Speciale “Rifkin’s Festival” – La fuga tra le forme della passione

Mort Rifkin racchiude la maggior parte delle caratteristiche e dei temi rituali della poetica di Allen, con una declinazione però di maggior senilità. Il suo è un vagare dimesso e disilluso. Il ritorno alla realtà ha un sapore più amaro e malinconico, L’unico sollievo, porto sicuro spirituale, è sempre più lontano dalla realtà, ammantato dalle immagini del cinema che ama e che utilizza per rileggere la propria vita, facendo i conti con sé stesso anche tramite rievocazioni dei film da lui girati. Rifkin’s Festival, cinquantesima regia cinematografica, è sì un film imperfetto, ma rappresenta un’ulteriore e rilevante tappa nel percorso cinematografico di Woody Allen, la cui passione e sagacia risultano invariate.

Poor Man. “Una donna promettente” come pedagogia dei generi

Una donna promettente è sì un rape & revenge, ma qui lo stupro è solo evocato e la vendetta si risolve in una drammaturgia cadenzata che rielabora le colpe maschili senza eccessive inondazioni di sangue. Emerald Fennell segue la donna nella sua missione salvifica, avendo cura di porla sempre al centro dell’inquadratura e concentrando la sua scrittura composta nella rielaborazione del tragico: lo stupro dell’amica; il muro di omertà e reticenza di chi ha preferito tacere; la violazione fisica e virtuale del corpo femminile. La protagonista diventa simbolo, poi martire, di un post-femminismo votato a una pedagogia dei generi, messo in scena come un apologo morale che deve formare e orientare le coscienze.

“Minari” e il semplice germoglio del racconto

Non ha slabbri e non ha vertigine, simula compromessi che poi risolve in sintonie, non ha accensioni né contrasti forti oltre la superficie, eppure non sembra possa esistere un cinema più giusto, più corretto e più preciso per entrare in connessione con le urgenze del nostro tempo: Minari era il vero film da Oscar 2021, non perché destinato a vincerlo o perché pensato per poterlo fare, ma perché il più risolto come racconto. In una stagione cinematografica impegnata come non mai a mettere in crisi convinzioni e assiologie, il film di Lee Isaac Chung è qualcosa di meno stratificato e comunque più vicino al miglior cinema possibile, quello della semplicità estrema.

“La tigre bianca” e la parola del subalterno

La sceneggiatura dello stesso Bahrani, candidata all’Oscar 2021, segue, attraverso i virtuosismi della macchina da presa e una struttura narrativa complessa fatta di flashback nel flashback, l’emancipazione di Balram, da povero servo di Ashok e Pinky Madam nella tentacolare Delhi a uomo d’affari di Bangalore, senza scrupoli ma per proteggere gli sfruttati. Balram è la tigre bianca del titolo, un uomo che è riuscito ad essere l’eccezione, come l’animale che nasce una sola volta in una generazione. Come il romanzo di Adiga, il film di Bahrani porta ad uno stadio successivo l’analisi postcoloniale. 

“Nomadland” e il lutto nell’America di Biden

Sarà che dopo un anno di pandemia si è portati ad avvicinarsi a ogni nuovo film, come a ogni nuova storia, alla luce della lunga stressante prova che il mondo sta vivendo, ma Nomadland davvero approda nelle sale finalmente riaperte come un’istantanea di dove stavano andando gli Stati Uniti un attimo prima di fare ingresso nell’era Covid, e di come i più saranno costretti a ripartire a tempesta finita. Il fatto che poi la pellicola sia fresca vincitrice dei tre Oscar principali favorisce ulteriormente questa lettura. Come se l’Academy con i suoi premi abbia voluto indicare, riconoscendoli, i grandi temi dei prossimi anni: povertà, nuova organizzazione del lavoro, ambiente.

“In the Mood for Love” e l’amore irrealizzato

Il lavoro dell’analista era descritto da Sigmund Freud come un lavoro di ricostruzione, che affidandosi a dettagli e ripetizioni aiuta a ritrovare un qualcosa di perduto. Wong Kar-wai in In the Mood for Love si muove in quella direzione, riflettendo, a partire da quegli elementi e utilizzando il cinema, sui ricordi e cercando di ricostruire la memoria personale e collettiva. La Storia di Hong Kong e la storia di Chow e Su si trovano ad osservarsi e sfiorarsi, come i protagonisti stessi, riflettendosi a vicenda in uno specchio d’amor perduto e irrealizzato. Sono trascorsi ormai ventun anni dalla sua prima uscita nei cinema. Ritorna adesso in sala grazie al restauro in 4K realizzato dal laboratorio L’Immagine ritrovata e da Criterion, distribuito da Tucker Film.

Atarassia alienata. “Apples” nell’universo della Greek Weird Wave

Per il suo debutto nel lungometraggio Christos Nikou, già assistente alla regia di Yorgos Lanthimos per Dogtooth, sceglie una storia da lui stesso co-scritta e molto in linea coi dettami della Greek Weird Wave, la corrente implicita nata coi lavori dello stesso Lanthimos e di Athina Rachel Tsangari: in primis la scelta come mattatore assoluto di Aris Servetalis, da lui già utilizzato per il corto Km (2012), il cui volto quieto, stralunato e dolente è diventato una cifra distintiva delle opere del movimento; e poi la pulizia e l’austerità della narrazione, il racconto di un mondo assurdo eppur plausibile, un protagonista solo e alienato, un’esteriore atarassia dei sentimenti, e una critica sociale alla contemporaneità indiretta quanto feroce.

“Non mi uccidere” e i teen movie. L’alba di un nuovo genere italiano

Non mi uccidere è Twilight ma non lo è affatto: in primo luogo, favorire il coinvolgimento emotivo e la proiezione nelle vicende narrate è fondamentale per le produzioni teen e young adult. Il  limite imposto dalla taglia contribuisce a rendere Non mi uccidere un pastiche dalle molte anime: gioca con l’ibridazione di generi letterari popolari (storie di vampiri e zombie, la storia romantica, il romanzo di formazione); assume caratteristiche del genere urban fantasy con derive nell’horror e nello splatter; si ispira ai predecessori e ai contemporanei (non solo teen movie: si pensi a recenti produzioni horror italiane alla The Nest) e allo stesso tempo prova a spingersi oltre, sperimentare.

“Night in Paradise” e la formula della vendetta

La vendetta sviluppa drammaturgia e produce storie, induce pathos e assicura un sensuoso e perverso sentimento di appagamento. Per Night in Paradise la formula del revenge movie non entra nella logica della messa in discussione, è in sostanza un sottinteso del genere gangsteristico, dove la vendetta è regolamentata al sistema, istituzionalizzata come principio. In quest’ottica non viene contestata la ragionevolezza dell’azione vendicativa e nemmeno ne vengono polemizzati i metodi d’esecuzione, sulla falsariga di un modello illustre come può essere Violent Cop, ma se ne indagano le conseguenze senza che il suo corollario venga mai disconosciuto.

Tra elegia e realismo. “Concrete Cowboy” e il western contemporaneo

Il western, più che un genere, è uno stile cinematografico: quasi uno stato d’animo, che può benissimo essere ambientato fuori dagli Stati Uniti e svolgersi ai nostri giorni – non necessariamente nell’Ottocento – e che si presta sovente a contaminazioni con gli altri generi. L’opera prima di Ricky Staub, Concrete Cowboy (2020), ne è un esempio, essendo una sorta di western urbano contemporaneo, ma molto sui generis, dove la demitizzazione della Frontiera è inscindibile dal dramma umano e da una sorta di bildungsroman (il cosiddetto romanzo di formazione).

Storia nera, ostruzionismo bianco. “Judas and the Black Messiah” scuote le coscienze

Prodotto da Ryan Coogler, abile rielaboratore in chiave black di stilemi e generi hollywoodiani, il secondo lungometraggio di Shaka King, pluripremiato e candidato a sei Premi Oscar (tra cui Miglior film e Miglior sceneggiatura), si inserisce in quel filone tutto afroamericano di rilettura della storia nazionale da un punto di vista alternativo a quello bianco maggioritario. Un intento che va oltre il revisionismo barricadiero, in favore di una riscrittura del passato comune con la consapevolezza ormai acquisita di un percorso civile troppo a lungo ignorato se non addirittura ostacolato. Il nuovo cinema storico nero fa luce su personaggi ed episodi spesso quasi del tutto dimenticati, al fine di costruire una mitologia afroamericana.

“L’amico del cuore” e la tragedia minimalista

Tutto intento a rimarcare la propria personalità fuori dal mainstream utilizzando Sitting Still dei R.E.M. per accompagnare un viaggio in auto di notte nel 1983, fra le infinite possibilità nella discografia del decennio, L’amico del cuore ne viene fuori però alla fine come più hipster che realmente underground. Gabriela Cowperthwaite, documentarista di lunga esperienza, dirige una storia basata su eventi reali e fa tutto proprio come andrebbe fatto: utilizzare Casey Affleck in un ruolo praticamente identico a quello per cui ha vinto l’Oscar in Manchester by the Sea, e amalgamare con sapienza l’immediatezza di molta camera a mano sugli attori con la stilizzazione di bellissime immagini dall’alto a cogliere la natura geometrica e perfetta del tutto.

La pandemia, fuori. “Sesso sfortunato o follie porno” come ritratto della nazione

Sembra banale e scontato dire che Sesso sfortunato o follie porno, ultimo film diretto da Radu Jude e vincitore dell’Orso d’oro all’ultima Berlinale, restituisca lo spirito del tempo di questi anni, tuttavia è quasi impossibile dire il contrario. Mentre ormai sono mesi che stiamo aspettando di vedere dei film che sembrano non uscire mai, messi “nel congelatore” in attesa di un periodo indefinito futuro, nel quale potranno viaggiare liberi, un regista come Jude sembra non avere nessuna intenzione di aspettare, in velocità reagisce alla contemporaneità su tutta la linea. Ne viene fuori, ancora, il ritratto di una nazione, della sua storia e delle sue colpe, tra ipocrisie e ironie: due cose che per il regista sembrano essere strettamente legate.

“The Chaser” e la vertigine della caduta

Sulla scia dell’apprezzamento di pubblico e critica che la vivace filmografia sudcoreana riscuote da diversi anni, facendo parlare di una sorta di nouvelle vague d’Oriente, è recentemente disponibile in Italia l’intera opera del regista Na Hong-jin: The Chaser (2008), The Yellow Sea (2010) e Goksung (2016). Come aveva già fatto Bong Joon-ho nel 2003 in Memorie di un Assassino (Memories of Murder), anche Na Hong-jin in The Chaser prende spunto da una storia vera per dar vita al suo primo lungometraggio: un riuscitissimo debutto, premiato poi come miglior regia sia ai Grand Bell Awards che ai Korean Film Awards e accolto con favore al Festival di Cannes 2008.

 

“Raya e l’ultimo drago” tra novità e ricostruzione

Ciò che maggiormente salta all’occhio durante la visione di questo ultimo film Disney è la sua abilità nell’accontentare il pubblico di oggi senza dover per forza privarsi della sua componente più genuina e, perché no, politica. Si tratta infatti di un film pienamente ancorato al qui e ora più recente, da un punto di vista narrativo, tematico e anche di mercato. Sono anni di grandi e repentini cambiamenti sociali. Le minoranze stanno finalmente trovando una loro voce in grado di rappresentarle e hanno poco alla volta trovato il supporto delle major. Raya e l’ultimo drago quindi prova a sdoganare l’idea di una principessa acqua e sapone per ergere a protagonista una ragazza guerriera nata e cresciuta in un mondo lontano (a Oriente).

“Il mio nome è clitoride” verso una nuova educazione sessuale

Per 80 minuti dodici ragazze, aprendosi con genuinità e delicatezza, raccontano il loro rapporto con la sessualità a partire dall’ iniziazione. Portano alla luce esperienze e spunti di riflessione, per cominciare a ripensare all’educazione sessuale e all’informazione, proponendone un nuovo modello. Lisa Billuard Monet e Daphné Leblond, due giovani registe uscite da qualche anno dall’ INSAS belga, decidono, a partire da un dibattito tra di loro, che al mondo occorreva qualcosa. Con Il mio nome è clitoride, presentato nel 2019 al FIFF nella categoria Place aux docs, compiono una vera e propria azione sociale, lasciando un documento prezioso e necessario.

“Un confine incerto” squarcia il velo dell’abuso

Isabella Sandri, al suo quarto lungometraggio, sceglie di affrontare un soggetto storicamente problematico per il cinema (in particolare quella nazionale) come se il fastidio misto a terrore per l’infanzia tradita fossero troppo ingombranti per dar loro voce attraverso le immagini. Come se nessuno se la sentisse di trattare seriamente e con coscienza il tema della pedofilia per una forma di vero disinteresse o solo per mancanza di coraggio. Anche per questo Un confine incerto è un film che ha in primis il grande merito di squarciare il velo mediatico di ipocrisie e falsi pudori, con delicatezza raffinata, senza mai trascendere in voyeurismo o melodrammaticità.

La scena e l’archivio. “50 – Santarcangelo Festival ” tra arte e vita

50 – Santarcangelo Festival è il nuovo documentario scritto e diretto da Michele Mellara e Alessandro Rossi. Voci, suoni e immagini si fondono per raccontare, come suggerisce già il titolo, i cinquant’anni del più antico festival italiano dedicato all’arte teatrale contemporanea e alla danza. I materiali dell’archivio della Cineteca di Bologna, di Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia, di Rai Teche, l’archivio personale di Mario Martone e tanti altri, restituiscono a chi non ha ancora vissuto il Festival un’idea della sua lungimiranza e avanguardia. Così, guardando 50 – Santarcangelo Festival e ascoltando i racconti di alcuni dei suoi protagonisti, emerge il forte intreccio tra arte e vita. 

“The Dissident” e la scatola nera dei regimi

Bryan Fogel, già vincitore dell’Oscar per Icarus, in cui denunciava il sistema russo del doping di stato, costruisce con The Dissident un documentario potente, che utilizza i fondamentali della retorica – umanizzazione dell’eroe, costruzione dell’empatia verso chi resta e lotta contro l’ingiustizia – ma non vuole eccedere nei sentimentalismi. Il suo discorso usa l’emotività come uno strumento e non come un fine, per coinvolgere lo spettatore e dirigerlo verso considerazioni socio-politiche più estese del singolo caso saudita, dall’atteggiamento degli stati sovrani verso le potenze economiche con cui intrattengono relazioni fino alle conseguenze del controllo mediatico sulla comunità internazionale.

“Uppercase Print” e la parodia del regime

Presentato alla Berlinale, Uppercase Print e il suo autore, Radu Jude ci ricordano una volta di più quanto negli ultimi anni la Romania stia sfornando nuovi talenti a profusione, come una vena inesauribile, rendendola una delle cinematografie europee più interessanti del momento. Jude si confronta con la storia di una nazione che ancora non accettava d’essere Europa, né di allinearsi completamente alla politica Russa, scegliendo invece di crogiolarsi in un’illusione autarchica fatta di persecuzioni e filastrocche. Vengono mostrati spezzoni di programmi tv dell’epoca, alternati con messinscene asettiche e apatiche di indagini poliziesche, e null’altro. Quel che emerge è un cortocircuito fra storia e messinscena, inscindibili l’una dall’altra, i cui contorni si sfumano e amalgamano reciprocamente.

L’erosione della democrazia. “Collective” e i meccanismi del potere

In Collective, presentato a Venezia 2019 e miglior documentario agli European Film Awards 2020, scelto dalla Romania per rappresentare il paese agli Oscar, Nanau non si appunta sul caso contingente. Non decreta né vincitori né vinti, pone l’accento sull’erosione progressiva della fiducia in un sistema democratico e su come la diffusione della responsabilità generi mostri. Nel mezzo, con continenza di esposizione e sagacia analitica, espone un triste campionario di strategie di diversione di massa: nascondere, rassicurare, insabbiare, incolpare, spandere fango e, alfine, annacquare il vero in un oceano di stimoli.