Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

Le porte girevoli della storia e del cinema – Speciale “C’era una volta a… Hollywood” III

Tarantino usa il meccanismo di Sliding Doors e fa prendere un’altra direzione a quella che è stata la Storia, velandola di malinconia e costellandola di continue citazioni e rimandi alla storia del cinema ed a i suoi protagonisti. Ecco così che C’era una volta a… Hollywood diventa il ritratto ingiallito di un’epoca finita, un sogno utopistico che si è poi trasformato in un incubo e che nel film finisce in gloria: il lanciafiamme da oggetto di scena usato da Rick per uccidere in massa i nazisti trasforma il suo ruolo e in quella realtà viene usato per uccidere le bestie di quel diavolo che si dipingeva come il Redentore. Tarantino non cela la sua conclamata cinefilia bensì la mostra più sfacciatamente che mai arricchendola di tutta la sua nostalgia per il cinema del passato e trasmettendola ai suoi spettatori.

“La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco a Venezia 2019

Franco Maresco nel 2017, a 25 anni dalle uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, decide di iniziare le riprese di un nuovo film. Al centro di La mafia non è più quella di una volta ci sono le stragi di Capaci e via D’Amelio viste attraverso due figure molto diverse tra loro e che rappresentano due fronti opposti. Da un lato c’è Letizia Battaglia illustre fotografa italiana nota soprattutto per i suoi scatti sulle guerre di mafia, dall’altro lato si trova Ciccio Mira già protagonista nel film precedente di Maresco Belluscone. Una storia siciliana. Letizia Battaglia è delusa, ma non cinica, come invece è Maresco, e guarda alle persone con la speranza di chi non può credere che una tale strage, un tale incubo, sia caduto nell’indifferenza da parte della società siciliana.

“Nevia” di Nunzia De Stefano a Venezia 2019

Nevia è l’opera prima di Nunzia De Stefano, una gemma nella sezione Orizzonti di questa 76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La regista con la sua macchina da presa applica uno sguardo intimo e ravvicinato sulla giovane protagonista. Lo spettatore guarda così quella realtà attraverso gli occhi della selvaggia e scontrosa Nevia, simile a Maggie di Million Dollar Baby, ne vede e percepisce la rabbia, la ribellione, fatta di stacchi e movimenti di macchina bruschi, e la felicità in cui tutto sembra rallentare per godere di quegli attimi di gioia che scorrono sullo schermo. Intriso di una brutale realtà quotidiana Nevia lascia spazio alla possibilità di far diventare realtà i sogni.

“Victor Victoria” a Venezia Classici 2019

Victor Victoria ha il pregio fondere come scrisse Franco La Polla: “il divertimento alla logica, o se preferite, trae dalla logica materiale il divertimento. Ed è questa la ragione della sottile quasi impercettibile insoddisfazione che coglie lo spettatore minimamente attento alla fine del film: la logica è logica e non c’è niente da ridere, i guai, i pregiudizi, le miserie delle regole sociali non hanno niente di comico, eppure noi abbiamo riso.”. E ancora oggi vedendo questo film ridiamo, nonostante la nostra cultura sia bombardata da contenuti al cui centro si trova il tema della libertà sessuale e il travesti non sia più una novità: è interessante notare quanto la libertà d’espressione del proprio corpo e il mutamento dei costumi dal 1982 siano ancora così statici.

“Martin Eden” di Pietro Marcello a Venezia 2019

Pietro Marcello come in La bocca del lupo cerca anche per Martin Eden uno sguardo che catturi l’intimità, i pensieri e le azioni del protagonista conservandone una grandiosa potenza. Evitando gli eccessi compone un’opera intrisa di “un appassionato realismo”, come lo è il Martin Eden di London, e costruisce un personaggio in cui tutti possono vedere se stessi. Guardare il signor Eden nella sua disfatta fisica e psichica è doloroso, anche se Pietro Marcello nel suo film avrebbe potuto approfondire ulteriormente questa seconda parte con le immagini piuttosto che con le parole. Infatti Martin Eden è davvero un racconto per immagini, un insieme di quadri che mostrati allo spettatore, dal primo all’ultimo, lo affascinano per la sua perfezione ed il suo realismo.

“Snack Bar Blues” di Dennis Hopper a Venezia Classici 2019

Hopper grazie a questo personaggio tratteggia alcuni degli animi americani dei primi anni Ottanta, e lo fa con una violenza alla Peckinpah, descrivendo il disagio che la vita offre a un ceto sociale inferiore che ha come unica soluzione possibile la morte: il tramonto dei cowboy fantasmi che ostinati si aggirano per quelle città come il tassista di Taxi Driver di Martin Scorsese e i personaggi de Il ritorno dei morti viventi di Dan O’Bannon. I personaggi del film sono infatti dei dimenticati o, meglio, ignorati dalla società e dalle sue regolamentazioni. Così i ragazzini subiscono la ferocia del paese che li vede come un inutile peso e le loro proteste non conducono a prospettive migliori se non alla via della tragedia ovvero quella di uccidere i padri, le madri e sé stessi.  Snack bar blues è ancora oggi aggressivo come i tagli di montaggio netti di Hopper e la sua camera che spesso si muove velocemente per seguire gli sbalzi d’umore e il ritmo frenetico della vita della sua giovane protagonista. Hopper ha messo quindi sotto i riflettori i problemi di quell’America e lo ha fatto servendosi degli occhi di una giovane ragazza distrutta dai suoi familiari, dalle sue frequentazioni e dalla società che la ignora.

“Ad Astra” di James Gray a Venezia 2019

James Gray torna nuovamente a dirigere e sceneggiare due dei suoi temi cardine: il rapporto padre-figlio e la solitudine dell’individuo. Il protagonista deve convivere con un senso di solitudine che lo attanaglia, ma rifiuta comunque di prendere gli stabilizzatori dell’umore e la macchina rilevatrice dei parametri di salute non capisce che il suo paziente non è nelle condizioni giuste per compiere la missione. La solitudine è centrale sia nei lunghi monologhi in voice over, sia nei primi piani che evidenziano la chiusura in se stesso del personaggio. Gray tratta quindi entrambe le tematiche che lo hanno reso noto dai tempi di Little Odessa (1994) e I padroni della notte (2007) con meno aggressività, come se il suo sguardo si fosse perso nella cura di altri aspetti scrutando lo spazio insieme al suo personaggio. 

“Storia di un matrimonio” di Noah Baumbach a Venezia 2019

La voce di Charlie (Adam Driver), introduce Nicole (Scarlett Johansson), il primo personaggio visivamente presente del film. Uno dopo l’altro, marito e moglie raccontano i pregi del proprio compagno rivelando il grande amore che li ha spinti a sposarsi. Successivamente, il tono ironico e incantato iniziale lascia spazio al rammarico e alla crisi esistenziale che Nicole e Charlie stanno vivendo, a causa del loro imminente divorzio. Noah Baumbach tenta di proporre al suo spettatore uno sguardo diverso da quello feroce di Kramer contro Kramer di Robert Benton e del suo Il calamaro e la balena. In questa storia, Baumbach cerca la storia d’amore che resiste e cambia forma all’interno di un processo complicato come il divorzio. Il cineasta pone al centro della narrazione l’importanza dei rapporti umani e l’umorismo situazionale alla Woody Allen e, soprattutto, gli stessi Stati che portano alla separazione di Annie e Alvy in “Io e Annie”: New York e la California. Tuttavia, Charlie e Nicole devono andare oltre le loro personalità egocentriche e ai monotoni uffici trovando il modo di “guardarsi allo specchio” per il bene del figlio e, dunque, della loro famiglia. 

Buster Keaton e la morale della gag

Tra una gag e l’altra basate principalmente sull’equivoco, quella che rimane più impressa è sicuramente la scena in cui Keaton è a tavola con tutti gli enormi parenti della donna. Questi si abbuffano come il piccolo uomo non ha mai visto fare prima, mentre lui, ovviamente, rimane a bocca asciutta. Al momento del caffè il suo genio comico esplode, il personaggio non riesce più a trattenersi e nel vedere uno dei cognati che continua a riempire il suo caffè di zucchero Keaton gli prende la tazzina e con prepotenza rovescia il caffè direttamente nella zuccheriera. Un’altra gag memorabile, che probabilmente Blake Edwards ha visto e riproposto in Hollywood Party, è quella in cui Keaton sbadatamente aggiunge troppo lievito alla birra, fatta in casa dalla moglie, così la schiuma della bevanda nel momento clou dell’azione riempie la cucina e invade altre stanze della lussuosa abitazione.

Intervista a Cecilia Mangini

Prima della proiezione del restaurato Essere donne abbiamo avuto l’opportunità di intervistare, la prima documentarista donna italiana, Cecilia Mangini. Il suo documentario, opera ostacolata dal clima politico dell’epoca, è tuttora una delle opere più importanti realizzate sulle condizioni di vita delle figure femminili negli anni Sessanta e alcuni aspetti sono più attuali di quanto si possa immaginare. Cecilia Mangini ha voluto iniziare l’intervista dicendo qualcosa ai giovani aspiranti registi e amanti di cinema presenti, e non, per filmarla. “Ho una dichiarazione da fare. Quando volevo fare cinema, sapevo di una scuola a Roma molto prestigiosa, una bella mattina, all’epoca vivevo a Firenze, ho preso il tram e sono arrivata fin là. Sono poi andata all’ufficio informazione e ho detto: ‘ditemi tutto quello che serve, qui da voi, per diventare regista’. Mi hanno guardata sbalorditi e hanno risposto: ‘no, impossibile. Le donne non possono fare regia’.

Intervista a Timothy Brock

In occasione della XXXIII edizione del festival del Cinema Ritrovato abbiamo pensato fare alcune domande al Maestro Timothy Brock, direttore e compositore specializzato nell’accompagnamento dal vivo di film muti e che dal 1999 si occupa di preservare e restaurare le colonne sonore dell’archivio Chaplin. In questi nove giorni di celebrazione del restauro e della passione per il cinema Brock dirige, per ben due volte, l’orchestra del Teatro Comunale. In questa edizione, per il cineconcerto in Piazza Maggiore de Il Cameraman di Buster Keaton, il Maestro ha composto una partitura, per poco meno di venti elementi, arricchita da passaggi musicalmente e sentimentalmente profondi e complessi.

“Il cameraman” di Buster Keaton al Cinema Ritrovato 2019

È un movimento fluido, ma al contempo, per quello che il nostro occhio percepisce, è anche estremamente vivace tale è la costruzione dello spazio all’interno dell’inquadratura e la dinamicità fisica dell’attore. Vista sul grande schermo di Piazza Maggiore anche la sequenza dello spogliatoio è diversa, più libera e meno angusta per lo spettatore, ma esattamente il contrario per Keaton che, mentre tenta di cambiarsi, viene schiacciato contro le pareti della cabina, e dello schermo, fino a quando vediamo emergere un’esile mano che vuole chiedere aiuto. Keaton ha infatti raggiunto, per il suo personaggio, l’apice dell’estraneità dal mondo di cui si fa beffe sia a livello cinematografico – quando il suo personaggio mostra alcuni filmati, girati in maniera sbagliata, creati attraverso sovrimpressioni questo effetto subito porta la memoria all’avanguardia sovietica e al loro sperimentalismo – sia a livello di racconto.

“Conversation avec Romy Schneider” e i segreti della principessa

Da Sissi a Pupe dell’episodio Il lavoro di Luchino Visconti in Boccaccio ’70, da Leni in Il processo di Orson Welles a Marianne in La piscina di Jacques Deray, fino a indossare nuovamente i panni dell’Imperatrice Elisabetta d’Austria in Ludwig di Visconti, Romy Schneider è rimasto un volto indimenticabile per tutti gli appassionati di storia del cinema. È impossibile non conoscere almeno una delle sue molte facce, ma quello che il documentario di Patrick Jeudy vuole mostrare è la Romy che nessuno ha mai pensato. Una donna, una magnifica attrice, che una sera decide di raccontare la verità su se stessa alla giornalista femminista, tedesca come lei, Alice Schwarzer: fondatrice della rivista “Emma”.

“Essere donne” di Cecilia Mangini e lo sguardo incessante

Dopo la prima documentazione sulle donne e l’antico rituale del pianto funebre in lingua grika del Salento in Stendalì e il film di montaggio All’armi siam fascisti diretto insieme a Lino Del Fra e Lino Miccichè, il desiderio della Mangini di denuncia è inarrestabile. Infatti Essere donne non esaudì le aspettative delle aziende che le avevano permesso di intervistare le operaie nelle loro fabbriche, né quelle di chi lo aveva commissionato. Come ha successivamente scritto la regista: “La fabbrica è un feudo privatissimo e anche un luogo incontaminato dove non sono entrati né cinema, né televisione, l’accesso è per i cinegiornali che si fermano davanti ai nastri inaugurali tagliati da sua eccellenza o da sua eminenza […]”. 

“No Maps on My Taps” e la dura storia del tip-tap

La cucina, la strada e svariate pedane di recupero sono i luoghi in cui è avvenuta la formazione di questi artisti, prima di solcare veri palchi come quelli dell’Apollo: il noto teatro newyorkese. L’ambiente domestico è la palestra che accomuna questi ballerini di tip-tap. Così George Nierenberg fa danzare la macchina da presa alternando le esibizioni alla vita esemplare dei tre protagonisti, con uno schema compositivo ben delineato. Infatti No Maps on My Taps – presentato in anteprima a La Settima Arte di Rimini – segue un solo tema, il tip-tap, ed ha una struttura bipartita, ovvero dalla cultura alla musicalità e da questa al profondo rispetto per le personalità uniche degli artisti, accompagnati dalle loro storie.

Jerry Lewis a fumetti

Jerry Lewis è una figura centrale e unica della storia del cinema, il suo corpo snodato e la mimica facciale sono stati esempi essenziali. Lewis riesce a mostrare la sua capacità di convivere con un’identità sdoppiata: da un lato quella di corpus attoriale e dall’altro quella cartoonesca. Chi prontamente si accorse delle potenzialità dell’attore fu la Detective Comics che dal 1952 creò una serie a fumetti con Martin e Lewis come protagonisti. La serie prese il nome di The Adventures of Dean Martin and Jerry Lewis e quando il duo si divise cambiò nome in The Adventures of Jerry Lewis. Già dal 1949 la D.C. decise di includere, fra i suoi personaggi, alcuni volti hollywoodiani acquistandone i diritti di immagine, ma per The Adventures of Dean Martin and Jerry Lewis e The Adventures of Jerry Lewis sembra esserci un patto stipulato tra la DC e Martin e Lewis per l’utilizzo della loro immagine. 

“Dilili a Parigi” e la cultura con gli occhi dei bambini

Ocelot disegna Dilili come una sorellina ed è la più giusta descrizione per questo personaggio. Così si soffre nel vederla affrontare le difficoltà che intralciano il suo roseo destino, e ne si invidia la spensieratezza e l’innocenza alla Peter Pan, che Dilili riesce ad omologare, nel corso della vicenda, a grande saggezza, coraggio e astuzia. Ocelot torna quindi a parlare attraverso gli occhi di un bambino che, come in Kirikù e la strega Karabà, ha una saggezza d’animo più tipica dell’anziano cantastorie. Dilili è una bimba che deve molto a Victor Hugo, la sua forza d’animo nel fronteggiare le ingiustizie, razziali e sessiste, ricorda infatti quella di Gavroche, ma se quest’ultimo soccombe a Parigi e al potere, la nostra eroina capeggiando una rivoluzione intellettuale guarda al futuro con positività: un nuovo mondo in cui è possibile costruire una società migliore senza che qualcuno debba genuflettersi.

“Dumbo” tra Burton e Fellini

Dumbo sembra essere, ma non è, lontano dallo stile grottesco che contraddistingue Tim Burton, pur destinato anche ai piccini. Ambientato nell’anno 1919 il Dumbo di Burton sembra riproporre alcune domande che Federico Fellini si pose per la realizzazione del suo film I clowns del 1970: “I clown di allora, di quando ero bambino dove sono adesso? Esiste ancora quella comicità violenta che dava sgomento? Quel grande chiasso esilarante e spasmodico può ancora divertire? Certo il mondo cui apparteneva, di cui era espressione non c’è più […]”. Ecco perché il circo, da arte di strada, nucleo di maschere stravolte dai fumi dell’alcool e da luci psichedeliche, sembrava il perfetto scenario per il classico Tim Burton a cui siamo soliti pensare. 

“Momenti di trascurabile felicità” e il pedinamento cinefilo

La cosa che più colpisce di questo film è l’uso del tempo che, attraverso l’impiego di costanti transizioni, all’inizio è ben scandito, ma più ci si avvicina alla fine più il montaggio diventa caotico e ciò che ne risulta è un’esemplare fusione di passato, presente e futuro sognato. Paolo si muove all’interno della propria vita e del suo mondo come se guardasse se stesso attraverso gli occhi dello spettatore, così i ricordi tornano in maniera assillante e più vividi che mai. La patina che nella sua realtà separa il passato dal presente è solo un’illusione, Paolo può infatti manovrare le sue memorie come preferisce. Pensieri, questioni e aneddoti sono così reali e umani da risultare familiari alla maggioranza del pubblico e, adattati al protagonista, sono stati direttamente tratti dai libri di Francesco Piccolo: Momenti di trascurabile felicità e Momenti di trascurabile infelicità.

Il ritorno di “Totò che visse due volte”

Nel 1998 esce in sala per la prima volta Totò che visse due volte di Daniele Ciprì e Franco Maresco. Ventuno anni dopo, grazie al restauro in 4K realizzato dal laboratorio de L’immagine Ritrovata con la supervisione del direttore della fotografia Luca Bigazzi e promosso dalla Cineteca di Bologna, il film torna in sala come evento speciale del festival Visioni Italiane. A presentarlo c’era Franco Maresco insieme al direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli. La prima volta che Totò che visse due volte venne presentato in sala, come ricorda Maresco, c’era solo Ciprì, così per questa seconda vita del film anche lui ha avuto l’opportunità di introdurlo. Totò che visse due volte è stato l’ultimo film su cui si è abbattuta la censura, vietandone in principio la visione a tutti e poi limitandone la visione ai maggiori di diciotto anni.