“Queer” speciale I – La lussazione dello spirito

Un ibrido che si pone a metà, non senza una dose di incoscienza lynchiana, tra l’omaggio al testo portante della sua giovinezza e la totale demolizione della sua struttura lisergica, dimostrando che è possibile separare la vita dalla scrittura. Oltrepassando quindi la biografia e la lunga ombra nera incombente su qualsiasi successo Burroughs avesse potuto ottenere, Guadagnino ha preferito, a buon diritto, concentrare la sua attenzione sull’effettiva essenza del romanzo, esile e sfuggente, rivestendolo di una luce nuova e abbagliante: la drammatizzazione del desiderio.

“La casa degli sguardi” al servizio della storia

Che l’ambientazione ospedaliera vada a braccetto con le riflessioni di stampo esistenziale non è certo una novità, sicuramente però con La casa degli sguardi Zingaretti trova un suo sguardo onesto, scevro di preziosismi e all’umile servizio della storia che vuole raccontare. E trova anche un eccellente protagonista in Gianmarco Franchini che usa la sua faccia d’angelo per raccontare come la vita sia molto dura per chi ci si affaccia per la prima volta.

“Cloud” e la schizofrenia della contemporaneità

Seppur non sia il miglior film del regista giapponese, per una piattezza formale e di sostanza che non appartiene a capolavori del calibro di Tokyo sonata o lo stesso Kairo, Cloud ha il merito di riprodurre efficacemente la schizofrenia della contemporaneità. Di fronte ad un mondo in cui il senso di fine si fa sempre più ingombrante, Kurosawa mostra come l’umanità si sia chiusa in se stessa, atomizzandosi, sempre alla ricerca di un nemico su cui scaricare la propria rabbia.

“Sotto le foglie” e la sospensione del giudizio

Con la sua inconfondibile abilità, sin dai tempi di Gocce di pioggia su pietre roventi, il regista francese esplora le dinamiche umane e familiari più complesse, questa volta con un humor assolutamente cupo e inaspettato, attraverso una deliziosa articolazione di relazioni che lascia spazio a un immenso senso di fragilità e umanità. Alla fine, ciò che conta davvero è la protezione reciproca all’interno di una famiglia scelta, costi quel che costi.

“Death of a Unicorn” come versione A24 di “Jurassic Park”

Death of a Unicorn sembrava un film molto più promettente su carta, mentre il risultato finale è quanto di più semplice e banale ci si potesse aspettare. L’arroganza umana spinge i ricchi e potenti a credersi padroni del mondo e dopo aver schiavizzato i propri simili, questi tentano di fare lo stesso con la natura, la quale, però, è una forza indomabile e finirà sempre per avere la meglio. Come dicevamo, semplice e banale.

“Eden” e il limite della sopravvivenza

Questa vicenda storica, imbevuta di mistero, omicidio e di limiti per la sopravvivenza umana compone un corpus di tematiche convulse che Howard restituisce attraverso una regia razionale ed equilibrata, un montaggio che segue zelante la catabasi del mito del buon selvaggio e immortala il ritratto dell’umanità più nichilista e primitiva, ove l’uomo produce il male come le api producono il miele.

“Paura dell’alba” prima di un futuro migliore

Il mediometraggio, girato in pellicola 35 e 16 mm, restituisce sia la dimensione intima, dolorosa e totalizzante dei giovani catapultati nella guerra, sia quella storica, ricostruita attraverso fonti scritte e immagini documentali. Quando alla fine il film ricorda che la notte è sempre scura prima dell’alba, il pensiero va alla democrazia nella quale oggi fortunatamente viviamo, nata anche dal buio e dalla paura di quelle notti.

“Cure” immerso nel Male intangibile

Cure nel 1997 ha proiettato il regista giapponese tra i cineasti più importanti della Storia e ha lanciato la sua carriera internazionale. Si tratta di un film che mescola numerosi generi scompigliandone le regole: un po’ thriller, un po’ giallo, ma soprattutto horror. Infatti Cure ha rivoluzionato il genere, aprendo la fruttuosa stagione del J-horror e diventando un punto di riferimento. Non sono mostri, fantasmi o serial killer a minacciare la tranquillità di Tokyo, ma un male intangibile radicato nel vivere quotidiano.

“Tetsuo” come distopia organica

Tsukamoto attinge all’immaginario cyberpunk giapponese – su tutti Akira, il cui antagonista si chiama proprio Tetsuo – e lo trasferisce nella quotidianità, proponendo una distopia organica piuttosto che politica. Il corpo è vita, istinto di sopravvivenza, pulsione anche autodistruttiva, piacere o dolore. La macchina è però ben più potente e pervasiva, si innesta nel corpo e lo sostituisce come un cancro, tradisce lo scopo utilitaristico per cui è stata ideata e impone la sua logica disumanizzante.

“The Last Showgirl” con le scarpette d’argento

Gia Coppola, qui al terzo lungometraggio, cesella, con un carezzevole touch, il ritratto di una femminilità infranta, non di una diva (come le sopraccitate opere con Demi Moore, Angelina Jolie e Nicole Kidman), ma di un’icona senza fissa dimora, comprimaria in una fortunata serie TV, fotomodella vampirizzata dal desiderio maschile, protagonista dei rotocalchi, vittima di un sex tape scandal. 

“The Shrouds” speciale III – Il lutto cronenberghiano

Morto un Cronenberg non se ne fa un altro. Ancora oggi The Shrouds mette sul tavolo un’idea inedita, forse una sola, ma di una potenza tale che parlare di cinema diventa riduttivo: qui si parla di frontiere della visione, della capacità di ragionare sulle fasi dell’esistenza umana in modo ferocemente originale. Non esiste da nessuna parte – di sicuro nel cinema “occidentale” – uno sguardo sul lutto, la morte, la sepoltura che somigli a quello di The Shrouds.

“The Shrouds” speciale II – In fondo alla morte c’è l’Eros

La risposta alle oscure esplorazioni dentro il mondo di Thanatos non può essere che l’Eros: prima attraverso la rievocazione onirica e menomata (ma non meno erotica) del corpo della moglie, poi nel corpo simile della cognata (il tema del doppio, ancora una volta) e, in ultimo, l’evasione con una donna ricca e cieca (con lei Karsh può assumere nuove fattezze, quindi un nuovo corpo e una nuova esistenza).

“The Shrouds” speciale I – L’enigma dell’altro

The Shrouds si oppone alla narrazione esplicativa, didascalica e rassicurante, fatta di continui colpi di scena, della serialità mainstream contemporanea, per portare lo spettatore in un viaggio sospeso, in cui realtà e finzione si compenetrano a vicenda. Non vi è soluzione, spiegazione, o risoluzione, ma un eccitante stordimento che risulterà familiare a chi conosce bene la filmografia perturbante di questo grande maestro del cinema.

“Le assaggiatrici” speciale II – Il corpo delle donne

Se i corpi disciplinati delle donne sono alienati, i sensi prendono il sopravvento. Nel disgusto per un cibo appetitoso e potenzialmente nocivo, ma anche nella pulsione che in una donna è più soggetta a controllo, come quella sessuale. Le compagne di Rosa sono vergini, madri, vedove ma lei appartiene ad un’altra categoria perché è una ragazza innamorata che aspetta il ritorno dell’amato, presto disperso. È il paradosso di un istinto di sopravvivenza e resistenza che si fa carne viva.

“Le assaggiatrici” speciale I – La memoria da tramandare

Le assaggiatrici è un film forte e complesso, che ricostruisce fedelmente il contesto storico grazie a scenografie, arredi, acconciature e costumi molto puntuali e restituisce anche una verità psicologica per merito delle ottime interpretazioni delle attrici protagoniste. Alla base del film (e del libro di Pastorino) vi è infatti la storia vera di Margot Wölk che solo nel 2012, a 95 anni, rivelò di essere stata una delle giovani tedesche costrette ad assaggiare i pasti di Hitler.

“Witches” e lo stigma della maternità

l lavoro di Sankey è coraggioso e essenziale perché parla di depressione post-parto senza mezzi termini, portandone alla luce i lati più oscuri, i pensieri omicidi e suicidi, addentrandosi nelle zone d’ombra più impervie e spaventose senza i filtri dell’autoironia o della commedia. L’accostamento alla figura della strega è un capovolgimento dello stigma che si veste di solidarietà femminile più che di empowerment.

“Nonostante” e il sarcastico dramma ospedaliero

Il taglio sarcastico con cui il regista affronta il concetto di perdita, che si tratti di una stanza o dell’assenza di un padre, e la paura di affrontare la realtà rifugiandosi in una dimensione ultraterrena, laddove basterebbe invece un salto per riportarci con i piedi per terra, risultano efficaci nel fornire al film uno stratagemma originale e interessante per affrontare argomenti che altrimenti rischierebbero di appesantire fin troppo una narrazione già drammatica di suo.

“Gen_” e la medicina indorata

In opposizione al chiacchiericcio mediatico, Gen_ di Gianluca Matarrese decide di scendere in campo, di mostrare le pratiche concrete, ma affida l’intera scena a un padre affettivo, trasformando questo film d’attivismo in un trattato sul buon governo, con tutti i limiti che un tale discorso può sollevare, da sinistra, in questo periodo storico. Il film si accontenta di tracciare le linee del giusto e dello sbagliato per consolidare una propria posizione.

“Opus” tra sbeffeggio e lezione morale

Opus – Venera la tua stella di Mark Anthony Green arriva sotto l’egida della A24, fortunatissima casa di produzione, e sembra un compendio dei suoi abituali stilemi diventati maniera: una quota di stravaganza burocraticamente predefinita, un approccio alla messinscena effetto wunderkammer per lo spettatore, elementi di body bizarre per occhieggiare sia all’horror che alla commedia nera, dialoghi verbosi e pseudo-esistenziali, eroi protagonisti sottostimati/vessati/rifiutati dai propri consimili, un sottotesto di critica sociale alla contemporaneità.

“Taxi Driver” simbolo assoluto della solitudine urbana

È quasi straziante osservare l’inadeguatezza e l’incapacità di Travis nell’intrattenere rapporti sociali e umani, così come è inevitabile allinearsi al suo punto di vista, complici l’espediente della scrittura del diario o la famosa soggettiva del bicchiere con la pastiglia effervescente che si scioglie nell’acqua. Eppure la macchina da presa non esita a prendere le distanze dal personaggio, con movimenti che lo lasciano fuori campo o inquadrature distaccate (come quella dopo la carneficina finale).

“Fantozzi” speciale II – Epigono iperbolico della commedia all’italiana

L’avvio della trasposizione cinematografica del primo Fantozzi avviene nel 1974. La copia del trattamento, conservato presso la Biblioteca Luigi Chiarini (CSC), è a firma di Benvenuti e De Bernardi, consta di 84 pagine dattiloscritte e riporta come data agosto 1974. Mentre la sceneggiatura sarà poi redatta tra settembre e ottobre, con l’aggiunta in fase di scrittura di Luciano Salce e Paolo Villaggio. Il Fantozzi cinematografico è una cernita di racconti desunti dal primo e dal secondo volume, scelti tra quelli ritenuti più validi e comici.