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“Te l’avevo detto” e l’apocalisse collettiva

Dopo il buon successo di critica ottenuto con il suo esordio, Magari (2020), Ginevra Elkann ritorna ad occuparsi di una serie di coppie disfunzionali con Te l’avevo detto, sceneggiato sempre insieme a Chiara Barzini con l’aggiunta di Ilaria Bernardini. Diversamente dal primo film, non sono tanto i legami sentimentali quanto le dipendenze e gli incubi del passato a caratterizzare i rapporti tra i personaggi.

Ryan O’Neal il duro non balla più

La carriera di Ryan O’Neal ha attraversato molte forme e diversi generi del panorama mediale contemporaneo. Dalla soap opera che lo ha fatto conoscere al grande pubblico televisivo degli anni ’60 all’inaspettato successo nel ruolo del ricco rampollo innamorato Oliver Barrett IV nel blockbuster strappalacrime per eccellenza degli anni ’70, dall’approdo ai film d’autore fino al debutto teatrale e al ritorno alla televisione negli anni 2000, O’Neal ha continuato ad essere, nell’arco di sessant’anni, uno dei volti più noti dell’industria cinematografica e televisiva americana.

“Dream Scenario” manifesto conservatore travestito da indie movie

Dopo il successo del precedente Sick of Myself (2022), Dream Scenario segna l’esordio di Borgli in una produzione indipendente americana del talentuoso Ari Aster per A24. Sorprende, tuttavia, come l’unione di menti così non convenzionali abbia dato origine ad un manifesto conservatore travestito da film hip e indie, un’ode all’uomo qualunque americano come non se ne vedevano da tempo e di cui, francamente, non si sentiva troppo la mancanza.

Nella biblioteca di Antonio Faeti per “Continuare il racconto”

In uno dei passaggi più belli di questo film che si vorrebbe infinito come la biblioteca che ne è protagonista, Antonio Faeti racconta di aver visto I 400 colpi nella sua prima settimana da insegnante delle elementari: una visione che anticipa quello che osserverà nei suoi anni di scuola e che diventa simbolo di un modo di intendere la sua professione, con il senso di indeterminatezza finale su quelle note che Faeti ricorda ancora e che si mette a canticchiare davanti alla macchina da presa.

“Io, noi e Gaber” tra corpo e linguaggio

Il punto di forza di Io, noi e Gaber sta nella selezione dei materiali d’archivio, capaci di raccontare i diversi momenti della biografia artistica e culturale di Gaber. Un importante nucleo è formato dalle immagini che illustrano le nuove modalità del cantante di intendere lo spettacolo televisivo e, al tempo stesso, evidenziano il rapporto controverso di Gaber con la televisione e la sua aspirazione verso una diversa modalità artistica.

Jamaica Kincaid ad Archivio Aperto 2023

La scrittrice americana nata ad Antigua ha dialogato con Francesca Maffioli e Nadia Terranova proprio partendo la titolo della rassegna di quest’anno, “The Future is Memory”, la cui sovrapposizione e concentrazione temporale costituisce anche un tema portante dell’opera di Kincaid. Nel suo ultimo romanzo Vedi adesso allora, la scrittrice lo afferma esplicitamente: “allora e adesso, tempo e spazio che si fondono, diventano una cosa sola, tutto nella mente della signora Sweet”.

“La solitudine è questa” di fronte alla scrittura di Tondelli

Dal libertino redento nella sofferenza e nel cammino verso la conversione allo scrittore generazionale e di colore locale, Tondelli è stato ingabbiato in etichette comode e rassicuranti. Il contrario della sua scrittura fluida e de-localizzante, capace di trascendere luoghi e tempi, e di mettersi in contatto non solo con la via Emilia o con una determinata generazione, ma con chi “sente di stare al mondo nella giovinezza”, dando voce ad una rappresentazione del corpo, anche omosessuale, nel desiderio e nella malattia.

Fantasmi del colonialismo e questione mediorientale ad Archivio Aperto 2023

“The future is memory” è il titolo dell’ultima edizione di Archivio Aperto di Home Movies, dedicato alla riscoperta e riutilizzo di immagini private, sperimentali e amatoriali, spesso dimenticate in “soffitte, cantine, armadi e bauli chiusi e mai più aperti”, come scrive Giulia Simi nell’introduzione al catalogo della rassegna, e che improvvisamente ritornano per dare senso al nostro presente. Un recupero che è necessariamente selettivo, come ogni atto di memoria che implica in sé anche un dimenticare.

“Achilles” metaforico e reale

“Il mio film è un invito agli artisti a confrontarsi più profondamente con le sfide del mondo reale”, dichiara il regista e sceneggiatore iranaiano Farhad Delaram a proposito del suo lungometraggio d’esordio Achilles. Certamente le sue parole evocano il lungo viaggio del protagonista del film, Farid soprannominato Achilles, che ha lasciato la carriera artistica per diventare un assistente ortopedico e soffrire insieme a chi è confinato nell’ospedale di Teheran dove lavora.

“Mother, Couch” e i dialoghi con la propria madre

Un’anziana donna con una vistosa acconciatura bionda è seduta su un costoso divano verde in uno sterminato quanto malconcio mobilificio nel nulla americano. Nonostante il devoto figlio David le chieda più volte di alzarsi in modo da andare via, lei si rifiuta di farlo. Questo l’inizio di Mother, Couch (2023), sorprendente opera prima di Niclas Larsson, sospesa in una ironica dimensione onirica e surreale che diventa sempre più accentuata con il progredire del film e il serrarsi dei dialoghi tra David e la madre.

“Holiday” e la verità come domanda

Girato lungo le strade impervie e i sottopassi delle ferrovie di una Liguria volutamente aspra e in una Genova poco riconoscibile, Holiday si concentra, come BB e il cormorano (2003) e Padroni di casa (2012), i due precedenti film di Gabriellini, sull’idea di limbo esistenziale, inseguendo i protagonisti nella loro ricerca di sospensione dalla vita e dalle sue responsabilità. In questo l’idea di vacanza come sospensione metaforica è centrale per il film.

“Fremont” tra migrazione e futuro

Co-sceneggiato da Caterina Cavalli, reduce dal successo di Amanda (2022), e dal regista britannico-iraniano Babak Jalali, Fremont racconta, ancora una volta, una storia di immigrazione negli Stati Uniti alla ricerca di un futuro migliore, ma con un bianco e nero asciutto e una scrittura priva di retorica edificante con annessa mobilità sociale. La protagonista Donya, profuga afghana, dice chiaramente di voler un futuro migliore al suo originale psicanalista che la conduce con bizzarra brutalità a confrontarsi con il suo disturbo da stress post-traumatico.

“La morte è un problema dei vivi” e i margini della società

Teemu Nikki, autore del premiato Il cieco che non voleva vedere Titanic (2021), torna ad occuparsi di malattia e di vite ai margini della società, i cui capitoli sono scanditi sapientemente da una colonna sonora sospesa tra jazz e rock finlandese degli anni ’80 a sottolineare le differenze tra i due personaggi principali, ma anche il destino che li lega. Infatti, Risto e Arto ascoltano alternativamente i diversi generi di musica all’interno della nuova “casa” comune in cui si sono trasferiti.

“Il ritorno di Maciste” nostro contemporaneo

Con l’espediente cinefilo di far uscire Bartolomeo Pagano dallo schermo al termine della proiezione di Cabiria (1914) di Pastrone al cinema Lux di Torino, Il ritorno di Maciste (2023) immerge un’icona del muto nel nostro mondo globalizzato, giocando con quella mescolanza tra arcaicità e modernità alla base dello stesso personaggio di Maciste che proiettò Pagano, umile camallo del porto di Genova, sulla scena cinematografica internazionale, facendone uno degli attori italiani più pagati degli anni Venti.

“Pasolini – Cronologia di un delitto politico” e la colpa senza fine

Pasolini. Cronologia di un delitto politico è un modo per celebrare il processo invocato dallo scrittore e regista, sia attraverso il famoso articolo “Che cos’è questo golpe? Io so” pubblicato sul Corriere della Sera nel 1974, sia attraverso il romanzo Petrolio. Le testimonianze e i materiali raccolti da Angelini parlano di una classe politica indifferente, quando non collusa con la Destra fascista, verso la persecuzione giudiziaria, mediatica e anche fisica a cui Pasolini fu sottoposto fin dal 1949.

“Come pecore in mezzo ai lupi” e il paesaggio urbano instabile

Coinvolgente opera prima di Lyda Patitucci che, per i numerosi pregi, meriterebbe una distribuzione anche nella stagione autunnale, Come pecore in mezzo ai lupi stravolge gli equilibri del genere e di genere, presentando una donna poliziotto definita dal suo lavoro più che non dalle sue relazioni, e un criminale maschile fragile e introspettivo. Isabella Ragonese e Andrea Arcangeli utilizzano al meglio la sceneggiatura di Filippo Gravino per un ritratto a specchio e complementare dei due fratelli.

Anna Magnani personificazione del teatro

L’importanza delle scene teatrali nella vita di Anna Magnani è ben nota. Tutta la sua carriera è caratterizzata dalla presenza del palcoscenico: dagli studi nella Reale Scuola di Recitazione Eleonora Duse ai successi nella rivista a fianco di partner maschili quali Antonio Gandusio e Totò e autori come Michele Galdieri, dal debutto nelle parti drammatiche alla fine degli anni 30 con La foresta pietrificata e Anna Christie fino al ritorno sulle scene con Zeffirelli nel 1965 con la trionfale tournée italiana ed europea de La lupa.

“Quién sabe?” e la fine della rivoluzione

A quasi sessant’anni dalla prima uscita in sala, Quién sabe? torna nella bellezza di un restauro in 4K che restituisce tutta la spettacolarità originaria al confronto tra il cacciatore di taglie gringo, Bill Tate (Lou Castel), e El Chuncho (Gian Maria Volonté), il sovversivo riluttante che prende progressivamente coscienza dell’importanza della causa rivoluzionaria messicana rispetto al valore del denaro. Nel nostro mondo neoliberista, il grido di El Chuncho risuona sempre più strozzato e ha un percorso ideologicamente inaspettato nel cinema dello stesso Damiani, che lo trova assimilabile alla scelta del Brigadiere Graziano di Io ho paura (1977), interpretato sempre da Volonté

“Narciso nero” e le fantasie dell’Impero

Narciso nero (1947) appartiene alla fase di maggior successo del sodalizio artistico tra Michael Powell e Emeric Pressburger e della Archers, la loro casa di produzione. Tratto dal romanzo omonimo di Margaret Rumer Godden, questo teso melodramma sensuale ambientato in un convento di suore in uno sperduto angolo di India ai confini dell’impero britannico, attirò l’attenzione del pubblico e della critica in patria e all’estero.

“Risate di gioia” favola “trucibalda”

La definizione di “favola di Capodanno” per descrivere Risate di gioia e l’enfasi posta sul ritorno del duo Magnani-Totò, con le perplessità dell’attrice a riformare una coppia da Rivista pochi anni dopo la vincita del Premio Oscar e la sua ossessione per non apparire così “trucibalda” come gli sceneggiatori l’avrebbero voluta, hanno oscurato l’indagine del film sul consumismo degli anni del boom economico. Quella “passione delle cose inutili” che domina le sfere del pubblico e del privato rappresentate nel film.