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“Die Frau am Weg” e il senso di colpa di un paese

Die Frau am Weg tematizza il periodo della presenza tedesca sul territorio austriaco in una storia che si svolge in un luogo apparentemente lontano dal dramma della guerra, le montagne del Tirolo. Qui vive Christine, insieme a suo marito, un funzionario della dogana. La sua vita tranquilla è sconvolta dall’arrivo di un prigioniero politico in fuga, ricercato dai nazisti. Christine decide di aiutarlo a fuggire oltre il confine svizzero, all’insaputa del marito. Die Frau am Weg è un film importante per l’Austria del dopoguerra, perché mette il paese di fronte alle sue colpe. Tuttavia, la posizione del film non è espressamente politica, il nazismo viene raccontato come un’entità non politica, perché non umana. 

“Bona” e il cinema urlato di Lino Brocka

Tra oltranze e oltraggi, abusi e abiure, il cinema di Lino Brocka urla ancora. Nei colori aspri e nei richiami notturni di Bona gli slum di Manila diventano le quinte perfette per mettere in scena un melodramma originalissimo. La grandezza del cinema di Brocka sta nell’aver compreso la vitalità senza via d’uscita di un intero paese (prima, durante e dopo le leggi marziali di Marcos), e nell’averla trasmessa ai suoi personaggi.

“Die Sonnhofbäuerin” e l’Heimatfilm austriaco

Die Sonnhofbäuerin è uno dei film più rappresentativi dell’Austria del secondo dopoguerra. È anche un esempio emblematico di Heimatfilm, genere caratteristico dell’area linguistica tedesca, risalente agli anni Dieci del Novecento ma protagonista di una nuova fortuna dopo il secondo conflitto mondiale. L’esperienza bellica ha avuto effetti sulle principali cinematografie del mondo. L’Heimatfilm, anche quando prende in considerazione la guerra, predilige un racconto che si concentra su altro, su personaggi che conducono una vita semplice, umile, un richiamo ai valori che la guerra sembrava aver spazzato via.

“Fase IV: distruzione Terra” e la fantascienza ecologista

Imparare a convivere e adattarsi ai mutamenti. Le specie animali l’hanno sempre fatto. Ora tocca all’umanità. Nel primo e unico lungometraggio diretto dal designer Saul Bass, la formica, considerata piccola e insignificante, sviluppa capacità intellettive simili a quelle umane, sviluppando tecniche di sopravvivenza e prevaricazione che potrebbero portarla al governo dell’intero pianeta. Vedendo Fase IV: distruzione Terra dopo cinquant’anni dalla sua uscita, adottare una chiave di lettura ecologista, date le evidenti problematiche legate al rispetto e allo sfruttamento dell’ambiente, è inevitabile: la natura si ribella all’uomo, lo sovrasta e lo pone in una condizione di subordinazione.

“Hellraiser” e il girone infernale del cinema

Tragedia domestica esplosa nel più classico dei triangoli amorosi, Hellraiser non accoglie tutti gli stereotipi dell’horror anni Ottanta, perché ad esempio non fa vedere l’uccisione di giovani libidinosi e non mette in campo le mostruosità tipiche del sottobosco animato da letali uomini dei sogni o maschere killer, ma inventa un nuovo modo di spaventare attraverso un climax che diventa iperbole del disgusto e corruzione esasperata del desiderio materiale.

“Quattro notti di un sognatore” distillato bressoniano

Se nell’impianto narrativo Quattro notti di un sognatore resta alquanto fedele al racconto di Dostoevskij, l’atmosfera è invece un distillato di rarefazione bressoniana: intorno a pochi elementi ricorrenti e quasi astratti (il ponte, il fiume, il bateau mouche, le insegne luminose) la flânerie sentimentale di Jacques e Marthe tarda a diventare reale, mentre gli intermezzi dei giovani che suonano sui marciapiedi o sull’imbarcazione funzionano come veri e propri entr’acte che dilatano ulteriormente l’attesa.

“Café Elektric” da Marlene a Marlene

Sebbene Marlene Dietrich non ricopra il ruolo di diretta protagonista nei film muti di fine anni Venti, la sua presenza scenica è fin da subito preponderante. Nonostante l’aspetto estetico ancora abbastanza semplice, i lunghi balli a ritmo di jazz, i primi piani e i mezzi primi piani esaltano un’energia tale per cui il passaggio da Marlene a Marlene Dietrich e da attrice a diva risulta estremamente naturale. Nessuna forzatura o imposizione, solo l’autentica evoluzione di un’icona.

“Deriva a Tokyo” tra parodia e indagine esistenziale

Il racconto del vagabondaggio di “fenice” Tetsu, ex yakuza braccato da un clan rivale per la sua fedeltà al suo vecchio boss, fornisce a Suzuki il pretesto per indagare e parodiare l’incertezza esistenziale di quegli anni. La sobrietà di Tetsuo si staglia visivamente fra architetture espressioniste e scenografie coloratissime, ambienti e oggetti artificiosi, fieramente esibiti per il gusto di una modernità autocelebrativa

“I corpi presentano tracce di violenza carnale” e l’invenzione dello slasher

Si rimane più colpiti dall’inedito livello di gore degli omicidi che dalle idee proposte. È durante l’ultimo atto, quando gli spazi aperti lasciano il posto alla claustrofobia di una villa in campagna, che l’opera evolve in qualcosa di nuovo e l’effetto d’insieme sublima la somma delle sue parti. Qui Martino, insieme al Reazione a catena di Mario Bava, inventa di fatto lo slasher prima dei vari Non aprite quella porta, Halloween o Black Christmas.

“Intrigo internazionale” in equilibrio perfetto e immortale

Nonostante l’elenco chiaramente riduttivo, per quanto ci si sforzi di enumerare gli ingredienti esatti è difficile riuscire a individuare l’esatta alchimia grazie alla quale Hitchcock ha dato vita a uno dei suoi capolavori senza tempo. Ancor oggi Intrigo internazionale gode di un intatto stato di grazia, di un equilibrio perfetto fra spionaggio, commedia sofisticata e sentimentale, fra suspense e ironia, fra leggerezza e riflessione esistenziale e sociale.

Chiedi chi era Amadeus

Qual è il vero argomento di Amadeus che Truffaut, in barba alla morte imminente, desiderava tanto vedere al cinema? Di gloria, di arte ma soprattutto d’ingiustizia. L’ingiustizia perpetuata da Dio, da quell’entità trascendente che fa sì che i risultati, per cui tu persona seria hai pregato e lavorato sudando sette camicie, il tuo collega (amorale, odioso, spendaccione, poco cresciuto e “farfallone amoroso”) li ottenga senza sforzo. 

Ricordare Enrico Caruso con “Mio cugino”

Il film è un flop al botteghino e un insuccesso di critica e viene rapidamente ritirato dalle sale. Sicuramente la delusione del pubblico è dovuta alle grandi aspettative di avere lo stesso Caruso in sala a cantare dal vivo Vesti la Giubba durante la scena de I Pagliacci: alla gente interessa sentire la voce di Caruso, un po’ meno conoscere le imprese comico-amorose di un italiano qualunque nella vasta giungla newyorkese. In ogni caso, proprio noi spettatori di oggi possiamo ascoltare la voce di Enrico Caruso nell’aria di Leoncavallo, grazie alla più recente operazione di restauro che ha permesso di sincronizzare al meglio la sua voce con il labiale.