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“Lady Eva” che decostruisce lo stereotipo femminile

L’ironia di Lady Eva è lo strumento che decostruisce lo stereotipo della donna santa o puttana, della nobile o della tentatrice per antonomasia, arrivando all’aporia di dover considerare entrambe queste caratteristiche come parte dell’identità dei personaggi interpretati da Stanwyck: la stessa Lady Eve è smascherata come una donna che ha avuto molti più amanti di quelli che ha inizialmente ammesso. Lady Eva va visto come l’aggiungersi di un nuovo tassello nella maschera che costituisce l’immagine divistica di Barbara Stanwyck.

“Gli egoisti”, cronaca di un delitto borghese

Fotografato da Alfredo Fraile, con un bianco e nero dai costanti toni cupi, Muerte de un ciclista, vincitore del Premio Fipresci al Festival di Cannes 1955, si conclude con un doppio finale: il cinismo della borghesia viene punito alla stessa maniera, ma Bardem, nell’atteggiamento del ciclista impaurito, lascia intendere da un lato una mancanza di morale insita in tutti gli esseri umani, dall’altro come probabilmente il povero ciclista avrebbe un trattamento diverso rispetto alla borghesia. 

“Dead Man” e il west(ern) come teatro dell’assurdo

Lo spazio scenico viene svuotato, desertificato, trasformato in landa mortuaria in cui si stagliano con grottesca violenza estetica figure patibolari, stupratori, assassini e cannibali, ma che non possiedono nulla di realistico, assumendo quasi i connotati sfumati di immagini prodotte da un trip psichedelico. Dead Man resta un unicum non solamente nella carriera di Jarmusch ma anche nel panorama del western contemporaneo, un atto di spogliazione dei topoi del genere per far risaltare la bianchezza ossuta dello spazio scenico e la caducità del profilmico.

“Rita la zanzara” e i colori della rivoluzione yé-yé

Realizzato per sfruttare il successo di Rita Pavone come cantante e attrice, dopo la grande popolarità ottenuta con lo sceneggiato Tv Giamburrasca, è un’insolita commedia musicale che da un lato rientra a pieno titolo nel filone musicarello ma dall’altro ne aggira la formula in maniera strategica e con ambizione guarda alla struttura del musical. Diretta da Lina Wertmüller G. Brown, contribuirà a salvare la Titanus dal fallimento.

“Tinimbang ka ngunit kulang” e il degrado dell’umano secondo Lino Brocka

L’urlo, la mano che lo soffoca, l’ancestrale tripudio di percussioni, la vita soppressa, l’esistenza torturata, infine il dettaglio scabroso, traumatico, il feto morto, ma anche il simbolo religioso dietro cui proteggere il proprio senso di colpa. Tutta la degradazione dell’umano, della sua sacralità, è resa con la più impudica efferatezza in una pellicola che, almeno nel primo rullo, appare essa stessa degradata, ipersatura di contrasti e sensazioni, percorsa da una luce bianchissima che acceca la ragione di Kuala.

Frammenti di genio in “Orson Welles – The One Man Band”

Oggi Orson Welles – The One Man Band (1995) di Oja Kodar e Vassili Silovic rimane principalmente un memorandum d’epoca, ma quando il documentario uscì fu una sensazionale rivelazione. Non tanto per la qualità dell’assemblaggio dell’eterogeneo materiale, quanto per tutti i ritagli, le frattaglie, i lacerti e i frammenti degli ultimi film incompiuti o gli altri divertissement di Orson Welles, il più grande autore di cinema.

Il ribaltamento dei ruoli di genere in “Dieci donne nere”

Kon Ichikawa è conosciuto in Europa principalmente per L’arpa birmana, Fuochi nella pianura o per il suo originale documentario sulle Olimpiadi di Tokyo, film che restituiscono il ritratto di un regista raffinatissimo, serio e impegnato. In realtà la sua carriera nel cinema e soprattutto nella televisione giapponese l’ha portato a realizzare principalmente film per il grande pubblico. A metà strada si colloca Dieci donne nere del 1961, una commedia satirica dalle tinte noir in un bianco e nero ad alto contrasto che gioca con gli stereotipi di genere della società giapponese.

“Metti, una sera a cena” e la revisione delle convenzioni borghesi

Attraverso Michele, Giuseppe Patroni Griffi guida il suo pubblico all’osservazione di una delle cellule costitutive del tessuto sociale italiano – la coppia sposata – e mette in discussione l’istituzione che rappresenta. Film nel film, piéce nella piéce, Metti, una sera a cena decostruisce per azzardare poi una ricostruzione, libera da condizionamenti ideologici e sociali, allargando gradualmente il numero dei commensali di una tavola/“zattera” in cui il banchetto principale è il perbenismo dei benpensanti borghesi che stanno andando alla deriva.

“La porta d’oro” e la materia umana di cui è fatto il cinema

Leisen ricostruisce così una storia circolare di cinema dentro al cinema – ritagliandosi tra l’altro la parte del regista che sta girando un film: il suo precedente I cavalieri del cielo con Veronica Lake, di cui vediamo una doppia scena set/macchina da presa – ma tocca al contempo e con sensibilità il tema dell’immigrazione, argomento di grande attualità in un’America che stava per entrare in guerra.

“I milioni della manicure” e le radici screwball di Leisen

I milioni della manicure è contemporaneamente la prima vera commedia e il primo grande lavoro di Mitchell Leisen, in grado di contenere le radici screwball su cui si baseranno le sue opere più celebrate (Un colpo di fortuna e La signora di mezzanotte). La leggerezza e l’eleganza del suo tocco si traducono in una pellicola in cui la sofisticazione e la brillantezza dei dialoghi accompagnano con delicatezza il centro nevralgico della narrazione che agisce sottotraccia: la crisi economica e, dunque, d’identità americana della prima metà degli anni ‘30.

Speciale “La fiamma del peccato” – Contro tutti i codici

Il film di Wilder, tratto dal romanzo breve La morte paga doppio (1943) di James M. Cain e sceneggiato dallo stesso regista con Raymond Chandler, metteva in discussione il Codice Hays: è una storia di corruzione, omicidio e sesso in perfetto stile hard-boiled. Questa potenziale contravvenzione al Codice Hays rappresentava un rischio per Barbara Stanwyck che, sebbene avesse sempre scelto di non legarsi ad una particolare casa di produzione per mantenere la sua indipendenza, era da sempre considerata una sostenitrice dello Studio System.

Speciale “La fiamma del peccato” – Il profumo dell’omicidio

Il film, ancor prima di essere film, è un incontro tra sguardi narrativi diversi: qui si ritrovano la curiosità di Wilder per l’ambiguità della natura umana, l’amore malinconico di Chandler per il rigore morale e il disincantato cinismo di Cain nel raccontare gli arrivisti. Il risultato di questo strano mix di ingredienti è uno dei noir più riusciti del cinema americano, dove una goccia di paura basta “per cagliare l’amore in odio”. Non è ancora un morto quello che racconta la sua storia in flashback – come sarà ne Il viale del tramonto – ma è l’ombra di un uomo che sta per morire. 

“Senso” e ossessione in Technicolor

Se l’ossessione nel primo lungometraggio del regista culminava in un omicidio, qui ad essere assassinati sono i valori e gli ideali di una classe sociale privilegiata, in preda ad una passione narcisistica che si chiama fuori dalla Storia. “Non passo mai davanti a uno specchio senza guardarmi”, afferma ad un certo punto il tenente Mahler interpretato da Granger, che ha il volto perfetto per incarnare uno dei manipolatori più detestabili della storia del cinema.

“The Ghost of Yotsuya” e la tradizione onirica giapponese

Perfettamente aderente allo spirito dell’originale, pur svecchiandone certi sviluppi narrativi, il film di Nakagawa racconta di un disgraziato ronin che uccide un uomo per non avergli concesso la mano della figlia, Iwa, salvo poi ingannare la donna promettendole di vendicare la morte del padre in cambio del matrimonio. Anni dopo, la prospettiva di ricchezza per un nuovo matrimonio porta il ronin a ordire un ulteriore inganno e uccidere la moglie per convogliare a nuove nozze.

“La vergine di cera”, horror spurio di Corman

Un film spurio della serie poeiana, però altrettanto efficace e suggestivo. A questo eccentrico fascino pauperistico (ma non si nota particolarmente) contribuisce anche il carosello di registi pupilli della Factory cormaniana che hanno girato scene o sequenze per supplire l’assenza di Corman, impegnato nel mentre già in altro. Francis Ford Coppola, Monte Hellman, Jack Hill e Dennis Jakob, ognuno ha diretto qualcosa per riempire la pellicola. A conferma di come un set cinematografico di Corman fosse la migliore scuola per apprendere come si fa il cinema.

“I diavoli” capolavoro di dolorosa bellezza

Ancora oggi I diavoli rimane una mazzata emotiva, soprattutto per il montaggio sorprendente e il ritmo serratissimo, oltre che ovviamente per le situazioni mostrate. L’impatto visivo dei momenti più sessualmente espliciti oramai non è più così impattante, ma ai tempi costò al film diverse censure e rimproveri  ecclesiastici. Bistrattato per decenni dalla stessa istituzione che aveva messo la Bibbia all’indice dei libri proibiti, I diavoli rimane un’opera colta e complessa, un capolavoro di una bellezza non indolore.

“L’uomo che volle farsi re” verso il crepuscolo dell’avventura

L’uomo che volle farsi re rappresenta un passaggio significativo all’interno della filmografia di Huston, soprattutto legata al filone esotico-avventuroso che il cineasta aveva esplorato ampiamente durante la sua ascesa nell’età d’oro del cinema americano. Il tesoro della Sierra Madre, La regina d’Africa e Moby Dick sono film in cui affiorano tutte le fragilità e i vizi dell’essere umano posto davanti alla potenza della natura selvaggia. Avidità sete di potere e delirio di onnipotenza, tutti temi che si ritrovano anche nella trasposizione del racconto di Kipling, ma con uno sguardo e un approccio diversi.

“Non voglio perderti” tra destino e riscatto

In questo noir teso, cupo e angosciante, Barbara Stanwyck rende in modo molto realistico e coinvolgente il dissidio interiore di Patricia: una donna travolta dal caso e dilaniata tra l’istinto materno e la paura di essere scoperta. Nei suoi occhi leggiamo il terrore del passato che incombe – prima annunciato da un telegramma anonimo e poi materializzato in incubo reale quando il suo vecchio amante si presenta a una festa – ma anche l’amore per la nuova vita e il desiderio di un futuro sereno.

“Lenny”, anatomia di un comico e di un paese

Lenny è totalmente immerso in un bianco e nero (firmato da Bruce Surtees) che alterna tonalità realiste a illuminazioni iperrealiste, con bianchi quasi elettrici che tagliano crudamente (e crudelmente) corpi e volti, deformandone grottescamente le prospettive e per traslato la realtà sociale, rovesciandola nella sua caricatura cabarettistica. Uno dei lavori più audacemente politici di Fosse e sicuramente tra le migliori interpretazioni di Dustin Hoffman.

“Gero no kubi”, tempo passato ancora presente

Già all’epoca del muto, Daisuke Ito era stato sottoposto a controlli di censura che ne limitavano la libertà artistica, a causa delle spinte socialiste che si intravedevano nella denuncia dello sfruttamento delle classi popolari evidente nelle sue pellicole. Forse è anche per questo che egli ha scelto di dedicare gran parte della sua filmografia al jidai-geki (dramma storico), genere di eccellenza del cinema giapponese: ambientando le vicende nel periodo Tokugawa si può criticare il presente senza essere troppo esposti a un severo controllo limitante da parte delle autorità.