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“La voce di Hind Rajab” speciale II – Oltre il velo che ci separa dalla morte

Ci sono film il cui valore non è quantificabile entro i limiti del giudizio artistico. Film che sono documenti, testimonianze o, come nel caso di La  voce di Hind Rajab, un ponte tra la realtà e la finzione, tra la vita e ciò che sta oltre il velo che ci separa dalla morte. E allora, in questo caso, gli esili strumenti della critica cinematografica non bastano più, o peggio, rischiano di sminuire la portata di un messaggio per cui l’arte non può che essere un supporto, un mezzo di propagazione

“La voce di Hind Rajab” speciale I – Come un thriller da camera

L’uso della voce di Hind Rajad diviene fondamentale perché intenso frammento veritiero della tragedia e di quanto sta accadendo ancora in Palestina. Unica opzione giusta, poiché ricreare quei frammenti di voce facendoli recitare a una bambina sarebbe stata soltanto pornografia emozionale. Questo necessario utilizzo, simile a quelle opere che integrano scene girate ex novo con found footage, potrebbe essere definito “sound footage”, ovvero in un film di finzione sono presenti fonti sonore originali.

“Duse” in un mondo che sta cambiando

Il regista attinge alla sua formazione documentaristica, con un riuscito lavoro di ibridazione di fiction e filmati d’archivio, per tratteggiare i rivolgimenti politici e sociali che attraversano l’Italia dove ormai incombe l’ascesa del fascismo. L’operazione di contestualizzazione storica, a tratti evocativa eppure solo accennata, si fonde con una ricostruzione del mito Duse filologicamente fedele alle fonti documentali, cercando di mostrare come la crisi personale dell’attrice coincida con l’avvento di un mondo nuovo con cui bisogna fare i conti.

“Elisa” nell’enigma della colpa

Di Costanzo districa un andirivieni temporale tra presente e flashback di ricostruzione mnesica nelle modulazioni terse della trasparenza di regia, in un percorso mai ondivago, più arioso delle opere precedenti, sempre affrancato da stilemi, ancorato al mondo invisibile della protagonista decentrata nell’inquadratura, a cui nel finale si concede una liberatoria certezza: un piano d’insieme con l’altro, nel prodigio dello scambio della parola scritta.

Il commento finale a Venezia 82

Al di là dei film, forse questa ottantaduesima edizione del Festival di Venezia, verrà ricordata per l’urgenza che ha animato incontri, scambi e dichiarazioni. Senza troppo giri di parole, l’onta del genocidio palestinese non è mai stata tanto pressante nel dibattito culturale intorno al cinema e il festival è stato da più parti richiamato a svolgere la sua funzione di luogo di confronto per temi di cui l’arte deve farsi portatrice.

“Un film fatto per Bene” e il cinema-fantasma

Un’ulteriore anomalia linguistica, l’ennesimo gesto anarchico con il quale Maresco cerca di scendere a patti con l’intento frustrato di trovare una capacità espressiva attraverso le forme canoniche del cinema italiano. Una voce dissidente che però ingloba il contesto circostante per farsene beffa con sprezzante sarcasmo e renderlo materia filmabile. Un film fatto per Bene, titolo leggibile con un duplice significato, diventa dunque un documentario su un film mai realizzato.

“Dead Man’s Wire” tra ricorsi storici e cinematografici

È infatti difficile non pensare a Luigi Mangione guardando Dead Man’s Wire e dunque immaginare un parallelismo tra quanto accaduto l’anno scorso e le azioni commesse da Tony Kiritsis nel 1977, il quale, sentendosi tradito e truffato dalla banca che gestiva il suo mutuo, ne rapì il presidente. Van Sant torna dunque alla cronaca, alla violenza istintiva e al rapporto con i media, trattando il tutto però con un’ironia inaspettata, pur restando tagliente e affilato.

“In the Hand of Dante” o come perdersi tra passato e presente

In un certo senso, In the Hand of Dante ricorda Megalopolis di Francis Ford Coppola: un film dalla storia travagliata, in cantiere per più di quindici anni, che ha richiesto un enorme sforzo produttivo e per cui il regista si è rifiutato di scendere a compromessi. Il risultato di un travaglio tanto lungo è però un prodotto confuso, che cerca di bilanciare due storie senza riuscirci e restituendo anzi personaggi piatti, dalla storia abbozzata e dalla caratterizzazione stereotipica. 

“Kwaidan” al cuore delle cose

Che Kwaidan (letteralmente, “Storie di fantasmi”) sia una pellicola profondamente diversa rispetto alle opere precedenti di Masaki Kobayashi – La condizione umana (1959-1961) e Harakiri (1962), altrettanto critico nei confronti di un paese soffocato dalla viltà degli uomini al potere – lo s’intuisce all’istante. Sin dai titoli di testa, da uno schermo bianco riempito da miscele di diversa consistenza e tonalità, attraverso le quali spettri di diversa origine sembrano imporre la propria essenza, predestinando ad altri palcoscenici le trappole del “realismo”.

“Motor City” tra linguaggio del corpo e cliché di genere

Quattro anni dopo l’esordio con Old Henry, western crepuscolare con un Tim Blake Nelson in grande spolvero, Potsy Ponciroli ritorna al lido di Venezia nella sezione Spotlight per presentare un ambizioso revenge movie caratterizzato dalla quasi totale assenza di dialoghi. La prima sequenza vorrebbe infatti delineare il tono dell’intero film, con i personaggi che combattono a ritmo di musica e si esprimono usando unicamente il linguaggio del corpo.

“Broken English” e l’innata teatralità di Marianne Faithfull

Broken English (2025) è un coraggioso ritratto documentaristico di Jain Forsyth e Jane Pollard dell’iconica cantautrice inglese Marianne Faithfull, spesso liquidata dalla narrazione ufficiale come “fidanzata di Mick Jagger” a poco più di una nota decorativa nella storia dei Rolling Stones. Marianne invece è stata una artista autentica e prolifica che ha pubblicato più di trenta album e si è reinventa continuamente anche come attrice e performer.

“La valle dei sorrisi” tra codici rinnovati e ascendenze folk

Un horror all’italiana che, a differenza del gotico ad ambientazione anglosassone di Bava o dell’alterità degli ambienti urbani ibridi di Argento, trova una collocazione geografica precisa, sposandosi con costume e usanze dei luoghi in cui è calato. La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli, rinnova e acuisce ulteriormente questa scelta. Il film palesa le ottime intenzioni e sottolinea nuovamente il suo intuito nel saper ravvivare i codici del genere innestandovi delle idee vibranti

“Orphan” e il privilegio dell’assenza

Se a livello narrativo Nemes si concentra nuovamente sulla prospettiva del singolo individuo, la regia e la fotografia segnano uno stacco rispetto ai precedenti lavori, caratterizzati da un focus ossessivo sul volto dei protagonisti e lasciando fuori fuoco tutto il resto. Questa volta lo sguardo è invece dotato di vista periferica e ci è permesso di osservare ciò che si trova al margine del campo visivo, pur mantenendo l’attenzione sul ragazzo. 

“Queen Kelly” ammaliante ritorno del mito

Chi non può sottrarsi ad una adolescente infatuazione per quel cinema e all’auratica malia delle dive che incarnano il mito luminoso del firmamento hollywoodiano, il più icastico sistema di stelle, con la sua paradigmatica serie di coppie attrice -regista, potrà godersi Queen Kelly (1929) presentato alla 82sima edizione della Mostra del Cinema di Venezia nella sezione classici,  con una nuova colonna sonora originale di Eli Denson eseguita dal Syntax Ensemble, in una  versione restaurata con materiali ritrovati da Dennis Doros (Milestone Film & Video), che nel 1985 aveva già realizzato una prima ricostruzione del film.

La serialità televisiva nei festival internazionali del cinema. Alcune riflessioni

L’inclusione di serie televisive all’interno di un festival dedicato principalmente al cinema è un fenomeno che si estende ad altri grandi festival europei. Non si tratta di una concessione da parte del circuito festivaliero verso forme audiovisive non prettamente cinematografiche che per via di riconosciute qualità meritano di essere incluse nella selezione ufficiale – esistono già numerosi festival internazionali dedicati alle serie TV. È, invece, una presa di posizione che intende valorizzare, accanto alla produzione cinematografica, anche quella televisiva, rendendola parte integrante dell’esperienza cinefila tipica di un festival.