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“Camp Miasma” e lo slasher come identità di (un) genere
Questo raffinato e spudoratamente ironico gioco meta-testuale fa i conti anche con il franchise produttivo, quale meccanismo stereotipico che uccide a poco a poco l’opera d’arte, la vampirizza rendendola esangue e rigidamente standardizzata. Il poliamore che professa Schoenbrun riguarda anche l’arte come opera aperta, fluida, non monolitica, in cui vi è pieno diritto di godimento scopico e non è un caso se il killer si chiama Little Death, per traslato in francese petite mort ovvero orgasmo.
Speciale “La città si difende” – La tensione poliziesca nel melodramma sociale
La città si difende è un ottimo esempio di noir/mélo alla Germi, in cui affiorano prepotentemente i lasciti neorealisti (fame, miseria, arte d’arrangiarsi) sottolineati dalle riprese per le strade periferiche, sui tram e nelle trattorie, luoghi in cui si respira l’odore di povertà del secondo dopoguerra. Germi non si limita certamente a rimaneggiare i luoghi comuni tematici ed estetici della tramontante corrente neorealista, ma vi inserisce elementi da poliziesco americano come la secchezza narrativa tipica del gangster movie e un’illuminazione a tratti chiaroscurale.
“Lemonade Joe, or the Horse Opera”: un folle laboratorio di sperimentazione formale
Appartenente alla Nová vlna, ovvero la nouvelle vague cecoslovacca degli anni Sessanta, il cineasta Oldřich Lipský è stato tra i più brillanti esponenti di questa rivoluzionaria corrente cinematografica e il suo Lemonade Joe, or Horse Opera oggi si è guadagnato lo status di cult movie. Tratto da un ciclo di racconti di Jirí Brdecka, già trasposti prima sul palcoscenico e poi sul grande schermo nel 1949 in versione animata, ad opera di Jiri Trnka, Lemonade Joe è una fumettistica, grottesca e cinefila rilettura parodica dei cliché del genere western.
“Dead Man” e il west(ern) come teatro dell’assurdo
Lo spazio scenico viene svuotato, desertificato, trasformato in landa mortuaria in cui si stagliano con grottesca violenza estetica figure patibolari, stupratori, assassini e cannibali, ma che non possiedono nulla di realistico, assumendo quasi i connotati sfumati di immagini prodotte da un trip psichedelico. Dead Man resta un unicum non solamente nella carriera di Jarmusch ma anche nel panorama del western contemporaneo, un atto di spogliazione dei topoi del genere per far risaltare la bianchezza ossuta dello spazio scenico e la caducità del profilmico.
“Rita la zanzara” e i colori della rivoluzione yé-yé
Realizzato per sfruttare il successo di Rita Pavone come cantante e attrice, dopo la grande popolarità ottenuta con lo sceneggiato Tv Giamburrasca, è un’insolita commedia musicale che da un lato rientra a pieno titolo nel filone musicarello ma dall’altro ne aggira la formula in maniera strategica e con ambizione guarda alla struttura del musical. Diretta da Lina Wertmüller G. Brown, contribuirà a salvare la Titanus dal fallimento.
“L’uomo che volle farsi re” verso il crepuscolo dell’avventura
L’uomo che volle farsi re rappresenta un passaggio significativo all’interno della filmografia di Huston, soprattutto legata al filone esotico-avventuroso che il cineasta aveva esplorato ampiamente durante la sua ascesa nell’età d’oro del cinema americano. Il tesoro della Sierra Madre, La regina d’Africa e Moby Dick sono film in cui affiorano tutte le fragilità e i vizi dell’essere umano posto davanti alla potenza della natura selvaggia. Avidità sete di potere e delirio di onnipotenza, tutti temi che si ritrovano anche nella trasposizione del racconto di Kipling, ma con uno sguardo e un approccio diversi.
“Lenny”, anatomia di un comico e di un paese
Lenny è totalmente immerso in un bianco e nero (firmato da Bruce Surtees) che alterna tonalità realiste a illuminazioni iperrealiste, con bianchi quasi elettrici che tagliano crudamente (e crudelmente) corpi e volti, deformandone grottescamente le prospettive e per traslato la realtà sociale, rovesciandola nella sua caricatura cabarettistica. Uno dei lavori più audacemente politici di Fosse e sicuramente tra le migliori interpretazioni di Dustin Hoffman.
“L’amore che rimane” e le incrostazioni di un sentimento finito
L’amore che rimane, girato in pellicola 35mm e congelato in una fredda orizzontalità di sguardo spesso fatta di totali fissi, è in grado di sorprendere con invenzioni calde e sensuali. Pálmason è un esteta delle immagini ma non ne fa mai uno sfoggio decorativo, impiegandone la limpida e audace flagranza come bisturi per ferire lo sguardo spettatoriale. Un film umile e sincero che cerca di non assomigliare a niente altro, leggero come una piuma e al contempo aspro e primordiale come lo scenario naturale in cui deambulano i personaggi.
“Dracula” tra pionierismo e volgarità
Nella sua mescolanza triviale e sconnessa di linguaggi eterogenei, il pamphlet del cineasta di Bucarest è principalmente una riflessione teorica sulla morte del desiderio dell’immagine filmica, incarnata da un vampiro mutaforme e decadente, ma abitato da una incontenibile voracità sessuale. Il cinema depauperato dall’informatica viene corrotto e contaminato da elementi extrafilmici provenienti dal web (TikTok, OnlyFans, videogiochi, pop-up virus) e raccontato alternando diverse forme narrative che contemplano la barzelletta, la parabola e la parodia.
“Mr Nobody Against Putin” e il documentario anti-regime
Mr Nobody Against Putin è il tragico diario di un uomo qualunque, che con coraggio denuncia la follia nazionalista del sistema educativo, coadiuvato sul piano registico dal cineasta americano David Borenstein. L’operazione si dipana attraverso un fluire di immagini fredde e memoriali, come fossero già fantasmi del passato nel momento stesso in cui vengono filmate, affiancate a immagini d’archivio con l’inserimento di messaggi e reel riprodotti attraverso gli odierni strumenti di comunicazione informatica (smartphone, YouTube, Instagram).
“I diari di Angela – Noi due cineasti. Capitolo terzo” come un album di ricordi
I diari di Angela 3 incarna con umiltà e trasparenza una cineasta rivoluzionaria, ma soprattutto una donna ideologicamente libera e indipendente, legata ai ritmi della natura, un’intellettuale permeata da una saggezza di matrice contadina. Un capitolo conclusivo che si sfoglia come un album di ricordi, un memoir che si fa Alfa e Omega di un lavoro e di un’esistenza, con Angela che ci saluta discretamente di spalle, mentre osserva insieme all’amato Yervant il frangersi delle onde.
“Barry Lyndon” speciale II – Scrivere e dipingere per immagini
Kubrick con Barry Lyndon sembra applicare il concetto di caméra stylo teorizzato da Alexandre Astruc, svincolandosi totalmente dal canone comune al film storico e imprimendo alle proprie immagini una potenza unica e personale, attraverso inquadrature senza la minima sbavatura in cui il profilmico pare vergato su carta o dipinto su tela. Esente da qualsiasi calligrafismo o estetismo, Barry Lyndon si dona allo sguardo con una capacità di naturalismo fotografico e una trasparenza registica a cui (forse) solamente Tess di Roman Polanski ha saputo avvicinarsi.
“Lo Scuru” dentro la materia del bianco e nero
Il palermitano Giuseppe William Lombardo (classe 1994), approda al lungometraggio adattando per il grande schermo Lo Scuru, romanzo di Orazio Labbate. Per stessa ammissione del giovane romanziere di Butera, questa è una storia che nasce nel buio e li vi germina. L’intensità oscura e fredda si fa materia letteraria, impastata nel gotico americano di Faulkner e McCarthy e attraversata dalle influenze di Bufalino e Cioran, su cui svetta la potenza del capolavoro postmoderno di D’Arrigo (Horcynus Orca).
“The Rip – Soldi sporchi” ovvero l’action da Gen X formato Netflix
The Rip è un action duro e puro che pone al centro il classico plot con traffico di droga, denaro sporco e poliziotti corrotti, il tutto condito con battute facili e alcune sequenze sanguinolente. Il punto nevralgico della storia si svolge durante la notte, con cromatismi fotografici che vanno dagli aranciati per le sequenze girate in interni, ai bluastri per quelle girate in esterni e un martellante contrappunto sonoro in grado di lavorare discretamente sulla suspense.
“Buen camino” è un Zalone à rebours
Uno Zalone movie buonista e oratoriale, in cui i tipici umori caustici vengono praticamente cancellati (ci sono giusto un paio di battute su Gaza e la Shoah) dal colpo di spugna di un’inclusività woke, che pare uno dei bersagli su cui inizialmente si scaglia il film per poi diventarne il messaggio portante. L’italianità individualista e turpe da irredimibile viene assolta per espiazione delle proprie colpe e per un ritrovato senso di fratellanza da comunità giubilare.
“Tokyo Godfathers” tragicommedia umanista
Satoshi Kon, qui coadiuvato nella scrittura da Keiko Nobumoto (sceneggiatrice nota soprattutto per Cowboy Bebop), rilegge il classico percorso di espiazione che trasforma i miserabili in eroi, amplificando l’atmosfera natalizia in un incubo metropolitano innevato che fa pensare ad alcune commedie di Frank Capra, sospese tra la cupezza stritolante del capitalismo e un’edificante possibilità di riscatto.
“Celebrity” e l’inconsistenza di una società senza risposte
Con Celebrity Allen non mette più in scena sé stesso psicanalizzandosi dall’interno (come in Harry a pezzi), ma utilizza Kenneth Branagh come osservatore esterno (oltre che suo alter ego), quasi come il Marcello de La dolce vita. Quello di Branagh/Allen è uno sguardo che tradisce confusione, ansia e smarrimento (dietro la venefica patina comica) e la scritta fumosa nel cielo: HELP (in sostituzione all’ologramma materno di Edipo relitto) che apre e chiude il film, testimonia una richiesta d’aiuto priva di risposta.
“Tutti dicono I Love You” e la magia di un cinema defunto
La prima e unica vera commedia musicale di Allen è in superficie un omaggio al cinema classico hollywoodiano (non solamente musical), ma è anche una nuova radiografia della upper class newyorkese, con i propri difetti, vizi e sensi di colpa generazionali. Un mosaico vivace e variopinto che incastra più personaggi di età eterogenea all’interno di una cornice comico-sentimentale. Tutti dicono I Love You è un inno a un tempo perduto, a un cinema di cui possiamo solamente celebrare i fantasmi
“L’enigma di Kaspar Hauser” e l’estasi del dolore
Herzog vivifica questa tragedia biografica attraverso un impiego pittorico dei colori, che richiama al contempo la finezza delle porcellane bavaresi e la rozzezza contadina di alcuni dipinti di Bruegel il Vecchio. In mezzo a queste miniature umane orribilmente comiche (la sequenza della lettera e quella dello spettacolo freak), illuminate dalla straordinaria fotografia di Jörg Schmidt-Reitwen, Kaspar viene posto come essere superiore, come eletto dalla natura. Innocente spettatore di una società grottesca e devitalizzante.
“Sotto il vestito niente” e la Milano da bere dei fratelli Vanzina
Non esiste alcun nesso tra il thriller all’italiana di Argento, Martino & co e la riscrittura dei topoi polizieschi da parte dei Vanzina, perché tanto il corpo femminile nel giallo anni Settanta era vivo e palpitante, tanto qui appare come una sorta di ologramma pubblicitario, uno spot cartellonistico fatto di nulla, in cui sotto l’appetibilità di un involucro vestimentario si cela il buco nero degli Ottanta.