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I migliori film del 2019 secondo i redattori

Dopo aver pubblicato la classifica generale dei migliori film del 2019, oggi ripartiamo dalla top 3 dei singoli redattori e collaboratori di Cinefilia Ritrovata. Se la graduatoria complessiva era infatti una sorta di super-media ottenuta dalle indicazioni dei nostri critici, in questo caso possiamo saggiare le preferenze singole, e scoprirci più o meno in sintonia con ciascuno. Pare confermato che in questo magnifico anno di cinema – che non ha finito di stupire nemmeno a Natale – si sono potuti vedere grandi film, forse più che nelle altre stagioni di questo decennio. Ma se alcuni titoli tendono a tornare di terzetto, altri invece stupiranno senz’altro i lettori. 

I migliori film del 2019

Lo hanno detto tutti, e avevano ragione. Il 2019 si è rivelata un’annata straordinaria, da molti punti di vista. Il decennio si chiude nel migliore dei modi e dà forza e senso a un periodo di cinema in via di perenne trasformazione. Il fatto che la classifica sia aperta e chiusa da film coreani non ci dice solo della salute di quella cinematografia nazionale ma anche che la globalizzazione, per fortuna, non ha funzionato solamente in una direzione, con la prevalenza del prodotto americano su scala globale. Infatti troviamo anche film brasiliani, spagnoli, francesi. Niente italiani, invece, ma contiamo sul prossimo anno. Il fatto, poi, che al secondo e al settimo posto ci siano film Netflix cambia evidentemente molte prospettive. 

“Il mistero Henri Pick” e la leggerezza della scrittura

Il mistero Henri Pick, ispirato al libro omonimo di David Foenkinos, è una commedia dal tono leggero, che ammicca ai gialli e, perché no, persino ai thriller-horror. Non a caso, per ben due volte, vediamo il protagonista seduto al bar dell’hotel, da solo con il suo bicchiere, e il barista. Tutta l’atmosfera riscaldata da una leggera luce rossa, che ricorda vagamente Shining. La carrellata lenta, dal basso, nei corridoi dell’hotel, non può che esserne una conferma. O ancora lo stesso paragonarsi di Jean-Michel a Sherlock Holmes, assieme al suo Watson nei panni di Joséphine. Il regista, Rémi Bezançon, nonché sceneggiatore assieme a Vanessa Portal, gioca anche con i rimandi letterari tra cui L’uomo nell’ombra di Polanski, o persino Moby Dick tramite il nome del figlio di Josephine: Melville.

Lettere da uno sconosciuto. La strana storia di Mariù Pascoli e Roberto Vivarelli

L’autobiografia dell’attrice bambina Maria Letizia Pascoli si chiude con un approfondimento nato dal scoperta di alcune lettere di suoi ammiratori. Nel 1941 Mariù Pascoli interpreta il ruolo di Ombretta in Piccolo mondo antico e nel giro di una notte diventa la bambina più famosa d’Italia. Piovono le lettere degli ammiratori, spesso soldati, dagli ospedali o dal fronte, più spesso bambini. Uno di questi, Roberto Vivarelli, dodici anni, ha un vantaggio sugli altri. Dice di essere il nipote di Maria De Matteis, la costumista del film di Soldati, e di essere in grado di farle avere uno dei suoi abiti di scena (lettera del 28 aprile 1941). E qui comincia una storia nella Storia, tutta da conoscere.

“Pinocchio” e lo sguardo che scivola

La storia di Pinocchio, il burattino di legno poco coscienzioso che cigola e scricchiola continuamente, la conosciamo bene, ma questo film risulta essere l’adattamento più fedele rispetto l’opera di Collodi, senza però dimenticare gli altri rifacimenti cinematografici e televisivi che ingloba e trasforma in un’incanto poetico per gli occhi. L’Omino di burro, il giudice-gorilla, il Corvo e la Civetta, Medoro e i più noti come la Fata turchina, il grillo-parlante e Lucignolo si animano e come i burattini di Mangiafuoco si mettono in scena usando le parole del Collodi-Garrone che li dirige mantenendo intatta l’anima di ciascuno e ne cura le fattezze in modo tale che rimangano ben impresse, per il futuro, le loro immagini nelle menti dei suoi spettatori.

“Pinocchio” di Matteo Garrone e le maschere dell’ossessione

Per Matteo Garrone, l’appuntamento era inevitabile: Pinocchio è un’ossessione infantile, naturale chiave di lettura per capire un’intera filmografia, tappa di approdo e ripartenza di un autore arrivato qui al termine del decennio in cui ha esplorato, setacciato, ripensato il versante nero della favola (Reality, Il racconto dei racconti, Dogman). Pinocchio è fatto della materia di cui sono fatti i sogni oscuri di Garrone, dal borgo di Geppetto che richiama la desolazione materica dell’orizzonte esistenziale del Canaro all’allegoria da reality della crudeltà contenuta nel perimetro pedofilo del Paese dei Balocchi.

“Il terzo omicidio” e la verità irraggiungibile

Allineandosi al corpus dei suoi film più recenti, che inquadrano il nucleo familiare all’interno di un disagio sociale più ampio – soprattutto in Ritratto di famiglia con tempesta (2016) e Un affare di famiglia (2018), e non solo per il titolo – Il terzo omicidio sembra voler paragonare l’incombenza dei legami parentali a un fardello da cui non ci si può liberare, soprattutto nella misura in cui l’albero genealogico si fa portatore di una colpa. E, come spesso accade nei film di Kore’eda, la colpa è del padre – figura assente ma determinante nel causare isterie e disagi dei personaggi che ne subiscono le azioni passate.

Saper guardare l’altro. “La Dea Fortuna” di Ferzan Özpetek

Un Özpetek  sempre più maturo e consapevole ci consegna qui forse il suo film più riuscito: fiero delle proprie fragilità, il suo è ancora un cinema capace di prendersi il proprio tempo, un cinema che sembra lasciare davvero liberi i personaggi, dove lo spazio scenico può essere finalmente esplorato e vissuto e non solo attraversato, dove non occorra intellettualizzare i sentimenti per evitare il melodramma, un cinema dentro al quale, per lo spettatore quasi prima che per i personaggi, è ancora possibile ballare e  dove è possibile un finale fatto solo di sguardi e sorrisi, trattenuti l’uno nelle profondità dell’altro, per sempre.

I fantasmi del blockbuster definitivo – Speciale “Star Wars – L’ascesa di Skywalker” III

La riproposizione del noto, al centro di innumerevoli teorie dell’intrattenimento contemporaneo, finisce qui per essere spinta all’esasperazione, sino a provocare un cortocircuito nella costruzione della vicenda. Episodio IX non si limita ad essere punteggiato di richiami al passato, ma si configura come un grande patchwork di trovate, situazioni e personaggi appartenenti alle otto pellicole precedenti. I luoghi visitati sono già visti (la Morte Nera, la Star Destroyer di Kylo Ren) o copie di copie (l’ennesimo pianeta desertico, l’ennesima cantina), il cast dei protagonisti si arricchisce di volti già noti (il beffardo Lando Carlissian, un po’ sovrappeso) e lo stesso antagonista principale è un villain centenario. Il ritorno dei defunti emerge come tematica ricorrente: assistiamo all’ultima performance di Carrie Fisher, mentre il mondo diegetico viene investito da un numero inusuale di force ghosts, mai stati così loquaci.

Il pathos sacrificato – Speciale “Star Wars – L’ascesa di Skywalker” II

La scelta è quella di ricucire i ponti con la prima amatissima trilogia, non rinunciando a incensare le possibilità del nuovo mondo, attraverso effetti speciali fastosi e dialoghi didascalici ed esageratamente epici, virando su strategie che ribaltano le nostre convinzioni di partenza, ma senza sconvolgere nulla. Perché la lotta tra lato chiaro e oscuro della Forza, pur ridimensionando l’aspetto profetico e leggendario della saga, ribadisce la morale della trilogia originale, solo con più carne a fuoco (e nemmeno così efficace in termini di merchandise). Abrams confeziona un film vertiginoso e frenetico, in cui è difficile anche scendere a patti con il famigerato “effetto nostalgia”, e mentre fa sapientemente i conti con la prematura scomparsa di Carrie Fisher (sostituita da un uso misurato di CGI), fallisce nel farsi portavoce di genuina sorpresa.

Un tenero congedo – Speciale “Star Wars – L’ascesa di Skywalker” I

Al culmine del suo crescendo conclusivo, il raffinato e polarizzante film di Rian Johnson recideva con decisione gran parte dei legami che ancoravano il nuovo Star Wars ai pilastri della mitologia lucasiana. Evento drastico, secondo alcuni, che viene neutralizzato fin dalle primissime fasi di L’ascesa di Skywalker, il quale tenta di riequilibrare le dicotomie scardinate e reinserire i due protagonisti nei collaudati schieramenti contrapposti. Archi narrativi che sembravano saldamente orientati ed in fase di risoluzione vengono qui ritrattati ed il superamento dei nuovi ostacoli indotto a passare attraverso la pacificazione con le vecchie glorie della “Galassia lontana lontana”, mentori cruciali nel definire le scelte e l’approdo finale.

Il romanzo di Mariù – Parte VI

È entrato a far parte del patrimonio della Cineteca di Bologna un piccolo, ma prezioso archivio, testimonianza della carriera di attrice-bambina, della bolognese Maria Letizia Pascoli detta Mariù. Grazie alla donazione delle figlie Anna Carlotta, Chiara, Giovanna, Margherita e Maddalena, sono ora disponibili alla consultazione presso la Biblioteca Renzo Renzi le sceneggiature originali, la corrispondenza, il materiale pubblicitario e le oltre duecento fotografie del fondo. Infine, la documentazione d’epoca è accompagnata dalle memorie scritte da Maria Letizia che lascia ai posteri uno spiritoso ritratto di sé bambina e uno scorcio inedito sul mondo del cinema italiano a cavallo tra il periodo bellico e post-bellico, costellato di gustosi aneddoti. Oggi la sesta e ultima puntata.

Sorry, We Missed Us. Ken Loach e il cinema senza sconti

“Fateme lavorà! Fateme lavorà!” urla Antonio Ricci, in disperata fuga sulla bicicletta rubata, per le strade di Roma, nel 1948. “Lasciatemi andare, devo lavorare!” urla Ricky Turner, in disperata fuga nel camioncino delle consegne, per le strade di Manchester, nel 2019. Nel gioco tragico delle rappresentazioni della povertà, che è dramma sociale, si incontrano Vittorio De Sica e Ken Loach, rispettivamente con Ladri di biciclette e Sorry We Missed You. Neorealismo italiano e cinema sociale inglese, al servizio degli umili, degli abietti, degli emarginati senza sconto di pena, sono a testimoniare l’eterno ritorno dell’uguale: la lotta tra poveri, la perdita di dignità, l’alienazione professionale e umana.

Renzo Renzi e “Il diario di Peschiera” – terza puntata

L’omaggio a Renzi prosegue su Cinefilia Ritrovata, riproponendo i ricordi dell’intellettuale bolognese (di adozione) a proposito dell’arresto e del processo per vilipendio alle forze armate che, nel 1953, lo vide – suo malgrado – protagonista insieme al critico Guido Aristarco della vicenda. La storia di L’armata s’agapò  venne raccontata per la prima volta nel volume edito da Laterza nel 1954, Dall’Arcadia a Peschiera e successivamente ripubblicata a puntate in “Il Contemporaneo” nel 1955. Nel 1985, Renzi, ripropose il Diario di Peschiera ai lettori del periodico “Bologna Incontri”, dandone una nuova versione, con l’inserimento di episodi inediti. Sono gli scritti che ora riproponiamo.

I migliori film del decennio

È arrivato il momento, a fine anno, di offrire ai nostri lettori i film migliori del decennio 2010-2019 secondo Cinefilia Ritrovata. Il sondaggio è stato condotto tra i redattori, che hanno indicato un paniere di dieci titoli da cui poi la testata ha tratto la top ten. Abbiamo deciso – vista la schiacciante maggioranza di cui ha goduto – di indicare inequivocabilmente il film vincitore, ovvero Mad Max: Fury Road di George Miller, probabilmente l’opera che ha meglio fuso l’aspetto popolare del cinema di genere con un approccio visionario e totalmente cinefilo. Gli altri, invece, li indichiamo volutamente alla pari perché largamente votati ma senza una chiara prevalenza. In fondo, poi, troverete un altro gruppo di titoli meno citati ma meritevoli comunque di segnalazione.

Céline Sciamma e la restituzione dello sguardo femminile

La regista, in Ritratto della giovane in fiamme sceglie di mettere il fuoco su un personaggio sociologicamente emblematico, ma senza fare un biopic, sceglie una storia di fantasia per uscire da una dinamica del racconto impostato sul “nonostante tutto (l’oppressione maschile, le barriere dei costumi), lei era eccezionale e ce l’ha fatta” e così la visione sulle “personagge” finisce per essere orizzontalmente positiva. Infatti il progetto narrativo e politico del film è che tutte le protagoniste siano soggetti, nessuna sia reificata, oggettificata dagli occhi dell’altra. E questo è reso possibile dal tipo di sguardo che attraversa il film. Uno sguardo femminile (quello della regista, delle protagoniste e perfino del pubblico a cui il film è rivolto) che si dichiara palesemente epigono di quel female gaze di mulveyana memoria.

“Dov’è il mio corpo?” e la storia di una mano

È un piccolo miracolo di equilibrio fra lirismo sentimentale e insolito film di azione, questa pellicola d’animazione francese di Jérémy Clapin, al suo primo lungometraggio. Tratto dal romanzo Happy Hand di Guillaume Laurant, anche co-sceneggiatore, sorprende e coinvolge estremizzando una prospettiva non inedita (si pensi ad esempio a un successo letterario come Storia di un corpo di Daniel Pennac) ma poco frequentata: che il corpo non sia un docile e obbediente tramite di conoscenza col mondo esterno guidato dalla mente in quanto vero Sé, bensì l’unica attiva possibilità di costruzione di un Io unitario attraverso la storia esperienziale delle proprie parti.

Il romanzo di Mariù – Parte V

È entrato a far parte del patrimonio della Cineteca di Bologna un piccolo, ma prezioso archivio, testimonianza della carriera di attrice-bambina, della bolognese Maria Letizia Pascoli detta Mariù. Grazie alla donazione delle figlie Anna Carlotta, Chiara, Giovanna, Margherita e Maddalena, sono ora disponibili alla consultazione presso la Biblioteca Renzo Renzi le sceneggiature originali, la corrispondenza, il materiale pubblicitario e le oltre duecento fotografie del fondo. Infine, la documentazione d’epoca è accompagnata dalle memorie scritte da Maria Letizia che lascia ai posteri uno spiritoso ritratto di sé bambina e uno scorcio inedito sul mondo del cinema italiano a cavallo tra il periodo bellico e post-bellico, costellato di gustosi aneddoti. Oggi la quinta puntata.

Renzo Renzi e “Il diario di Peschiera” – seconda puntata

L’omaggio a Renzi prosegue su Cinefilia Ritrovata, riproponendo i ricordi dell’intellettuale bolognese (di adozione) a proposito dell’arresto e del processo per vilipendio alle forze armate che, nel 1953, lo vide – suo malgrado – protagonista insieme al critico Guido Aristarco della vicenda. La storia di L’armata s’agapò  venne raccontata per la prima volta nel volume edito da Laterza nel 1954, Dall’Arcadia a Peschiera e successivamente ripubblicata a puntate in “Il Contemporaneo” nel 1955. Nel 1985, Renzi, ripropose il Diario di Peschiera ai lettori del periodico “Bologna Incontri”, dandone una nuova versione, con l’inserimento di episodi inediti. Sono gli scritti che ora riproponiamo

Renzo Renzi e “Il diario di Peschiera” – prima puntata

L’omaggio a Renzi prosegue su Cinefilia Ritrovata, riproponendo i ricordi dell’intellettuale bolognese (di adozione) a proposito dell’arresto e del processo per vilipendio alle forze armate che, nel 1953, lo vide – suo malgrado – protagonista insieme al critico Guido Aristarco della vicenda. Renzi fu giudicato colpevole in quanto autore di un soggetto intitolato L’armata s’agapò – uno spaccato poco edificante dell’occupazione militare italiana in Grecia – mentre Aristarco fu condannato in quanto editore, per aver pubblicato lo scritto sul periodico “Cinema Nuovo”. La storia venne raccontata per la prima volta nel volume edito da Laterza nel 1954, Dall’Arcadia a Peschiera e successivamente ripubblicata a puntate in “Il Contemporaneo” (n. 42, 43 e 44) nel 1955. Nel 1985, Renzi, ripropose il Diario di Peschiera ai lettori del periodico “Bologna Incontri”, dandone una nuova versione, con l’inserimento di episodi inediti.