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“Lo chiamavano Jeeg Robot” dieci anni dopo
Dieci anni fa usciva nelle sale Lo chiamavano Jeeg Robot, lungometraggio d’esordio di Gabriele Mainetti, che pochi mesi prima era stato presentato e accolto con favore alla Festa del Cinema di Roma. Subito dopo la première romana, il passaparola riguardo questo piccolo film, così anomalo per gli standard della produzione italiana, si era diffuso velocemente e l’attesa per la distribuzione ufficiale era cresciuta esponenzialmente, trasformando Lo chiamavano Jeeg Robot in un fenomeno pop come raramente se ne vedono in Italia.
“La grazia” speciale II – L’ossessiva ricerca della verità
Seppur ne La grazia tornino i temi che Paolo Sorrentino ama raccontare da sempre – il rimorso per la giovinezza perduta, la perdita e il dubbio davanti all’incessante scorrere del tempo –, rispetto ai precedenti lavori tutto acquisisce una compattezza e un equilibrio che, forse a discapito di una magnificenza visiva apprezzata altrove, danno l’idea di un compiuto percorso di formazione e suffragano l’impressione che l’Italia vista su schermo sia un luogo lontano dal nostro.
“Special Operation” e la prospettiva sull’invasore
Special Operation racconta l’occupazione della centrale di Chernobyl da parte delle truppe russe durante l’invasione dell’Ucraina, tra febbraio e marzo 2022. La quotidianità dei soldati invasori viene documentata dalle telecamere esterne della centrale, dalle lunghe panoramiche e dagli zoom che registrano con un impressionante dettaglio le attività delle truppe. L’intero lungometraggio si struttura a partire proprio dalla raccolta di queste registrazioni, montate insieme per restituire il racconto di quei giorni di occupazione.
“Videoheaven” e la videoteca come fenomeno culturale
Senza lasciare spazio ad alcuna ambiguità, l’incipit di Videoheaven di Alex Ross Perry introduce subito il tono e l’approccio usato dal film per trattare il suo oggetto di – in questo caso lo possiamo proprio dire – studio e riflessione. Accompagnato dalla voce di Maya Hawke, il documentario utilizza estratti da centinaia di film e serie televisive per raccontare la storia del videonoleggio negli Stati Uniti e le modalità con cui questa storia si è riflessa nella sua rappresentazione audiovisiva.
“Holofiction” verso un’iconografia dell’Olocausto
Michal Kosakowski, regista polacco-tedesco, riflette proprio su questa iconografia in Holofiction, documentario sperimentale che raccoglie frammenti da oltre quattrocento film e serie televisive sull’Olocausto, usciti tra il 1938 e il 2024. Il film, che ha visto la sua prima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2025, è parte di un più ampio progetto multimediale, finalizzato a raccontare la memoria della seconda guerra mondiale attraverso i media e l’arte.
“Toni, mio padre” e la tensione del cinema autobiografico
Toni, mio padre ha la capacità di rendere partecipe chi guarda sia della prima storia, decisamente più emotiva e fragile, sia della seconda, epocale, drammatica e violenta. Questo grazie alla dimensione intima e quotidiana che la macchina da presa restituisce nei confronti diretti tra Toni e Anna, il cui bisogno di risposte si scontra con l’incomunicabilità e le barriere tra due generazioni lontane, che non hanno più punti di riferimento condivisi.
La serialità televisiva nei festival internazionali del cinema. Alcune riflessioni
L’inclusione di serie televisive all’interno di un festival dedicato principalmente al cinema è un fenomeno che si estende ad altri grandi festival europei. Non si tratta di una concessione da parte del circuito festivaliero verso forme audiovisive non prettamente cinematografiche che per via di riconosciute qualità meritano di essere incluse nella selezione ufficiale – esistono già numerosi festival internazionali dedicati alle serie TV. È, invece, una presa di posizione che intende valorizzare, accanto alla produzione cinematografica, anche quella televisiva, rendendola parte integrante dell’esperienza cinefila tipica di un festival.
La poetica del desiderio. Un bilancio del cinema di Matteo Garrone
Quella di Matteo Garrone è una carriera estremamente interessante da studiare in un’ottica di sperimentazione e di eclettismo. Nei suoi oltre vent’anni di carriera Garrone ha cambiato genere cinematografico molte volte, finendo così per essere associato non tanto ad una tipologia di racconto, quanto ad una precisa prospettiva artistica sul mondo. Garrone non ha studiato cinema; la sua formazione è nella pittura e ciò è evidente in tutti i suoi film.
“La città proibita” speciale II – L’Italia multietnica di Mainetti
L’azione è girata con grande maestria, curata nei minimi dettagli, indice di un notevole gusto per lo spettacolo cinematografico e di una capacità di affrontare il genere con rigore, un approccio più comune alla serialità italiana contemporanea, piuttosto che alla sua controparte cinematografica. E infatti non stupisce che a firmare la sceneggiatura con lo stesso Mainetti ci siano Davide Serino e Stefano Bises, due tra gli autori più interessanti nella produzione seriale italiana degli ultimi anni.
“No Other Land” speciale II – Quando l’audiovisivo diventa un’arma
A colpire soprattutto di No Other Land è la perfetta simbiosi tra la crudezza di quello che mette in scena e la grande portata simbolica del dispositivo che utilizza per raccontare questa storia, vale a dire la cooperazione tra l’attivista palestinese Basel e il giornalista israeliano Yuval, uniti per denunciare l’ingiustizia perpetrata dall’esercito israeliano contro gli abitanti di Masafer Yatta, una zona collinare della Palestina via via sempre più sotto il controllo degli organi militari.
Il franchise di “Alien” come specchio di Hollywood
Gli anni Ottanta cinematografici hanno visto l’emergere di saghe che hanno contribuito a formare l’immaginario collettivo di tante generazioni e che ancora oggi possono contare su una fanbase solida e fedele. Tra questi franchise, Alien è indubbiamente uno dei casi più interessanti, in quanto ha attraversato diverse fasi nel corso della sua storia, mutando in continuazione, proprio come la spaventosa creatura che dà il titolo alla saga.
“Alien: Romulus” una saga in un film
Alien: Romulus non inserisce esclusivamente richiami ai primi due film del franchise. A ben vedere, la pellicola si configura come una sintesi dell’intera saga di Alien, non solo come omaggio, ma come tentativo di tirare le fila dell’intera mitologia e far conciliare la tetralogia originale con i prequel di Scott. Alien: Romulus funge da ponte tra passato e futuro, tra ciò che ha avuto maggior successo nella saga e la possibilità di continuare questa storia in ulteriori film.
L’Heimatfilm nella Repubblica Federale Tedesca
Nel 1949 escono due Heimatfilm per molti versi affini. Il primo è Die seltsame Geschichte des Brandner Kaspar di Josef von Báky, tratto da una storia molto nota in area bavarese, soprattutto grazie al racconto in dialetto di Franz von Kobell. In realtà quella di Brandner Kaspar è una storia nota in tutto il mondo, raccontata nel corso della storia in molti modi diversi, quella dell’incontro con la morte in persona. Il secondo film è Caino!, primo lungometraggio di Harald Reinl, che si era formato sui set lavorando come assistente di Leni Riefenstahl.
“Die Frau am Weg” e il senso di colpa di un paese
Die Frau am Weg tematizza il periodo della presenza tedesca sul territorio austriaco in una storia che si svolge in un luogo apparentemente lontano dal dramma della guerra, le montagne del Tirolo. Qui vive Christine, insieme a suo marito, un funzionario della dogana. La sua vita tranquilla è sconvolta dall’arrivo di un prigioniero politico in fuga, ricercato dai nazisti. Christine decide di aiutarlo a fuggire oltre il confine svizzero, all’insaputa del marito. Die Frau am Weg è un film importante per l’Austria del dopoguerra, perché mette il paese di fronte alle sue colpe. Tuttavia, la posizione del film non è espressamente politica, il nazismo viene raccontato come un’entità non politica, perché non umana.
“Die Sonnhofbäuerin” e l’Heimatfilm austriaco
Die Sonnhofbäuerin è uno dei film più rappresentativi dell’Austria del secondo dopoguerra. È anche un esempio emblematico di Heimatfilm, genere caratteristico dell’area linguistica tedesca, risalente agli anni Dieci del Novecento ma protagonista di una nuova fortuna dopo il secondo conflitto mondiale. L’esperienza bellica ha avuto effetti sulle principali cinematografie del mondo. L’Heimatfilm, anche quando prende in considerazione la guerra, predilige un racconto che si concentra su altro, su personaggi che conducono una vita semplice, umile, un richiamo ai valori che la guerra sembrava aver spazzato via.
“Life Is Beautiful” e il potere globale dei media
Life Is Beautiful diventa uno strumento per perseguire il medesimo obbiettivo: questa pellicola racconta l’esilio di un uomo e la sua impossibilità di riabbracciare i propri cari, qualcosa che non si lega esclusivamente alla Palestina – in fondo, i riferimenti alla situazione di Gaza sono ridotti al minimo indispensabile – ma che parla a un pubblico potenzialmente globale. La sofferenza di Jabaly diventa la nostra sofferenza, perché riporta alla nostra mente sensazioni che abbiamo già vissuto
“Cerchi” e le storie di chi rimane
Il documentario di Ferri racconta nello specifico la Fondazione emiliano romagnola per le vittime di reato, una realtà che da diversi anni si occupa di fornire sostegno in varie forme ai parenti di vittime di omicidio o a sopravvissuti di reati gravi. Quello che si presenta quindi come un evidente documento di promozione di questa attività riesce comunque a trovare uno spazio per raccontare le soggettività dei suoi personaggi.
“The Lost Notebook” e il cinema come impronta digitale
The Lost Notebook non racconta il cinema in quanto tale, ma quello che significa il cinema per noi. Il film di Sørensen non vuole essere un trattato di storia del cinema – anche se ogni tanto viene offerto un gradito ripasso – ma piuttosto una riflessione su come l’esperienza che noi facciamo dei film ci dica molto di noi e della società che abitiamo. Il cinema diventa innanzitutto una finestra sulla Storia.
“Furiosa” speciale I – Sovvertire le aspettative
Il film alterna all’azione momenti in cui il racconto procede con ritmo più cadenzato, in cui c’è più tempo per raccontare i personaggi, i rapporti tra di loro, con un approccio intimista che non sempre funziona del tutto. Ogni tanto questa alternanza di ritmo sembra penalizzare Furiosa, ne rende la narrazione più dispersiva e meno focalizzata. Ma è chiaro che si tratta di una precisa scelta autoriale che contribuisce a rendere questo film qualcosa di diverso dalla maggior parte dei blockbuster contemporanei.
“Dune – Parte due” Speciale II – Il simbolo del cinema contemporaneo
Dune – Parte due è un film che si rivolge ad una platea potenzialmente ampia: i conflitti più evidenti, il ricorso frequente a strutture melodrammatiche e una dimensione seriale meno aperta fanno di questa pellicola un racconto più accessibile, più compatto e, in fin dei conti, più piacevole. Tuttavia, la visione estetica che filtra ogni elemento del film fa sì che Dune – Parte due segua una direzione autoriale precisa per tutta la sua durata, ponendosi effettivamente come un blockbuster diverso.