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“La danse des renards” e il ring della vita

È chiaro il progetto di Valery Carnoy alla base del suo Danse des renards: prendere a pretesto l’incidente, la ferita (e quindi un’alterazione del corpo) per raccontare la fragilità fisica ed emotiva dell’adolescenza. Il regista belga cuce la sua storia addosso al biondo Samuel Kircher, la cui presente ma non eccessiva prestanza fisica è il giusto contraltare alla malinconia che alberga nei suoi occhi azzurri. E sebbene l’opera sia molto movimentata, a colpire lo spettatore sono i momenti in cui ci viene restituito lo sguardo del protagonista.

“La 42” dove la comunità si esalta e soffre

Tra le mani del regista e della sua crew il quartiere diventa un’entità viva e vibrante, esaltata e sofferente. La 42a è un microcosmo isolato e apparentemente autonomo, almeno finché l’autorità non decide di tirare lacrimogeni per rappresaglia, ma attraverso lo sviluppo artistico diviene un punto di riferimento culturale, una meta e non solo un luogo da cui fuggire.

“Doppelgängers³” con più domande che risposte

Non è semplice sintetizzare il lavoro di Nelly Ben Hayoun-Stépanian, basato sulla compenetrazione fra prestigiosi istituti astronomici ed esibizioni artistiche di diverse nature, non ultima quella cinematografica. Il suo ultimo documentario, Doppelgängers³, si muove sui binari della multidisciplinarietà per immaginare la colonizzazione umana dello spazio secondo presupposti diversi dallo sfruttamento delle risorse di altri pianeti.

“A Natureza das Coisas Invisíveis” tra infanzia e identità

L’amicizia tra Glória e Sofia, le piccole protagoniste di A Natureza das Coisas Invisíveis, è destinata a fare rapidamente breccia nei cuori degli spettatori. Attraverso il racconto di un’estate fondamentale nella loro crescita, la regista e sceneggiatrice Rafaela Camelo indaga la fine dell’infanzia e i profondi cambiamenti che essa porta con sé. È proprio il tema della soglia, della liminalità tra dentro e fuori (il corpo, l’identità) uno dei cardini di questo bellissimo debutto nel lungometraggio, in programma a Gender Bender 2025.

“Strange Journey: The Story of Rocky Horror” come fenomeno culturale

The Rocky Horror Picture Show è il film con la permanenza in sala più lunga nella storia del cinema: uscito nel 1975, ancora oggi non è stato ritirato dalla distribuzione, ma continua a essere un fenomeno di culto la cui forza evocativa a livello socioculturale e politico rimane fortissima e necessaria. È una storia incredibile e, non a caso, il documentario di Linus O’Brien si intitola Strange Journey: The Story of Rocky Horror.

“Romerìa” alla gentile deriva

Vi è, nel cinema di Carla Simón, uno sguardo gentile che sembra accogliere ogni immagine, benefica o cattiva, distante o prossima, ricca o povera. Romerìa, il suo progetto a oggi più ambizioso e concepito come chiusura di una trilogia semi-autobiografica sull’infanzia, si apre con un paesaggio fuori fuoco: Marina torna sui luoghi dei suoi genitori naturali, a malapena conosciuti e scomparsi da un decennio. Lungo quelle rive di Vigo, armata della sua piccola videocamera, la ragazza allena lo sguardo a orientarsi nel presente come nel passato.

“Frankenstein” senza il calore del mostro

Se Frankenstein è presente da sempre nel cinema di Del Toro, nella sensibilità oscura delle sue visioni, nei suoi mostri pervasi di sentimenti più limpidi rispetto a quelli delle persone comuni, forse l’originalità non rappresenta il giusto parametro attraverso cui valutare questo progetto. Analogamente al modo in cui l’accostamento di due poli magnetici positivi genera un fenomeno di repulsione, la sovrapposizione di immaginari simili come quello di Guillermo del Toro e quello di Mary Shelley finisce per generare una sorta di annullamento: non un risultato irrimediabilmente negativo, ma nemmeno in grado di infondere energia, calore ed emozione.

“Leibniz” nelle virtualità del cinema

Reitz, questo instancabile sperimentatore, da autentico illuminista sa di dover mettere ogni volta alla prova le virtualità del set, lavorando con pazienza su meccanismi difettosi per far funzionare questa macchina di pensiero. Un ritratto compiuto di Leibniz va contemplato solo come piano cinematografico, e solo dopo che l’intimo rapporto tra l’allieva e il maestro si saranno a loro volta inscritte come racconto filmico. Precettore come il suo alter ego, Reitz ci consegna un’ultima magistrale lezione su cosa significhi, in ultima istanza, attualizzare le virtualità del set e imprimere l’intelligenza sullo schermo.

“After The Hunt” speciale II – Tra potere, ambiguità e consenso

After The Hunt si propone di esplorare le zone di luce e ombra del movimento #MeToo, invitando lo spettatore a interrogarsi su cosa significhi “credere alle vittime” nei casi di violenza sessuale. Sebbene si avvicini ad essere un’indagine interessante su cosa significhi il consenso all’interno di dinamiche di potere, il turbinio di contraddizioni rischia di diventare paludoso all’eccesso, perdendo il proprio focus.

“After the Hunt” speciale I – La verità secondo la macchina da presa

La verità non va cercata nelle parole, o in discorsi la cui complessità viene frustrata dall’utilizzo “errato” di un articolo, ma nelle mani dei personaggi su cui indugia con insistenza la macchina da presa, negli occhi, negli sguardi che si cercano o si evitano, nello stare seduti in un modo piuttosto che in un altro, nel mangiare frenetico, quasi bulimico, nel modo di bere, di fumare, nelle pause e nei silenzi o, forse, in un’innocua banconota da venti dollari. Con la sua ambiguità, After the Hunt ci invita a metterci a disagio.

“A House of Dynamite” che muove lo sguardo del cinema

A House of Dynamite è una deflagrazione di adrenalina che non si risolve al termine della visione, perché le ripercussioni scavano in profondità, pervadendo i timori e alterando le coscienze di chiunque si sia rispecchiato nei volti dei personaggi tramortiti dall’incredulità e soffocati dalla paura. Kathryn Bigelow è tornata e con un ennesimo lampo di grande cinema ci ha indicato la provenienza del pericolo, ora sta a noi cogliere il suo segnale, muovere lo sguardo per non soffermarci sul dito e alzarlo verso la luna.

“Special Operation” e la prospettiva sull’invasore

Special Operation racconta l’occupazione della centrale di Chernobyl da parte delle truppe russe durante l’invasione dell’Ucraina, tra febbraio e marzo 2022. La quotidianità dei soldati invasori viene documentata dalle telecamere esterne della centrale, dalle lunghe panoramiche e dagli zoom che registrano con un impressionante dettaglio le attività delle truppe. L’intero lungometraggio si struttura a partire proprio dalla raccolta di queste registrazioni, montate insieme per restituire il racconto di quei giorni di occupazione.

“Videoheaven” e la videoteca come fenomeno culturale

Senza lasciare spazio ad alcuna ambiguità, l’incipit di Videoheaven di Alex Ross Perry introduce subito il tono e l’approccio usato dal film per trattare il suo oggetto di – in questo caso lo possiamo proprio dire – studio e riflessione. Accompagnato dalla voce di Maya Hawke, il documentario utilizza estratti da centinaia di film e serie televisive per raccontare la storia del videonoleggio negli Stati Uniti e le modalità con cui questa storia si è riflessa nella sua rappresentazione audiovisiva.

“Holofiction” verso un’iconografia dell’Olocausto

Michal Kosakowski, regista polacco-tedesco, riflette proprio su questa iconografia in Holofiction, documentario sperimentale che raccoglie frammenti da oltre quattrocento film e serie televisive sull’Olocausto, usciti tra il 1938 e il 2024. Il film, che ha visto la sua prima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2025, è parte di un più ampio progetto multimediale, finalizzato a raccontare la memoria della seconda guerra mondiale attraverso i media e l’arte.

“Toni, mio padre” e la tensione del cinema autobiografico

Toni, mio padre ha la capacità di rendere partecipe chi guarda sia della prima storia, decisamente più emotiva e fragile, sia della seconda, epocale, drammatica e violenta. Questo grazie alla dimensione intima e quotidiana che la macchina da presa restituisce nei confronti diretti tra Toni e Anna, il cui bisogno di risposte si scontra con l’incomunicabilità e le barriere tra due generazioni lontane, che non hanno più punti di riferimento condivisi.

“Elisa” nell’enigma della colpa

Di Costanzo districa un andirivieni temporale tra presente e flashback di ricostruzione mnesica nelle modulazioni terse della trasparenza di regia, in un percorso mai ondivago, più arioso delle opere precedenti, sempre affrancato da stilemi, ancorato al mondo invisibile della protagonista decentrata nell’inquadratura, a cui nel finale si concede una liberatoria certezza: un piano d’insieme con l’altro, nel prodigio dello scambio della parola scritta.

Il commento finale a Venezia 82

Al di là dei film, forse questa ottantaduesima edizione del Festival di Venezia, verrà ricordata per l’urgenza che ha animato incontri, scambi e dichiarazioni. Senza troppo giri di parole, l’onta del genocidio palestinese non è mai stata tanto pressante nel dibattito culturale intorno al cinema e il festival è stato da più parti richiamato a svolgere la sua funzione di luogo di confronto per temi di cui l’arte deve farsi portatrice.

“Un film fatto per Bene” e il cinema-fantasma

Un’ulteriore anomalia linguistica, l’ennesimo gesto anarchico con il quale Maresco cerca di scendere a patti con l’intento frustrato di trovare una capacità espressiva attraverso le forme canoniche del cinema italiano. Una voce dissidente che però ingloba il contesto circostante per farsene beffa con sprezzante sarcasmo e renderlo materia filmabile. Un film fatto per Bene, titolo leggibile con un duplice significato, diventa dunque un documentario su un film mai realizzato.

“Dead Man’s Wire” tra ricorsi storici e cinematografici

È infatti difficile non pensare a Luigi Mangione guardando Dead Man’s Wire e dunque immaginare un parallelismo tra quanto accaduto l’anno scorso e le azioni commesse da Tony Kiritsis nel 1977, il quale, sentendosi tradito e truffato dalla banca che gestiva il suo mutuo, ne rapì il presidente. Van Sant torna dunque alla cronaca, alla violenza istintiva e al rapporto con i media, trattando il tutto però con un’ironia inaspettata, pur restando tagliente e affilato.

“In the Hand of Dante” o come perdersi tra passato e presente

In un certo senso, In the Hand of Dante ricorda Megalopolis di Francis Ford Coppola: un film dalla storia travagliata, in cantiere per più di quindici anni, che ha richiesto un enorme sforzo produttivo e per cui il regista si è rifiutato di scendere a compromessi. Il risultato di un travaglio tanto lungo è però un prodotto confuso, che cerca di bilanciare due storie senza riuscirci e restituendo anzi personaggi piatti, dalla storia abbozzata e dalla caratterizzazione stereotipica.