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“Resurrection” speciale II – Post fata resurgo

Resurrection è un fiume che scorre impetuoso come i versi di una poesia indimenticabile. E se è vero che ogni evento, o incontro lascia alla fine sempre qualcosa che modifica il filtro con cui si guardano il mondo e le vite degli altri, certo è anche che non serva capire l’intero immaginifico viaggio compiuto insieme alle immagini subito. A volte, basta raccogliere, custodire, e permettere che il senso di tutto arrivi dopo. Questo è uno di quei casi. Fatevi un favore, permettetevi di abbandonarvici. Sarà gratificante.

“Come See Me in the Good Light” limpida e sincera testimonianza

Già segnalatosi al Sundance Film Festival 2025, Come See Me in the Good Light non è il resoconto di un incubo. Poiché, senza distogliere lo sguardo dall’inevitabilità del suo amaro epilogo – la notizia della diffusione delle metastasi dal bacino all’addome – il film di Ryan White, accompagnato dallo splendido amore che Gibson e Falley seppero dichiararsi negli anni concessigli dal destino, conserva un pregio solitamente estraneo agli stilemi del cancer movie.

“Sentimental Value” speciale I – Un mosaico umano

Sentimental Value è un mosaico umano in cui l’amore è possibile sia vederlo sia viverlo, non solo ricordarlo. Affinché ciò si realizzi in un’epoca dolorosa quale la nostra, sono di vitale importanza perdonare e perdonarsi, gesti e atteggiamenti che non richiedono necessariamente un iter lineare. Merito della sensibilità di Joachim Trier, che ci invita con quieta forza ad avvicinarsi a chi o quanto a noi di più caro, spogliandoci di corazze e difese.

“No Other Choice” speciale II – Un’efferata creatività

Nonostante la sua natura di remake, No Other Choice si colloca, fin dal suo passaggio in competizione alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, tra le vette della filmografia del suo autore, per la sua feroce originalità nel presentare (sia mantenendo un rigore formale ineccepibile sia prestando il fianco a pirotecniche accelerazioni) una tragedia dalla portata universale: la nostra arrendevolezza dinanzi all’avvento di uno strumento chiamato Intelligenza Artificiale il cui unico traguardo è la capacità di rendere ogni gesto umano ridicolo e tragicomico.

“Fino alla fine del mondo” e delle immagini

Colpendo dritto al cuore delle domande esistenziali che le sue sequenze pongono, in un modo personalissimo, mantenendo una sua voce inconfondibile, Fino alla fine del mondo è una pellicola impregnata di estasi umana e di cupo tumulto interiore da vedere e rivedere, da ascoltare e riascoltare (colonna sonora di Graeme Revell; canzoni di Talking Heads, Jane Siberry, Nick Cave & The Bad Seeds, R.E.M., Depeche Mode, per citarne alcuni). Almeno finché, come accadrà a Claire, non si esauriranno anche le batterie del vostro schermo di fiducia.

“Un semplice incidente” speciale I – Meditazione sul dolore

Un semplice incidente è una toccante meditazione sul dolore e la perdita, accompagnandoci in un viaggio lucido ed emotivamente intenso attraverso gli ambienti di una memoria privata che è anche fardello collettivo di una nazione, alla ricerca di un giusto perennemente vivo e morto al quale restituire almeno la certezza di un destino. Un trionfo dell’arte e dell’umanità sulla tirannia, affascinante nella costruzione di un’intricata vicenda culminante in un finale difficile da dimenticare.

“Una battaglia dopo l’altra” speciale I – Il passaggio rivoluzionario del testimone

Contribuendo a plasmare una filmografia già costellata di ritratti vivi e autentici, tenuti lontano dalla macchietta, Una battaglia dopo l’altra è un’opera grandiosa dai molti significati, profondamente politica e maledettamente umana. Per il suo senso di rottura, in primo luogo. Anderson realizza, rifiutando qualunque compromesso a livello artistico, il suo film d’azione, il suo dramma famigliare, la sua commedia: un coro polifonico il cui grido attraversa deserti e colline che faranno capolino in un finale da antologia. 

“Kwaidan” al cuore delle cose

Che Kwaidan (letteralmente, “Storie di fantasmi”) sia una pellicola profondamente diversa rispetto alle opere precedenti di Masaki Kobayashi – La condizione umana (1959-1961) e Harakiri (1962), altrettanto critico nei confronti di un paese soffocato dalla viltà degli uomini al potere – lo s’intuisce all’istante. Sin dai titoli di testa, da uno schermo bianco riempito da miscele di diversa consistenza e tonalità, attraverso le quali spettri di diversa origine sembrano imporre la propria essenza, predestinando ad altri palcoscenici le trappole del “realismo”.

“Le onde del destino” limpide tra le lacrime

Impreziosito da una trascinante colonna sonora – dai Deep Purple ai Procol Harum, da Leonard Cohen a David Bowie – e la superba fotografia di Robby Müller, il film è ricordato soprattutto per le straordinarie prove offerte dal cast. Riportando alla memoria l’imprevedibile tragicità di un altro capolavoro in cui amore e psiche si uniscono con esiti stupefacenti – ovvero, Una moglie di John Cassavetes (1974), interpretato da Gena Rowlands e Peter Falk –, si cita anzitutto Emily Watson, qui all’esordio assoluto e candidata all’Oscar per la sua Bess.

“Scomode verità” in scomodo cinema

A quasi tre decenni di distanza da Segreti e bugie, il capolavoro vincitore della Palma d’Oro 1996, Marianne Jean-Baptiste e Michelle Austin si sono ritrovate. Stavolta, portano nomi differenti. Stavolta, non sono amiche, bensì sorelle. Stavolta, i rapporti tra le due donne, i cui caratteri si pongono agli antipodi, non sono privi di attriti e incomprensioni. Stavolta, come in una resa dei conti definitiva, il film si intitola Scomode verità.

I confini di un festival. Un bilancio dei SeM Days 2025

SeM Days è un progetto dell’associazione Quarta Parete, collettivo cinematografico fondato nel 2018 con il supporto dell’associazione UdU Venezia dell’Università Ca’ Foscari. Nel corso del tempo, Quarta Parete è riuscita a circondarsi del sostegno di spettatori e appassionati del territorio, curando rassegne dedicate a corto e lungometraggi. Ultima delle quali, Margini, ciclo di proiezioni il cui tema portante è stata la definizione e discussione, non solo da un punto di vista filosofico-politico, ma anche psicologico, di ciò che definiamo confini.

“Queer” speciale I – La lussazione dello spirito

Un ibrido che si pone a metà, non senza una dose di incoscienza lynchiana, tra l’omaggio al testo portante della sua giovinezza e la totale demolizione della sua struttura lisergica, dimostrando che è possibile separare la vita dalla scrittura. Oltrepassando quindi la biografia e la lunga ombra nera incombente su qualsiasi successo Burroughs avesse potuto ottenere, Guadagnino ha preferito, a buon diritto, concentrare la sua attenzione sull’effettiva essenza del romanzo, esile e sfuggente, rivestendolo di una luce nuova e abbagliante: la drammatizzazione del desiderio.

“I ragazzi della Nickel” e la macchina da presa come organo

Nickel Boys funziona così: come con raccapriccio veniamo informati della metodicità con cui i bianchi hanno voluto insegnare a una comunità già ridotta ai margini della società a essere grata di avere un tetto sopra la testa, così riconosciamo, svincolata dalla menzogna, un’amicizia di una sincerità sconfinata, raccontata con benevolenza ed empatia, restituendoci tutta la sua inimitabile eredità. Raccogliendo l’esempio di Elwood, anche RaMell Ross sa perfettamente di non valere meno degli altri.

“La conversazione” speciale I – La maschera teatrale del sogno americano

Non solo denuncia politica e apologo morale, La conversazione è un gioiello della New Hollywood. Sviluppato indizio dopo indizio attraverso la forza drammatica di un volto anodino e significativo al contempo, in grado di aggiungere malinconia alla maschera teatrale del sogno americano, e con l’affascinante lavoro di Walter Murch, montatore e tecnico del suono, il cui contributo si è dimostrato fondamentale nel conferire sostanza a immagini ed emozioni.

“The Girl with the Needle” nel nome di una crudeltà estetizzante

Ispirato al caso di Dagmar Overbye, condannata per aver commesso, nella Danimarca degli anni Venti, nove infanticidi– probabilmente, venticinque, non completamente appurati, in mancanza di prove – The Girl with the Needle, riprendendo a partire dall’incipit il meglio di registi quali Ingmar Bergman (Persona), Friedrich Wilhelm Murnau (L’ultima risata) e Tod Browning (Freaks), esordisce squadernando un montaggio di volti.

“Conclave” in un mondo di giocatori e pedine

Conclave è un asciutto e classico thriller morale e, verso il finale, forzatamente fantapolitico del quale, al di là delle puntuali prove offerte da un cast che si sapeva di prim’ordine e della scrittura dell’esperto Straughan, resta poco di davvero memorabile. Non promettendo né più né meno di quanto prospettato dalla sua confezione. Perlomeno, in Conclave si ritrova un’interessante incursione in tematiche che avrebbero meritato una più approfondita indagine, quali femminismo e inclusività.

“Anora” e il tramonto del sogno americano

Anora, pur non sembrando un’eccezione nella galleria di dolci disgraziati di Baker, ha almeno quattro marce in più. Forse cinque, forse sei, prendendo in prestito la battuta con la quale l’impulsivo e sconsiderato Vanya, parlando di carati, finirà per convincere Ani a convolare a nozze. Erroneamente considerata una parente della più fortunata e iconica Vivian di Pretty Woman, Anora si rivela semmai la moderna sorella di Cabiria, figura resa immortale dalla coppia Masina-Fellini.

“All We Imagine as Light” in egual misura tra desiderio e solitudine

All We Imagine as Light, secondo film della regista Payal Kapadia, è una delle migliori pellicole dell’anno. Nonché una delle più originali degli ultimi anni, premiata meritatamente con il Grand Prix Speciale all’ultimo Festival: è una storia universale che mette al centro della sua indagine in egual maniera il desiderio e la solitudine, attraverso la parabola di tre donne che, messe da parte le relative differenze, stringono un’alleanza che va al di là della parola “amicizia”.

“Leurs enfants après eux” realistico e inafferrabile

Istintivo come il battito del cuore, il film è un melodramma su un’Europa in costante evoluzione non così lontana dall’attuale, frammentario e ribelle, come i prodotti che ambiziosamente desiderano diventare inni generazionali, senza però abbandonare un’evidente perfezione formale . Attingendo a piene mani nella libertà narrativa concessa dal romanzo di origine, Leurs enfants après eux è un’opera insieme realistica e inafferrabile.

“Quattro figlie” e il futuro che rompe col passato

Hend Sabri, i lisci capelli pettinati dall’acconciatrice, un ultimo tocco di rossetto, si riscopre agitata al pensiero di incontrare dal vivo una donna che ha deciso di raccontare la sua vicenda, ancora una volta in tono risoluto, sorgendo con l’ostinazione della ragazza ribelle che picchiava ogni uomo che le si avvicinasse. Almeno fino alla comparsa di colui che, dopo aver eluso sorveglianza e fortezza, fece breccia nel suo cuore. Si chiama Olfa, non soffre di alcun timore reverenziale.