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“Belfast” e le spinte autobiografiche di Kenneth Branagh

Da tempo Kenneth Branagh si divide su due fronti, da una parte le mega-produzioni dai budget stratosferici, dall’altra i piccoli film, quelli più sinceri e personali, che meno risentono del gigantismo e delle grandi aspirazioni. Belfast si colloca in quest’ultima, felice, categoria, sorretto dalle spinte autobiografiche e da una sincerità che da tempo non faceva capolino nei suoi lavori. Per ritrovare la stessa urgenza di raccontare bisogna andare indietro nel tempo, all’esordio shakespeariano di Enrico V, a Nel bel mezzo del gelido inverno (anche questo, come Belfast, in bianco e nero, e sua vera dichiarazione d’amore per il Bardo, con buona pace di tanti robusti adattamenti) o al misconosciuto Gli amici di Peter. 

“Gli occhi di Tammy Faye” alla fiera del camp

Al centro del film c’è Tammy Faye, interpretata con mimesi fisica e vocale da una splendida  Jessica Chastain che riesce a rendere credibile una donna dalle molte contraddizioni, determinata ma schiacciata dal ruolo di “moglie”, spinta da un fervore e da un’incoscienza non del tutto innocente (quando non evidentemente colpevole) che la rende insieme vittima, complice e connivente. A riscattarla è soprattutto il suo cercare di essere autenticamente accogliente e comprensiva, la sua volontà di amare il prossimo così com’è, nel tentativo di trovare, toccare ed essere toccati, e  infine salvati da un Dio invocato a gran voce.

Speciale “Petite Maman” – Una fiaba concreta e quotidiana

Basterebbe l’inizio a esemplificare la precisione chirurgica della mise en scène: una bambina fa il giro di una casa di riposo salutando le anziane ospiti, fino a raggiungere la mamma in una stanza ormai vuota. Un saluto non dato, un commiato difficile e mancato, che apre a dubbi, domande, rimpianti. Dopo la morte della nonna la piccola Nelly accompagnerà la madre nella casa della sua infanzia e nel bosco che la circonda incontrerà una misteriosa bambina che diventerà sua amica. Dire di più sarebbe un vero peccato, sia perché ci sembrerebbe di rovinare tanta mirabile semplicità con parole inutili. 

“La crociata” alla Festa del cinema di Roma 2021

Come Petite manan di Céline Sciamma quello di Garrel è un altro piccolo film francese sull’infanzia e la sua grande forza, contrapposta alle debolezze e all’incapacità degli adulti. Per il regista della Croisade i “grandi” sono inutili e spesso dannosi, e solo i più piccoli sanno ancora sognare e sono pronti ad agire affinché le cose possano davvero cambiare, quando invece gli adulti sembrano aver perso completamente la capacità di farlo. A essere irrimediabilmente compromessa è soprattutto la loro credibilità, cancellata dalle tante, troppe, false promesse che i figli non vogliono più stare ad ascoltare.

“Mothering Sunday” alla Festa del cinema di Roma

Siamo nel 1924, il giorno della festa della mamma. Tre famiglie dell’upper class britannica si riuniscono per un picnic. Peccato che a festeggiare non ci sia quasi più nessuno, visto che tre dei loro figli sono morti in guerra. L’unico sopravvissuto tarda ad arrivare perché impegnato in un incontro proibito con la giovane cameriera Jane, orfana innamorata dei libri. Scavando con la macchina da presa, la regista riesce a portare a galla un lancinante senso di vuoto che inghiotte tutto e tutti. E vedere a distanza di trent’anni sul grande schermo, anche se solo per pochi minuti, l’incredibile Glenda Jackson, basta per ripagare qualsiasi cinefilo della visione del film.

“One Second” alla Festa del Cinema di Roma 2021

Prima di arrivare alla Festa del Cinema di Roma il film di Zhang Yimou era atteso a Berlino 2019 ma fu poi ritirato. Dietro i formalmente annunciati problemi di postproduzione si nascondono probabili disavventure (e sforbiciate) censorie, e non è difficile capire il perché. Dopo la stagione dei film “wuxia”, il regista di Lanterne rosse e La foresta dei pugnali volanti si muove nuovamente verso un cinema alla ricerca di un dialogo con la storia, personale e condivisa. Siamo negli anni più difficili della Rivoluzione culturale, e anche se la brutalità dei campi di rieducazione è solo accennata, il film è più disilluso di quanto non sembri in apparenza.

“Marina Cicogna, la vita e tutto il resto” alla Festa del Cinema di Roma 2021

Venezia, Rio, Roma, Parigi, New York. E poi St. Moritz, la Sardegna, le spiagge della Laguna. Seguire i racconti di Marina Cicogna significa iniziare un lungo viaggio nel nostro paese e intorno al mondo, al seguito di una donna che è stata la figlia prediletta di una nobile famiglia e dell’alta borghesia, la quintessenza del jet-set e della mondanità. Ma anche una figura unica e atipica, che con la sua determinazione ha reso possibile un’incredibile stagione del nostro cinema, quella a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, “che ancora credeva molto nel suo messaggio, in quello che aveva da dire”, come dice Frédéric Mitterrand nel documentario Marina Cicogna, la vita e tutto il resto.

“Passing” alla Festa del Cinema di Roma 2021

Passing, a giudicare dal sottotitolo apparso sullo schermo durante la proiezione, potrebbe arrivare sui nostri schermi (piccoli, visto che in Italia sarà dal 10 novembre su Netflix, dopo un passaggio al Sundance e ora alla Festa del cinema di Roma) con l’anonimo titolo Due donne. Se proprio si volesse trovare un’alternativa all’originale, forse sarebbe più giusto scegliere “due colori”, visto che a confrontarsi fin da subito sono il bianco e il nero. Quelli abbaglianti della bella fotografia di Eduard Grau, ma anche quelli portati sulla (e sotto la) pelle dalle protagoniste.

“Where’s My Roy Cohn?” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Where’s My Roy Cohn? La domanda che fa da titolo al documentario di Matt Tyrnauer, apprezzato al Sundance e presentato alla Festa del cinema di Roma, è stata pronunciata dal presidente Trump ai tempi del Russiagate. L’invocazione di “The Donald” è ben comprensibile, dal momento che il famigerato avvocato Roy Cohn ha attraversato il peggio della storia americana, mantenendo il ruolo di eminenza grigia della politica di destra made in USA. La condanna a morte dei coniugi Rosenberg, la commissione per le attività antiamericane, i processi contro i boss delle famiglie mafiose, l’ascesa economica di Trump: il volto di Cohn appare accanto a quello dei più discussi personaggi del secondo novecento, dal senatore McCarthy all’attuale inquilino della Casa Bianca.

“Judy” alla Festa del Cinema di Roma 2019

L’inizio e la fine della carriera di Judy Garland, al secolo Frances Ethel Gumm, diventata con Il mago di Oz una star di prima grandezza e morta a soli quarantasette anni, consumata dall’abuso di alcol e pasticche. Il biopic Judy, presentato alla Festa del cinema di Roma, si muove tra questi due piani temporali, raccontando l’inizio del sogno, l’incubo che nascondeva e i suoi effetti distruttivi sulla vita della protagonista. Siamo nel 1968, e la Garland, quattro divorzi alle spalle – tra cui quello con il regista Vincente Minnelli, padre di Liza – si ritrova senza soldi e senza casa ed è costretta ad accettare una tournée di concerti nei teatri londinesi per poter rivendicare l’affido dei figli. Sono gli ultimi mesi della sua esistenza, i più difficili, schiacciati dalla cirrosi epatica, dalle dipendenze e dai fantasmi del passato.

Il ritmo forsennato di “La belle époque”

Tutti noi abbiamo sognato di poter rivivere un giorno della nostra vita, uno di quelli indimenticabili, di cui ricordiamo ogni particolare e che ha cambiato per sempre il corso delle nostre esistenze. È questo lo spunto di La belle époque di Nicolas Bedos, presentato alla Festa del cinema di Roma e in sala dal 7 novembre e. Il fumettista Victor è infelicemente invecchiato e vive con una moglie psicanalista che cerca di mantenersi giovane a tutti i costi: lui rifiuta ogni tecnologia mentre lei ha lasciato i pazienti per creare un app di analisi online.  Dopo quarant’anni di matrimonio i due sono ai ferri corti, e Victor si ritrova cacciato di casa. Decide così di accettare uno strano regalo fattogli dal figlio: un regista metterà in scena per lui un moneto del passato. L’uomo non ha dubbi: il 16 maggio 1974, giorno in cui in cui conobbe in un bar di Lione la futura moglie.

“The Irishman” e il tempo della Storia

Il tempo della storia si dispiega passo passo, invade ogni inquadratura, ed è il vero protagonista e il punto di vista primo e ultimo del film. Il tempo che trascorre inesorabile e senza emozioni sullo schermo e quello che è trascorso nella realtà, nascosto dall’impressionante ringiovanimento digitale dei protagonisti ma impossibile da cancellare dai gesti, dagli sguardi, dai corpi degli attori. Una scelta folle e meravigliosa che si carica di significati, canto del cigno di un cinema e di una generazione e disperata dichiarazione sullo spietato avanzare degli anni. Tutto sparisce, tutto viene dimenticato, niente ha più importanza. Hoffa, santo e mafioso, famosissimo “come Elvis negli anni ’50 e come i Beatles nei ‘60” diviene solo una figurina sbiadita in una foto in bianco e nero, irriconoscibile per le nuove generazioni.

“Downton Abbey” e lo spirito della nazione

La sceneggiatura di Fellowes è la vera colonna portante di serie e film, e dimostra tutta l’abilità dell’autore (evidente fin dai tempi dell’atmaniano Gosford Park, primo tassello della sua riflessione sul rapporto tra la servitù e i loro signori) nel gestire i racconti corali, lasciando a tutti i personaggi il giusto spazio e la possibilità di sviluppare la propria storia personale. Al cast storico si aggiunge Imelda Stanton, protagonista di alcuni imperdibili scambi al vetriolo con una grande Maggie Smith, a cui sono riservate le battute più sagaci. Schegge di umorismo british che sono l’acqua alla vita di un film capace sia di soddisfare i fan che di coinvolgere i neofiti, pur perdendo qualcosa della complessità e della capacità di analisi sociale a cui ci aveva abituato la serie TV.

“Scary Stories to Tell in the Dark” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Come nell’It kinghiano, sono le colpe del passato, l’avidità, la discriminazione, l’odio (nutrito dalle parole, dalle bugie raccontate e dalle verità tacitate) a creare il mostro che aleggia sulla città. E, come spesso accade nel cinema di Del Toro, è stretto il connubio tra Storia e storia, tra realtà del tempo (e del nostro tempo) e paure, non solo soprannaturali. L’anno è il 1968, sugli schermi delle vecchie TV in bianco e nero passano ripetutamente le immagini della campagna presidenziale di Richard “Tricky Dick” Nixon (che nome perfetto per un mostro da teen horror!) e il fantasma feroce e sanguinario della guerra del Vietnam spaventa più di qualsiasi casa stregata. Una scary story terribilmente reale, pronta a catapultarti in un mondo da incubo da cui è difficile tornare indietro.

“Motherless Brooklyn” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Il progetto di trasformare in un film il romanzo di Jonathan Lethem, Norton lo inseguiva da due decenni, arrivando dopo molti ripensamenti a scriverne la sceneggiatura, interpretarlo e curarne la regia. I debiti verso il cinema classico sono evidenti e per niente nascosti, tanto che l’azione è spostata dagli anni ’90 dei lupi di Wall Street all’America prosperosa e apparentemente felicissima del secondo dopoguerra. Un’inversione rispetto i topoi del genere Norton la cerca nelle dinamiche dei personaggi, con un detective malato tutt’altro che hard boiled e una femme per niente fatale, salvifica invece che tentatrice. La riflessione, attualissima, sul potere e sull’emarginazione, sul nuovo e perfetto che vuole sostituire il vecchio e l’imperfetto, si perde però in un diluvio di parole, nel tentativo di spiegare una storia che rimane comunque oscura e macchinosa. 

“Morto tra una settimana (o ti ridiamo i soldi)” alla Festa del Cinema di Roma 2018

C’erano una volta, nella buona vecchia Inghilterra non ancora toccata da Beatles e minigonne, le indimenticabili commedie Ealing. Piccoli gioielli di humour nero e cinico che, da Sangue blu a La signora omicidi, hanno saputo mostrare quanto potevano essere pericolose le buone maniere, le aspirazioni, i vezzi del popolo di Sua Maestà. Da allora in molti hanno tentato di eguagliarne la formula perfetta, di ritrovare lo steso equilibrio tra eleganza e cattiveria, tra orrore e quotidiana tranquillità, senza mai riuscire nell’intento. Ci prova anche l’esordiente Tom Edmunds, regista esordiente e sceneggiatore di Morto tra una settimana (o ti ridiamo i soldi), presentato in anteprima italiana alla Festa del cinema di Roma. Il risultato è un’irriverente black comedy sulla banalità della morte e l’eccezionalità della vita.

L’autenticità in discussione di “Notti magiche”

Virzì, con il supporto alla scrittura di Francesco Piccolo e Francesca Archibugi, realizza un progetto che aveva in mente da tempo: raccontare quel momento della storia del cinema di casa nostra a cavallo tra il vecchio e il nuovo, fotografando la fine dell’universo dorato dei grandi produttori, dei grandi registi, ma soprattutto dei grandi sceneggiatori. Un branco di leoni “vecchi, stanchi e che non c’hanno voglia di fare un cazzo”, pronti a catturare e spremere fino al midollo i loro giovani “negri”. Tra tante apparizioni e camei, Herlitzka fa l’intellettuale neorealista, Bonacelli il verso a De Concini, Andrea Roncato (il più misurato nel tratteggiare il suo personaggio) un regista contestatore sprofondato nell’indigenza. Peccato che siano tutti siparietti che non riescono ad acquistare quasi mai un vero spessore, una sfilata di figurine bozzettistiche che non graffiano, non criticano, non condannano ma nemmeno assolvono.

La precaria adolescenza di “Zen sul ghiaccio sottile”

La regista Margherita Ferri trova per il suo film d’esordio un tono peculiare, difficile da riscontare nel cinema italiano. Ambientando la vicenda tra le nevi dell’Appennino emiliano, e mettendo in scena uno sport insolito – almeno per la nostra penisola – come l’hockey su ghiaccio, riesce a dare respiro e universalità alla storia. I modelli della giovane regista, che il film l’ha anche scritto, sembrerebbero quelli del cinema indipendente americano: la storia di Zen potrebbe tranquillamente essere ambientata nel Wyoming o in Canada, e presenta non pochi punti di contatto con gli altri film presentati a Roma, da Boy Erased a La diseducazione di Cameron Post, che cercano di raccontare la sofferta scoperta, e l’altrettanto difficile difesa, della propria identità sessuale. 

“Stanlio & Ollio”. Guardando dietro la maschera

A fare la differenza in questo Stanlio & Ollio, più che la regia pur corretta ed equilibrata di Jon S. Baird, è l’incredibile performance dei due attori protagonisti: Steve Coogan e John C. Reilly producono un miracolo di abilità recitativa, riuscendo in un’impresa che sembrava impossibile. Non si limitano ad imitare Laurel e Hardy ma vanno più affondo, trovando un equilibrio perfetto tra aderenza fisica e introspezione psicologica. Divertenti fino alle lacrime, Coogan e Reilly sfoggiano una chimica perfetta e ricreano in scena i tempi comici che hanno reso immortali le gag del duo. Non sono da meno nell’affrontare il privato dei loro personaggi, portando qualcosa delle maschere di Stanlio e Ollio nella vita quotidiana di Stan e Oliver, fondendo personaggi immaginari e persone reali in maniera inscindibile.

“Fahrenheit 11/9”: chi ha paura di Donald Trump?

Basta spostare i due numeri 9 e 11, e quell’11 settembre che fa da sanguinoso spartiacque nella storia contemporanea si trasforma nel 9 novembre, il giorno in cui Donald Trump è diventato, contro qualsiasi previsione, il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Come in una cabala da brivido, questi numeri che si ripetono diventano il sinistro presagio di un nuovo, terribile, pericolosissimo attentato alla democrazia. È da qui che parte Fahrenheit 11/9, nuovo documentario di Michael Moore presentato alla Festa del Cinema di Roma, dove il sarcastico campione del pensiero liberal USA ha partecipato anche a un incontro ravvicinato con il pubblico. Il grido d’allarme arriva forte e chiaro, ricordando agli americani (e non solo a loro) che la democrazia non è qualcosa di assodato ma un obiettivo da raggiungere e un privilegio da difendere.