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“Gli spiriti dell’isola” e il piacere del racconto

Con The Banshees of Inisherin (in Italia verrà distribuito con il titolo Gli spiriti dell’isola), McDonagh torna a raccontare la solitudine, a portarla in scena come solo lui è in grado di fare oggi, con delle sottili quanto incisive sferzate diegetiche che partono dai particolari per dipingere un mondo di ammaliante nitidezza. Il soffocante senso di isolamento che domina il comparto emotivo viene lentamente instillato attraverso un parsimonioso utilizzo dei dialoghi, i quali molto spesso cedono qui il passo a silenzi gelidi, colmati solamente dai suoni dell’isola.

Dio è morto a Ebbing?

Niente. Tre manifesti a Ebbing, Missouri non ci esce dalla testa, e in redazione continuiamo ad aver voglia di approfondire. Forse “Dio è morto” e Tre manifesti a Ebbing, Missouri vuole riproporre questa tesi. Solo un male supremo, forgiato da fiamme infernali, può essere capace di stuprare un’anima innocente, a cui ha appena dato fuoco. Mildred, madre di quell’anima innocente, è un personaggio agro, che usa lo sfogo violento come emanazione anarchica dei suoi sentimenti repressi, grida e si ribella alla supremazia. Vuole farsi giustizia da sola, come se pensasse di essere protagonista di un film western. Blasfema, in un certo senso, nei confronti delle “regole della buona società” e, vista come tale, è nell’occhio di un ciclone in cui trascina anche il figlio.

“7 psicopatici” tra Malick e Peckinpah

Accade spesso nella filmografia di un regista che alcuni film trovino il loro giusto riconoscimento solo dopo anni dal loro esordio sugli schermi, quando lo stile dell’autore giunge a completa definizione e ogni suo lavoro viene rivisto come parte di una coerente poetica di cinema. È in questa categoria di film che trova il suo posto 7 psicopatici, magmatica opera seconda di Martin McDonagh, incompresa dal pubblico ai tempi dell’uscita in sala ma anticipatrice di tutti i temi, le suggestioni e le cifre stilistiche che hanno decretato il successo di Tre manifesti a Ebbing, Missouri.

Il cinema di Martin McDonagh: “Six Shooter”

Nei ventisette minuti dell’esordio Six Shooter (2004), accolto con l’Oscar al miglior cortometraggio, c’è tutto quello che Martin McDonagh mostrerà in seguito, fino al recente exploit di Tre Manifesti ad Ebbing, Missouri. Il tono sempre in bilico tra farsa e tragedia, l’attenzione per il casting e la direzione degli attori, la violenza con cui volano piombo e pugni ma soprattutto parole. Fin dall’esordio si rivela l’inclinazione del regista anglo-irlandese verso una teatralità densa e snervante (spazi chiusi, ritmo e tensione in mano ai dialoghi); niente di che stupirsi trattandosi di un drammaturgo fra i più rispettati della sua generazione.

“Tre manifesti a Ebbing”, spiazzante e sibillino

Non possiamo che tornare su Tre manifesti a Ebbing, Missouri: una tragicommedia con finale on the road, un revenge movie al femminile, un western atipico popolato da un bestiario grottesco di nani dal cuore d’oro, pet therapist svampite, sbirri razzisti ancora più svampiti e una madre coraggio ruvida e scorretta, decisa a far luce sulla tragica fine della figlia, raped while dying, a qualsiasi costo. Ma è soprattutto un film indubbiamente riuscito, ben scritto-ben recitato-ben girato, concepito ad hoc per accontentare tutti i pubblici.

Epico, lirico, ironico, cinico: “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”

Il regista ci fa notare come i tre grandi manifesti del titolo vengano affissi su una strada secondaria del paese percorsa – dice il pubblicitario che vende gli spazi – solo da chi si è perso o si è ubriacato e i cui supporti non vengono usati da anni. “Se non ci si può fidare di avvocati e pubblicitari – risponde Mildred – cosa rimane dell’America?”. Infatti la giusta causa e la narrazione funzionano, quei tre manifesti alla fine vengono visti da tutti. Parlano a tutto il paesino e anche a noi spettatori.