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“Una relazione” come le altre ma diversa da tutte

La loro ingenuità è velata di un certo candore e sincerità, dovuti alla scrittura di Stefano Sardo (al suo esordio alla regia), in coppia con Valentina Gaia. I dialoghi e le interruzioni, quei momenti di sospensione e di divagazione sono talmente verosimili e coinvolgenti che non si può non rimanere seduti fino alla conclusione dei titoli di coda. L’ambizione dei due protagonisti, interpretati da Guido Caprino e Elena Radonicich, ci spinge a sognare. Prima o poi però bisogna scontrarsi con la realtà, sono cresciuti in quei quindici anni e quel qualcosa che li porta alla separazione non può essere senza sofferenza.

“Lo scoiattolo” e il cinema d’avanguardia di Ernst Lubitsch

A distanza di cento anni dall’uscita del film il giudizio degli spettatori si è completamente ribaltato. Ora non è più un fiasco clamoroso e le persone si mettono in fila per vederlo e soprattutto rivederlo, essendo stato restaurato dalla fondazione Murnau e pubblicato in Dvd qualche anno fa. L’antimilitarismo di Lubitsch e la sua audacia nella tecnica e nella raffigurazione del ruolo femminile sono incredibili. Il suo abuso ironico dei mascherini (merlettati, ondulati, geometrici, ovali, e così via) per incominciare alcuni sketch e i volti dei personaggi hanno tutt’ora un fascino a dir poco magnetico. Lubitsch e la sua troupe costruiscono un’opera all’avanguardia per i tempi, e che certamente rimane tra le pellicole più significative della storia del cinema.

“Dancers in the Dark” al Cinema Ritrovato 2021

Il film è tratto dalla pièce teatrale Jazz King di James Ashmore Creelman. Dancers in the Dark di David Burton è una commedia senza grandi pretese e la sceneggiatura firmata da Herman J. Mankiewicz è contraddistinta da un umorismo piuttosto greve e inelegante. Gli episodi di cui si compone la narrazione principale non riescono a suscitare un grande interesse poiché, già dalla presentazione dei protagonisti, le svolte narrative sono tutte eccessivamente prevedibili. Inoltre le domande che rimangono senza risposta sono troppe ed è impossibile non dare peso a queste mancanze. L’intreccio fra Duke, Floyd e Gloria, interpretata da Miriam Hopkins, tende ad un finale piuttosto ordinario, ma divertente.

“Ho sognato un angelo” e l’identificazione del destino

Penny Serenade è un film sulla famiglia, ma soprattutto è un grande film sul lutto, qui affrontato con una sensibilità difficilmente comparabile. Stevens riflette sul tema della morte e su quello della sua accettazione e medita sul tema dell’amore e del donare affetto. Il destino dei protagonisti è infausto, ma questi trovano in qualche modo la forza per ricominciare. Durante il loro percorso Julie e Roger devono affrontare molte prove, ma non sono da soli. Infatti in loro soccorso si presentato puntualmente due figure bellissime, quella della signora dell’orfanotrofio che vede la purezza della coppia e soprattutto quella dell’amico e “zio” Applejack. Questi aiutano a mantenere il difficile equilibrio tra le diverse tonalità emotive che attraversano il film.

“Laughter” tra Hemingway e Fitzgerald

Sebbene il film abbia una forte impostazione teatrale, anticipa la screwball comedy nella raffigurazione della dinamica della coppia formata da Nancy Carroll e Fredrich March. E nonostante la trama subisca eccessivi rallentamenti indirizzati al climax della storia, quest’ultima si regge su alcune idee originali che oscillano fra toni tragici e toni spassosi. La tematica dello sfarzo e quindi la lotta all’interno di Laughter tra i ricchi capitalisti e gli artisti squattrinati si sposa a quello che Ernest Hemingway in Festa mobile scrive dei giovani della cosiddetta generazione perduta: “Tutto rientrava nella lotta contro la miseria che non si vince mai se non spendendo. Specie se compri quadri invece che vestiti. Ma allora non ci consideravamo mai poveri. Era una cosa che non accettavamo. Ci consideravamo esseri superiori, mentre ricche erano altre persone che guardavamo dall’alto in basso e nelle quali giustamente non nutrivamo fiducia.”

“La donna del giorno” commedia della mancanza

Woman of the Year è una commedia che invecchia meglio di altre, la sua tematica è a suo modo vicina ai dibattiti contemporanei sull’equilibrio all’interno della coppia e sul ruolo dell’uomo e della donna che vengono costantemente parodizzati. Stevens dirige poi i suoi attori seguendoli all’interno delle scene e dona loro un palco dove possono esprimere sinceramente le loro emozioni più recondite. Così basta un primo piano su Tracy per cogliere la sua crescente irritazione per gli atteggiamenti della compagna o per l’estraniazione che prova all’interno della festa, quando tutti gli altri invitati non parlano inglese.

“Million Dollar Legs” e il piacere del comico

Il film è scandito da una frenetica serie di gag slapstick, meno raffinate ed elaborate di quelle di Keaton e più improntate verso la comicità alla Stan Laurel e Oliver Hardy e quindi alle cosiddette “torte in faccia” alla Mack Sennett. Così il protagonista di Million Dollar Legs è un onesto lavoratore come il personaggio di Keaton, ma la chiave del film è nel ribaltamento, all’interno del testo, della condizione ordinaria di un mondo già di per sé straordinario perpetrato dall’insieme dei personaggi, che è avvicinabile alla comicità dei fratelli Marx. Questo si deve soprattutto alla scrittura della sceneggiatura ad opera di Joseph L. Mankiewicz, che si sposa bene alla regia di Eddie Cline.

“Agente Speciale 117 al Servizio della Repubblica – Missione Cairo” tra Clouseau e lo slapstick

Hubert Bonisseur ha le movenze dello 007 interpretato da Sean Connery, ma balla come l’ispettore Clouseau di Steve Martin in La pantera rosa. Vorrebbe avere il fascino di Connery, ma finisce per raggiungere un livello più basso della sensualità del Clouseau di Peter Sellers nelle sporadiche scene conturbanti. Questo perché è un personaggio profondamente svogliato. L’agente 117 e i suoi sorrisi ebeti, che precedono le smorfie di Dujardin in The Artist, sono spesso divertenti e alcune gag più di altre rimangono impresse, si pensi alla parola d’ordine, ai pantaloni sudati dopo l’escursione, sotto il sole del deserto, a dorso di cammello e le scene di lotta che sembrano flemmatiche coreografie di danza contemporanea.

Jean Renoir legge Charlie Chaplin

Tempi moderniMonsieur Verdoux e Luci della ribalta sono probabilmente i film più complessi da affrontare della filmografia di Charlie Chaplin e Jean Renoir nei suoi scritti li affronta tutti e tre. “Questo rinnovamento interiore è uno dei segni del genio. Presuppone un coraggio forse inconscio, ma innegabile. Pochi autori possiedono questo coraggio. Credono di mettersi al livello di quella che chiamano ‘la massa’, evitano accuratamente ogni originalità interiore, e si limitano a dare l’impressione del rinnovamento […]. Aspetto con impazienza il momento in cui questa massa, che essi credono di aver conquistato, avrà infine la sua parola da dire e spazzerà via come si deve tutta questa elegante gentaglia”.

Il comico tragico. Appunti su “Il grande dittatore”

Durante il fascismo il film venne proibito dal MinCulPop che ordinò di “ignorare la pellicola propagandistica dell’ebreo Chaplin”. Infatti Il grande dittatore debuttò, nella sua versione integrale, sugli schermi italiani quattro anni dopo, a Roma nell’ottobre del 1944, e rimase in programmazione per un lungo periodo in diverse città d’Italia. “Giunse nell’immediato dopoguerra; ma su un pubblico che aveva assistito alle successive tappe di quella follia, che aveva sofferto sulle proprie carni e sul proprio spirito i disastri della guerra e della sconfitta, che aveva saputo dei forni crematori, il film apparve inadeguato, un riflesso troppo pallido della realtà”, così scrive Ugo Casiraghi nell’ottobre del 1960 su l’Unità.

La scena e l’archivio. “50 – Santarcangelo Festival ” tra arte e vita

50 – Santarcangelo Festival è il nuovo documentario scritto e diretto da Michele Mellara e Alessandro Rossi. Voci, suoni e immagini si fondono per raccontare, come suggerisce già il titolo, i cinquant’anni del più antico festival italiano dedicato all’arte teatrale contemporanea e alla danza. I materiali dell’archivio della Cineteca di Bologna, di Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia, di Rai Teche, l’archivio personale di Mario Martone e tanti altri, restituiscono a chi non ha ancora vissuto il Festival un’idea della sua lungimiranza e avanguardia. Così, guardando 50 – Santarcangelo Festival e ascoltando i racconti di alcuni dei suoi protagonisti, emerge il forte intreccio tra arte e vita. 

L’ispettore Callaghan cinquant’anni dopo

In Callaghan si condensa un tipo di violenza che oscilla tra realismo, che Siegel aveva già messo in scena nel film Contratto per uccidere, e mitizzazione. Una ferocia che viene esternata anche in altri film dello stesso anno: da Cane di paglia di Sam Peckinpah, allievo di Siegel, fino ad Arancia meccanica di Stanley Kubrick. C’era chi lo accusava il film di apologia del potere della polizia e quindi vedeva in Eastwood l’incarnazione del “reazionario”; ma l’America in quel momento storico viveva le ripercussioni della guerra in Vietnam e delle rivolte studentesche. Così furono proprio lo sconforto e il clima d’incertezza americano a dare vita al famigerato antieroe nichilista.

“Sound of Metal” e la vibrazione del rumore

Il tema centrale di Sound of Metal è la ricerca del suono e della sonorità. La trama del film non è incentrata sul racconto della vita di Ruben, ma sulle due vie costanti e parallele di rumori oggettivi e silenzi soggettivi. La macchina da presa di Darius Marder insegue le sonorità del mondo e la sordità di Ruben mettendola in mostra attraverso i primi e primissimi piani del volto di Riz Ahmed. Nel film l’azione è praticamente inesistente, la sceneggiatura è infatti ridotta a uno scheletro di parole e frammenti. Dall’ardore e vitalità della ricerca musicale in Whiplash di Damien Chazelle si passa, cinque anni dopo, alla sua antitesi con i ronzii, i sibili, e le vibrazioni.

Lo sguardo innovativo di “Easy Living”

Quattro persone, mentalmente e fisicamente in stallo, imparano insieme a valicare i confini ai quali si sono aggrappati da lungo tempo. Easy Living – La vita facile, film d’esordio dei fratelli Orso e Peter Miyakawa è incentrata su un bizzarro gruppo di adulti. Il film ha uno sguardo del tutto innovativo, forse perché si affida a quello di un adolescente, nell’approcciarsi al personaggio di Elvis che non è incarnazione di cliché e finalmente si spoglia di molta retorica alla quale siamo abituati quando si parla di migranti. Così fra uno zoom e l’altro, fra sogni e escape plan assurdi, fra voyeurismo e dinamismo i fratelli Miyakawa creano una commedia coinvolgente che, al di là di alcuni problemi, è sicuramente un buon esordio.

I menestrelli di Walt Disney

Disney scelse come suo marchio, da amante del Medioevo e della musica sinfonica, il castello di Neuschwanstein, che fece costruire anche all’interno del suo parco di divertimenti a Orlando. Tutti i castelli dei suoi film sono una riproposizione di Neuschwanstein, dalla versione più cupa e spaventosa a quella più brillante e aperta. Principesse, principi, streghe cattive, maghi e fate buone sono i personaggi probabilmente rimasti più impressi dell’immaginario neo-medievale Disney. Tuttavia c’è un soggetto che, nonostante sia difficile da inquadrare, ritorna spesso e attraverso le sue rare e brevi apparizioni all’interno di questi sogni si rende indimenticabile: il menestrello.

“Cielo giallo” tra melodramma e western

Nel deserto, la Death Valley, il contrasto tra bianco e nero della pellicola è all’apice della sua magnificenza e Wellman all’interno di tutto il film inverte il significato a cui siamo soliti associare questi due colori, poiché in quest’opera tutto ciò che è bianco (l’unica camicia bianca appartiene a Conte) finisce per rappresentare l’oscura presenza di morte e malvagità ed al contrario il nero è indice di qualcosa di positivo: l’oscurità aiuta nella resa dei conti, i vestiti del Sergente sono scuri e come gli altri fuorilegge (ad eccezione di Conte e Lungone) ha il viso e gli abiti sporchi e rovinati. La storia costeggia il melodramma e il successivo tramonto, del genere western. Infatti al centro di Cielo giallo ci sono soprattutto i sentimenti, buoni o cattivi, dei personaggi. 

La commedia umana secondo Peter Sellers

Peter Sellers è l’unico attore a cui Kubrick abbia lasciato la possibilità di improvvisare direttamente sul set. Sellers è libero di travestirsi di continuo, camuffando soprattutto la propria voce, nel ruolo di Clare Quilty in Lolita. In Il dottor Stranamore è riuscito addirittura a interpretare tre diversi personaggi al medesimo tempo: il colonnello goffo Lionel Mandrake, il presidente eccentrico Merkin Muffley e il folle ex nazista dottor Stranamore. Stratificandoli con personalità diverse e proponendo differenti caratteristiche per ognuno di loro, dalle molteplici espressioni facciali ai movimenti del corpo, fino agli eterogenei accenti linguistici. In fondo “anche questo rientra nella commedia umana” come dice l’ispettore Clouseau in Uno sparo nel buio.

Terry Jones e il senso della comicità

Nel 1969 la televisione britannica pullula di giovani comici provenienti dall’ambito teatrale universitario, ma niente è mai stato paragonabile al Monty Python’s Flying Circus e quindi al gruppo totalmente rivoluzionario fondato da Terry Jones con Michael Palin, John Cleese, Graham Chapman, Eric Idle e Terry Gilliam. Jones è considerato da tutti i suoi compagni il motore dei Monty Python e senza la sua passione e dedizione il gruppo comico avrebbe sicuramente realizzato meno opere. Lo stile di Jones è dettagliato nella sua assurdità, così i suoi sketch e i suoi personaggi sono intrisi di nevrosi, isterismo e di una logicità, dominata dal flusso di coscienza, che li porta spesso ad esibirsi in una dimensione di follia scenografica, ideologica e linguistica, con furiose esplosioni ed implosioni.

“Pinocchio” e lo sguardo che scivola

La storia di Pinocchio, il burattino di legno poco coscienzioso che cigola e scricchiola continuamente, la conosciamo bene, ma questo film risulta essere l’adattamento più fedele rispetto l’opera di Collodi, senza però dimenticare gli altri rifacimenti cinematografici e televisivi che ingloba e trasforma in un’incanto poetico per gli occhi. L’Omino di burro, il giudice-gorilla, il Corvo e la Civetta, Medoro e i più noti come la Fata turchina, il grillo-parlante e Lucignolo si animano e come i burattini di Mangiafuoco si mettono in scena usando le parole del Collodi-Garrone che li dirige mantenendo intatta l’anima di ciascuno e ne cura le fattezze in modo tale che rimangano ben impresse, per il futuro, le loro immagini nelle menti dei suoi spettatori.

La lezione immortale di Renzo Renzi

Ecco come una giovane critica, redattrice di Cinefilia Ritrovata, dialoga idealmente con Renzo Renzi, di cui festeggiamo il centenario dalla nascita. I suoi libri, le collane che ha creato e curato, gli articoli che ha scritto per le riviste, che in alcuni casi ha contribuito a fondare o fondato, e il suo lavoro come direttore scientifico per l’immensa opera di reperimento e catalogazione della memoria visiva emiliano-romagnola, sono alla portata di tutti; chiunque può attingere da questo vasto patrimonio che ci ha lasciato. Così possiamo leggere, studiare e vedere l’essenza vitale di Renzi, che aveva il timore di: “perdere il cinema, che è stato la mia vita, che è diventato la mia vita, ha coinciso con essa, si è scambiato con essa. Il cinema come vita. Perciò, se temo di perdere la vita, temo di perdere il cinema. È là che si svolge la mia vita più intima, è là che provo i miei sensi di morte”.