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“Araya” al Cinema Ritrovato 2021

Araya (1959) è un documentario talmente intimo che sembra girato dagli stessi abitanti della penisola venezuelana dove questa storia si ambienta. Parlare di storia non è fuori luogo, poiché, nonostante l’intento antropologico, questo film prende le forme di un racconto umano e personale, identificando i suoi protagonisti con nomi, famiglie, storie e relazioni che, anche quando sono appena accennate, danno tridimensionalità e autenticità a questo mondo che ci sembra così lontano. Il film di Margot Benacerraf riesce con successo a coniugare diversi intenti, il documentario antropologico, la narrazione e la riflessione politica, donandoci un esempio raro di poesia misto a economia, ad efficacia del racconto. 

“Mandibules” tra leggerezza e critica sociale

Il film rivela con piccoli cenni una critica sociale a un mondo che non accetta la diversità, che plasma tutto a sua immagine e che è sempre pronto a credere al peggio. Eppure, in questo mondo può esistere anche l’armonia di un’amicizia scapestrata come quella dei protagonisti, interpretati da una coppia di attori comici francesi (Grégoire Ludig e David Marsais), in grado di creare una forte complicità sullo schermo, e che è sottolineata dai toni pastello della fotografia, che ci immerge da subito in un mondo di sogno, in una leggerezza vacanziera che ci aiuta a credere in un mondo dove tutto è possibile. L’estetica colorata e trasognata del film concorre ad alleggerire il nostro sguardo e predisporlo alla sconclusionata catena di eventi che ci viene proposta.

“Hong Kong Express” e la sua dirompente spontaneità

Hong Kong Express è un film lampo, girato in ventitré giorni durante i quali il progetto ha continuato a trasformarsi nelle mani del regista. I film di Wong sono in effetti dei miracoli programmatici, che dopo un infinito rimaneggiamento permettono comunque all’essenza dell’idea, della filosofia del suo autore, di emergere frammento dopo frammento con chiarezza disarmante. E questo è forse il film che più esprime l’estro del regista, la sua malinconia mista a confusione, la passione per gli incontri mancati, per le specularità e le ripetizioni che impediscono un progresso e anzi ci costringono a guardarci, a scendere a patti con le nostre manie e coi nostri rimpianti.