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“Il testamento di Ann Lee” tra maternità e ribellione radicale

Con Il testamento di Ann Lee Fastvold ritorna sui temi della repressione sessuale e della maternità, già esplorati nel suo precedente The World to Come attraverso la storia d’amore tra due donne americane, Abigail e Tally, nell’Ottocento. Nonostante la storia raccontata dai due lungometraggi sia radicalmente opposta – la scoperta del desiderio in una relazione lesbica contrapposta alla completa negazione della sessualità per fanatismo religioso – diversi fili rossi suggeriscono infatti una continuità tra le due opere della regista.

“Ghost Elephants” e il nostro pianeta alieno

Come un James Cameron in versione documentaristica, Herzog ci invita ad esplorare un ambiente alieno di somma magnificenza, ma non siamo su un altro pianeta: è il nostro mondo, restituito nella sua bellezza primordiale in un solenne atto di ammirazione. Privo di esile retorica e avulso da banalità romantiche circa la benevolenza della natura, lo sguardo di Herzog resta implacabile nella sua ricerca di verità, finendo per essere, ancora una volta, una straordinaria elaborazione teorica sul cinema stesso.

“Il mago del Cremlino” e la freddezza del ritratto romanzesco

È una sceneggiatura quindi piena e pervasiva che, al tempo stesso, rappresenta la forza e i limiti dell’opera. Quest’ultima risulta così essere un film costruito attorno alla parola, a tratti dimenticando che il cinema – e il cinema di Assayas particolarmente – comunica anche e soprattutto attraverso le immagini. Il risultato è che il tutto possa risultare verboso, emotivamente freddo e un po’ troppo didascalico.

“La grazia” speciale II – L’ossessiva ricerca della verità

Seppur ne La grazia tornino i temi che Paolo Sorrentino ama raccontare da sempre – il rimorso per la giovinezza perduta, la perdita e il dubbio davanti all’incessante scorrere del tempo –, rispetto ai precedenti lavori tutto acquisisce una compattezza e un equilibrio che, forse a discapito di una magnificenza visiva apprezzata altrove, danno l’idea di un compiuto percorso di formazione e suffragano l’impressione che l’Italia vista su schermo sia un luogo lontano dal nostro.

“La grazia” speciale I – Il piacere del dubbio

Sorrentino gira un film sorprendentemente asciutto esteticamente, toccante nella sua semplicità e che, nonostante la solita retorica che lo contraddistingue, è in realtà molto chiaro, forse fin troppo. Mai come in La grazia, infatti, il regista è stato così didascalico. Pur essendo una pellicola incentrata interamente sulla faticosa e inutile ricerca della verità, neutralizzata, appunto, dalla potenza del dubbio e dal piacere dell’illusione, il testo che ci si para davanti è privo di qualsiasi ambiguità.

“No Other Choice” speciale III – Il male ti ride in faccia

La violenza non passa più attraverso le vendicative martellate di Oldboy, né dal rigore opprimente della magione di Mademoiselle, ma dal sorriso forzato di un disoccupato. L’ironia più nera ha sempre costellato l’opera del cineasta coreano, ma mai come in No Other Choice si ride (amaramente) dall’inizio alla fine. Non ci sono antagonisti manifesti, solo la brutalità impersonale delle logiche di mercato, un male che ti fa ottenere quello che vuoi per poi togliertelo, ti ride in faccia e pretende che tu sorrida di rimando.

“No Other Choice” speciale II – Un’efferata creatività

Nonostante la sua natura di remake, No Other Choice si colloca, fin dal suo passaggio in competizione alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, tra le vette della filmografia del suo autore, per la sua feroce originalità nel presentare (sia mantenendo un rigore formale ineccepibile sia prestando il fianco a pirotecniche accelerazioni) una tragedia dalla portata universale: la nostra arrendevolezza dinanzi all’avvento di uno strumento chiamato Intelligenza Artificiale il cui unico traguardo è la capacità di rendere ogni gesto umano ridicolo e tragicomico.

“No Other Choice” speciale I – Homo homini lupus in chiave comica

Il regista coreano rifiuta la prevedibilità e questa volta sceglie il registro comico per descrivere uno scenario tragico a lui congeniale. Lo fa in modo impeccabile, inanellando delle sequenze adrenaliniche e potenti in cui una situazione rocambolesca sostituisce l’altra, centrando un ritmo del racconto che sa rallentare e improvvisamente accelerare con grande naturalezza. Non mancano neppure le pennellate d’autore e l’uso magistrale della camera che sappiamo essere caratteristica di uno dei filmmaker più talentuosi della sua generazione.

“Cover-Up” contro ogni insabbiamento

Come già con Citizenfour, Laura Poitras scava e indaga le radici americane a partire da quei soggetti prima integrati al sistema e poi espulsi ed emarginati perché diventati scomodi e pericolosi. Davanti alla macchina da presa abbiamo così una figura ironica e combattente, sprezzante del pericolo e delle subdole e invisibili logiche di potere che governano la nostra quotidianità. Seymour Hersch ci ricorda cosa sia essere un vero giornalista, quando ormai siamo abituati a pseudo-mestieranti e megafoni di partito.

“Father Mother Sister Brother” speciale III – Fare spazio per il domani

Il film segue una logica di ripetizione capace di generare aspettativa e, soprattutto, di suggerire implicitamente che, al di là delle differenze apparenti, ci si trovi di fronte a un’unica grande famiglia, le cui variazioni costituiscono parti della stessa storia e degli stessi rapporti. Questa modalità invita a concepire Father Mother Sister Brother come un film in tre atti piuttosto che come tre episodi autonomi, rendendolo una possibile versione jarmuschiana di Viaggio a Tokyo di Ozu.

“Father Mother Sister Brother” speciale II – Tra silenzi e cacofonia

Col tempo Jim Jarmusch ci ha abituato ad un cinema focalizzato sui silenzi, basato molto più sul vedere che sul sentire, nonostante le sceneggiature spesso elaborate e il grande impegno dedicato alle musiche. In tal senso Father Mother Sister Brother si colloca perfettamente in questo percorso, seppur con tanti difetti e senza raggiungere i picchi delle carriera del regista, con tre racconti in cui le battute non hanno quasi nessuna rilevanza e tutto ruota attorno ai silenzi, alle smorfie, agli oggetti che si frappongono tra i personaggi.

“Father Mother Sister Brother” speciale I – Inquadratura dopo inquadratura

Si tratta di un lavoro che ci svela, con uno sguardo delicato, come interagiamo con le persone che non abbiamo scelto di avere nella nostra vita, ma che si spera di riuscire comunque ad amare. Spesso i rapporti tra consanguinei nei film sono tumultuosi o eccessivamente sentimentali: Jarmusch riesce a inscenare una sobrietà in cui, con un colpo da maestro, persino il silenzio tra i membri di una famiglia può essere pieno di vita, conferendovi un ritmo quasi comico, come si assistesse piuttosto una conversazione piena di battute esilaranti.

“The Smashing Machine” e il privilegio dell’essere sconfitti

Con uno stile documentaristico (il finale in questo senso è emblematico), tra camera a mano e zoom improvvisi il regista si addentra nella vita privata di Mark Kerr, un bestione dai modi sorprendentemente gentili e garbati, incapace persino di immaginare cosa sia la sconfitta. Quel “no contest” è infatti peggiore di un knock-out, rappresentando il seme del dubbio, ma non la certezza della propria disfatta. Ciò che The Smashing Machine sembra volerci dire è che la proiezione del fallimento è peggio del fallimento stesso.

“Jay Kelly” e la responsabilità di essere sé stessi

Dopo Rumore bianco Baumbach, il cui punto di forza restano i dialoghi teatrali e serrati, torna a una narrazione più mondana dei rapporti umani e familiari, raccontando la solitudine di una persona bloccata tra una maschera che non riesce più a togliersi e il disperato desiderio di non scoprire, a sessant’anni, di essere completamente sola. Ogni contesto o inquadramento emotivo poggia soprattutto sulla metanarrazione offerta da Clooney, la cui carriera reale viene richiamata in un montaggio parallelo a quella del personaggio durante una cerimonia di premiazione in Toscana.

“Bugonia” speciale II – Il presente attraverso i miti del passato

Con questo nuovo film il regista greco – come già aveva fatto in Il sacrificio del cervo sacro, ispirato alla tragedia di Ifigenia – ci racconta il presente attraverso i miti del passato. In un episodio delle sue Georgiche, Virgilio riprende l’antico mito della bugonia, raccontando che le api perdute del pastore Aristeo si rigenerano dalla carcassa di alcuni buoi sacrificati: allo stesso modo anche Lanthimos immagina un sacrificio, che questa volta risparmia il mondo animale, per ripartire da zero.

“Bugonia” speciale I – La notte dell’umanità

Il film, a metà strada tra il macabro e il divertente, oscilla continuamente tra il delirio paranoico e la possibilità reale di un’invasione aliena, in una spirale di eventi sempre più ambigua, che mette in discussione le percezioni dei personaggi e dello spettatore. In pieno stile Lanthimos, la narrazione felicemente sceneggiata da Will Tracy e resa con un formato dell’immagine in 4:3, alterna freddezza formale a improvvisi eccessi visivi ed è sorretta dall’ottima prova di Emma Stone.

“Frankenstein” senza il calore del mostro

Se Frankenstein è presente da sempre nel cinema di Del Toro, nella sensibilità oscura delle sue visioni, nei suoi mostri pervasi di sentimenti più limpidi rispetto a quelli delle persone comuni, forse l’originalità non rappresenta il giusto parametro attraverso cui valutare questo progetto. Analogamente al modo in cui l’accostamento di due poli magnetici positivi genera un fenomeno di repulsione, la sovrapposizione di immaginari simili come quello di Guillermo del Toro e quello di Mary Shelley finisce per generare una sorta di annullamento: non un risultato irrimediabilmente negativo, ma nemmeno in grado di infondere energia, calore ed emozione.

“After The Hunt” speciale II – Tra potere, ambiguità e consenso

After The Hunt si propone di esplorare le zone di luce e ombra del movimento #MeToo, invitando lo spettatore a interrogarsi su cosa significhi “credere alle vittime” nei casi di violenza sessuale. Sebbene si avvicini ad essere un’indagine interessante su cosa significhi il consenso all’interno di dinamiche di potere, il turbinio di contraddizioni rischia di diventare paludoso all’eccesso, perdendo il proprio focus.

“After the Hunt” speciale I – La verità secondo la macchina da presa

La verità non va cercata nelle parole, o in discorsi la cui complessità viene frustrata dall’utilizzo “errato” di un articolo, ma nelle mani dei personaggi su cui indugia con insistenza la macchina da presa, negli occhi, negli sguardi che si cercano o si evitano, nello stare seduti in un modo piuttosto che in un altro, nel mangiare frenetico, quasi bulimico, nel modo di bere, di fumare, nelle pause e nei silenzi o, forse, in un’innocua banconota da venti dollari. Con la sua ambiguità, After the Hunt ci invita a metterci a disagio.

“L’isola di Andrea” tra il reale e il plurale

L’iter giudiziario, che suddivide il film in capitoli corrispondenti alle sue diversi fasi, diventa l’occasione per vivisezionare una famiglia a colpi di domande, interazioni, disegni, associazioni d’idee e giochi con le costruzioni. La macchina da presa di Capuano si muove in continua tensione fra naturalismo e antinaturalismo, con molti long take oscillanti fra lo stile malfermo all’impronta da cinema del reale e stilizzati fraseggi circonvoluti, avvolgendo i personaggi ma anche accerchiandoli all’ammissione delle proprie manchevolezze.