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La piccola bottega di splendori. Il cinema di Roger Corman

“Noi siamo artigiani e cerchiamo di fare del nostro meglio” affermava il soprannominato “Re dei B-Movie” che sin dagli anni Cinquanta, con intraprendenza e inventiva, sdogana questo cinema elevandolo qualitativamente senza però perderne la sua originale natura povera e artigianale. Anzi, facendo leva proprio su tali limiti materiali, Corman li trasforma nei punti di forza di uno stile coinvolgente quanto riconoscibile: duro, diretto e scarno. Un cinema che gioca col cinema, rispettoso dei canoni ma al contempo loro irriverente innovatore.

“American Fiction” e il cliché della satira sugli stereotipi

Un film in apparenza dissacrante, in realtà perfettamente in linea con il riscoperto spirito progressista di Hollywood che, dettato dalle nuove prospettive sociali e culturali inerenti l’annosa questione etnica americana, finisce spesso per auto-incensarsi con pellicole superficialmente innovative che invece ribadiscono ruoli e gerarchie sociali consolidati nel tempo e nella storia nazionale (come 12 anni schiavo o Green Book, solo per ricordare gli eclatanti casi più recenti).

“Il colore viola” tra impegno e spettacolo

I pur notevoli numeri musicali, che diretti con maestria  sottolineano e alleggeriscono i momenti più delicati del racconto, ripropongono di fatto un tradizionale immaginario legato all’afroamericano che la nuova produzione black sta cercando tenacemente di smantellare. Jazz e blues associati a neri dissoluti e lussuriosi, work songs su massacranti lavori di massaie, operai e chain gang, tutti interpretati con sorrisi, mossette e gridolini è quanto di più stereotipato Hollywood continui testardamente a proporre.

“Due fratelli” e i legami da recidere

Se nel suo importante esordio Montparnasse – Femminile singolare l’emergente Léonor Serraille raccontava i tentativi della protagonista Paula di costruire e difendere una propria autonomia e indipendenza tra affetti e lavoro, nel secondo lungometraggio la regista parte da uno spunto simile per intraprendere invece altri percorsi. Due fratelli affronta così dinamiche della marginalità sociale da una prospettiva che apre a considerazioni su cui il cinema ha il compito di riflettere e far riflettere in un contesto complesso come quello contemporaneo.

“A Thousand and One” e la solidarietà come resistenza

Rockwell sviluppa così un’idea di famiglia particolarmente vicina a quello del contemporaneo Hirozaku Kore’eda, maestro giapponese di profonde riflessioni sui reali vincoli affettivi che travalicano i legami di sangue. Come per l’autore di Ritratto di famiglia con tempesta, anche per la cineasta emergente la famiglia essenzialmente la si crea fondandone i pilastri su un legame che si sceglie di vivere e non che si eredita.

“Il ferroviere” e la condivisione di intenti e destini

Reduce da alcuni insuccessi commerciali, con Il ferroviere Germi firma la sua prima opera fortemente personale, debitrice verso il realismo francese di Marcel Carné e Jean Renoir. Nel racconto del ferroviere Andrea Marcocci, diviso tra il disumanizzante lavoro e una famiglia che sta perdendo la sua unità, l’autore trova la forma a lui ideale per esprimere una sensibile compassione verso la condizione di emarginazione sociale di cui lui stesso si fa portavoce: è Il ferroviere infatti il primo film del regista da lui stesso anche interpretato.

“La valle dell’Eden” e la falsa terra promessa

Nel conflitto familiare di Caleb con il padre Adam e il fratello Aron al centro del film può essere rintracciata la medesima sottotraccia biblica del romanzo originale, una rilettura moderna del mito di Caino e Abele entrambi desiderosi di compiacere il padre ma le cui opposte nature portano a diversi destini. Effettivamente è questo triangolo sentimentale il perno dell’opera di Kazan, che come Steinbeck è sempre attento agli ultimi, reietti, diseredati e dimenticati: raccontare il disagio di un Paese a partire dai suoi figli.

“Smog” e l’un-american dream di Franco Rossi

Ambientato durante le 48 ore di scalo a Los Angeles dell’avvocato Vittorio Ciocchetti in trasferta per una causa di divorzio in Messico, Smog segue il peregrinare del protagonista per i quartieri della  città americana accompagnato da Mario, un italiano conosciuto in aeroporto che da anni si arrabatta sfruttando in America il mito italiano per i suoi modesti e discutibili affari. Introdotto nella comunità locale di connazionali, Ciocchetti farà i conti con le contraddizioni e le storture del sogno americano, specchi di medesimi limiti e difetti del coevo boom economico tricolore.

Roemer, Schickele, Klein e il cinema indipendente americano bianco tra Black Pride e Black Power

Se negli anni Cinquanta Sidney Poitier e Harry Belafonte avevano portato a Hollywood i sentori del cambiamento sociale e culturale rappresentato dal Movimento per i Diritti Civili, il cinema indipendente bianco statunitense del decennio successivo pone al centro della narrazione i problemi dell’America contemporanea e in particolare quelli legati alla scottante questione afroamericana, rivoluzionando al contempo l’iconografia a essa connessa.

Del mito e dell’eroe. La decostruzione di Rocky nella trilogia “Creed”

La trilogia di Creed ideata da Coogler diventa più che un’astuta operazione di marketing per sfruttare l’ormai appannata fascinazione del “marchio” Rocky facendosi vero e proprio smantellamento del mito del suo protagonista. Una rivisitazione che, pur rispettosa del personaggio, porta il discorso su altri territori nuovi e distanti dalle dinamiche originali. Un rinnovamento dell’idea stessa dell’America che tenga conto di una realtà ben più complessa e articolata con cui ora è inevitabile fare i conti.

“The Woman King” tra eroismo femminile e Diaspora africana

Basandosi su eventi reali e frutto di una lunga e approfondita ricerca il lungometraggio rilegge il mito della guerriere Agojie, un corpo di impavide Amazzoni a servizio del Regno di Dahomey che tra il 1600 e il 1900 si contraddistinse nella cattura e tratta atlantica degli schiavi. La sceneggiatura trasforma le guerriere in difenditrici della patria votate all’indipendenza dal dominio dell’Impero Oyo e dai suoi legami con i trafficanti di uomini europei e americani. Un’operazione che non ha intenti di falsificazione storica quanto di riflessiva rilettura di un ruolo sociale ancora oggi troppo sottovalutato.

“The African Desperate” tra ironia e critica sociale

Giocato sull’ironia e la critica sociale che contraddistinguono l’opera di Syms, il film si presta a una satira sul mondo dell’arte contemporanea visto come una sorta di alveolo protettivo ed esclusivo per aspiranti creativi un po’ fricchettoni, esaltati da una vita fuori dagli schemi a base di sballi sintetici e la ricerca di una forzata e ostentata alternatività. Quello di Palace diventa così un giro a vuoto, una specie di viaggio alla ricerca di un Io non raggiunto e forse irraggiungibile, motivo di quel disagio che permea il film sin dal titolo.

Chi ha paura dell’uomo nero? L’afroamericano e il cinema horror

Salito alla ribalta con Jordan Peele, l’horror afroamericano è diventato uno dei generi di maggior successo della recente produzione hollywoodiana con risultati altalenanti, ma comunque rappresentativi di un fenomeno culturale in rapida ascesa che, ribaltando gli stilemi classici del genere, ne rielabora e aggiorna contenuti, dinamiche e paradigmi narrative ormai consolidati. Ma la storia del cinema statunitense mostra chiaramente che la questione nera è stata da sempre connessa alla realtà nazionale o meglio a una sua lettura e conseguente rappresentazione discriminatoria e razzista.

La fotocinematografia di Stanley Kubrick

Edito da Mimesis, Look Over Look. Il cuore fotografico del cinema di Stanley Kubrick viene a colmare una significativa lacuna negli studi dedicati al grande regista newyorkese, evidenziando l’influenza che la fotografia ha avuto da sempre nella formazione artistica del cineasta, che esordì a 17 anni proprio come fotoreporter per la rivista “Look”. Ne parliamo con l’autrice Caterina Martino, studiosa di storia e teoria della fotografia italiana e internazionale nei suoi rapporti con le altre arti (in particolare cinema) e con il dibattito filosofico contemporaneo.

Non è facile essere il primo. “Sidney” di Reginald Hudlin

Dopo Marcia per la libertà, The Black Godfather e Safety – Sempre al tuo fianco, Reginald Hudlin continua la sua personale galleria di figure simboliche della società afroamericana del Novecento con Sidney, documentario prodotto da Oprah Winfrey e distribuito da Apple Tv+, dedicato alla prima black star hollywoodiana Sidney Poitier e al suo simbolico lascito culturale. Avvalendosi della collaborazione di Poitier stesso, il film diventa una sorta di racconto in prima persona della sua vita e carriera, arricchito dalle testimonianze di familiari, amici e colleghi.

Ceci n’est pas Maigret

In pratica Leconte parte da Maigret per rileggerlo, riscriverlo, reinterpretarlo allontanandosi dall’adattamento fedele e forse fuori tempo commerciale per darne una sua personale versione che esula dal personaggio stesso e dal suo contesto a partire dal titolo, che rimanda più all’idea del noto personaggio che al romanzo in oggetto. Come lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie, Maigret è altro: riprende la figura principale ma lo rielabora liberamente in un efficace racconto di genere che rimanda all’universo specifico di riferimento pur non venendone a farsi parte integrante.

“Nope” di Jordan Peele e la negazione dello sguardo – Speciale parte I

“Non guardare” è il divieto di scrutare la creatura per non esserne vittima. Il legame tra il protagonista e le fiere non è casuale. Da sempre associato a una denigrante idea di brutalità, l’afroamericano ha subito sin dalla schiavitù un trattamento analogo a quello riservato agli animali. Nero e bestia sono stati addomesticati a forza (torna qui il legame con il western, la sua poetica e ideologia) ed entrambi hanno sviluppato un istinto di salvaguardia, un’inaccessibilità che in definitiva li rende imprevedibili e perciò irrimediabilmente pericolosi. 

In the Name of Soul. “The Blues Brothers” e l’abbattimento delle barriere

Ricca di una comicità rocambolesca e catastrofica, la pellicola si caratterizza però soprattutto per i cammei di grandi stelle della black music come James Brown, John Lee Hooker, Ray Charles, Aretha Franklin e Cab Calloway, irrinunciabili punti di arrivo e partenza per chiunque voglia approcciarsi alle sonorità afroamericane. Le loro esibizioni sono pietre miliari del cinema musicale tout-court: si pensi agli essenziali snodi narrativi rappresentati dai brani The Old Landmark, Shake A Tail Feather, Think o al virtuosismo vocale tipicamente nero di Calloway in Minnie The Moocher

Addio Zio Tom. “Non predicare…spara!” di Sidney Poitier

Non è casuale che Poitier scelga di cimentarsi con il western, genere per eccellenza dedicato all’elegia della nazione e alla celebrazione del suo mito fondativo, mostrandone però un altro aspetto, più oscuro, violento e volutamente omesso dalla narrazione dominante a partire dalla rappresentazione di cowboy neri, storicamente stimati come un quarto dei mandriani statunitensi ma totalmente assenti dall’immaginario hollywoodiano. Le peripezie dell’ex-sergente Buck e del Predicatore, impegnati nel condurre un gruppo di schiavi liberati esuli dalla Louisiana al Kansas, sono un chiaro riferimento alla condizione dei neri americani del tempo.

“Harriet” e il viaggio dell’eroina

Autrice attenta al tortuoso percorso di emancipazione femminile nera (La baia di Eva, Self-made – La vita di Madam C. J. Walker), con Harriet Kasi Lemmons firma la sua opera forse più riuscita, sentito omaggio a una delle figure più emblematiche della storia afroamericana. La vita di Harriet Tubman, ex-schiava abolizionista poi guida per altri fuggiaschi e infine combattente nella Guerra di Secessione contro il Sud, diventa esempio significativo e mai sufficientemente sottolineato del contributo dato dalle donne afroamericane alla causa nera dalla schiavitù a oggi.