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“Dilili a Parigi” e la cultura con gli occhi dei bambini

Ocelot disegna Dilili come una sorellina ed è la più giusta descrizione per questo personaggio. Così si soffre nel vederla affrontare le difficoltà che intralciano il suo roseo destino, e ne si invidia la spensieratezza e l’innocenza alla Peter Pan, che Dilili riesce ad omologare, nel corso della vicenda, a grande saggezza, coraggio e astuzia. Ocelot torna quindi a parlare attraverso gli occhi di un bambino che, come in Kirikù e la strega Karabà, ha una saggezza d’animo più tipica dell’anziano cantastorie. Dilili è una bimba che deve molto a Victor Hugo, la sua forza d’animo nel fronteggiare le ingiustizie, razziali e sessiste, ricorda infatti quella di Gavroche, ma se quest’ultimo soccombe a Parigi e al potere, la nostra eroina capeggiando una rivoluzione intellettuale guarda al futuro con positività: un nuovo mondo in cui è possibile costruire una società migliore senza che qualcuno debba genuflettersi.

“Dumbo” tra Burton e Fellini

Dumbo sembra essere, ma non è, lontano dallo stile grottesco che contraddistingue Tim Burton, pur destinato anche ai piccini. Ambientato nell’anno 1919 il Dumbo di Burton sembra riproporre alcune domande che Federico Fellini si pose per la realizzazione del suo film I clowns del 1970: “I clown di allora, di quando ero bambino dove sono adesso? Esiste ancora quella comicità violenta che dava sgomento? Quel grande chiasso esilarante e spasmodico può ancora divertire? Certo il mondo cui apparteneva, di cui era espressione non c’è più […]”. Ecco perché il circo, da arte di strada, nucleo di maschere stravolte dai fumi dell’alcool e da luci psichedeliche, sembrava il perfetto scenario per il classico Tim Burton a cui siamo soliti pensare. 

“Momenti di trascurabile felicità” e il pedinamento cinefilo

La cosa che più colpisce di questo film è l’uso del tempo che, attraverso l’impiego di costanti transizioni, all’inizio è ben scandito, ma più ci si avvicina alla fine più il montaggio diventa caotico e ciò che ne risulta è un’esemplare fusione di passato, presente e futuro sognato. Paolo si muove all’interno della propria vita e del suo mondo come se guardasse se stesso attraverso gli occhi dello spettatore, così i ricordi tornano in maniera assillante e più vividi che mai. La patina che nella sua realtà separa il passato dal presente è solo un’illusione, Paolo può infatti manovrare le sue memorie come preferisce. Pensieri, questioni e aneddoti sono così reali e umani da risultare familiari alla maggioranza del pubblico e, adattati al protagonista, sono stati direttamente tratti dai libri di Francesco Piccolo: Momenti di trascurabile felicità e Momenti di trascurabile infelicità.

Il ritorno di “Totò che visse due volte”

Nel 1998 esce in sala per la prima volta Totò che visse due volte di Daniele Ciprì e Franco Maresco. Ventuno anni dopo, grazie al restauro in 4K realizzato dal laboratorio de L’immagine Ritrovata con la supervisione del direttore della fotografia Luca Bigazzi e promosso dalla Cineteca di Bologna, il film torna in sala come evento speciale del festival Visioni Italiane. A presentarlo c’era Franco Maresco insieme al direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli. La prima volta che Totò che visse due volte venne presentato in sala, come ricorda Maresco, c’era solo Ciprì, così per questa seconda vita del film anche lui ha avuto l’opportunità di introdurlo. Totò che visse due volte è stato l’ultimo film su cui si è abbattuta la censura, vietandone in principio la visione a tutti e poi limitandone la visione ai maggiori di diciotto anni.

“Suspiria” – perché no

Il rosso vivido che schizza sulle pareti, i corpi nudi che si contorcono e la magia rimangono congelati come in una Polaroid. La ferocia di Quentin Tarantino non si addice a Guadagnino perché non ne mostra la visceralità intrinseca, bensì si limita ad esporre le viscere. Gli effetti speciali e la colonna sonora di Thom Yorke non aiutano a sorreggere il film. Così come né l’androgina bellezza dell’attrice feticcio Tilda Swinton (madre e amatrice solinga), né le bellezze di un cast che attinge, anche nello stile, da Fassbinder, non sono riusciti a liberare Guadagnino dalle catene della sua mente. Il regista quindi non riesce a far sua Suspiria, si attornia di madri-padrone costruendo un’immensa tela, apparentemente bellissima, senza poi riuscire a districarsene, forse anche a causa della sceneggiatura di David Kajganich.

Speciale “Roma” – parte II

Ancora una volta, come in Gravity, Cuarón lascia il futuro nelle mani dei suoi forti personaggi femminili. La natura bucolica delle campagne (e le sue creature), poi del mare, regna su tutto lo spazio dell’immagine e, così, può mostrarsi forte e rigogliosa nella sua nostalgica fattezza. La continua lotta tra le inquadrature della città – dei suoi sobborghi e della gente che li abita – e quelle dell’incantevole natura messicana, è lo specchio della guerra degli uomini, sia quella per le strade, sia quella più intima, casalinga. Cuarón, come in I figli degli uomini, inquadra le persone come esseri spietati che, anche e soprattutto nel tempo libero, sparano e si allenano per raggiungere un chissà quale utopistico equilibrio personale. 

“A Kid Like Jake” a Gender Bender 2018

l titolo A Kid Like Jake, ovvero “un bambino come Jake”, è un’affermazione che Alex e Greg si sentono ripetere spesso da amici e famigliari. Questa frase, apparentemente innocua, è per i genitori di Jake più tagliente di una lama affilata.  Se tendenzialmente il punto di ritrovo della famiglia è sempre in cucina o a tavola, qui l’ambiente neutrale per tutti, al centro di alcuni punti cardine del film, è il salotto. Mentre la tavola, o il cucinare, sono attimi in cui le crepe famigliari ed emotive si mostrano. La macchina da presa di Silas Howard, anche in questo caso, asseconda il retroscena teatrale dell’opera, che così acquista molta intensità all’interno della sua semplice linearità. Ciò che è sottolineato più volte, nell’arco narrativo, è il fatto che gli adulti debbano etichettare Jake in un qualche modo, valutandolo e “smistandolo” come se fosse un pacco postale. Così Howard sottopone l’intero gruppo di personaggi ad una continua analisi, messa in atto dal suo occhio inquisitorio.

“Mapplethorpe” a Gender Bender 2018

Salvador Dalì descrisse Picasso come il “genio demoniaco” e definì se stesso come “genio angelico”, Mapplethorpe non è nessuno dei due ed è entrambi contemporaneamente. La sua tecnica, così dura e cruda, trova nei corpi scultorei di Michelangelo la sua aspirazione e ispirazione. Ciò che Ondi Timoner non nasconde è l’ambizione, in costante crescita, del giovane Mapplethorpe che, da vero fanatico del culto del bello, non è modesto né verso le sue composizioni, né nei confronti della fiducia che i suoi amici riponevano in lui. Il Mapplethorpe, interpretato da un simbiotico Matt Smith (Doctor Who, The Crown), è uomo profondamente antipatico, pericoloso, ma anche capace di covare amore, nel profondo di sé, per poche persone nella sua breve vita.

“Kiss Me” a Gender Bender 2018

Océanerosemarie è un’osteopata e un’abile collezionista di storie d’amore fallite. Figlia di una hippie, non rassegnata, conduce la sua vita alla ricerca del vero amore, infilandosi spesso in situazioni promiscue. Kiss Me è una classicissima romantic comedy, con un velo di ironia alla francese che ha però bisogno di un primo tempo di assestamento per mostrarsi. Océanerosemarie – a cui dà volto e sorriso contagioso Océan Michel – è un personaggio con cui facilmente si può empatizzare e a cui sicuramente ci si affeziona. Innamorata dell’idea dell’amore, più che delle sue compagne, trova il cammino tanto desiderato durante il fulmineo incontro con Cécile. Dopo qualche disavventura di persecuzione, nei confronti della fotografa, può finalmente darsi pace e iniziare una relazione amorosa alla maniera di chi la circonda: dalle coppie di amici ai famigliari.

Lo zoom e la storia di uno sguardo

Dopo Morte a Venezia Luchino Visconti aveva l’idea di realizzare una trasposizione cinematografica della Recherche di Proust. E le tracce di questa idea sono già qui molto evidenti nell’evocazione di una dimensione che fin dal principio, attraverso la musica, porta alla malattia e alla morte: vissuta durante l’ultimo sguardo al suo bello. Una visione ravvicinata che fa percepire lo sforzo di Gustav nel voler raggiungere la bellezza che, in un’immagine che è puro cielo e mare, Tadzio possiede. Mentre, all’opposto, dall’ultima immagine, del corpo esanime dell’artista tormentato, Visconti elimina il cielo, lasciando solo il quadro di una terra arsa.

Il folle gioco di morte del “22 luglio”

Il film, in programmazione simultanea su Netflix e in alcune sale scelte, si muove su tre assi paralleli che si avvicinano solo due volte all’interno dell’arco narrativo, ovvero nei momenti cardine: l’attentato e il processo. I personaggi protagonisti di ogni fil rouge sono il filo-nazista Breivik, il Primo Ministro e l’avvocato, e, come ultimo, uno dei ragazzi sopravvissuti, Viljar. La macchina da presa rimbalza in qua e in là tra la rivincita di Viljar, il suo dramma, e la sua possibile storia amorosa o di amicizia, le complessità che il Primo Ministro e l’avvocato difensore devono affrontare, per poi arrivare di tanto in tanto sui primi piani di quella mente assassina di Anders Breivik.

“I diari di Angela” di Yervant Gianikian a Venezia 2018

Attraverso la voce di Gianikian che legge, dai diari di Angela, alcuni commenti, impressioni e descrizioni, ci si addentra, col loro consenso, nella riservatezza di momenti quotidiani ed eccezionali e di sorprendenti amicizie: come quella con Walter Chiari. Così Angela e Yervant rendono lo spettatore partecipe sia di intimi momenti di calma e quiete tra le coltivazioni, gnocchi fatti in casa e il mosto dei contadini, sia di ciò che hanno visto fuori da quella pace. C’è molto delle loro opere in questi essenziali minuti di film, ma si vorrebbe vedere di più. Angela che disegna, o che si fa riprendere mentre gioca col compagno, o che è visibilmente affranta davanti all’orrore della trincerata Sarajevo, ma in cui riesce a scorgere, con sguardo fanciullesco, un albero in fiore: qualcosa di bello contrapposto alla brutalità della natura umana. 

“The Ballad of Buster Scruggs” dei fratelli Coen a Venezia 2018

I fratelli Coen, oltre a tornare alle loro origini, hanno ripristinato alcuni dei vecchi criteri del genere western e questo è evidente nell’episodio che vede per protagonista una ragazza a cui è appena morto il fratello, l’unico partente che le rimaneva, ma ha la fortuna di incontrare un uomo col quale si fidanza. Un episodio che ricorda a tratti il film che storicamente porta la data dell’effettivo tramonto del western americano, ovvero La conquista del West di John Ford, Henry Hathaway, George Marshall e Richard Thorpe. L’indiano torna ad essere lo spietato nemico che attacca in gruppo e cerca di prendere lo scalpo dei bianchi, il campo lungo prevale e tornano le carovane, le impiccagioni e le diligenze stipate di gente dalla lingua lunga e di cacciatori di taglie.

Venezia Classici 2018: “Desideri nel sole” di Jacques Rozier

Jacques Rozier pensò a questo film fin dal 1959 pertanto durante la guerra d’Algeria, e a cinque anni dal suo inizio. Al ritorno dal fronte di un ragazzo amico di Michel, i parenti di quest’ultimo – in un fugace momento com’è distintivo nel cinema di Rozier – tentano di fargli parlare del conflitto, ma senza ottenere un resoconto del suo vissuto, poiché egli tronca all’istante ogni possibilità di discorso. Dell’orrida guerra coloniale che sta avvenendo durante il film non se ne parla, è solo un incubo a cui, per ancora poco tempo, si può sfuggire. Infatti il personaggio di Rozier, che non vuole essere un eroe, ma solo un ragazzo comune, decide di partire per la Corsica prima di andare forzatamente incontro quella che potrebbe rivelarsi la sua fine.

Venezia 2018: “The Great Buster: A Celebration” di Peter Bogdanovich

Bogdanovich parte dalle origini di Buster, dalle sue prime parti nei cortometraggi di Roscoe (Fatty) Artbuckle, e prosegue con i film scritti, diretti ed interpretati da Buster, in quello che risulta un documentario tributo alla memoria di Keaton dall’impostazione semplice e lineare, quasi televisivo. Il co-produttore del film e il direttore della fotografia – in occasione della 75a Mostra del Cinema di Venezia – hanno raccontato che il montaggio è avvenuto nell’arco di un anno, ed è stato suddiviso in due fasi: dapprima la parte relativa alla documentazione e successivamente quella riguardante le interviste. Quest’ultime inoltre sono state girate nello stesso luogo, ma per non risultare ridondanti e ripetitive hanno cercato di variare le inquadrature il più possibile affinché potessero sembrare diversi collocazioni.

Venezia 2018: “First Man” di Damien Chazelle

Il First Man, ovvero il primo uomo a fare un grande passo per l’umanità, è Neil Armstrong (Ryan Gosling). I suoi tormenti e le sue inquietudini sono parallele alla tristezza, mista al desiderio di cominciare una nuova vita, della moglie Janet (Claire Foy) e dei due figli. Neil è già sulla Luna ancor prima di affondarci il piede. La guarda, la sogna e la studia costantemente. Il trasloco, i mesi, gli anni, e gli innumerevoli lutti si susseguono in una serie di incidenti ed errori, ma Neil sembra essere in una bolla; pensa solo a prepararsi per ciò che avverrà. Le proteste dei pacifisti non lo scoraggiano, gli occhi persi di Janet non riescono a raggiungerlo. Le proteste dei politici e dei finanziatori sono cose da lui distanti. Per il bene della scienza è pronto a tutto, e superare l’Unione Sovietica è l’obiettivo di tutti.

Oswald antenato di Topolino al Cinema Ritrovato 2018

Oswald il coniglio fortunato, un caro vecchio antenato di Topolino, torna sullo schermo – per la prima volta fuori dalla Norvegia – con due film ritrovati. Empty Socks è stato rinvenuto nelle collezioni della Biblioteca nazionale norvegese, nel 2014 da Kjetil Størenssen e David Gerstein. Empty Socks, purtroppo incompleto, vede il coniglio Oswald alle prese con il Natale e dei piccoli coniglietti orfani che invece di dormire, per errore, danno fuoco all’intero orfanotrofio. Mentre nel 2007 David Gerstein e Gunnar Strøm hanno scoperto al Norsk Filminstitutt una copia sempre incompleta di Tall Timber. Quest’altra avventura vede Oswald in gita in quelle che dovrebbero essere le sue normali condizioni di vita. Il coniglio, in questo esilarante episodio, si caccia sempre nei guai e finisce per lottare con una mamma-orso molto inferocita e dai denti aguzzi.

Due Keaton restaurati al Cinema Ritrovato 2018

Lo spaventapasseri fa di Buster Keaton un “architetto dadaista”, così lo definisce Gilles Deleuze. Ciò in cui si esibisce, insieme al gigante coinquilino, il piccolo uomo è una specie di orchestrazione degli elementi casalinghi come se fossero una perfetta macchina a motore. Keaton rifiuta gli standard, ogni oggetto presente nella casa ha una doppia, o tripla funzione. Una casa che è composta da una sola stanza, ma che muta d’ambiente quando gli oggetti cambiano la loro funzione: il giradischi è anche un fornello, la libreria è anche un frigo, il divano è anche una vasca da bagno, e così via. Il numero di gag possibili all’interno di quella scatola dalle quattro pareti – come aveva già dimostrato nel precedente Una settimana – è pressoché infinto. Lo spaventapasseri è così scandito da un ritmo incalzante che, senza soffermarsi troppo su un dettaglio o quell’altro, confeziona una perfetta storia comica con lo spazio necessario ad un’avvincente happy end.

“Ritornerà primavera” di Henry King al Cinema Ritrovato 2018

La Depressione continua a farsi sentire in quell’America provata e a cui continuano a bruciare le ferite che ancora non si sono rimarginate. Henry King decide quindi di incentrare la Ritornerà primavera su alcuni emarginati. I tre strambi protagonisti sono: Jaret Oktar un antiquario fallito, Morris Rosenberg un violinista orgoglioso che sperava di portare la sua carriera alle stelle andando a vivere a New York e Elizabeth Cheney una ragazza orfana senza storia. Il destino li fa incontrare e, grazie ad un uomo buono e onesto che li ospita nel suo capanno degli attrezzi, questi trovano un tetto sotto cui ripararsi.

“Getaway!” di Sam Peckinpah al Cinema Ritrovato 2018

Sam Peckinpah in Getaway! non perde tempo e sintetizza nella frenesia delle prime immagini – che stilisticamente enfatizza attraverso l’uso del freeze-frame – la vita che Doc, negatagli la buona condotta, è costretto a condurre all’interno del carcere. Fatta di giorni sempre uguali, che fra loro si confondono, di lavori sfinenti e di ricordi e fantasie che riaffiorano ossessivamente. Peckinpah, quando Doc è finalmente fuori dal carcere, mostra come il suo protagonista sia frantumato: da un lato i ricordi della sua vita, precedente all’arresto, lo perseguitano e lui dà le spalle all’occhio che lo osserva, ma dall’altro lato è possibile vedere nel suo volto, riflesso nello specchio, la sua voglia di ricominciare e voltare pagina. Quando le schiene di Doc e Carol sono allineate ed i loro volti riflessi si guardano, il patto che essi stabiliscono, con la macchina da presa, è quello di non tornare più indietro.