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Buster Keaton e la morale della gag

Tra una gag e l’altra basate principalmente sull’equivoco, quella che rimane più impressa è sicuramente la scena in cui Keaton è a tavola con tutti gli enormi parenti della donna. Questi si abbuffano come il piccolo uomo non ha mai visto fare prima, mentre lui, ovviamente, rimane a bocca asciutta. Al momento del caffè il suo genio comico esplode, il personaggio non riesce più a trattenersi e nel vedere uno dei cognati che continua a riempire il suo caffè di zucchero Keaton gli prende la tazzina e con prepotenza rovescia il caffè direttamente nella zuccheriera. Un’altra gag memorabile, che probabilmente Blake Edwards ha visto e riproposto in Hollywood Party, è quella in cui Keaton sbadatamente aggiunge troppo lievito alla birra, fatta in casa dalla moglie, così la schiuma della bevanda nel momento clou dell’azione riempie la cucina e invade altre stanze della lussuosa abitazione.

Intervista a Cecilia Mangini

Prima della proiezione del restaurato Essere donne abbiamo avuto l’opportunità di intervistare, la prima documentarista donna italiana, Cecilia Mangini. Il suo documentario, opera ostacolata dal clima politico dell’epoca, è tuttora una delle opere più importanti realizzate sulle condizioni di vita delle figure femminili negli anni Sessanta e alcuni aspetti sono più attuali di quanto si possa immaginare. Cecilia Mangini ha voluto iniziare l’intervista dicendo qualcosa ai giovani aspiranti registi e amanti di cinema presenti, e non, per filmarla. “Ho una dichiarazione da fare. Quando volevo fare cinema, sapevo di una scuola a Roma molto prestigiosa, una bella mattina, all’epoca vivevo a Firenze, ho preso il tram e sono arrivata fin là. Sono poi andata all’ufficio informazione e ho detto: ‘ditemi tutto quello che serve, qui da voi, per diventare regista’. Mi hanno guardata sbalorditi e hanno risposto: ‘no, impossibile. Le donne non possono fare regia’.

Intervista a Timothy Brock

In occasione della XXXIII edizione del festival del Cinema Ritrovato abbiamo pensato fare alcune domande al Maestro Timothy Brock, direttore e compositore specializzato nell’accompagnamento dal vivo di film muti e che dal 1999 si occupa di preservare e restaurare le colonne sonore dell’archivio Chaplin. In questi nove giorni di celebrazione del restauro e della passione per il cinema Brock dirige, per ben due volte, l’orchestra del Teatro Comunale. In questa edizione, per il cineconcerto in Piazza Maggiore de Il Cameraman di Buster Keaton, il Maestro ha composto una partitura, per poco meno di venti elementi, arricchita da passaggi musicalmente e sentimentalmente profondi e complessi.

“Il cameraman” di Buster Keaton al Cinema Ritrovato 2019

È un movimento fluido, ma al contempo, per quello che il nostro occhio percepisce, è anche estremamente vivace tale è la costruzione dello spazio all’interno dell’inquadratura e la dinamicità fisica dell’attore. Vista sul grande schermo di Piazza Maggiore anche la sequenza dello spogliatoio è diversa, più libera e meno angusta per lo spettatore, ma esattamente il contrario per Keaton che, mentre tenta di cambiarsi, viene schiacciato contro le pareti della cabina, e dello schermo, fino a quando vediamo emergere un’esile mano che vuole chiedere aiuto. Keaton ha infatti raggiunto, per il suo personaggio, l’apice dell’estraneità dal mondo di cui si fa beffe sia a livello cinematografico – quando il suo personaggio mostra alcuni filmati, girati in maniera sbagliata, creati attraverso sovrimpressioni questo effetto subito porta la memoria all’avanguardia sovietica e al loro sperimentalismo – sia a livello di racconto.

“Conversation avec Romy Schneider” e i segreti della principessa

Da Sissi a Pupe dell’episodio Il lavoro di Luchino Visconti in Boccaccio ’70, da Leni in Il processo di Orson Welles a Marianne in La piscina di Jacques Deray, fino a indossare nuovamente i panni dell’Imperatrice Elisabetta d’Austria in Ludwig di Visconti, Romy Schneider è rimasto un volto indimenticabile per tutti gli appassionati di storia del cinema. È impossibile non conoscere almeno una delle sue molte facce, ma quello che il documentario di Patrick Jeudy vuole mostrare è la Romy che nessuno ha mai pensato. Una donna, una magnifica attrice, che una sera decide di raccontare la verità su se stessa alla giornalista femminista, tedesca come lei, Alice Schwarzer: fondatrice della rivista “Emma”.

“Essere donne” di Cecilia Mangini e lo sguardo incessante

Dopo la prima documentazione sulle donne e l’antico rituale del pianto funebre in lingua grika del Salento in Stendalì e il film di montaggio All’armi siam fascisti diretto insieme a Lino Del Fra e Lino Miccichè, il desiderio della Mangini di denuncia è inarrestabile. Infatti Essere donne non esaudì le aspettative delle aziende che le avevano permesso di intervistare le operaie nelle loro fabbriche, né quelle di chi lo aveva commissionato. Come ha successivamente scritto la regista: “La fabbrica è un feudo privatissimo e anche un luogo incontaminato dove non sono entrati né cinema, né televisione, l’accesso è per i cinegiornali che si fermano davanti ai nastri inaugurali tagliati da sua eccellenza o da sua eminenza […]”. 

“No Maps on My Taps” e la dura storia del tip-tap

La cucina, la strada e svariate pedane di recupero sono i luoghi in cui è avvenuta la formazione di questi artisti, prima di solcare veri palchi come quelli dell’Apollo: il noto teatro newyorkese. L’ambiente domestico è la palestra che accomuna questi ballerini di tip-tap. Così George Nierenberg fa danzare la macchina da presa alternando le esibizioni alla vita esemplare dei tre protagonisti, con uno schema compositivo ben delineato. Infatti No Maps on My Taps – presentato in anteprima a La Settima Arte di Rimini – segue un solo tema, il tip-tap, ed ha una struttura bipartita, ovvero dalla cultura alla musicalità e da questa al profondo rispetto per le personalità uniche degli artisti, accompagnati dalle loro storie.

Jerry Lewis a fumetti

Jerry Lewis è una figura centrale e unica della storia del cinema, il suo corpo snodato e la mimica facciale sono stati esempi essenziali. Lewis riesce a mostrare la sua capacità di convivere con un’identità sdoppiata: da un lato quella di corpus attoriale e dall’altro quella cartoonesca. Chi prontamente si accorse delle potenzialità dell’attore fu la Detective Comics che dal 1952 creò una serie a fumetti con Martin e Lewis come protagonisti. La serie prese il nome di The Adventures of Dean Martin and Jerry Lewis e quando il duo si divise cambiò nome in The Adventures of Jerry Lewis. Già dal 1949 la D.C. decise di includere, fra i suoi personaggi, alcuni volti hollywoodiani acquistandone i diritti di immagine, ma per The Adventures of Dean Martin and Jerry Lewis e The Adventures of Jerry Lewis sembra esserci un patto stipulato tra la DC e Martin e Lewis per l’utilizzo della loro immagine. 

“Dilili a Parigi” e la cultura con gli occhi dei bambini

Ocelot disegna Dilili come una sorellina ed è la più giusta descrizione per questo personaggio. Così si soffre nel vederla affrontare le difficoltà che intralciano il suo roseo destino, e ne si invidia la spensieratezza e l’innocenza alla Peter Pan, che Dilili riesce ad omologare, nel corso della vicenda, a grande saggezza, coraggio e astuzia. Ocelot torna quindi a parlare attraverso gli occhi di un bambino che, come in Kirikù e la strega Karabà, ha una saggezza d’animo più tipica dell’anziano cantastorie. Dilili è una bimba che deve molto a Victor Hugo, la sua forza d’animo nel fronteggiare le ingiustizie, razziali e sessiste, ricorda infatti quella di Gavroche, ma se quest’ultimo soccombe a Parigi e al potere, la nostra eroina capeggiando una rivoluzione intellettuale guarda al futuro con positività: un nuovo mondo in cui è possibile costruire una società migliore senza che qualcuno debba genuflettersi.

“Dumbo” tra Burton e Fellini

Dumbo sembra essere, ma non è, lontano dallo stile grottesco che contraddistingue Tim Burton, pur destinato anche ai piccini. Ambientato nell’anno 1919 il Dumbo di Burton sembra riproporre alcune domande che Federico Fellini si pose per la realizzazione del suo film I clowns del 1970: “I clown di allora, di quando ero bambino dove sono adesso? Esiste ancora quella comicità violenta che dava sgomento? Quel grande chiasso esilarante e spasmodico può ancora divertire? Certo il mondo cui apparteneva, di cui era espressione non c’è più […]”. Ecco perché il circo, da arte di strada, nucleo di maschere stravolte dai fumi dell’alcool e da luci psichedeliche, sembrava il perfetto scenario per il classico Tim Burton a cui siamo soliti pensare. 

“Momenti di trascurabile felicità” e il pedinamento cinefilo

La cosa che più colpisce di questo film è l’uso del tempo che, attraverso l’impiego di costanti transizioni, all’inizio è ben scandito, ma più ci si avvicina alla fine più il montaggio diventa caotico e ciò che ne risulta è un’esemplare fusione di passato, presente e futuro sognato. Paolo si muove all’interno della propria vita e del suo mondo come se guardasse se stesso attraverso gli occhi dello spettatore, così i ricordi tornano in maniera assillante e più vividi che mai. La patina che nella sua realtà separa il passato dal presente è solo un’illusione, Paolo può infatti manovrare le sue memorie come preferisce. Pensieri, questioni e aneddoti sono così reali e umani da risultare familiari alla maggioranza del pubblico e, adattati al protagonista, sono stati direttamente tratti dai libri di Francesco Piccolo: Momenti di trascurabile felicità e Momenti di trascurabile infelicità.

Il ritorno di “Totò che visse due volte”

Nel 1998 esce in sala per la prima volta Totò che visse due volte di Daniele Ciprì e Franco Maresco. Ventuno anni dopo, grazie al restauro in 4K realizzato dal laboratorio de L’immagine Ritrovata con la supervisione del direttore della fotografia Luca Bigazzi e promosso dalla Cineteca di Bologna, il film torna in sala come evento speciale del festival Visioni Italiane. A presentarlo c’era Franco Maresco insieme al direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli. La prima volta che Totò che visse due volte venne presentato in sala, come ricorda Maresco, c’era solo Ciprì, così per questa seconda vita del film anche lui ha avuto l’opportunità di introdurlo. Totò che visse due volte è stato l’ultimo film su cui si è abbattuta la censura, vietandone in principio la visione a tutti e poi limitandone la visione ai maggiori di diciotto anni.

“Suspiria” – perché no

Il rosso vivido che schizza sulle pareti, i corpi nudi che si contorcono e la magia rimangono congelati come in una Polaroid. La ferocia di Quentin Tarantino non si addice a Guadagnino perché non ne mostra la visceralità intrinseca, bensì si limita ad esporre le viscere. Gli effetti speciali e la colonna sonora di Thom Yorke non aiutano a sorreggere il film. Così come né l’androgina bellezza dell’attrice feticcio Tilda Swinton (madre e amatrice solinga), né le bellezze di un cast che attinge, anche nello stile, da Fassbinder, non sono riusciti a liberare Guadagnino dalle catene della sua mente. Il regista quindi non riesce a far sua Suspiria, si attornia di madri-padrone costruendo un’immensa tela, apparentemente bellissima, senza poi riuscire a districarsene, forse anche a causa della sceneggiatura di David Kajganich.

Speciale “Roma” – parte II

Ancora una volta, come in Gravity, Cuarón lascia il futuro nelle mani dei suoi forti personaggi femminili. La natura bucolica delle campagne (e le sue creature), poi del mare, regna su tutto lo spazio dell’immagine e, così, può mostrarsi forte e rigogliosa nella sua nostalgica fattezza. La continua lotta tra le inquadrature della città – dei suoi sobborghi e della gente che li abita – e quelle dell’incantevole natura messicana, è lo specchio della guerra degli uomini, sia quella per le strade, sia quella più intima, casalinga. Cuarón, come in I figli degli uomini, inquadra le persone come esseri spietati che, anche e soprattutto nel tempo libero, sparano e si allenano per raggiungere un chissà quale utopistico equilibrio personale. 

“A Kid Like Jake” a Gender Bender 2018

l titolo A Kid Like Jake, ovvero “un bambino come Jake”, è un’affermazione che Alex e Greg si sentono ripetere spesso da amici e famigliari. Questa frase, apparentemente innocua, è per i genitori di Jake più tagliente di una lama affilata.  Se tendenzialmente il punto di ritrovo della famiglia è sempre in cucina o a tavola, qui l’ambiente neutrale per tutti, al centro di alcuni punti cardine del film, è il salotto. Mentre la tavola, o il cucinare, sono attimi in cui le crepe famigliari ed emotive si mostrano. La macchina da presa di Silas Howard, anche in questo caso, asseconda il retroscena teatrale dell’opera, che così acquista molta intensità all’interno della sua semplice linearità. Ciò che è sottolineato più volte, nell’arco narrativo, è il fatto che gli adulti debbano etichettare Jake in un qualche modo, valutandolo e “smistandolo” come se fosse un pacco postale. Così Howard sottopone l’intero gruppo di personaggi ad una continua analisi, messa in atto dal suo occhio inquisitorio.

“Mapplethorpe” a Gender Bender 2018

Salvador Dalì descrisse Picasso come il “genio demoniaco” e definì se stesso come “genio angelico”, Mapplethorpe non è nessuno dei due ed è entrambi contemporaneamente. La sua tecnica, così dura e cruda, trova nei corpi scultorei di Michelangelo la sua aspirazione e ispirazione. Ciò che Ondi Timoner non nasconde è l’ambizione, in costante crescita, del giovane Mapplethorpe che, da vero fanatico del culto del bello, non è modesto né verso le sue composizioni, né nei confronti della fiducia che i suoi amici riponevano in lui. Il Mapplethorpe, interpretato da un simbiotico Matt Smith (Doctor Who, The Crown), è uomo profondamente antipatico, pericoloso, ma anche capace di covare amore, nel profondo di sé, per poche persone nella sua breve vita.

“Kiss Me” a Gender Bender 2018

Océanerosemarie è un’osteopata e un’abile collezionista di storie d’amore fallite. Figlia di una hippie, non rassegnata, conduce la sua vita alla ricerca del vero amore, infilandosi spesso in situazioni promiscue. Kiss Me è una classicissima romantic comedy, con un velo di ironia alla francese che ha però bisogno di un primo tempo di assestamento per mostrarsi. Océanerosemarie – a cui dà volto e sorriso contagioso Océan Michel – è un personaggio con cui facilmente si può empatizzare e a cui sicuramente ci si affeziona. Innamorata dell’idea dell’amore, più che delle sue compagne, trova il cammino tanto desiderato durante il fulmineo incontro con Cécile. Dopo qualche disavventura di persecuzione, nei confronti della fotografa, può finalmente darsi pace e iniziare una relazione amorosa alla maniera di chi la circonda: dalle coppie di amici ai famigliari.

Lo zoom e la storia di uno sguardo

Dopo Morte a Venezia Luchino Visconti aveva l’idea di realizzare una trasposizione cinematografica della Recherche di Proust. E le tracce di questa idea sono già qui molto evidenti nell’evocazione di una dimensione che fin dal principio, attraverso la musica, porta alla malattia e alla morte: vissuta durante l’ultimo sguardo al suo bello. Una visione ravvicinata che fa percepire lo sforzo di Gustav nel voler raggiungere la bellezza che, in un’immagine che è puro cielo e mare, Tadzio possiede. Mentre, all’opposto, dall’ultima immagine, del corpo esanime dell’artista tormentato, Visconti elimina il cielo, lasciando solo il quadro di una terra arsa.

Il folle gioco di morte del “22 luglio”

Il film, in programmazione simultanea su Netflix e in alcune sale scelte, si muove su tre assi paralleli che si avvicinano solo due volte all’interno dell’arco narrativo, ovvero nei momenti cardine: l’attentato e il processo. I personaggi protagonisti di ogni fil rouge sono il filo-nazista Breivik, il Primo Ministro e l’avvocato, e, come ultimo, uno dei ragazzi sopravvissuti, Viljar. La macchina da presa rimbalza in qua e in là tra la rivincita di Viljar, il suo dramma, e la sua possibile storia amorosa o di amicizia, le complessità che il Primo Ministro e l’avvocato difensore devono affrontare, per poi arrivare di tanto in tanto sui primi piani di quella mente assassina di Anders Breivik.

“I diari di Angela” di Yervant Gianikian a Venezia 2018

Attraverso la voce di Gianikian che legge, dai diari di Angela, alcuni commenti, impressioni e descrizioni, ci si addentra, col loro consenso, nella riservatezza di momenti quotidiani ed eccezionali e di sorprendenti amicizie: come quella con Walter Chiari. Così Angela e Yervant rendono lo spettatore partecipe sia di intimi momenti di calma e quiete tra le coltivazioni, gnocchi fatti in casa e il mosto dei contadini, sia di ciò che hanno visto fuori da quella pace. C’è molto delle loro opere in questi essenziali minuti di film, ma si vorrebbe vedere di più. Angela che disegna, o che si fa riprendere mentre gioca col compagno, o che è visibilmente affranta davanti all’orrore della trincerata Sarajevo, ma in cui riesce a scorgere, con sguardo fanciullesco, un albero in fiore: qualcosa di bello contrapposto alla brutalità della natura umana.