé un romanzo. La facciamo rievocare a Peter Von Bagh: “Munk riesce a trasmettere le stesse sensazioni ed è forse il miglior film di finzione sui campi di concentramento nell’indagare il complesso rapporto tra vittima e carnefice, e uno dei migliori in assoluto insieme al documentario di Resnais, Notte e nebbia (1955)”.