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Roger Deakins fotografo

Vincitore di due premi Oscar – rispettivamente per Blade Runner 2049 e 1917 – e ben altre quindici nomination, Sir Deakins accende per la prima volta i riflettori su una produzione più intima e personale: ByWays nasce come progetto monografico  nel 2021 con l’aiuto e l’appoggio della moglie James Ellis Deakins – curatrice della Mostra e con la quale dal 2020 intrattiene il podcast a tema cinematografico Team Deakins – e pubblicato poi da Damiani Editore. Un osservare il suo che si spoglia completamente di qualsiasi elemento possa risultare superfluo, come il colore che invece ricopre una parte predominante all’interno dei film per i quali ha lavorato.

“Piove” tra Stephen King e Ari Aster

L’opera miscela gli stilemi del genere thriller/horror con il dramma familiare, strizzando l’occhio alla poetica di Ari Aster. Suddiviso in tre atti – Evaporazione, Condensazione e Precipitazione – ha come suo punto di forza la fotografia di Cristiano Di Nicola.  La macchina da presa si muove lenta e sinuosa in spazi tetri e angusti, cambiando spesso la messa a fuoco e la sua angolazione: inquadrature dall’alto, dal basso, campi lunghi, primi piani, grandangoli, dettagli, riflessi. Senza tralasciare le superbe panoramiche a schiaffo che permettono di giocare con la verticalità e l’orizzontalità delle immagini e non solo.

“Raymond and Ray” tra lutto e famiglia

È curioso vedere come il cinema contemporaneo negli ultimi anni si sta approcciando a tematiche delicate come il rapporto genitori-figli e l’elaborazione del lutto: nei modi più disparati, mediante tagli e generi differenti. Citandone alcuni, si pensi ai recentissimi The Whale di Darren Aronofsky e The Son di Florian Zeller, che raccontano di padri assenti con toni intimi e dal forte impatto emotivo; ma si potrebbe benissimo scomodare anche il sovversivo Ari Aster che è in grado di affrontare il discorso sul lutto con una forza catartica ineguale. Argomenti questi centrali anche in Raymond and Ray, in concorso alla Festa del cinema di Roma 2022 e in programmazione su Apple+. 

“Everything, Everywhere All at Once” speciale. Le particelle infinitesimali della nostra vita

Nei mondi del possibile di Everything, Everywhere All at Once anche una scheggia di uno specchio rotto diventa un pretesto per svelare cosa cambierebbe se la (stra)ordinaria Evelyn avesse intrapreso strade diverse. Inoltre, uno specchio frammentato offre sfaccettature variegate della medesima cosa, no? Sì, perché uno dei punti cardine del film ruota attorno alla questione della prospettiva. I registi, così, disseminano nelle inquadrature costellazioni di occhi adesivi, che finiscono per “crivellare” anche la protagonista, quasi a suggerire agli spettatori che è vero che, di tanto in tanto, tutto sembra non avere un senso, ma a volte basterebbe solo guardare con occhi nuovi.

“Margini” e il subbuglio della nostalgia

Margini è imperfetto come i suoi protagonisti, ma è soprattutto fresco e liberatorio. Lo spettatore è catapultato nella vita grossetana a tal punto che, a fine film, i luoghi, i volti suonano familiari. È un film autobiografico per Falsetti e Turbanti (co-sceneggiatore), che guardano con amore al passato, al futuro incerto, alla classe media, ai disagi sociali e lavorativi. Ma come direbbe Accorsi in Radiofreccia “Credo che per credere, certi momenti, ti serva molta energia” e, a volte, tanto basta per mettere in subbuglio un’intera città.

“Tár” e la lezione del potere

Todd Field, che ritorna dopo 16 anni dietro la macchina da presa, lo fa con eleganza e maestria con un film stratificato che parla di potere, passando dai diritti femminili ed eguaglianza fino al mondo del lavoro e fino a che punto si è disposti a intercedere a compromessi per esso. Senza mai perdere il ritmo sembra aver acquisito anche lui la lezione del maestro Leonard Bernstein: “Giocare con il tempo e con la forma per trovare una propria voce”. Merito della riuscita del film è senza dubbio l’eccezionale performance attoriale di Cate Blanchett, protagonista assoluta, (anti) eroina dallo sguardo magnetico. 

“Il padrino” 50 anni dopo. Antropologia del crimine e del cinema

Il padrino non è solo un film che narra le vicissitudini della Famiglia Corleone, ma innesca anche tra le fila del discorso un delicato ragionamento sulle istituzioni occidentali e sul capitalismo come patto economico-sociale, avvalendosi dell’american dream. Si pensi in tal senso all’acuta frase “’A pistola lasciala, pigliami i cannoli”, dopo l’omicidio, in campo lungo e la Statua della Libertà a vegliare inerme in profondità di campo. Ecco allora che l’intermezzo siciliano diviene un ritorno alle radici, un paesaggio epico intriso di pathos, un Olimpo mitico (non appare casuale la scelta del nome Apollonia per la moglie di Pacino), dove la mafia e i suoi codici centenari nascono per alludere ad altro.

“Stringimi forte” e il cinema come catarsi

Un film fatto di frammenti – sperimentato già con La stanza blu – con cui lo spettatore gioca come fossero tasselli di un puzzle. Si, perché quella che a ben vedere sembra a tutti gli effetti una fuga di una moglie-madre – sottolineata da un montaggio che alterna istantanee della donna e della famiglia alle prese con la sua assenza -, ben presto si scopre essere una fuga dal dolore e dalla perdita. L’intensa e mai esasperata Vicky Krieps riesce a trasmettere la sofferenza attraverso gli occhi, piccoli gesti e sorrisi velati da una dolce malinconia, divenendo al contempo la “regista interna” del film.

“America Latina” tra allucinazioni e verità

America Latina, tra perdite di fiducia in sé stesso prima, e negli altri poi, allucinazioni e verità, assume toni cupi, tra contrasti di luce che ne fanno un thriller psicologico a tinte verdi e rosse che gioca con l’orizzontalità e verticalità delle immagini. La macchina da presa, lenta e sinuosa, centellina le visioni d’insieme di spazi asettici, restando addosso a Massimo per coglierne le sfumature, ansie e paure che lo hanno reso un uomo a metà, al contempo sviscerate in maniera netta nell’incontro col solitario e scorbutico padre, specchio di ciò che non vuole essere ma che forse purtroppo è già. I D’Innocenzo imbastiscono il racconto non lasciando nulla al caso.