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Viaggio al centro dell’anima. “Nomad” di Werner Herzog

Sono anni ormai che Herzog affascina il pubblico con documentari raffinati e ricercati nei soggetti e nelle forme, riflessioni per immagini sui temi più vari ma sempre riconducibili a una propria visione della realtà contemporanea. Con Nomad – In cammino con Bruce Chatwin, il regista realizza uno dei suoi lavori più intimi, omaggiando l’amico e noto scrittore, ultimo grande narratore di viaggio del secolo scorso. Teorico del nomadismo e instancabile conoscitore, Chatwin è la quintessenza romantica dell’esploratore, per cui il viaggio è un mezzo per scoprire culture diverse attraverso le quali comprendere meglio sé stessi. Non è dunque un’esagerazione definire le sue spedizioni “esplorazioni dell’anima”, una ricerca quasi ossessiva che ha caratterizzato la breve vita del letterato.

“Vampires vs. the Bronx” tra resilienza e #BlackLivesMatter

Rodriguez inserisce il suo lavoro nel contesto più attuale, tra #BlackLivesMatter e l’impunita prevaricazione bianca che in questi anni sta caratterizzando il già delicato rapporto tra maggioranza bianca e le altre minoranze etniche. Ecco allora che i vampiri sono bianchi e hanno scelto il Bronx perché dimenticato dalle istituzioni, un luogo “dove a nessuno importa se la gente scompare”, soprattutto se le vittime sono neri o ispanici, il cui dissanguamento è qui sia materiale che fisico. Una dura accusa che non risparmia nessuno, polizia compresa, schierata non casualmente sempre dalla parte di Frank Polidori, rappresentante dell’impresa immobiliare Murnau nonché “famiglio” dei vampiri incaricato di acquisire tutto il quartiere.

Chadwick Boseman American Hero

Ogni tempo ha i suoi miti, figure esemplari attraverso le quali una generazione può riconoscere e alimentare aspirazioni, sogni e ideali. La duplicità del mezzo cinematografico, che nella messa in scena trasla il reale in fantastico, ha contribuito fortemente alla creazione di attori-simboli di particolari tendenze, stili di vita, ideologie. Chadwick Boseman è da annoverare tra questi, quale incarnazione delle più alte e nobili ambizioni del popolo nero statunitense contemporaneo, esempio del nuovo modello che il recente black cinema sta proponendo in diverse modalità e formule: un eroe che travalichi i confini etnici facendosi manifesto non di opposizione, ma di possibile alterità al canone bianco.

“Il soldato negro” e le contraddizioni di una nazione

Negli anni Quaranta, con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, il cinema hollywoodiano si schiera in prima linea con opere di spirito propagandista a sostegno dell’intervento bellico, in nome di quei valori di pace, libertà e uguaglianza di cui l’America si è sempre fatta promotrice. Uno dei lavori più interessanti di questa produzione è Il soldato negro di Stuart Heisler, scritto dall’autore nero Carlton Moss e rivolto esplicitamente al pubblico afroamericano, il cui intervento bellico è rappresentato come ideale prosecuzione del contributo storico dato dal popolo black alla crescita del Paese. Il film ha il merito di essere uno dei primi a rappresentare fieramente le truppe nere, ma come la maggioranza delle pellicole bianche di quei anni su temi analoghi, la visione che offre della coeva questione afroamericana è solo parzialmente veritiera ed esclude volontariamente le questioni più scomode e spinose.

“Claudine” di John Berry e la fatica di essere donna

Prodotto dalla neo-nata Third World Cinema – compagnia fondata per valorizzare maestranze e artisti appartenenti a minoranze etniche, così come opere che trattassero tematiche annesse – Claudine si presenta come un ritratto serio e realistico della condizione femminile nera di quel periodo. Le vicissitudini della protagonista, madre single proletaria divisa tra l’educazione e l’allevamento di sei figli, un lavoro come domestica non dichiarato per non perdere parte dei sussidi e una relazione in fieri con un giovane uomo, costituiscono il nucleo di una commedia romantica non priva di sottotracce analitiche della società statunitense.

“Quando eravamo re” e le parole oltre le immagini

Frutto di una gestazione di circa vent’anni e a ventiquattro dalla sua uscita in sala, Quando eravamo re si dimostra ancora oggi uno dei migliori esempi di documentario sportivo della storia del cinema, testimonianza dell’epico match pugilistico valido per il titolo mondiale di pesi massimi tra Muhammad Alì e George Foreman, il primo tra due afroamericani tenutosi in Africa, nel 1974. La manifestazione assunse da subito un’enorme portata: negli anni del black pride, due atleti neri di prima categoria si contendono il più alto riconoscimento della loro disciplina nella terra dei loro avi, da cui secoli prima partirono le prime navi cariche di schiavi dirette verso l’America.

Poetica dell’Afropop. “Black Is King” di Beyoncé

Nato come rielaborazione visiva della colonna sonora The Lion King: The Gift, il film di Beyoncé si allontana dall’universo disneyano, ampliando i contenuti delle canzoni e approfondendo le tematiche del film, facendone un racconto universale fortemente connesso al concetto di blackness. Minuziosamente curato sul piano visivo – con continui rimandi alla cultura africana rielaborati in chiave pop, con incursioni nell’afrosurrealismo e afrofuturismo, nell’R&B, hip-hop e afrobeat – il risultato è una dichiarazione d’amore verso l’Africa e la sua storia dimenticata, quella degli antenati fondatori delle antiche civiltà di cui l’odierno popolo nero è al contempo erede e testimone.

“Fa’ la cosa giusta” e lo sguardo pericoloso

Il terzo lungometraggio di Spike Lee è un’opera complessa e raffinata che segna un cambio di passo nella poetica del regista. Dedicato a cinque afroamericani vittime di omicidi da parte di bianchi, coevi fatti di cronaca che suscitarono l’indignazione e la violenta mobilitazione della comunità nera, Fa’ la cosa giusta è infatti il primo film del cineasta ad aprirsi al più ampio contesto interrazziale nazionale, un concentrato di contraddizioni, violenza e orgoglio identitario tra le comunità che compongono il tessuto sociale statunitense: “Ho intenzione di portare la nostra merda sullo schermo, allo stato puro, senza censure”.

Biografia (educativa) di Miles Davis

Osare o non osare? Questo è il dilemma… Parafrasando Shakespeare è possibile evidenziare il limite di Miles Davis: Birth of the Cool, episodio della storica serie American Masters sui grandi nomi dello spettacolo e della cultura statunitense, ultimo lavoro del documentarista afroamericano Stanley Nelson Jr., autore sempre rivolto al glorioso passato nero (Jonestown, Freedom Riders, Black Panthers). L’eccessiva riverenza, pur doverosa verso una figura quale Miles Davis, emblema del jazz moderno e anticipatore delle sue molteplici evoluzioni, la cui eredità è un bagaglio culturale enorme per tutto il mondo, fa mancare quello slancio, quel rischio in più che deve essere corso in questi casi, pena l’uniformare un lavoro accattivante alla tipologia standard dell’edutainment televisivo.

“Da 5 Bloods” e i conti aperti con il passato

Sulla scia dell’esplosivo BlacKkKlansman, il regista di Atlanta torna a rivangare il passato recente d’America in cerca delle radici dei grandi problemi irrisolti nel contesto nazionale contemporaneo. La vicenda dei quattro veterani afroamericani, che tornano in Vietnam alla ricerca delle spoglie di un quinto commilitone e di un tesoro sottratto anni addietro al governo americano e ai Lahu per sostenere la causa nera, ha una doppia funzione. Da una parte affrontare una pagina troppo poco conosciuta della storia statunitense, ovvero il contributo afroamericano alla causa bellica, dall’altra lanciare una critica feroce all’odierno spirito americano incarnato dal modello trumpiano, la cui avidità e prepotenza stanno logorando dall’interno il tessuto sociale, mettendo tutti contro tutti in uno scontro fratricida le cui conseguenze sono ormai evidenti.

Fight the Power! “Queen & Slim” e la conseguenza delle azioni

Alla luce del brutale omicidio dell’afroamericano George Floyd per mano di un poliziotto bianco in Minnesota, Queen & Slim – primo lungometraggio di Melina Matsoukas, uscito in Italia a ridosso del lockdown e ora disponibile in Blu-ray – assume ulteriore valore e aggiunge un altro importante tassello nel processo di emancipazione iconografica del nuovo cinema nero statunitense. Se con Moonlight (2016) e Se la strada potesse parlare (2018) Barry Jenkins ha avviato la decostruzione di ingombranti cliché legati alla rappresentazione del ghetto nero e dei suoi abitanti, Matsoukas ne segue l’esempio applicandolo a un’altra immagine cinematografica legata all’afroamericano, ovvero la vittima inerme della violenza della polizia. 

“All Day and a Night”. Ricordare con rabbia

Il maggior pregio di All Day and a Night (presente su Netflix), opera seconda del regista, produttore e sceneggiatore Joe Robert Cole (noto come uno degli autori di The People v. O. J. Simpson e Black Panther) è l’andare oltre i cliché del ghetto-movie pur non tradendo le dinamiche stilistiche del genere. Come già Barry Jenkins in Moonlight e Se la strada potesse parlare, Cole cerca di smontare gli stereotipi legati alla periferia americana mostrando un’alternativa valida a quella iconografia. Mostrando in flashback il passato del ragazzo protagonista e di come sia finito in carcere per omicidio, il film esce dai binari consueti del genere per farsi indagine sul contesto sociale e culturale al cui interno si forma il giovane gangster.

Gianni Rodari e i disegni in jazz

A 24 anni dall’uscita in sala (e nel centenario della nascita di Gianni Rodari), La freccia azzurra resta uno dei capisaldi dell’animazione italiana contemporanea, raro esempio cinematografico lontano dalla roboante effettistica digitale e dal canone moralistico coevo tipicamente disneyano. Opera prima di Enzo d’Alò, il film (ora visibile su RaiPlay) traspone l’etica rodariana dell’omonimo racconto dando vita ai suoi personaggi in uno stile volutamente d’antan. I disegni a campitura piatta sullo stile della linea chiara del fumetto anni ‘30 e le ambientazioni prospettiche di eco dechirichiano sono scelte che accentuano il carattere atemporale di una narrazione volutamente onirica.

Dietro la porta chiusa. “Villetta con ospiti” e le bestie feroci

Restio alle tendenze di mercato, Ivano De Matteo prosegue e difende una propria idea di cinema, capace di guardare con distacco ma senza estraneità alle dinamiche relazionali nella società nazionale, mettendone in evidenza i limiti e i più meschini atteggiamenti che portano i protagonisti ad agire sempre, prima di tutto, per il proprio tornaconto (Ultimo stadio, La bella gente). Nucleo centrale delle sue narrazioni è la famiglia, alveo protettivo che spesso cela – dietro parvenze di normalità – difficili nodi interiori (Gli equilibristi, I nostri ragazzi, La vita possibile). È questo il caso anche dell’ultimo Villetta con ospiti, dramma da camera che per costruzione e meccanismi crea un curioso parallelo col recente Parasite di Bong Joon-ho.

Kobe Got Game

Come tutti sanno, la star del basket Kobe Bryant è morto assieme alla figlia Gianna di 13 anni a seguito di un incidente in elicottero a Calabasas, zona a nord-ovest di Los Angeles. Il mondo dello sport è in lutto, e anche tutti coloro che, pur non essendo tifosi, hanno assistito alle prodezze del campione con stupore e ammirazione. Visto che talvolta, come nel caso di Kobe Bryant, il gesto sportivo assume caratteri quasi cinematografici per bellezza ed eleganza, riproponiamo una riflessione sul lavoro che Spike Lee girò insieme al grande cestista. 

Non ci resta che piangere. Un ricordo di “Un borghese piccolo piccolo”

Nostrano Cane di paglia, Giovanni abbandona il suo passivismo, ma se per Peckinpah la trasformazione del protagonista da vittima a lucido carnefice è mossa da un estremo istinto di sopravvivenza e di autodifesa, per Monicelli è pura e semplice espressione della crudeltà insita in ognuno, che una solitudine (indotta o involontaria che sia) non può che fomentare. Solo il vivere civile può evitarlo, ma la società ha pressoché perso la propria capacità coadiuvante, alimentando l’isolamento del singolo in favore di una massa, le cui schegge impazzite spesso non restano che oscuri casi di cronaca nera. Una condanna che si fa anche congedo da un’attualità spaventosa, come dimostra la produzione successiva dell’autore che preferirà guardare quasi esclusivamente al passato.

“Blinded by the Light” e la poetica del Boss

Tratto dalla vera storia del fan Sarfraz Manzoor, figlio di pakistani immigrati a Leyton negli anni Ottanta, il film di Gurinder Chadha è un racconto di formazione il cui processo scaturisce dall’impatto con la musica del rocker, considerata dai giovani inglesi ormai desueta, ma capace ancora di ispirare ed emozionare il ragazzo, spronandolo a credere e lavorare ai propri sogni. Chadha è brava nel modellare la materia springsteeniana a favore della sua storia, con alcune scelte stilistiche azzeccate (la folgorazione di Javed all’ascolto di Dancing In the Dark e Promised Land o l’assolo di sax di Jungleland sul pestaggio del padre da parte dei naziskin) e altre più kitsch sullo stile di Bollywood (la serenata all’amata Eliza su Thunder Road o Born to Run cantata a squarciagola per le strade della cittadina inglese).

“Aida” di Clemente Fracassi come film-(p)opera

Aida di Clemente Fracassi è un esempio calzante di rimediazione cinematografica, che voleva avvicinare la cultura “alta” senza rinunciare alla propria natura popolare. Le scenografie e i costumi volutamente kitsch, oltre alla scelta di Sophia Loren e Lois Maxwell nei ruoli principali di Aida e Amneris (doppiate rispettivamente dal soprano Renata Tebaldi e dal mezzo-soprano Ebe Stignani) sono scelte che evidentemente strizzano l’occhio al filone dei peplum in voga in quegli anni tra America e Italia, riuscendo comunque a rendere la complessità della lirica verdiana a un pubblico ampio e non eccessivamente acculturato. 

Un cinema di relazioni: conversazione con Roberto Minervini

Italiano naturalizzato americano, classe 1970, Roberto Minervini è considerato uno dei più interessanti e originali documentaristi internazionali. Film come Bassa marea, Stop the Pounding Heart e Louisiana hanno raccontato facce nascoste dell’America contemporanea, il volto più intimo e fragile di un Paese le cui ferite raramente sono state mostrate con tanta disarmante sincerità. In occasione dell’anteprima bolognese del nuovo Che fare quando il mondo è in fiamme?, l’ha incontrato per noi Lapo Gresleri, autore del saggio Spike Lee. Orgoglio e pregiudizio nella società americana (Bietti, 2018) recante la prefazione dello stesso Minervini.

Il fascino arcaico dell’India

Quando realizza Il lamento sul sentiero, Satyajit Ray ha da poco superato i trent’anni. E non avrebbe certo immaginato che la sua opera prima sarebbe diventata un pietra miliare del cinema mondiale, nonché spartiacque per la cinematografia indiana, che il regista – divenutone di lì a poco il più importante esponente – sdogana dal circuito locale, portando all’attenzione internazionale la realtà della sua Nazione, fino ad allora conosciuta solo tramite il filtro culturale occidentale e in particolare quello europeo. Vincitore di svariati premi e riconoscimenti – tra cui il Premio per il Documento Umano e il Premio OCIC al Festival di Cannes del 1956 – il film, ottenuto un grande successo in patria, diventa il primo capitolo di una trilogia incentrata sul giovane Apu, figlio di una famiglia povera in un Paese povero.