“Bad Roads” e la crisi dei conflitti irrisolti

Bad Roads racconta la paura e la tragedia della guerra del Donbass, ma non le porta mai in scena. Proprio come i luoghi di ambientazioni e i connotati dei personaggi, anche il dramma a cui si fa riferimento è universale e intercambiabile con qualsivoglia conflitto. Non si tratta di un film sulla crisi dell’Europa orientale, quanto sulla crisi umana. Le strade sbagliate presenti nel titolo non sono quelle percorse erroneamente da alcuni personaggi, quanto quelle lastricate da anni e anni di conflitti irrisolti, di odio e tensione repressa che, inevitabilmente, prima o poi vengono a galla.

L’inganno dell’uomo che amava le donne. “Tromperie” e il kammerspiel della conversazione

Tromperie – Inganno è un incastro di appassionate conversazioni in interni fra Philip, scrittore ebreo di New York e cinque donne reali e immaginarie, amate, sposate, scrutate e ascoltate su differenti piani di finzione sovrapposti. La moglie, l’amante, la studentessa, la ex e l’amica: con ognuna argomenti diversi, dalla passione al matrimonio alla maternità, dal mestiere di scrittore alla politica, dal lavoro alla salute, fisica e mentale. Tutto o quasi in una stanza, sia essa quella di casa o dello studio dell’autore, di un caffè o di un ospedale, un attimo prima di tornare fuori, a vivere davvero.

“The Northman” e la fotografia (dell’immaginario) di oggi

Si può ammirare The Northman per la capacità di iniettare in un revenge movie norreno le qualità migliori del regista, dal puntiglio antropologico al senso pittorico per la messa in scena della violenza; o si può, come chi scrive, ritenere che le esigenze del genere e quelle dell’Eggers-pensiero non trovino quasi mai una sintesi davvero efficace, fallendo specialmente nel tentativo di conciliare la compiaciuta bidimensionalità mitologica del secondo con l’impulso delle grandi narrazioni hollywoodiane verso la psicologia e il character building

“Californie” favola documentaria

nell’attrito tra realtà e finzione che il film incarna, e che probabilmente è insito al progetto degli autori, il film di Cassignoli e Kauffman non perde mai di vista la propria adolescenziale impulsività, raccontando la trasformazione della protagonista con la stessa libertà volatile con cui Jamila decide cosa fare della propria esistenza. Nel mettere al mondo questo piccolo universo interiore, Californie accarezza l’impeto della giovinezza con una spontaneità priva di incertezze: a metà fra terra e mare, con un piede sulla realtà documentaria e uno su quella meraviglia impossibile e incantata che è l’adolescenza.

“La santa piccola” fra estasi dei sensi e trance mistica

La santa piccola è un film strano, “altro”, un unicum non inquadrabile in un genere, puro cinema d’autore dove convivono dramma e commedia, grottesco ed erotismo. Il narrato si muove continuamente su più binari, che convogliano verso due estremi, così lontani eppure arditamente accostati: da una parte la dimensione religiosa, superstiziosa e mistica, e dall’altra la dimensione sessuale destinata a un sentito coming out di Mario dopo un lungo percorso interiore. La vicenda è innanzitutto un’accurata indagine folkloristica sulla religione e la superstizione – che nel nostro film sono inscindibili – in cui convivono il gusto per il grottesco con una rappresentazione cinica e disincantata del misticismo.

“Finale a sorpresa” tra il vero e il falso del cinema

I temi dell’inganno, della finzione e dell’identità erano già presenti nei precedenti lavori di Duprat, Il cittadino illustre (2016) e Mi obra maestra (2018) ma qui convergono in una critica divertente e completa al mondo del cinema in tutte le sue forme, dalle sue derive autoriali ed elitarie a quelle che abbracciano i social e la cultura di massa, rappresentandolo come un mondo ridicolo, chiuso tra le quattro mura dello studio di prova dove i personaggi principalmente litigano nella convinzione di star facendo la cosa migliore per se stessi e per il glorioso film.

“Storia di mia moglie” e la fiammella della trasposizione

Ildikó Enyedi ha fatto una scommessa. Abbandonare la sceneggiatura per confrontarsi con un adattamento di un romanzo, nello specifico La storia di mia moglie di Milán Füst, e battere una nuova strada nel suo cinema. Un’inezia in confronto a quella che il capitano olandese Jakob Störr (Gijs Naber) fa con il destino, decidendo di sposare una donna sconosciuta incontrata in un ristorante stuzzicato da un infingardo Sergio Rubini. Non è un’esagerazione narrativa, ma la premessa ideale per un viaggio nei territori misteriosi della psicologia umana.

“La figlia oscura” e il conflitto della madre

Il film, così come il romanzo da cui è tratto, è basato sul racconto di un potente tabù, quello dei sentimenti conflittuali e negativi che possono attraversare il corpo di una madre al di là delle attese di una società che ancora oggi impone di essere e sentirsi a proprio agio nelle vesti di madri amorevoli e giudiziose senza alcuna esitazione o tentennamento. Allo stesso modo, ancora oggi, l’antico gioco di ruolo della bambola è tramandato quasi inconsapevolmente, per indurre in ogni femminuccia lo sviluppo automatico dello skill dell’accudimento materno.

“Bella Ciao” nel giro del mondo e della canzone

Certe canzoni fanno il giro del mondo, gli etnomusicologi lo sanno bene. Non girano solo “intorno”, per usare un’espressione cara a Ivano Fossati, ma in lungo e in largo adattandosi alle varie situazioni che trovano nei luoghi che abitano. Questo è certamente il caso di Bella Ciao e il film di Giulia Giapponesi cerca di tenere il passo con una traiettoria di diffusione decisamente sui generis di una musica che si è fatta simbolo. La storia di Bella Ciao però è particolare e nel documentario sono i partigiani Giorgio e Maso a ricordare il dettaglio che molti scordano: durante la resistenza la si cantò pochissimo (anche se i casi ci sono) e la si cantò molto dopo. 

“Il muto di Gallura” d’onore e di vendetta

Il film di Matteo Fresi, un gioiello cinematografico che sotto il pretesto di una diatriba locale racconta invece l’universale inclinazione dell’essere umano alla difesa del proprio status sociale, tesse la sua fluida e tesa narrazione lungo dicotomie come amore e morte, guerra e pace, uomini che si fanno giustizia da sé per difendere l’onore come chiede la tradizione e uomini dello Stato che provano a portare sull’isola una giustizia legalizzata (ma “chi ne ha mai visti di re in Gallura?”). Per quanto divise dalle questioni d’onore e di vendetta, le due famiglie allargate che si contrappongono costituiscono un vero e proprio microcosmo sociale, esaminato da Fresi nella sua immanenza storica

“C’mon C’mon” tra intelligenza emotiva e ricerca di risposte

C’mon c’mon può essere sinteticamente definito come un film sull’intelligenza emotiva, quella capacità celebrale di elaborare ed esternare le emozioni che è stata lungamente sottovalutata dai genitori nelle generazioni precedenti e che comincia ad essere considerata un pilastro dell’educazione adesso, con l’emersione di sempre maggiori studi sulla psicologia del bambino e anche con uno spostamento di attenzione, che è propria della generazione millennial, dall’obiettivo della realizzazione lavorativa a quello del benessere fisico e psicologico.

“Apollo 10 e mezzo” tra biografia e cinefilia

Attraverso un costante e irresistibile flusso di coscienza mascherato da album dei ricordi, Linklater si dimostra uno dei narratori per immagini più intelligenti e consapevoli in circolazione, tanto abile nel dare forma a molteplici dimensioni quanto esperto nel riuscire a navigarle senza mai perdere di vista l’obiettivo ultimo del suo lungo peregrinare. Apollo 10 e mezzo è quindi un tuffo nel passato del regista, sia biografico che cinematografico. Sono tante, infatti, le rime interne alla sua filmografia che Linklater inserisce nel film, in grado di intrecciarsi in maniera fluida e naturale con i ricordi d’infanzia.

“Love After Love” e la danza delle passioni

Dopo Love in a Fallen City (1984) e Eighteen Springs (1997), Ann Hui, uno dei nomi più importanti della New Wave hongkongese degli anni Ottanta, torna a trarre spunto dalla scrittrice Eileen Chang, in questo caso con il primo racconto breve da lei scritto, Aloeswood Incense: The First Brazier. Love After Love mette in scena la Hong Kong della prima metà del Novecento, un’oasi agiata e un conglomerato di culture e tradizioni diverse, dove Oriente e Occidente si incontrano ma a prevalere sono i costumi dell’aristocrazia britannica.

Segni del cuore e formule da Oscar

Il Premio Oscar 2022 si incanala verso la più classica narrazione coming of age adolescenziale all’americana, dove, grazie al solito slogan “se hai talento e lotti contro tutto per realizzare i tuoi sogni, allora ce la fai”, poco importa se fino a pochi giorni prima dell’audizione alla Berklee non si sapeva leggere la musica. Semplicemente, la sensazione è quella di trovarsi di fronte a un prodotto dalle tante potenzialità (e altrettante possibilità di reinventarsi) esauritesi poi sul nascere di una scrittura per nulla innovativa.

“Lunana” alla scoperta di un mondo

L’uomo usciva dalla caverna di Platone rimanendo abbacinato dalla bellezza di un mondo di cui aveva ignorato l’esistenza. Ugyen, il protagonista di Lunana – Il villaggio ai confini del mondo, è un insegnante insoddisfatto che viene assegnato alla scuola più remota del Bhutan per apprezzare la sua posizione lavorativa statale. Il debutto di Pawo Choyning Dorji riesce a giocare senza sforzo con gli aspetti universali della vita incorporandoli in un viaggio alla scoperta di un territorio e di una cultura esclusa dai circuiti tradizionali. La decisione di girare sul posto usando batterie a energia solare e di impiegare gli abitanti del villaggio come attori dà al film un rinfrescante senso di autenticità. 

Cecilia Mangini dal fotoreportage al documentario. “Il mondo a scatti” e il mistero di uno sguardo

Il film mostra gli esordi di Cecilia Mangini fotografa e documentarista, ma lo fa connettendo saldamente il suo passato alla Cecilia dell’oggi che dichiara il suo amore per le immagini che catturano la verità racchiusa nella così detta realtà e che ancora si interroga sui significati che questa parola, ‘realtà’, può assumere, nel momento in cui si accetta la sfida di rappresentarla. La sua passione per la fotografia la porta all’altro suo grande amore, il cinema, quello documentario; gli scatti della sua Zeiss si mettono in movimento e il bianco e nero diventa colore in 16 mm.

“Lamb” e il bestiario dell’orrore

Lamb è il frutto di una mescolanza di visioni e svolte narrative che lo rendono un film ipnotico, in perfetto equilibrio tra l’elemento mitologico – troll e creature demoniche sembrano sempre sul punto di sgusciar fuori per infrangere le regole del reale – e il fantastico psicanalitico, sentiero perturbante battuto dalle lacerazioni dell’anima e dai rovesciamenti prodotti dall’inconscio. Non è un caso che il “mondo altro” sia annunciato attraverso una serie di simboli e presagi e una lenta penetrazione della macchina da presa nella quotidianità di una coppia stretta in un disagio sentimentale quasi afasico.    

“Full Time” e il lavoro al ritmo di thriller

In Full time la Parigi da cartolina non trova e non deve trovare posto: la tour Eiffel è solo un brutto quadro in una camera d’albergo. Le corse parigine, impresse nella memoria cinefila e collettiva come simboli di leggerezza e liberazione, sono sostituite da un movimento violento e circolare, che trascina la protagonista Julie (Laure Calamy) da un impegno all’altro nelle sue giornate frenetiche. L’equilibrio precario di questa vita esplode con lo sciopero dei trasporti, ispirato al grande sciopero del ‘95 e a quello, più recente, iniziato alla fine del 2019 e frenato solo dall’epidemia.

“Un altro mondo” e il lavoro secondo Brizé

La regia di Brizé esprime uno sguardo lucido e coerente con la sua visione del mondo che si manifesta in ogni inquadratura. Se i lunghi primi piani di Lindon durante i colloqui con i dirigenti o nell’incontro con gli avvocati per il divorzio rendono visivamente il senso di claustrofobia e di isolamento provato dall’uomo (spesso ripreso anche in campo medio, da solo, mentre lavora seduto alla scrivania), le riprese con macchina a spalla che lo seguono da vicino fino a fargli perdere la centralità dell’inquadratura e a collocarlo ai margini dell’immagine riproducono la sua perdita di centro interiore nei momenti più intimi.

“Una storia d’amore e di desiderio” tra eros ed emancipazione

Sono molti gli elementi che congiungono il primo, meraviglioso film da sceneggiatrice e regista della tunisina Leyla Bouzid con il suo secondo lungometraggio, Una storia d’amore e di desiderio. Due coming of age, due racconti di emancipazione, due percorsi di scoperta dell’eros e dei turbamenti che ad esso si associano. Partendo dall’intimità di un canonico racconto di crescita, la grande capacità della Bouzid risiede sempre nell’ampliare la visione abbracciando più livelli e intrecciando vari elementi narrativi per mostrarci la strettissima correlazione tra il piano soggettivo e quello sociale e culturale.

“Parigi, 13 Arr.” dove abita l’amore liquido

Di poco più grandi dell’Alana di Licorice Pizza, questi figli putativi di Audiard sono molto più irrisolti e spaesati non solo di lei, ma persino di Gary, che ad appena quindici anni ha già trovato la sua strada e la sua donna. E se Gary e Alana negli anni ’70 corrono, si abbracciano e si tengono per mano, i tre di Parigi, 13 Arr. consumano subito, spesso e male, con chi capita, non attrezzati per filtrare le esperienze e ostacolati nel provarci da app di incontro e “revenge porn”. Dalle derive di una modernità impermanente e incerta si fa strada ciò che per Gary e Alana è invece materia prima: il dialogo.