“Emprise numérique” e piattaforme senza regole
Il documentario svela come le lobby delle “big tech” siano perfettamente consapevoli del funzionamento dei famosi algoritmi e della presenza di pratiche sessualmente predatorie nei confronti dei minori, ma in America esse sostengono la loro estraneità rispetto ai contenuti potenzialmente disturbanti appellandosi a una normativa desueta, che prevede che gli host delle piattaforme digitali non sono responsabili dei contenuti che ospitano.
“Mani nude” all’ombra della colpa
Mani nude è devastante nel presentare la propria idea di una violenza biblica, e persino brillante nel rappresentarla a schermo dividendosi tra la tragica azione dei crudi combattimenti e l’altrettanto tragica sedentarietà di una vita fuori dal buio carcerario ma all’ombra delle proprie colpe. Due segmenti estremamente diversi esteticamente ma sostanzialmente uguali nel rappresentare la caduta dei personaggi.
“Dancer in the Dark” anti-musical della cecità
Lars von Trier ha definito Dancer in the Dark un anti-musical, e lo è a tutti gli effetti, procedendo vero una decostruzione estetico-narrativa del musical classico hollywoodiano. I colori e l’energia ottimistica di uno dei generi sovrani della Hollywood classica, vengono sostituiti da tonalità grigio-scure e da un’implosione performativa, sia nelle canzoni originali di Björk (di matrice noise) che nel ripercorrere le hit più note del cult per famiglie Tutti insieme appassionatamente.
“Scomode verità” in scomodo cinema
A quasi tre decenni di distanza da Segreti e bugie, il capolavoro vincitore della Palma d’Oro 1996, Marianne Jean-Baptiste e Michelle Austin si sono ritrovate. Stavolta, portano nomi differenti. Stavolta, non sono amiche, bensì sorelle. Stavolta, i rapporti tra le due donne, i cui caratteri si pongono agli antipodi, non sono privi di attriti e incomprensioni. Stavolta, come in una resa dei conti definitiva, il film si intitola Scomode verità.
“Dogville” e la paura di essere umani
Von Trier, con il suo solito sguardo spietato, cinico, e privo di ogni buonismo edulcorante, mette lo spettatore davanti ad uno specchio, spogliandolo di ogni parvenza di bontà, per ricondurlo alla violenza originaria che contraddistingue ogni essere umano. La presenza di Grace diventa un catalizzatore per mettere a nudo la natura dell’uomo, le sue contraddizioni, le sue luci e le sue ombre. Attraverso la purezza di Grace, von Trier ci mette davanti alla paura che abbiamo di essere umani.
“La trama fenicia” speciale III – I codici della deviazione
Una spy story industriale ispirata a Rapporto confidenziale di Welles, dove l’ansiogeno assestamento economico, tra dirottamenti aerei e attentati, inscena l’unico gap da colmare, quello tra vita e morte, che si riaffaccia dopo Asteroid City; là nella malinconia desertica del lutto più crepuscolare, qui in un colorito e inesorabile capitalismo, sempre all’interno di famiglie disfunzionali.
“La trama fenicia” speciale II – Le dedizione formale
Quelle che potrebbero apparire come variazioni sul tema più o meno riuscite, esercizi barocchi di minuzia estetica ed eccessivo manierismo, al contrario, se si allontana lo sguardo dalla singola opera e si considera la totalità della produzione cinematografica di Anderson, appaiono inequivocabilmente come l’evoluzione di un regista che sa esattamente chi è e chi vuole diventare. Ed è proprio nella preservazione e nella rottura di questo preciso schema di regole autoimposte che il regista texano si muove più liberamente
“La trama fenicia” speciale I – Lo schema della sottrazione
Wes Anderson sembra, nel suo ultimo lavoro, rinunciare a molti orpelli stilistici, alla densità visiva e al citazionismo dei suoi film, per creare una narrazione più essenziale che mantiene inalterato il suo stile visivo, ma che lo epura dai suoi rivoli più estrosi per renderlo più semplice e schematico. Un cambiamento che non è necessariamente negativo, e che risponde, forse, al bisogno di operare una modifica e di sperimentare con la sottrazione.
“Fino alle montagne” come favola di sopravvivenza
Fino alle montagne è un’opera che non è propriamente una boccata d’ossigeno, perché il romanticismo naturalistico rimane una cornice pittoresca che nasconde insidie e spinge l’essere umano fino al suo limite, oltre il quale rimane comunque un acceso disincanto: la crisi climatica irreparabile, la congestione umana della città ormai connaturata alla vita sociale, il capitalismo che misura anche le emozioni.
“Holly” tra realismo e magia
Tra primi piani indagatori e immagini riflesse, Holly affronta quelle zone liminali dell’anima in cui la superstizione prende il sopravvento sulla cruda realtà dei fatti e trasforma la fede in una via di fuga dai dolori individuali e dalle tragedie collettive. Appare molto interessante il discorso portato avanti sull’autoreferenzialità degli adulti in contrapposizione al bisogno d’amore e di condivisione sentimentale che cercano invece i ragazzi.
“Eraserhead” nei suoni e nei rumori
Il primo lungometraggio di Lynch genera un alfabeto iconografico e sonoro che da parzialità mistica diventa unità cristallizzata in un tempo senza tempo, con una nuova figura femminile che “move il sole e le altre stelle” intonando la celestiale In Heaven. La rappresentazione degli orrori surreali e dei rigurgiti industriali nella storia dell’impacciato Henry non conosce durata, perché è la mente che tiene insieme i brandelli dell’incubo domestico precipitato da un abisso siderale in un pianeta sconosciuto fatto di rocce e anfratti.
“Fuori” e la poetica degli spazi
Martone, che ha firmato la sceneggiatura insieme a Ippolita Di Majo, sceglie di raccontare un momento preciso dell’autrice, quello di poco successivo all’esperienza nel carcere di Rebibbia. Goliarda, dopo un maldestro furto, trascorse solo cinque giorni dietro le sbarre, ma quel lasso di tempo fu sufficiente per capire, vivere e amplificare una realtà socio-antropologica che riprenderà vita nel libro dall’antifrastico titolo L’università di Rebibbia.
“Mission: Impossible – The Final Reckoning” ovvero quale era la verità del tutto
Ricorre nel film una “sibillina” allocuzione scientologista: “Tutto ha portato a questo”. Le singole missioni non erano slegate, ma appartenenti a un disegno prestabilito. Un rischioso e sofferto percorso, cominciato in Mission: Impossible (1996) con la calata – pseudo angelica – nella iperprotetta sala informatica della CIA, che ha forgiato nel corpo e nello spirito il prescelto Ethan Hunt.
“Sex” e la trasparenza di un nuovo sguardo
Il cinema di Dag Johan Haugerud non formula giudizi etici, ma semplicemente pone questioni incomprensibili e talvolta inaccettabili per la morale comune, con una flagranza e una trasparenza da risultare commuoventi. Mai una sbavatura nella densità dei suoi dialoghi, mai una provocazione gratuita nella diversità emotiva e pulsionale dei suoi personaggi, spesso cinquantenni comuni e (dis)persi nella complessità di domande senza risposta all’interno dell’urbanistica di Oslo, lampante metafora delle relazioni umane.
“Black Tea” lucente e sospeso
A undici anni di distanza da Timbuktu, Abderrahmane Sissako realizza una nuova indagine sul tema dell’incontro fra culture diverse; tra Africa e Cina, com’era stato lungo l’asse Africa/Europa in Bamako e Timbuktu, ma qui il regista attenua la riflessione politica e disegna una mappa che racconta lo spazio mentale del migrante: un itinerario lungo una via della Seta illuminata dalla magia quotidiana del sentimento.
Dario Zanelli e la “recenzione”. Critica e cultura tra Vancini e Antonioni
All’epoca (8 settembre 1960) si mandavano ancora i telegrammi. E per farlo si parlava al telefono con un impiegato incaricato di trascrivere il testo. Quindi possiamo tranquillamente imputare a lui lo strafalcione. La “mostra finita” è quella di Venezia, il film è La lunga notte del ’43, opera prima di Florestano Vancini. Nella “recenzione” in questione (Il Resto del Carlino, 29 agosto 1960). Zanelli aveva sostenuto tesi controverse.
“Paternal Leave” e il riflesso imperfetto tra padre e figlia
Paternal Leave, film d’esordio scritto e diretto da Alissa Jung, parte dell’archetipico rapporto conflittuale tra padre e figlia e si sviluppa attraverso un continuo gioco di specchi. Il primo e l’ultimo sguardo che abbiamo su Leo è la sua immagine riflessa nel vetro di una finestra – prima mentre decide di partire per cercare il genitore, poi sul treno di ritorno, dopo i giorni passati con lui. Questa impostazione a cornice è funzionale non solo a inquadrare il viaggio dell’adolescente ma anche a fornire una chiave di lettura del rapporto tra i due.
Nel mondo di Dario Zanelli
Parafrasando il titolo del libro di Dario Zanelli, Nel mondo di Federico – Fellini di fronte al suo cinema (e a quello degli altri), che Dario scrisse nel 1987, vi presento mio padre, giornalista, critico cinematografico e grande amico di Federico Fellini. Sono passati 25 anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 10 maggio del 2000, e mi chiedo quanti tra voi che state leggendo questa breve nota, lo conoscano. Probabilmente non i giovanissimi, nati negli anni 2000 come mio nipote Federico (come Fellini, naturalmente) che non ha avuto il piacere di conoscerlo. Proviamo a farlo con questo ricordo.
“Die My Love” più istintuale che razionale
Adattato del romanzo omonimo di Ariana Harwicz, Die My Love ha segnato il ritorno sulla Croisette di Lynne Ramsay a distanza di otto anni dal successo di A Beautiful Day (che le era valso il premio alla migliore sceneggiatura) e il proseguimento di una ricerca poetica incentrata sull’approfondimento psicologico di personaggi infelici, rassegnati, avvolti da un dolore schiacciante e apparentemente senza uscita.
“Bird” oltre i margini dell’esistenza
Bird è costantemente contro tempo e contro tendenza, nella sua doppia natura di oggetto sfuggente e scordato, accattivante nell’estetica ma non per questo totalmente schiacciato alle logiche del cinema americano indipendente: lo potremmo definire un tourbillon de vie al ritmo baldanzoso del brit-pop, più che un semplice esempio di arthouse di facciata. Il film corre, si muove insieme a Bailey, slitta e strepita, divaga e sfonda i limiti dell’inquadratura.
“Silent Trilogy” pieno di gioia e delicatezza
L’idea che ha guidato il regista, appassionato di rumori dal vivo, è stato il desiderio di creare qualcosa di magico sperimentando come oggetti diversi producano sonorità che, insieme alle immagini, riescano a creare significati completamente nuovi in un viaggio ai confini della sinestesia. Il progetto, realizzato da Kuosmanen con giocosa libertà d’azione e con un piccolo budget, è inizialmente nato come una “live performance” con la colonna sonora eseguita dal vivo dagli stessi musicisti che l’hanno poi registrata e che appaiono anche nel film.