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“Il padrino” 50 anni dopo. Antropologia del crimine e del cinema

Il padrino non è solo un film che narra le vicissitudini della Famiglia Corleone, ma innesca anche tra le fila del discorso un delicato ragionamento sulle istituzioni occidentali e sul capitalismo come patto economico-sociale, avvalendosi dell’american dream. Si pensi in tal senso all’acuta frase “’A pistola lasciala, pigliami i cannoli”, dopo l’omicidio, in campo lungo e la Statua della Libertà a vegliare inerme in profondità di campo. Ecco allora che l’intermezzo siciliano diviene un ritorno alle radici, un paesaggio epico intriso di pathos, un Olimpo mitico (non appare casuale la scelta del nome Apollonia per la moglie di Pacino), dove la mafia e i suoi codici centenari nascono per alludere ad altro.

“Stringimi forte” e il cinema come catarsi

Un film fatto di frammenti – sperimentato già con La stanza blu – con cui lo spettatore gioca come fossero tasselli di un puzzle. Si, perché quella che a ben vedere sembra a tutti gli effetti una fuga di una moglie-madre – sottolineata da un montaggio che alterna istantanee della donna e della famiglia alle prese con la sua assenza -, ben presto si scopre essere una fuga dal dolore e dalla perdita. L’intensa e mai esasperata Vicky Krieps riesce a trasmettere la sofferenza attraverso gli occhi, piccoli gesti e sorrisi velati da una dolce malinconia, divenendo al contempo la “regista interna” del film.

“America Latina” tra allucinazioni e verità

America Latina, tra perdite di fiducia in sé stesso prima, e negli altri poi, allucinazioni e verità, assume toni cupi, tra contrasti di luce che ne fanno un thriller psicologico a tinte verdi e rosse che gioca con l’orizzontalità e verticalità delle immagini. La macchina da presa, lenta e sinuosa, centellina le visioni d’insieme di spazi asettici, restando addosso a Massimo per coglierne le sfumature, ansie e paure che lo hanno reso un uomo a metà, al contempo sviscerate in maniera netta nell’incontro col solitario e scorbutico padre, specchio di ciò che non vuole essere ma che forse purtroppo è già. I D’Innocenzo imbastiscono il racconto non lasciando nulla al caso.