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G8 uncut. “In campo nemico” di Fabio Bianchini

Potenza del montaggio. Ci sono due modi per raccontare ciò che è accaduto fra manifestanti e poliziotti sulle strade di Genova durante il G8 del 2001, ci suggerisce In campo nemico di Fabio Bianchini: una versione redacted presentata in tribunale dall’accusa, secondo la quale decine di manifestanti si erano resi responsabili del reato di devastazione e saccheggio, e una versione uncut pazientemente ricostruita dalla difesa, che ha mostrato una dinamica situazionale più difficile da decifrare, con poliziotti che lanciavano sassi e persone accovacciate a terra mani in alto cui venivano risparmiati i manganelli solo quando gridavano di essere dei giornalisti.

Cinema livido e stile senza filtri. “I giganti” di Bonifacio Angius

L’asso nella manica de I giganti è certamente la sua matrice di film postmoderno, capace di mescolare più generi in modo inconsueto e innovativo. I giganti (come forse tutto il cinema di Bonifacio Angius) è postmoderno, perché ha il talento di rielaborare, con estrema naturalezza, un patrimonio culturale, letterario, televisivo e soprattutto cinematografico precedente. È per questo che dal primo fotogramma anche lo spettatore meno competente si accorge dei chiari riferimenti all’immaginario, alla grammatica e soprattutto all’architettura visiva e narrativa del genere western.

“Brotherhood” tra legami e individualismo

Girato su un arco di tempo di più di quattro anni per cogliere lo sviluppo e la crescita dei tre protagonisti dal momento di abbandono del padre fino al suo ritorno dal carcere, Brotherhood documenta il progressivo divenire delle identità dei tre fratelli e la sfida che questo divenire porta al concetto di “fratellanza” e di “legame” (non necessariamente di sangue) espresso dal titolo. La crescita e lo sviluppo di identità più definite rischia di rompere progressivamente quel senso di comunità che aveva contraddistinto l’inizio. Opera aperta, Brotherhood lascia queste domande senza risposta: questa parte del film e delle vite dei protagonisti è ancora da scrivere e sfugge alla prigione del linguaggio.

Il cinema duro dell’Italia in nero. “Il legionario” di Hleb Papou

I modelli a cui Papou si ispira sono presumibilmente ACAB di Stefano Sollima e lo scioccante Diaz di Daniele Vicari, ma Il legionario ha qualcosa anche de I miserabili di Ladj Ly, in particolare per la rappresentazione delle tensioni razziali. Rispetto ai due suddetti film italiani, l’opera prima del giovane regista può contare su un budget più ridotto (anche se ci sono alle spalle produzioni serie come Fandango e Rai Cinema, dunque non è un indipendente qualsiasi), e in questi casi voler girare sequenze d’azione può comportare il rischio di celebrare le nozze coi fichi secchi: ma Papou evita questa trappola e sa ottimizzare perfettamente i mezzi che ha disposizione attraverso particolari accorgimenti registici.

“Anima bella” e il racconto della fragilità umana

Se Manuel pedinava il suo protagonista con incessante intensità, Anima bella – pur rimanendo sempre attaccato alla protagonista Madalina – sembra aprire di più lo spazio alla società pubblica, e non solo al mondo privato. Le riprese fluide, che accompagnano Mada in giro per la campagna in motorino o dentro gli squarci di squallore urbano nella seconda parte del film, servono a fare di lei una testimone di un orizzonte poco conosciuto e anche poco raccontato dal cinema italiano. C’è qualcosa di idealistico e fragile nel cinema di Albertini, che probabilmente – vista la padronanza tecnica e narrativa – sarebbe buon protagonista di progetti mainstream, che tuttavia al momento ha scelto di non intraprendere.

“Il Mostro della cripta” dichiarazione d’amore per gli anni Ottanta

in Il Mostro della cripta, Misischia racchiude tutta l’immaginazione in un’estetica da cinema horror-demenziale, volendo essere coscientemente imperfetto, e quindi reale, nella continuità di montaggio spesso approssimativa, nella recitazione dialettale (parlano pressoché tutti in cadenza emiliano-romagnola), nel finale abbozzato e non davvero chiuso del tutto. Le citazioni alle pellicole cult sono tante (Shining, I Goonies, Alien, Ritorno al Futuro, Ghostbusters, solo per nominarne una manciata). Pullulano i riferimenti alle musiche di Francesco Guccini, Alan Sorrenti, Sabrina Salerno, così come è evidente il rimando a Dylan Dog e alla rivista Splatter.

Comizi di cinema. “Futura” e l’Italia di oggi

In Futura, sorta di reportage che vede la collaborazione di tre tra i più interessanti e talentuosi registi italiani contemporanei (Marcello, Rohrwacher e Munzi) si respira, per tutta la durata del lungometraggio, una continua tensione tra passato e futuro. Si tratta di un film elasticizzato in cui la convivenza tra le due dimensioni temporali è di fatto il tema portante del progetto e contemporaneamente la cifra stilistica adottata per espletarlo. I tre autori, singolarmente, girano in lungo e in largo per l’Italia intervistando (senza mai riprendere se stessi) ragazzi dai quindici ai vent’anni in merito alle loro sensazioni riguardo il futuro. Paure, sogni, preoccupazioni, attese: sono questi i temi centrali delle domande poste dagli autori e su cui molti adolescenti avranno di che dissentire.