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“Lucky Luciano” e l’analisi del Potere mafioso

Non è azzardato definire Lucky Luciano come una biografia schizofrenica del boss mafioso italo-americano, un po’ come Il caso Mattei lo era stato per il grande e illuminato industriale: una pellicola che mette in scena alcuni stralci più significativi della sua vita, muovendosi spesso avanti e indietro nel tempo con vari flashback e bruschi ritorni al tempo presente della storia narrata. È un film sicuramente incentrato primariamente sulla figura di Luciano (un Volonté che giganteggia come sempre, in una mimesi perfetta del personaggio, per esempio nello sguardo e nei vestiti eleganti), eppure è al contempo una pellicola corale, con un cast ricco e azzeccato.

“Notte fantasma” neo-noir fisico e dissonante

Quello del regista romano Fulvio Risuleo non è forse tra i nomi più sbandierati nelle nuove leve del cinema italiano, ma sicuramento è uno dei più interessanti e versatili. Autore di film e disegnatore di fumetti, si è fatto le ossa con vari cortometraggi e web-serie, per poi debuttare nel lungometraggio con Guarda in alto, a cui è seguito Il colpo del cane. Ma è probabilmente con il suo nuovo  Notte fantasma che il regista raggiunge la sua maturità artistica. Un film che si distacca dal gusto per la commedia e per il grottesco visto nei film precedenti, e che abbraccia i territori hard-boiled del noir contemporaneo con un’impronta del tutto atipica e personale.

Sangue, morte e fango nel terzo adattamento da Remarque

La trincea è il luogo d’azione principale della vicenda, poiché la Grande Guerra fu innanzitutto una guerra di trincea, ricostruita dagli scenografi con la maestosità di un kolossal e un’attenzione certosina ai dettagli – è possibile che Berger si sia ispirato al celebre 1917 di Sam Mendes, anche per la presenza reiterata dei piani-sequenza sui soldati che si muovono nel dedalo di legno, fango e filo spinato. Così come ricchi sono il dispiegamento di armi, tra fucili, granate e mitragliatrici (con spari ed esplosioni live), e le divise dei militari. 

“Vortex” di amore e di morte

A differenza di vari film di Noè, da Enter the Void a Climax, dove tutto era pregno di un iperrealismo nella forma e nel contenuti, qua siamo agli antipodi, poiché Vortex è una sorta di cinéma-vérité, un cinema verista, senza mediazioni, quasi documentaristico, per certi versi accostabile a certi film della Nouvelle Vague francese; motivo per cui, non è forse un caso che l’attrice protagonista sia la Lebrun, quella de La maman et la putain di Jean Eustache, e icona del cinema francese degli anni d’oro. L’attore che impersona il marito è invece Dario Argento, cioè il re del brivido, colui che al cinema ha spettacolarizzato la morte come forse nessun altro.

Il diavolo, probabilmente. “I soliti sospetti” tra crimini e demoni

Il confine tra realtà e finzione diventa volutamente sottilissimo, e pur essendo I soliti sospetti uno di quei film che vive molto sul colpo di scena finale (un po’ come Il sesto senso di Shyamalan, per intenderci), a ogni visione ci accorgiamo che esso guadagna sempre qualcosa in più: notiamo per esempio un nuovo particolare rivelatore, comprendiamo meglio l’intreccio, guardiamo la storia da una nuova prospettiva Eccolo, tutto il genio di Bryan Singer: non soltanto costruire un colpo di scena ma creare un film che ogni volta sappia stupirci e farci porre domande pur sapendo come va a finire. 

La bestemmia catartica. “L’ora di religione” nel cinema di Marco Bellocchio

Quella de L’ora di religione è una storia umana che possiamo sentire vicina a noi, una storia fatta di rapporti umani e contrapposizioni ideologiche, fra epifanie e momenti catartici, una vicenda che verrebbe da dire quasi “comune” (anche se “comune” non lo è del tutto), ma nella quale comunque possiamo identificarci in uno o più personaggi a seconda del nostro sistema di pensiero – perché il cinema di Bellocchio è costantemente pedagogico e foriero di riflessioni. È un’indagine religiosa e psicologica che il protagonista – un Sergio Castellitto in stato di grazia – incarna con una credibilità e uno spessore quasi commoventi, e restituendo una spiritualità così profonda che sembra incredibile per un ateo.

“Driver l’imprendibile” e la fondazione del neo-noir contemporaneo

Driver l’imprendibile è un film che vive di varie anime, mai però in conflitto, bensì in simbiosi fra loro, grazie a una regia solida e sicura di un autore che conosce bene il genere e dimostra di saper dirigere un noir coi fiocchi: da una parte, c’è la componente più spettacolare dei forsennati inseguimenti automobilistici; dall’altra, c’è invece l’elemento più squisitamente noir, predominante nella narrazione e piacevolmente intercalato dalle sequenze d’azione; infine, c’è il fattore visivo, quello formato dalle imponenti scenografie naturali della città e dalla fotografia contrastata, nel quale ancora una volta lo sguardo del regista si rivela lungimirante e anticipatore di un certo tipo di cinema del decennio successivo.

“I guerrieri della notte” tra culto e immaginario

I guerrieri della notte anticipa l’immaginario degli anni Ottanta, pur essendo prodotto anagraficamente ancora nel decennio precedente, ed è anche questa sua lungimiranza a renderlo così importante. L’immagine livida e violenta di una New York allo sbando c’era già nei seventies, in film come Il giustiziere della notte, ma era rappresentata in modo diverso: è proprio con I guerrieri della notte che si entra dritti negli anni Ottanta, fra giubbini di pelle, occhiali da sole, graffiti, cappelli da baseball, volti dipinti e costumi bizzarri e coloratissimi. Anzi, non è azzardato dire che sia proprio questo cult-movie di Hill a definire in modo sostanziale l’immaginario cinematografico e popolare degli anni Ottanta.

L’opera estrema del “ribelle” Silvano Agosti. “Nel più alto dei cieli” 50 anni dopo

La definizione è talvolta abusata, ma Nel più alto dei cieli è davvero un film alieno, un gioiellino nerissimo del cinema d’autore italiano – quel cinema autoriale lontano dalle luci della ribalta, bensì più nascosto e segreto, e proprio per questo così affascinante. A differenza dei film precedenti di Agosti, questo non ha protagonisti principali né attori famosi, ma una serie di personaggi interpretati da noti caratteristi – visti più volte sia nel cinema d’autore sia nel cinema di genere – accanto ad altri attori semi-sconosciuti, tutti però coi volti perfetti per i rispettivi e deformanti ruoli, in un microcosmo umano che forma un piccolo trattato sociologico sui generis.

“Mr. Klein” e l’enigma kafkiano nella Parigi nazista

Ciò che succede a Robert Klein è un intrigo degno degli incubi a spirale di Hitchcock e Polanski, che stringono il protagonista in una morsa inesorabile, tanto dal punto di vista psicologico quanto da quello storico-sociale, due dimensioni che convivono costantemente in Mr. Klein e che offrono diverse chiavi interpretative. Come sempre accade nei film più maturi di Losey, la forma è sostanza e la sostanza è forma, e gli interni – grazie alle ricercatissime scenografie – formano ambienti claustrofobici dove l’individuo è sempre più inghiottito dal mistero, dalle ossessioni e dalla persecuzione politica.

L’uomo dai 7 capestri e il western revisionista di John Huston

John Huston, Paul Newman, John Milius: basterebbe citare questa triade per consegnare L’uomo dai 7 capestri alla storia del cinema. Mentre la Hollywood classica si incontra con quella nuova, la regia robusta e spettacolare di Huston ci regala un western mitologico e “di confine”, costantemente sospeso fra varie dimensioni: fra realtà storica e immaginazione, fra ironia e violenza, fra la nostalgia per il vecchio West e la modernità che avanza, con personaggi sopra le righe e scelte registiche d’avanguardia rispetto ai tempi.

“La santa piccola” fra estasi dei sensi e trance mistica

La santa piccola è un film strano, “altro”, un unicum non inquadrabile in un genere, puro cinema d’autore dove convivono dramma e commedia, grottesco ed erotismo. Il narrato si muove continuamente su più binari, che convogliano verso due estremi, così lontani eppure arditamente accostati: da una parte la dimensione religiosa, superstiziosa e mistica, e dall’altra la dimensione sessuale destinata a un sentito coming out di Mario dopo un lungo percorso interiore. La vicenda è innanzitutto un’accurata indagine folkloristica sulla religione e la superstizione – che nel nostro film sono inscindibili – in cui convivono il gusto per il grottesco con una rappresentazione cinica e disincantata del misticismo.

“Il Decameron” di Pasolini per il puro piacere di raccontare

La trasposizione boccaccesca di Pasolini è, senza mezzi termini, un puro distillato artistico, dove il cinema “alto” (d’autore) convive felicemente con quello più “popolare” (cosiddetto di genere). Fin dall’origine letteraria, Il Decameron è d’ispirazione nobile, nonché un film d’arte profondamente personale, poiché Pasolini non si limita a trasporre pedissequamente quanto scritto dal Boccaccio, ma lo plasma secondo la sua poetica: a cominciare dall’ambientazione, che (pur mantenendo il contesto medievale del modello) da quella toscana predominante nell’opera letteraria si trasferisce nella Napoli popolare.

“Porcile” di sangue e di rabbia. La società cannibale di Pasolini

Porcile in alcune sequenze diventa sede di dialoghi degni del teatro dell’assurdo di Samuel Beckett o dell’anti-teatro di Carmelo Bene (un autore evidentemente amato da Pasolini, che lo aveva voluto nel suo precedente Edipo re), in particolare nei dialoghi criptici di Julian con Ida o nelle crudeli narrazioni tra i vecchi nazisti, dove l’orrore della Storia viene narrato in modo tanto crudele quanto grottesco. A questo punto, la strada verso Salò è tracciata, e a Pasolini non rimane che guardare definitivamente nell’abisso per donarci il suo testamento artistico.

Aguirre che volle farsi re. I 50 anni del capolavoro di Herzog

L’ossessione di Aguirre è lo specchio dell’ossessione cinematografica di Herzog, per cui la storia narrata e le avventure del set formano un tutt’uno, con le riprese condotte in situazioni naturali estreme: girato con un budget ristretto, fra le ostilità della giungla e del fiume, la realizzazione di Aguirre diventa un’opera titanica come l’impresa compiuta dei protagonisti, un’impresa che tende all’Assoluto, volendo sfidare i limiti della natura e dell’uomo, e lanciando una sorta di sfida a Dio. Quella sfida che Lope de Aguirre lancia al Creatore, in particolare nel delirante dialogo dove si autoproclama “il più grande traditore”, “il furore di Dio”, colui che può decidere della vita e della morte del mondo intero.

Il cinema duro dell’Italia in nero. “Il legionario” di Hleb Papou

I modelli a cui Papou si ispira sono presumibilmente ACAB di Stefano Sollima e lo scioccante Diaz di Daniele Vicari, ma Il legionario ha qualcosa anche de I miserabili di Ladj Ly, in particolare per la rappresentazione delle tensioni razziali. Rispetto ai due suddetti film italiani, l’opera prima del giovane regista può contare su un budget più ridotto (anche se ci sono alle spalle produzioni serie come Fandango e Rai Cinema, dunque non è un indipendente qualsiasi), e in questi casi voler girare sequenze d’azione può comportare il rischio di celebrare le nozze coi fichi secchi: ma Papou evita questa trappola e sa ottimizzare perfettamente i mezzi che ha disposizione attraverso particolari accorgimenti registici.

“Django” di Sergio Corbucci rivoluzionario e nichilista

Django è l’antitesi del western leoniano, in particolare della Trilogia del Dollaro inaugurata dal seminale Per un pugno di dollari. Se Leone ha espresso e continua a esprimere la sua idea di western, è come se Corbucci dicesse “ecco, per me il genere è quest’altra cosa”. Se Clint Eastwood in Per un pugno di dollari giunge a cavallo con indosso un poncho messicano e arriva in un villaggio polveroso, abbagliante e bruciato dal sole, Franco Nero in Django arriva a piedi vestito con un’uniforme nordista, trascinando una bara in un paesino dalla luce grigia e crepuscolare dove tutto è ricoperto dal fango (ma a sua volta anche Corbucci girerà degli western in altre ambientazioni, dai paesaggi innevati de Il grande silenzio a quelli arsi dal sole di Navajo Joe).

“Fellini e l’Ombra” evocazione onirica del Maestro

Fellini e l’Ombra ha innanzitutto il merito di essere, probabilmente, il primo film a trattare con cognizione di causa il rapporto di Fellini con i sogni e la psicanalisi, il suo mondo interiore e più nascosto, il “Fellini sommerso”, cioè quell’Ombra del titolo che va rigorosamente in maiuscolo, come a voler identificare un’essenza quasi vivente. Ma ciò che colpisce della regia di Catherine McGilvray è anche la pluralità di linguaggi usati, con uno stile e un montaggio volutamente schizofrenici, non lineari, perché solo così è possibile parlare di una materia impalpabile come i sogni.

“Vampyr” di Dreyer o la verità sullo strano caso di Mister Gray

Dreyer costruisce la storia con una sorta di tableaux vivants, situazioni paratattiche e giustapposte dove la consecutio logica e temporale è soltanto accennata, per dare vita a sensazioni eteree, funeree e sepolcrali – in un certo senso, vedere Vampyr è un po’ come leggere una macabra poesia, dove i rapporti di causa/effetto non seguono la logica comune. Certo, un andamento narrativo c’è, ma la diegesi sembra affidata soprattutto al fluire degli incubi, al magma dell’inconscio, a un precipitare da un mondo all’altro proprio come accade nei sogni, il che fornisce al film un coté altamente evocativo e affascinante.

“Prima pagina” e il senso di Billy Wilder per la commedia

Prima pagina è la terzultima opera di Wilder, prima di Fedora e Buddy Buddy, un’epoca in cui il regista ha già abbracciato definitivamente il colore, mantenendo una cura certosina nella fotografia dal gusto vintage: un film significativo innanzitutto nella misura in cui testimonia la caparbietà del regista nel non farsi influenzare dalle correnti della New Hollywood, sempre più dominanti nel cinema americano degli anni Settanta, per proseguire con successo una riproposizione – anche se rinnovata – dei modelli classici.