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Speciale “I figli della scimmia” – Il cinema della sospensione di giudizio

Una storia familiare apparentemente delimitata diventa così una riflessione universale sull’essere padre con un sottotesto psicologico, sulla cura e sul desiderio di una normalità possibile, narrata con discrezione attraverso un approccio registico essenziale sorretto dalle scelte stilistiche davvero azzeccate realizzate dal direttore della fotografia Guido Michelotti, che con un lungo lavoro preparatorio durato circa cinque anni ha lavorato in sinergia col regista che gli ha fornito le suggestioni visive che desiderava trasmettere al pubblico.

Speciale “Sheep in The Box” – Lo Shintoismo, il cinema e l’intelligenza artificiale

Sheep in the Box (2025) del regista Hirokazu Koreeda è un film profondamente plasmato dalla sua cultura di origine, il Giappone, e in particolare dall’approccio animista dello Shintoismo, secondo il quale esiste un’anima in tutte le cose: si tratta di una religione intuitiva, la cui essenza più profonda può essere colta solo in modo esperienziale. Tutti i protagonisti del film intrecciano un rapporto speciale con gli alberi, i simboli più amati dello Shintoismo e parte integrante della cultura tradizionale.

Essere Joséphine Baker

L’ impatto culturale di Joséphine Baker, prima star nera di fama internazionale, musa dei cubisti e artista dei music hall parigini degli anni ’20, oltre che dall’innato talento naturale dell’artista deriva essenzialmente dall’essere stata anche una attivista per i diritti civili ed eroina della resistenza francese. Essere Joséphine in quegli anni non era facile, soprattutto in America dove era nata e viveva la segregazione razziale; scelse perciò la dedizione alla Francia, paese che nonostante non fosse il suo, l’ha scoperta, adorata e celebrata anche per il modo gioioso in cui riuscì a sovvertire le fantasie coloniali sulle donne nere e gli stereotipi che dovevano affrontare.

“Le avventure del principe Achmed” e le incredibili metamorfosi della silhouette

Lontana anni luce dall’ipertrofia dell’immagine digitale a cui siamo ormai abituati la visione de Le avventure del principe Achmed (1926) di Lotte Reiniger con le sue silhouette finemente lavorate a mano che danzano sulle cromie brillanti della pellicola in bianco e nero colorata immergendo i positivi in ​​un bagno di pigmenti, significa esperire la meraviglia di un oggetto antico e prezioso, considerato il prototipo della tecnica stop-motion e una pietra miliare nel cinema d’animazione.

“L’uccello foresto” e il trionfo della diva e del paesaggio

Dopo il trionfo in Abisso, Asta Nielsen si trasferì in Germania dove il suo talento crebbe e la sua abile interpretazione delle emozioni e delle passioni individuali, nella tradizione del teatro nordico, fu apprezzata sia dal grande pubblico che dagli intellettuali. In L’uccello foresto la sua presenza scenica e il suo moderno stile di recitazione fanno empatizzare lo spettatore con un nuovo modello di donna che si è affacciata sulla scena sociale, autonoma, coraggiosa, indipendente, passionale.

“Sinel’” strabordante di poesia e tenerezza

L’obiettivo della FEKS era un “Arte senza la maiuscola, senza piedistallo e senza foglia di fico” che si liberasse dalle tradizioni, elevando circhi, luna park, varietà e slapstick al livello di arti performative. Sinel’ (1926), l’adattamento visivamente audace e artisticamente coraggioso di due racconti di Nikolaj Gogol’, è uno dei capolavori del cinema muto sovietico nonché secondo lungometraggio di FEKS, che riuscì a trasformare l’intuizione psicologica del grande maestro in una performance stilizzata strabordante di poesia e tenerezza.

“Male and Female” al passo coi tempi

Una delle chiavi del successo di Male and Female è la magistrale interpretazione di Gloria Swanson che in questo lungometraggio consolida il sodalizio con DeMille contribuendo a definire l’archetipo della diva sofisticata, eccentrica e icona di stile nel cinema muto americano. Nel suo personaggio volitivo e indipendente, al passo coi tempi del nuovo soggetto sociale femminile che si è appena affacciato sulla modernità, usa gli stilemi del cinema muto con naturalezza nel passare dall’essere una nobildonna aristocratica, snob e distante, a una donna primitiva, appassionata e innamorata ma mai sottomessa.

“Aurora” di un cinema fantasmagorico

Murnau, utilizzando fantasmagorie del cinematografo, attraverso una brillante sintesi tra lavoro in studio e rappresentazione della natura, con una tecnica raffinata fatta di fluide carrellate, sovrapposizioni e l’uso simbolico della luce virata del più puro espressionismo, affresca la sinfonia dell’amore tra due esseri umani che metaforicamente superano il buio della notte e si ritrovano al riparo delle insidie della città e degli esseri sovrannaturali che la abitano. In sovrimpressione scivola la campagna nella città, nei riflessi dell’acqua, fluidità che circonda la dimora dei due sposi, messi in pericolo dal richiamo di una modernità seduttrice che corrompe.

“Resurrection” speciale I – Fantasmagoria e ambizione

Ci si trova catapultati in una narrazione sospesa tra realtà e sogno, nel racconto di un viaggio interiore che sfugge a ogni pretesa di linearità spazio-temporale e che per questo non è di facile fruizione, potendo risultare indigesta ai palati cinefili meno avvezzi all’astrazione e alla molteplicità stratificata delle citazioni, poiché Resurrection ha l’ambizione di fondere in un mastodontico poema le forme che il cinema ha assunto e le emozioni che ha generato.

“Paul & Paulette Take a Bath” in bilico tra commedia e malinconia

Pur vacillando nell’insistere troppo ripetitivamente sul re-enactment e date le implicazioni romantiche dell’ambientazione nella capitale francese di cui non riesce completamente a scrollarsi di dosso gli stereotipi del genere e i cliché, Paul & Paulette Take a Bath ha un grande pregio: svelare uno sguardo sorprendentemente sobrio e inaspettato sulla storia della violenza in Francia e dei suoi crimini nascosti nell’armadio, attraverso la macabra fascinazione che i personaggi hanno per la morte e per gli angoli più oscuri dell’umanità.

“Hamnet” ardente e doloroso

Paul Mescal nel ruolo di William, utilizza un’ampia gamma espressiva, dalla seduzione alla disperazione. Ma è Jesse Buckley ad essere semplicemente prodigiosa nell’avvolgere completamente il climax del film dando respiro e corpo sbalorditivi al ritratto di una donna e di una madre che perde un figlio. Agnes è una strana creatura proveniente da una stirpe di donne che sanno vedere oltre il visibile, scivolando nella fiaba o in un regno mitico.

“La piccola Amélie” eterna e universale

Il film di Vallade e Han traduce delicatamente questa piccola epifania sulle origini della coscienza umana in una coreografia di colori per farci sentire e vedere il punto di vista della piccola Amélie. In questo senso, l’adattamento è fedele allo spirito del libro e insieme lo amplia, facendo del paesaggio urbano un palcoscenico sensoriale, olistico, con campiture tenere e nette, un disegno pulito ed ombre quasi acquerellate.

“Father Mother Sister Brother” speciale I – Inquadratura dopo inquadratura

Si tratta di un lavoro che ci svela, con uno sguardo delicato, come interagiamo con le persone che non abbiamo scelto di avere nella nostra vita, ma che si spera di riuscire comunque ad amare. Spesso i rapporti tra consanguinei nei film sono tumultuosi o eccessivamente sentimentali: Jarmusch riesce a inscenare una sobrietà in cui, con un colpo da maestro, persino il silenzio tra i membri di una famiglia può essere pieno di vita, conferendovi un ritmo quasi comico, come si assistesse piuttosto una conversazione piena di battute esilaranti.

“Giovani madri” tenere, laiche, disarmate

Con un soggetto così insidioso, il rischio di scivolare nel dramma e nella retorica sociologica era dietro l’angolo, ma il cinema dei Dardenne è un cinema che riesce a mantenersi pulito, scegliendo di focalizzarsi sulla narrazione e sull’intimità dei personaggi. È un cinema che scarta ogni consolazione per abbracciare un’idea più radicale: la possibilità di trasformare, di rinascere attraverso la speranza. Con un gesto tenero, laico, disarmato i Dardenne ritrovano il senso più profondo del cinema. 

“Bugonia” speciale I – La notte dell’umanità

Il film, a metà strada tra il macabro e il divertente, oscilla continuamente tra il delirio paranoico e la possibilità reale di un’invasione aliena, in una spirale di eventi sempre più ambigua, che mette in discussione le percezioni dei personaggi e dello spettatore. In pieno stile Lanthimos, la narrazione felicemente sceneggiata da Will Tracy e resa con un formato dell’immagine in 4:3, alterna freddezza formale a improvvisi eccessi visivi ed è sorretta dall’ottima prova di Emma Stone.

“Duse” in un mondo che sta cambiando

Il regista attinge alla sua formazione documentaristica, con un riuscito lavoro di ibridazione di fiction e filmati d’archivio, per tratteggiare i rivolgimenti politici e sociali che attraversano l’Italia dove ormai incombe l’ascesa del fascismo. L’operazione di contestualizzazione storica, a tratti evocativa eppure solo accennata, si fonde con una ricostruzione del mito Duse filologicamente fedele alle fonti documentali, cercando di mostrare come la crisi personale dell’attrice coincida con l’avvento di un mondo nuovo con cui bisogna fare i conti.

“Broken English” e l’innata teatralità di Marianne Faithfull

Broken English (2025) è un coraggioso ritratto documentaristico di Jain Forsyth e Jane Pollard dell’iconica cantautrice inglese Marianne Faithfull, spesso liquidata dalla narrazione ufficiale come “fidanzata di Mick Jagger” a poco più di una nota decorativa nella storia dei Rolling Stones. Marianne invece è stata una artista autentica e prolifica che ha pubblicato più di trenta album e si è reinventa continuamente anche come attrice e performer.

“Queen Kelly” ammaliante ritorno del mito

Chi non può sottrarsi ad una adolescente infatuazione per quel cinema e all’auratica malia delle dive che incarnano il mito luminoso del firmamento hollywoodiano, il più icastico sistema di stelle, con la sua paradigmatica serie di coppie attrice -regista, potrà godersi Queen Kelly (1929) presentato alla 82sima edizione della Mostra del Cinema di Venezia nella sezione classici,  con una nuova colonna sonora originale di Eli Denson eseguita dal Syntax Ensemble, in una  versione restaurata con materiali ritrovati da Dennis Doros (Milestone Film & Video), che nel 1985 aveva già realizzato una prima ricostruzione del film.

Alice Guy o della nascita del cinema al femminile

Se è ormai pacificamente dimostrato che i primi trent’anni della storia del cinema sono stati attraversati dall’iniziativa femminile in maniera massiva, il lavoro di riscoperta e celebrazione continua di una delle sue pioniere è un atto necessario a comprendere l’enorme portata di quel tentativo di imporre uno sguardo, una progettualità, un’iniziativa autonoma da parte delle donne che parteciparono attivamente a quell’impresa meravigliosa.

“100 litri di birra” da commedia black a riflessione drammatica

Al talentuoso regista finlandese deve riconoscersi il merito di saper mettere in scena attraverso i suoi personaggi tragicomici un cambio di registro, da commedia black a qualcosa di molto più serio, quasi drammatico. Questa saga su una famiglia distrutta dalla sua stessa dipendenza dall’alcol, troppo delirante e illusa persino per ammettere il problema, si rivela non solo una tragedia personale, ma svela un serio problema nazionale su cui riflettere tra una risata e l’altra.