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Il fascino arcaico dell’India

Quando realizza Il lamento sul sentiero, Satyajit Ray ha da poco superato i trent’anni. E non avrebbe certo immaginato che la sua opera prima sarebbe diventata un pietra miliare del cinema mondiale, nonché spartiacque per la cinematografia indiana, che il regista – divenutone di lì a poco il più importante esponente – sdogana dal circuito locale, portando all’attenzione internazionale la realtà della sua Nazione, fino ad allora conosciuta solo tramite il filtro culturale occidentale e in particolare quello europeo. Vincitore di svariati premi e riconoscimenti – tra cui il Premio per il Documento Umano e il Premio OCIC al Festival di Cannes del 1956 – il film, ottenuto un grande successo in patria, diventa il primo capitolo di una trilogia incentrata sul giovane Apu, figlio di una famiglia povera in un Paese povero.

Farrelly, Jenkins e la questione afroamericana

Guardando il film di Peter Farrelly e quello di Barry Jenkins, anche lo spettatore meno addentro alla questione interrazziale statunitense non può non scorgere il differente stile che caratterizza le pellicole, entrambe rivolte al passato pur parlando del presente: la prima è una commedia sapientemente dosata tra humor e dramma, la seconda un melò intimista e riflessivo. Da una parte un approccio umoristico e politicamente corretto, capace di ridere di un passato dato ormai per superato, dall’altra uno malinconico e indignato, cosciente che quel medesimo tempo si ripete ancora oggi. Sono le due strutture che segnano inesorabilmente le visioni delle parti in causa, riflessi opposti della medesima immagine che l’America ha e dà di sé, dentro e fuori l’industria cinematografica, un ritratto che richiede una lettura accurata dei dettagli e delle loro molteplici sfumature.

Spike Lee e la new black wave

L’odierna produzione americana vede una sempre più fiorente circolazione di opere inerenti il difficile rapporto tra bianchi e neri su territorio nazionale. Ma se un tempo il punto di vista era quasi esclusivamente quello maggioritario (eccezion fatta per pochi autori che sono riusciti a raggiungere un pubblico crescente e eterogeneo, pur se con risultati altalenanti e comunque non duraturi), oggi nomi quali Lee Daniels, Dee Rees, Barry Jenkins, Ava DuVernay e Jordan Peele sono solo i più noti della new black wave, un ampio gruppo di registi neri riconosciuti e premiati a livello internazionale. Autori che partecipano a festival e riempono le sale con film finalmente sdoganati dal circuito elitario; sono eredi più o meno diretti dell’opera di Spike Lee apripista di una nuova coscienza artistica, etica e al contempo innovatrice nei contenuti quanto nello stile.

La versione di Spike Lee

La cinematografia statunitense assume un ruolo rilevante nella creazione dell’immagine del nero, non solo nella produzione indipendente afroamericana ma anche e soprattutto in quello bianco hollywoodiano, dove è ancora più evidente il lento e faticoso processo di distacco dagli stereotipi attribuiti alla minoranza secoli prima, poi modificatisi seguendo l’evoluzione dei contesti socioculturali nel corso del Novecento. È negli anni Ottanta che si assiste alla riaffermazione, tra gli intellettuali afroamericani, di un “orgoglio nero” e si attesta la necessità di un urgente dialogo tra le parti in causa. In tale prospettiva si indirizzano i giovani registi del New Black Cinema, di tendenza prevalentemente indipendente, tra cui emerge Spike Lee, l’unico capace di raggiungere il grande pubblico americano ed europeo con film “neri”, dove la realtà contemporanea della sua comunità è raccontata in maniera esplicita, dignitosa ed energica, rispettosa, spesso critica.

Le molte facce di Bob Dylan

Quello di Todd Haynes è un cinema che ama decostruire generi preesistenti ormai consolidati nelle loro strutture canoniche, ricostruendoli in forme nuove e personali pur se rispettose della tradizione. Così è stato ad esempio per il remake di Secondo amore di Douglas Sirk (Lontano dal Paradiso, 2002) o l’adattamento nel 2011 di Mildred Pierce di James M. Cain già portato sullo schermo da Michael Curtiz nel 1945. Lo stesso metodo è applicato a Io non sono qui (2007), ispirato “alle canzoni e alle molte vite di Bob Dylan”. A cavallo tra il mockumentary e il film narrativo, il regista si scosta dal genere biografico, seguendo invece una linea decisamente più originale, suddividendo il racconto in sette periodi cruciali della carriera del cantautore americano. 

Omaggio a Shirley Clarke. La musica sullo schermo

Ornette: Made in America (1985), ultima opera della regista, è certamente quella più fuori dagli schemi e inclassificabile nelle canoniche categorie di genere. Clarke ripercorre la vita e la carriera di Ornette Coleman in una forma che riprende lo stile musicale del polistrumentista americano fondatore del free jazz. Alternando esibizioni dal vivo a interviste, video sperimentali e una ricostruzione finzionale della vita del musicista, il film è un omaggio alla sua arte giocato su assonanze e associazioni senza particolare ordine cronologico, un’opera apparentemente discontinua ma in realtà densa e stratificata. La sintesi perfetta del cinema di Shirley Clarke che si dimostra, ieri come oggi, uno dei vertici della sperimentazione underground del secondo Novecento, figura da indagare e riscoprire quale pioniera di un nuovo linguaggio della settima arte.

La musica di “BlacKkKlansman” dai Seventies a oggi

Componente essenziale di tutto il cinema di Spike Lee, la musica assume funzione rilevante non solo a sottolineatura emotiva delle immagini quanto facendosi, piuttosto, loro parte integrante da cui sono arricchite di significati altri sottesi dai brani a essi associati. Non fa eccezione la colonna sonora di BlacKkKlansman che esprime la divisione tra due identità a confronto e ricrea il clima culturale tipico dei seventies in cui il film è ambientato. Da una parte il funky soul di Cornelius Brothers & Sister Rose (Too Late to Turn Back Now) o The Temptations (Ball of Confusion), dall’altra l’odierno country revivial di Beth // James (Lion Eyes) e il southern rock di R.J. Phillips Band (Freedom Ride) e Looking Glass [Brandy (You’re a Fine Girl)].

“BlacKkKlansman” tra educazione e intrattenimento

Sfruttando la formula dell’edutainment (educazione + intrattenimento) statunitense già impiegata in Malcolm X, Lee cerca di raggiungere un ampio pubblico con un prodotto didattico nella forma, ma decisamente personale nei contenuti. Partendo dalla vicenda reale di Ron Stallworth – poliziotto afroamericano che negli anni Settanta si infiltratò nella cellula del Ku Klux Klan di Colorado Springs – Spike ribalta i canoni tradizionali del buddy movie interrazziale, in cui il bianco è la mente e il nero il braccio, sviluppando una riflessione sull’identità, declinata in svariate forme. Identità affermate (il Black Power e il White Power); negate (la volontà dei primi di manifestare con orgoglio la propria natura finora repressa e il sistematico, violento ostruzionismo dei secondi); celate (l’immagine aperta e tollerante che il leader David Duke dà dell’Impero invisibile).

“America 1929” e la galleria degli outsider

Cavalcando l’onda del successo dei gangster movie contestatari à la Gangster Story, America 1929 – Sterminateli senza pietà segue le peripezie della vagabonda Bertha Thompson e dei suoi tre complici, un baro, un sindacalista “bolscevico” e un “negro” lungo le ferrovie del sud degli Stati Uniti tra razzismo, intolleranza e Grande Depressione. I protagonisti dunque non sono i classici gangster che agiscono nella disperata rincorsa dell’effimero sogno americano, bensì emarginati che inaugurano l’ampia galleria di outsiders scorsesiani. Per ragioni diverse, dovute a sesso, stile di vita, ideologia o razza questi antieroi sono mossi dal bisogno di essere accettati da una società che invece li respinge, additandoli come minacce per il proprio equilibrio ora minato ed incrinato dalla crisi del 1929.

“No Direction Home” e lo Scorsese “dylaniato” dalla nostalgia

Se Bob Dylan è un universo in espansione, il documentario di Scorsese No Direction Home è una ricostruzione del Big Bang. Chi inizia a raccontarlo è il protagonista, il Dylan musicista più che il Dylan personaggio. Dal racconto personale sulla formazione musicale (a dieci anni suonava già la chitarra e il pianoforte comprati dal padre nella casa d’origine), all’ascolto dei miti della musica folk e blues (Muddy Waters, Gene Vincent, Odetta, Dave van Ronk) fino allo shock dell’incontro musicale con Woody Guthrie, l’alternanza tra immagini di repertorio e il racconto dello stesso Dylan, costruiscono un viaggio (musicale, nella storia del folk) nel viaggio (personale, nella storia di un uomo). Il cambiamento assume sembianze diverse: mentre Allen Ginsberg definisce Dylan come uno sciamano in pubblico, le sue canzoni – viene sottolineato da quasi tutti gli intervistati – scioccano l’ascoltatore per la novità della composizione e dell’interpretazione (il sound, la voce, le parole).

Speciale “Grease” III. L’età dell’innocenza perduta

Risulterebbe perciò riduttivo leggere Grease come uno spensierato teen movie, a base di feste scolastiche e pruriginose diatribe tra giovani machi impomatati e le loro promettenti controparti femminili. A ben guardare, infatti, proprio l’ossessione sessuale dei personaggi viene a rompere gli schemi preposti del genere. Abbandonati i complessi esistenziali de Il selvaggio e Gioventù bruciata (richiamati dall’abbigliamento dei personaggi quanto dalla passione per i motori, con tanto di gara di velocità a sancire il più “uomo” di tutti), Kleiser identifica la manifestazione di una naturale pulsione erotica adolescenziale come elemento forte della generazione anni Cinquanta. Lontani dagli asettici ritratti à la Happy Days che la pellicola evidentemente parodia, Danny Zuko e compagnia sono l’incarnazione di una sfrontata giovinezza che comunica disinibita i propri turbamenti corporali. 

“Black Goddess” di Ola Balogun: alla ricerca delle radici perdute

Il viaggio del giovane Babatunde dall’Africa al Brasile in cerca del ramo parentale perduto, discendente dal nobile Principe Oluyole catturato e ridotto in schiavitù nel XVIII secolo, si fa espressione della riscoperta delle origini rimosse alla base del movimento panafricano che, dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino agli Settanta del secolo successivo, costituì il primo passo verso una nuova concezione della condizione nera a livello internazionale. La consapevolezza di un passato comune si fa così punto di partenza per l’affermazione di un’identità come popolo e non più come singolo, uno spirito aggregante in soluzione all’attuale condizione condivisa di segregazione fisica e culturale.

“Vittime del peccato”: musica e moralità

All’estero, ogni cinematografia si è confrontata con queste tematiche in forme più o meno riuscite e accattivanti, in particolare quella sudamericana, dove la medesima matrice cattolica poneva la questione morale allo stesso piano dei corrispettivi italiani. Ne sono esempi i film cubani presentati al Cinema Ritrovato 2016 e ancor di più quelli messicani di questa edizione, tra cui spicca Vittime del peccato di Emilio Fernández, regista, sceneggiatore e attore tra i più prolifici nell’età d’oro del cinema nazionale. Le vicende dell’avvenente Violeta, ballerina di night-club che si accolla la cura di Juanito, figlio ripudiato di una collega, finendo per prostituirsi e trovando un apparente riscatto nella magnanimità del ricco Santiago, sono la base per una riflessione un po’ ingenua ma d’immediata presa sul pubblico in merito al conflitto tra i due insiemi di princìpi che in quegli anni si affacciavano al nuovo contesto socioculturale del Paese. Nella medesima direzione vanno anche le musiche, espressione di due universi in conflittuale contrapposizione.

In the Name of Soul: “Blues Brothers”

Pare una sfida titanica scrivere oggi di The Blues Brothers, ultimo grande musical contemporaneo, espressione di quella libertà tardo-adolescenziale del cinema americano tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, che recuperava la valenza ludica del linguaggio classico in una forma di grande gioco per adulti, primo sentore delle nascenti tendenze postmoderne. La scenografia urbana di Chicago, città natia del blues elettrico, si fece culla della contaminazioni culturali del Paese che, andando oltre le questioni politiche e sociali interne, diventano manifestazione viva del melting pot americano.

I sogni a occhi aperti di “Cappello a cilindro”

Le musiche di Irving Berling  seguono l’andamento della trama, facendosi puntuale commento delle diverse fasi dell’innamoramento, dai solo di tip-tap di Fred Astaire fino al romantico ballo finale sullo sfondo di una Venezia arabeggiante e volutamente kitsch, luogo idealizzato in cui ambientare le frivole vicende di cuore dei personaggi e dei comprimari. In fondo, nulla in Cappello a cilindro pare da prendere troppo sul serio: una favola moderna in cui la voglia di fuga, di evasione – paradossalmente dentro una sala cinematografica – è il vero motore, capace di alimentare i sogni ad occhi aperti di numerose generazioni, ieri come oggi.

“Mali Blues”, note di resistenza

In occasione del Festival CinemAfrica, analizziamo Mali Blues, con cui il berlinese Lutz Gregor – già noto per Zanzibar’s First Female Orchestra (2015) – torna a indagare la scena musicale africana odierna, ma da un punto di vista diverso pur se complementare. Se nell’opera precedente l’attenzione era rivolta sulla preservazione della tradizione taarb portata avanti dalla prima orchestra femminile tanzaniana, il nuovo film pone invece l’accento sull’opposizione pacifica attuata da molti musicisti maliani nei confronti della dittatura dell’Isis.

Cinema Ritrovato 2017: “La febbre del sabato sera” e la filosofia della disco

Nel dicembre del 1977, quando La febbre del sabato sera debutta nelle sale americane, il disprezzo crescente verso la nuova musica da ballo, la rapida ascesa del punk e la scia di sangue lasciata nell’estate dello stesso anno dal Figlio di Sam per le strade di New York, allora mecca della disco-music, avevano già ridimensionato il folgorante mito della discoteca. Considerato uno dei film più famosi della storia del cinema, a suo tempo campione di incassi che consacrò definitivamente a star il giovane John Travolta e oggi indiscusso cult intergenerazionale grazie anche alla mitica colonna sonora, a quarantanni di distanza La febbre del sabato sera mantiene inalterato il suo fascino originale.

Cinema Ritrovato 2017: “Dawson City – Il tempo tra i ghiacci”

Le memorie dal sottosuolo d’America di Dawson City – Il tempo tra i ghiacci vivono soprattutto grazie al commento sonoro di Alex Somers, che va oltre il canonico accompagnamento, dando al montato un significato aggiunto non indifferente. Le melodie post-rock del leader dei Sigur Rós compongono un Requiem lisergico e sulfureo che diviene un tutt’uno con i film riemersi dalle fondamenta della cittadina canadese celebrata da Bill Morrison.

Riot Rap: “Sonita” allo Human Rights Nights 2017

Sonita Alizadeh ha quattordici anni. Come tante sue coetanee ama studiare, ha sogni, aspettative e tante esperienze ancora da vivere; coltiva le proprie passioni e in particolare quella per la musica, esercitandosi nel canto e nella scrittura di versi destreggiandosi tra un impegno e l’altro.

Sogni di rock’n’roll: “Konkurs”

Il valore della componente musicale nel cinema di Miloš Forman risulta fondamentale fin dal suo primo lungometraggio Konkurs, uno dei più validi sguardi sulla generazione coetanea del regista, riflessione dolce-amara delle aspirazioni di una gioventù che non nasconde la propria contrapposizione ai costumi dei padri, non tanto per scelta ideologica, quanto piuttosto per natura. Un’opposizione spontanea che per la prima volta negli anni Sessanta trova, in tutto il mondo occidentale, la via di esprimersi collettivamente attraverso una cultura “altra” che rompe con il passato, risultando per questo incomprensibile e inaccettabile alla maggioranza degli adulti.