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“Narciso nero” e le fantasie dell’Impero

Narciso nero (1947) appartiene alla fase di maggior successo del sodalizio artistico tra Michael Powell e Emeric Pressburger e della Archers, la loro casa di produzione. Tratto dal romanzo omonimo di Margaret Rumer Godden, questo teso melodramma sensuale ambientato in un convento di suore in uno sperduto angolo di India ai confini dell’impero britannico, attirò l’attenzione del pubblico e della critica in patria e all’estero.

“Risate di gioia” favola “trucibalda”

La definizione di “favola di Capodanno” per descrivere Risate di gioia e l’enfasi posta sul ritorno del duo Magnani-Totò, con le perplessità dell’attrice a riformare una coppia da Rivista pochi anni dopo la vincita del Premio Oscar e la sua ossessione per non apparire così “trucibalda” come gli sceneggiatori l’avrebbero voluta, hanno oscurato l’indagine del film sul consumismo degli anni del boom economico. Quella “passione delle cose inutili” che domina le sfere del pubblico e del privato rappresentate nel film.

“La rosa tatuata” e il repertorio di Anna Magnani

Al contrario di quello che avviene in altri drammi dell’autore come Un tram che si chiama Desiderio La dolce ala della giovinezza, il passato non costituisce per la donna un rifugio da cui farsi opprimere né il punto di congiunzione tra una tragedia personale e il declino del Vecchio Sud. A Williams non importa in questo caso portare fiori per il Sud morto ma fornire a Magnani le occasioni per mettere in gioco il suo ampio repertorio di registri attoriali. 

Michael Powell e la commedia di costume

Succede sempre qualcosa (1934) e La sua ultima relazione (1936) sono due esempi di come Powell cerchi di forzare i limiti dettati dal sistema produttivo delle quote per impostare un discorso più personale sia dal punto di vista dell’analisi della società inglese degli anni Trenta che della forma cinematografica. I due film sono ascrivibili alla categoria delle “commedie di costume”, genere molto ampio che abbraccia ironia e satira, scandalo e mistero, indagine sociale e intreccio romantico.

Anna Magnani e i sogni di una nazione

Molti sogni per le strade (1948) di Mario Camerini e Nella città l’inferno (1958) di Renato Castellani non potrebbero sembrare, a prima vista, due film più diversi: commedia a lieto fine il primo, dramma carcerario il secondo. Eppure i due film sono accomunati dalla caratterizzazione dei due personaggi interpretati da Anna Magnani: attraverso di lei, queste due opere testimoniano la voglia di mobilità sociale della popolazione italiana nell’arco di dieci anni fondamentali che porteranno la nazione dalle rovine del secondo dopoguerra al boom economico. 

“La luce fantasma” e i generi in gioco

Come in altri film precedenti il sodalizio con Pressburger, La luce fantasma mostra già la creatività visiva di Powell e la costante fascinazione del regista per il paesaggio e per gli elementi naturali colti nella loro interazione con i personaggi. Un altro motivo di interesse risiede nel piacere ludico con cui Powell abusa consapevolmente delle convenzioni di genere per catturare progressivamente lo spettatore nella narrazione.

“L’onorevole Angelina” politico o populista?

Il film lo ricordiamo per Angelina che “baccaja proprio bene” e per l’irruenta recitazione di Anna Magnani, materialmente e simbolicamente trattenuta dagli altri personaggi durante tutto il film. Allora anche il suo ultimo discorso può essere letto attraverso il filtro dell’ironia amara e del rovesciamento che pervade tutta la narrazione (e che spesso opera nei finali di Zampa, anche quando la soluzione è ufficialmente suggellata dalla legge, come in Processo alla città e Il magistrato).

“The Edge of the World” ai confini del cinema

Il piacere che il film trae dall’idea di raccontare una storia di migrazione e di dissoluzione dei legami famigliari attraverso il modello classico del nostos è già annunciato dal titolo, tratto dalle Georgiche di Virgilio, e il prologo in cui due turisti, uno dei quali significativamente interpretato dallo stesso Powell, arrivano sull’isola con Andrew Gray, protagonista e narratore della storia a cui stiamo per assistere in un flashback sollecitato dalle richieste della coppia.

“His Lordship” e l’inganno secondo Michael Powell

Il regista cileno Raul Ruiz ha scritto che il cinema di Powell e Pressburger è caratterizzato da un continuo “débordement” (straripamento) e da una “photogénie, truth for lie et lie for truth” che rende i loro film ingannevoli e fuorvianti. Guardando His Lordship, diretto dal solo Powell nel 1932, sette anni prima dell’inizio del sodalizio professionale con Pressburger, si possono già cogliere le due caratteristiche invocate da Ruiz, pur nella differenza del contesto produttivo ed artistico.

Michael Powell nell’industria cinematografica britannica degli anni Trenta

Che Hotel Splendide sia il sesto film diretto da Powell ad appena un anno dal suo debutto come regista testimonia la velocità delle produzioni inglesi di quegli anni. Tuttavia, sarebbe ingiusto trattare come un mero documento di una modalità produttiva intensiva la divertente storia di un frustrato impiegato che, ereditato il “magniloquente solo nel nome” Hotel Splendide, non solo deve rilanciarlo economicamente ma anche affrontare i delinquenti che vi risiedono e che vi hanno nascosto una preziosa collana di perle.

“Teresa Venerdì” innocuo solo all’apparenza

Che cosa ci dice dell’Italia di quegli anni un’apparentemente innocua ed edificante commedia degli equivoci in cui un pediatra di famiglia benestante ma perennemente inseguito dai creditori si innamora di una giovane orfana, la Teresa Venerdì del titolo, preferendola sia a Loletta che alla fidanzata pseudo-poetessa di buona famiglia? Tutto è basato sul meccanismo del rovesciamento. 

“Denti da squalo” in difficile equilibrio tra simboli e realismo

Denti da squalo è tutto giocato su una stratificazione di significati simbolici, oltre che dal referente concreto. Così lo squalo viene a rappresentare la paura del vivere, la violenza che dobbiamo impersonare per farci rispettare, ma anche il suo contrario, l’anelito verso la libertà e il rifiuto di costrizioni e modelli sociali. Allo stesso tempo, lo squalo è anche un personaggio della narrazione a cui imprime una svolta finale certamente di presa emotiva, pur se non molto credibile.

“L’ultima notte di Amore” e la riscrittura del poliziesco

Dopo le produzioni e le ambientazioni internazionali di Escobar (2014) e The Informer – Tre secondi per sopravvivere (2019), con L’ultima notte di Amore Andrea Di Stefano continua la sua personale indagine nel poliziesco, muovendosi nel panorama italiano e manovrando abilmente ripetizione e innovazione di genere, dalla caratterizzazione dei personaggi ai nuclei dell’intreccio, commentati con sonorità che evocano Bacalov e Cipriani.

“Ludwig” 50 anni fa. Il biopic tra vita, storia e politica

Come Ludwig personaggio rifiuta di essere deposto e vuole decidere per la sua vita, Ludwig il film afferma la sua vitalità artistica. Lo scambio tra vita e film non si conclude qui, e il biopic non è semplicemente su Ludwig ma su Visconti stesso: nella sua identificazione con Ludwig, nobile omosessuale con interessi artistici, ma anche nella sua condivisione di alcuni tratti degli altri personaggi e nell’utilizzo di attori e attrici come Berger, Schneider, Orsini, Mangano, Griem e Asti appartenenti alla sua cerchia.

Riprendere la parola. “Les Années Super8” e la scrittura di Annie Ernaux

Alle immagini delle feste di famiglia, dei compleanni, delle visite ai suoceri e alla sorella ribelle si alternano le riprese fatte durante i viaggi in Francia e all’estero. Costantemente il récit di Ernaux mette in relazione questi fatti privati con gli avvenimenti storico-politici. Il viaggio in Cile del 1972 è l’occasione per documentare le speranze di un popolo per il governo Allende: quelle girate “sono immagini di un paese che non esiste più”. La pubblicazione del primo romanzo, Gli armadi vuoti (1974), corrisponde alla morte di Pompidou, all’elezione di Giscard e agli attacchi dei conservatori contro Simone Weil per le sue posizioni a favore dell’aborto. 

“Salvatore Giuliano” come processo al genere:

Fin dalle informazioni iniziali che dichiarano che i luoghi dove è stato girato il film sono gli stessi dove Giuliano ha passato gli ultimi anni della sua vita, il film rifiuta il genere del biopic per connotarsi come un’indagine di cui la macchina da presa rappresenta il principale strumento di detection. Rosi e gli sceneggiatori Suso Cecchi d’Amico, Enzo Provenzale e Franco Solinas paradossalmente non conferiscono a Giuliano un’identità cinematografica riconoscibile: il volto di Pietro Cammarata, già di per sé sconosciuto agli spettatori, non viene mai inquadrato in modo nitido e la figura del bandito non diventa mai protagonista in prima persona della narrazione.

“Cadaveri eccellenti” dentro la sconfitta degli ideali

Cadaveri eccellenti (1976), tratto dal romanzo breve Il contesto (1971) di Leonardo Sciascia, costituisce un importante capitolo nella riflessione cinematografica sul Potere, una costante nell’opera di Francesco Rosi, ma illumina anche il potere delle convenzioni di genere nel cinema italiano degli anni ’70. Rosi mostra il saldarsi del Potere dello Stato con quello delle sue componenti deviate e antidemocratiche (capaci di affascinare anche il Partito Comunista all’opposizione) sempre al lavoro per delegittimare le istituzioni e trovare un capro espiatorio nelle frange dell’estrema sinistra per le proprie ambizioni golpiste.

“La California” tra la via Emilia e il West

L’invito del grande Pier Vittorio Tondelli nel racconto “Viaggio” (Altri Libertini, 1980) a farsi riempire la testa di storie risuona chiaro nel nuovo film di Cinzia Bomoll, ambientato in quella stessa provincia emiliana sulle cui strade lo scrittore “spolmonava” quello che aveva dentro e raccontava i molteplici itinerari esistenziali che incrociava. La California intreccia le storie degli abitanti della frazione/finzione emiliana con la narrazione di formazione di Ester e Alice, sorelle gemelle, figlie di Yuri, un padre punk eterno adolescente che alleva maiali, e di Palmira, una madre irrimediabilmente depressa e disorientata dalla fine del comunismo.

“Princess” non è la Bella Addormentata

Princess è un film di contrasti e di polarità, nei luoghi, negli avvenimenti  come nei colori: non solo il bianco/nero della pelle, ma anche quelli fluorescenti delle parrucche e dei vestiti delle nigeriane e quelli grigi della città. Il film è comunque attento a non costruirsi tutto sul contrasto italiano/nigeriane: ci sono differenze di classe ben evidenziate tra i clienti italiani e ci sono contrasti all’interno dello stesso gruppo delle donne che litigano non solo per i clienti ma anche per i rapporti da tenere con le famiglie di origine.

Riprendere la parola. “Les Années Super8” e la scrittura di Annie Ernaux

Alle immagini delle feste di famiglia, dei compleanni, delle visite ai suoceri e alla sorella ribelle si alternano le riprese fatte durante i viaggi in Francia e all’estero. Costantemente il récit di Ernaux mette in relazione questi fatti privati con gli avvenimenti storico-politici. Il viaggio in Cile del 1972 è l’occasione per documentare le speranze di un popolo per il governo Allende: quelle girate “sono immagini di un paese che non esiste più”. La pubblicazione del primo romanzo, Gli armadi vuoti (1974), corrisponde alla morte di Pompidou, all’elezione di Giscard e agli attacchi dei conservatori contro Simone Weil per le sue posizioni a favore dell’aborto.