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“Semina il vento” tra autocritica sociale e speranza per il futuro

Daniele Caputo riesce con Semina il vento a depositare una grande quantità di messaggi positivi, di speranza, ma anche di rimprovero, senza mai cadere in facili vittimismi. Semina il vento va dritto al cuore, perché nella semplicità raffinata delle sue immagini ci costringe ad una autocritica sociale, e ci pone di fronte ad una domanda: “La malattia degli alberi è il sintomo di qualcosa di più grande. La malattia l’hanno portata i pidocchi, ma perché gli alberi si ammalano?”. Se l’inquinamento è soprattutto ormai nella testa delle persone, è da lì che bisogna ripartire. Riallacciando un sentimento di appartenenza alla propria terra, rimettendo in comunicazione la testa con i piedi, le chiome degli alberi con le radici, le radici con l’acqua. Possibilmente pulita.

“Mandibules” a Venezia 2020

Se la maggior parte dei lavori del regista proponevano importanti riflessioni meta cinematografiche, qui Dupieux si lascia andare al totale nonsense, tralasciando la riflessione teorica senza però mai abbandonare una scrittura e una messinscena inevitabilmente cinefila e cinematografica. Il suo è pur sempre cinema, ed è sempre più cinema. Certamente non mainstream, ma allo stesso tempo sempre meno indipendente, e questo Dupieux lo sfrutta a suo favore, prima nel lavorare con attori di una certa fama (Jean Dujardin e Adèle Haenel in Doppia Pelle, o Adèle Exarchopoulos in questo caso), poi con il giocare sempre meno “attraverso” e sempre più “con” il cinema di genere: se prima era un mezzo per mettere in scena altro, ora è il vero e unico fine.

“Miss Marx” e il conflitto cinematografico per eccellenza

Quello operato da Susanna Nicchiarelli è un tradimento della messa in scena monocromatica del film storico tanto quanto della rappresentazione rassicurante della donna coraggiosa dallo spirito indomito. La tragedia collettiva del XIX secolo è posta a distanza di sicurezza: a tenere le folle di operai lontane da Eleanor non sono solo i cordoni di polizia, ma una scelta narrativa precisa che mette al centro della macchina da presa i personaggi e le loro — le nostre — astrazioni. Perché Miss Marx è un film sul conflitto cinematografico per eccellenza: l’eterna lotta tra parte razionale ed emotiva, quella che sconfessa le icone come esseri umani.

“Padrenostro” e lo sguardo dell’infanzia sulla Repubblica

I bambini ci guardano. Era vero negli anni ‘40, all’ultimo atto del Fascismo, era ancora vero nel 1976 quando il vicequestore Alfonso Noce scampò per miracolo al fuoco di mitra dei Nuclei Armati Proletari (morirono un terrorista e un agente della scorta). Oggi è suo figlio Claudio a raccontare quella storia. “Non un film sugli anni di piombo”: così qualcuno ha definito Padrenostro, con quella retorica insopportabile che vorrebbe chiudere l’arte in una campana di vetro (quante volte di Orizzonti di gloria, Apocalypse Now o La sottile linea rossa ci è toccato sentire “non un film sulla guerra, ma..”). A sviarli è lo sguardo intimo di Noce, che c’era, è per sempre coinvolto e naturalmente racconta dall’interno, pur finzionalizzandola, questa storia di tutti.

“The Furnace” a Venezia 2020

Australia occidentale, ultimi anni del XIX secolo e del regno di Vittoria. Per la prima volta si vedono dromedari solcare le dune dei deserti. Li hanno portati per la corsa all’oro i cammellieri “ghan”, dispregiativo usato dai bianchi anglosassoni in riferimento a chiunque provenga dal Medio Oriente o dal subcontinente indiano: Arabi, Indiani Sikh e Afgani come Hanif, che è riuscito a farsi accettare dagli Aborigeni e ora caccia con loro il canguro e il varano. Animali autoctoni (anzi endemici) del paese in cui vivono, a differenza di quello che cavalca e di lui stesso. Ma The Furnace di Roderick MacKay documenta uno strano caso di acclimatamento: oggi i dromedari che popolano quei deserti sono oltre un milione, e molti australiani hanno nelle vene sia sangue aborigeno che “ghan”.

“Pieces of a Woman” a Venezia 2020

In un’edizione del festival cinematografico più antico del mondo che ancora una volta si mostra particolarmente interessato alla rappresentazione di figure femminili (privilegiando quest’anno anche lo sguardo autoriale delle donne, con otto registe inserite nella selezione principale), il cineasta ungherese Kornél Mundruczó si inserisce nell’ampio coro di voci in una maniera non del tutto dissonante, ma di certo dirompente nella sua carica espressiva. Il dolore di una giovane madre che si trova a dover affrontare il più lacerante dei lutti, trovandosi ad assistere inerme alla tragedia della vita che abbandona la figlia appena data al mondo, si trasforma nel materiale narrativo su cui impostare un lento e graduale percorso di autodeterminazione.

“The Disciple” a Venezia 2020

In The Disciple si tenta di tracciare un vero e proprio commento storico sulla musica classica nazionale. Il film che esplora tre decadi al suono del sistema indostano, la scuola classica settentrionale, e lo fa con uno stile elegante che permette allo spettatore di entrare in sintonia con temi universali. È la magia del cinema: non servono competenze pregresse per scandagliare l’universo evocato da Tamhane perché non c’è niente di prettamente ignoto nel racconto filmico. Ciò che al mondo occidentale resta oscuro viene svelato con attenzione filologica, ma senza uscire dal binario dell’intuizione. Perché The Disciple non è un film “didattico”, ma un racconto che pulsa di sentimenti familiari.

“Night in Paradise” a Venezia 2020

Forse è arrivato il momento che Park Hoon-jung sia inserito nel pantheon dei grandi autori contemporanei: perché con Night in Paradise ci ricorda come il cinema sudcoreano non abbia paura di niente. Non ha paura del dolore, né della tragedia; non ha paura della responsabilità etica dell’eroe, libero di essere moralmente deprecabile e insieme appassionante, appunto un eroe positivo; né di discutere i ruoli di genere, portando in scena figure femminili fortissime (come aveva fatto nel suo primo film, The Witch part 1). Ma soprattutto non ha mai paura di contaminare i generi, usando un gangster movie per lavorare sul melodramma e insieme sul comico.

“Final Account” a Venezia 2020

Deceduto appena due mesi fa, Luke Holland ci lascia con un lavoro durato dieci anni, frutto di trecento interviste a chi fu complice irretito e convinto fautore della Germania nazista. Venezia 77 si trova dunque a mostrare in anteprima uno dei documentari più preziosi per comprendere il processo di “normalizzazione” della barbarie, passata e presente. Non si tratta solo del lavoro monumentale che riscontriamo dietro le quinte, ma del fatto che abbiamo sotto gli occhi il primo film interamente incentrato sulle testimonianze dei complici. Sia chiaro: non i nomi ricorrenti sui libri di Storia, ma quelli di cittadini tedeschi ordinari. Sono uomini e donne comuni, all’epoca poco più che bambini, testimoni silenziosi e accondiscendenti. Siamo all’interno dell’orrore.

“Dogtooth” e la pedagogia dell’orrore  

Proprio come in un esperimento scientifico, Lanthimos costruisce un incubo domestico in modo programmatico, azzerando il sentimento familiare, seguendo la logica della coazione a ripetere – di gesti, neologismi, vuoti cerimoniali – e basando il potenziale eversivo dell’affresco paranoico sulla semplice coordinata dentro-fuori: all’interno delle mura domestiche vige l’ordine e la disciplina, fuori imperversa il regno del disordine e della corruzione. Del tutto privi di giudizio critico sono i tre figli, due femmine e un maschio, a causa del metodo (dis)educativo che reinventa per loro una nuova lingua, modifica i significati delle cose e annulla il concetto di empatia sociale.

“Lacci” e le menzogne del quieto vivere

Luchetti restituisce il disagio dell’animale sociale imprigionato nella sua condizione di ricucitore. L’atmosfera cupa e tensiva non risparmia nessuna delle parti in causa, ma sono le intense interpretazioni dei protagonisti a rivelare il prezzo da pagare quando si rimettono insieme i cocci: il bilancio è spietato, le anime lacerate. In un’epoca in cui la parola “famiglia” diventa scudo di valori troppo spesso generici e fumosi, Luchetti decide di mettere l’occhio al buco della serratura, svelando il fallimento che sta alla base di un’ideale civile e sociale ancora troppo distante dal fattore umano. Fedeli al proprio ruolo, sì. Ma a che prezzo?

Il cinema come vero Protagonista – Speciale “Tenet” III

Come sempre in Nolan, c’è molto di più di quel che appare: se è vero che alcuni personaggi vengono ridotti a semplici funzioni della storia, lo è altrettanto che, anche grazie a questa scelta, il regista è in grado di tracciare in filigrana una riflessione sul senso stesso del ruolo del protagonista, sulla  sua capacità di prendere in mano la propria vita, di diventarne appunto Protagonista e dunque di intervenire nella storia per cambiarla. L’elemento umano, e la capacità del singolo di farsi carico di una responsabilità e di un rischio per una collettività (“perché lui può sopportarlo” diceva il commissario Gordon nel secondo Batman di Nolan) è un tratto distintivo in molte sue pellicole, ma mai lo era stato in una chiave così teorica. Un personaggio che ha nel nome il suo destino.

Non pensare troppo – Speciale “Tenet” II

Per una buona metà Tenet si trascina a fatica fra lunghissime spiegazioni e dialoghi interminabili il cui scopo si esaurisce dopo pochi minuti in scene d’azione a metà fra Mission impossible e 007. Da un certo punto il film si risolleva, non tanto perché questo schema viene alterato, quanto perché si insiste maggiormente sul potenziale spettacolare degli effetti temporali, vero centro d’interesse del film. Come di Inception ricordo solo i palazzi che si contorcevano su sé stessi, così a poche ore dalla visione di Tenet non mi viene in mente il nome di un singolo personaggio ma solo delle automobili in retromarcia.

Adrenalina senza vita – Speciale “Tenet” I

Il blockbuster di Nolan, ad oggi il più oneroso della sua filmografia, costituisce un ottimo riassunto della strategia adottata dalle grandi produzioni americane per salvare i tent pole movies minimizzando i rischi: superato il reboot, ci si dirige silenziosamente verso il patchwork, brandelli di narrazioni logore tenute assieme da un’idea apparentemente innovativa. Piuttosto che investire realmente sulla rappresentazione di nuove storie, individualità e problematiche, la scelta dei produttori è ingegnarsi per rendere appetibile al pubblico uno spettacolo alla base sempre uguale, eseguito però con maestria quasi ineccepibile. D’altronde, come ci insegna il Protagonista di Tenet, per salvare il futuro bisogna rivolgersi al passato.

L’avventura produttiva di “Luci del varietà”

“Un film che diventerà famoso” era lo slogan pubblicitario del primo film di Federico Fellini come regista, diretto in collaborazione con Alberto Lattuada e persino coprodotto dai due in virtù di un accordo basato su una forma di cooperativa. In realtà sin dall’inizio Luci del varietà non ebbe troppa fortuna. Come ricorda Cosulich in Storia del cinema italiano, i due registi, animati da un gran desiderio di autonomia, si rivolsero dapprima alla Lux, con la quale Lattuada, dopo anni di collaborazione, stava vivendo un periodo di forti contrasti. “Quando parlammo di questa idea a Ponti – ha ricordato Lattuada – ci disse che il soggetto non andava, era un argomento che non funzionava. Noi andammo avanti lo stesso”. Così dopo il rifiuto della Lux Lattuada decise di autoprodurre il film. Su soggetto di Fellini, fu elaborata la sceneggiatura con la collaborazione di Pinelli e un non accreditato Flaiano.

Chadwick Boseman American Hero

Ogni tempo ha i suoi miti, figure esemplari attraverso le quali una generazione può riconoscere e alimentare aspirazioni, sogni e ideali. La duplicità del mezzo cinematografico, che nella messa in scena trasla il reale in fantastico, ha contribuito fortemente alla creazione di attori-simboli di particolari tendenze, stili di vita, ideologie. Chadwick Boseman è da annoverare tra questi, quale incarnazione delle più alte e nobili ambizioni del popolo nero statunitense contemporaneo, esempio del nuovo modello che il recente black cinema sta proponendo in diverse modalità e formule: un eroe che travalichi i confini etnici facendosi manifesto non di opposizione, ma di possibile alterità al canone bianco.

“Diario di un vizio” e la rifondazione dell’individuo

Nonostante lo stile della pellicola (stile appunto diaristico e annotativo) paia tendere ad una quasi totale negazione della sceneggiatura, sviluppandosi per sintagmi a sé stanti e consecutivi che ritraggono il protagonista in ripetitive scene di vita quotidiana (abluzioni in bagno al mattino, autoerotismo di fronte a televendite televisive, solitarie e pressochè disperate abboffate – piange strappando a grossi bocconi la colomba pasquale – di cibo e di sesso) Diario di un vizio (1993) fu scritto a sei mani con Liliana Betti e Riccardo Ghione e concentra gran parte della sua forza evocativa e simbolica nell’ambientazione delle immagini.

“Io…e l’amore”, l’ultimo capolavoro di Buster Keaton

Io…e l’amore rimane l’ultimo grande capolavoro di cinema e comicità di Buster Keaton. Il sonoro lo trae in inganno e lo allontana definitivamente dal modo di fare cinema a cui era abituato fino a pochi anni prima. Incomprensioni con la MGM lo portano a non essere più nemmeno preso in considerazione e a rimanere relegato a ruoli macchiettistici perdendo tutte quelle libertà decisionali a cui era abituato. Inizia così il declino della carriera di Keaton alternata da problemi di alcolismo e frequenti flirt con tante colleghe, declino che viene ricordato da Keaton stesso come uno dei più bui della sua vita e da cui saprà rialzarsi, adeguandosi ai nuovi prodotti e ai nuovi costumi che esige il flusso del cinema.

“La baia dell’inferno” al Cinema Ritrovato 2020

È un vero gangster movie duro e crudo, La baia dell’inferno. Tuttle concede un paio di sagaci battute hard boiled d’ordinanza alla sceneggiatura ma nulla più. Eppure, per quanto il regista sia molto più serioso che nei film passati, le statue religiose disseminate ovunque nelle stanze del boss criminale e la moglie religiosissima sembrano caricate, più che di un giudizio morale, di un’amara ironia. Impossibile poi non soffermarsi sulle donne di Tuttle, al solito meravigliosi oggetti dello sguardo spettatoriale – e Tuttle riesce a erotizzare anche l’ombra di un microfono sul vestito candido e sensuale di una cantante di night club – eppure, sarà un caso, ancora una volta non lì per essere salvate, ma per aiutare l’eroe a salvarsi.

Marco Ferreri e l’ossessione del piacere

L’intelligenza di Ferreri è di una lucidità agghiacciante ma anche di una maestria sopraffina: riesce infatti ad adattare la forma della sua opera al racconto che sta portando avanti. In Break-Up inserisce una frastornante sequenza a colori che stordisce lo spettatore proprio come la festa piena di palloncini stordice Mastroianni; la raffinatezza curatissima delle scenografie, degli arredi di scena e dei costumi della Grande abbuffata riflette l’estetismo quasi decadente che gli amici protagonisti ricercano nel loro soggiorno di addio alla vita nella villa in campagna; la linearità schematica, ripetitiva e inesorabile del racconto di Diario di un vizio rende perfettamente l’angoscia esistenziale che si muove sottotraccia nell’animo di Jerry Calà.