“Serpenti” e il seme grottesco della violenza

La struttura rigidamente tripartita – è come se il film fosse composto da tre cortometraggi da mezz’ora in cui si ripropone la stessa struttura binaria che ci porta a vedere i tre interlocutori del protagonista come riflessi della sua interiorità scissa – può risultare una gabbia limitante, eppure a ben vedere proprio questo sembra l’intento di un film che conduce in un labirinto, un eterno déjà-vu, all’interno del quale una società marcia e indifferente si mostra nella sua grottesca e raggelante decadenza.

“La lunga notte del ’43” tra Bassani, Pasolini e Vancini

Festeggiamo il Leone d’oro per il miglior restauro a Venezia 2026 riparlando del capolavoro di Vancini. Tratto da un racconto di Giorgio Bassani ed ispirato all’eccidio fascista di undici cittadini ferraresi, La lunga notte del ’43 (1961) dell’allora esordiente Florestano Vancini segna l’inizio per Pier Paolo Pasolini di un intenso periodo di impegno cinematografico, prima come sceneggiatore, e successivamente, come regista. La rielaborazione del racconto, a cui, oltre Pasolini, collaborarono lo stesso Vancini e Ennio De Concini, aggiunge l’elemento melodrammatico del triangolo amoroso alla narrazione di Bassani.

Il corpo come campo di battaglia in “Woman Unknown”

Woman Unknown ha il merito di interrogare la zona grigia tra scelta e necessità, raccontando la storia dimenticata delle ‘collaborazioniste orizzontali’; la sua denuncia, però, resta più forte del film che la contiene. In questa operazione, il corpo di Marie diventa il campo di battaglia su cui si esercita un potere dalla violenza multiforme, mentre el-Toukhy fatica a trovare una forma altrettanto incisiva per raccontarlo.

“Company” e l’essere umano come casa degli ospiti

Company chiede molto a chi guarda, soprattutto in termini di pazienza, ma ripaga quella pazienza con una profonda fiducia nel potere delle storie e nella possibilità di aprirsi a quelle altrui, piuttosto che lasciarsi consumare dalla propria. Per entrare nel suo mondo bisogna fare esattamente ciò che il film chiede ai suoi personaggi: fermarsi davanti al fuoco, accettare la presenza di uno sconosciuto e ascoltare, lasciando che un racconto ne chiami un altro.

Riscoprirsi umani in “Possible Love”

Possible Love è un’opera dalla costruzione millimetrica, in cui dei semplici atti liberatori acquisiscono un valore di riconquista della dignità negata, una lotta gentile verso la riaffermazione del diritto di esistenza da parte di individui martoriati nelle fondamenta del loro essere e bisognosi di riscoprirsi umani ai loro stessi occhi imbevuti di pianto. Nella speranza di ricordarsi di poter ancora innalzare lo sguardo in un sospiro di quiete per ammirare la luna.

“Bunker” e la paura di chi non ha nulla da perdere

Zeller ritorna a indagare le tensioni interne a un nucleo familiare messo sotto pressione da cause al di fuori del proprio controllo. Se The Son esplorava la difficoltà di un padre ad aiutare il figlio depresso e The Father raccontava l’esperienza di un uomo malato di Alzheimer accudito dalla figlia, Bunker racconta invece di una coppia che non si riconosce più dopo diciassette anni insieme, mentre il mondo sembra sull’orlo del collasso.

“Eklipse” che riaccende la luce

Con Eklipse Manuel Wetscher mette in scena la dolcezza e il candore delle prime manifestazioni di Eros e la sua successiva mutilazione sociale. L’eclissi solare sembra rappresentare quel momento di mezzo, di passaggio, un bacio astrale che per un attimo sospende il tempo, mettendo in relazione le luci e le ombre, le parole e i silenzi, la vita e il suo negativo: una proiezione momentanea di verità che il cinema ha il dovere di raccontare, finché non si riaccende la luce.

“Look Back”: tornare alla materia

Se Sheep in the Box raccontava una fantascienza distopica in cui l’intelligenza artificiale non solo semplifica e snatura il processo creativo, ma sfida la morte ostacolando l’elaborazione psicologica del lutto, in Look Back, la creazione artistica assume un valore quasi sacro, una vocazione, un atto radicale che implica rinuncia, sudore e fatica. Kore’eda ci riporta così al gesto creativo originario, unico e irripetibile, a una dimensione materica, olfattiva e percettiva delle cose, alla loro finitezza e, dunque, all’inevitabilità della morte.

“Silent Friend” e l’esercizio dell’ascolto

Silent Friend si rivela un invito a rallentare, a recuperare uno sguardo capace di cogliere ciò che normalmente sfugge alla nostra percezione frettolosa. Enyedi non cerca risposte definitive sul linguaggio delle piante, ma costruisce un film che è esso stesso un esercizio di ascolto: delle immagini, dei silenzi, del tempo che scorre diverso per un albero secolare e per una vita umana. Il ginkgo biloba, testimone immobile e al contempo presenza viva e pulsante, ci ricorda che l’uomo non è che uno dei tanti attori di un dialogo molto più ampio con la natura

Tra cinefilia e psico-horror: “L’estranea” e il Male indefinibile

Paolo Strippoli mostra un sempre più consapevole utilizzo degli strumenti sintattici del mezzo e ad una poetica si che va smussando proficuamente verso il campo di uno psico-horror estremamente singolare. Sì perché, analogamente a quanto rappresentato in precedenza,  qui è nuovamente l’incapacità di accettare un dolore ingestibile a scatenare i disagi destinati poi a deflagrare  in angosce e paure.

“Coyote vs. Acme” o come sovvertire le regole stando al gioco

Coyote vs. Acme è prima di tutto un film su Wile E. Coyote. “Bisogna immaginare Sisifo felice”, dice Camus, ma qui, smettendo (almeno per un po’) di far rotolare il proprio macigno, il Nostro sposta il riflettore sulle sue umiliazioni. Non quelle inflitte da Beep Beep, inarrivabile ragione di vita, ma dal capitalismo. E se la lotta per acciuffare la preda basta ancora a riempire il suo cuore, il Coyote si fa simbolo di un’ingiustizia più grande, di una tragedia umana e profonda. Anche suo malgrado.

“Succederà questa notte” e non passerà

Succederà questa notte è probabilmente il film più ottimista del regista romano: perché, nonostante le occasioni perdute e i momenti più duri, i personaggi non smettono mai di credere di poter avere un’altra possibilità, a patto di restare fedeli a ciò che provano davvero. Ed è proprio qui che trova la sua ragion d’essere. Moretti costruisce un film sulla necessità di non rimandare ciò che proviamo, affidandosi a una serie di incontri mancati, ritorni e coincidenze che hanno qualcosa di fiabesco: ci sono cose che restano, suggerisce il regista, proprio perché non abbiamo mai smesso di sentirle.

Allarmatevi, è Shakespeare. “Vogliamo vivere!” e la forza sovversiva dello sberleffo

Oggi più che mai, in cui si odono fantasmatici echi di una delle epoche più buie della nostra storia, Vogliamo vivere! (1942) non solo rimane un tassello imprescindibile della storia del cinema – a braccetto con Il grande dittatore (1940) di Charlie Chaplin – ma è anche un classico senza tempo, un inno alla vita e all’arte di grande attualità. A essere celebrata è la forza sovversiva e contestatrice dell’arte e la necessità di renderla uno strumento di opposizione e disallineamento, di messa in crisi dei poteri forti, per ribaltarne gli esiti attraverso lo scherno, lo scherzo, la risata e lo sberleffo. 

“Primetime”, per una giustizia sommaria in differita televisiva

In dialogo involontario ma inevitabile con Ink di Danny Boyle (film che racconta la storia del tabloid britannico The Sun, anche lui in concorso a Venezia), Primetime porta avanti la riflessione sulla progressiva perdita di limiti deontologici in un’informazione che pretende di farsi intrattenimento pur di non perdere il proprio pubblico. E così, mentre la giustizia resta fuori campo, la televisione celebra il proprio processo: in prima serata, con le telecamere accese e nessuno a giudicare il giudice.

La saturazione creativa di “Mr. Nelson, Did You Kill People?”

Sorprende in negativo l’opera firmata da Shin’ya Tsukamoto. Un autore che, anche nei momenti meno ispirati della sua carriera, ha sempre saputo distinguersi per un’innata capacità di trasfigurazione del reale, reso nei suoi film materia incandescente e deflagrante, e in questo caso, in quello che mira ad essere l’apice emotivo della vicenda, ridotto tristemente a rappresentazione scialba di un dolore depotenziato.

“The Basics of Philosophy” e la colpa del carnefice 

Con The Basics of Philosophy il regista e sceneggiatore Paul Schrader ritorna sul leitmotiv che caratterizza la sua filmografia, specialmente quella più recente: un uomo tormentato da azioni compiute in passato è alla ricerca di un’assoluzione che non è sicuro di poter ottenere. In questo caso, Schrader affronta il tema del senso di colpa filtrando la vicenda attraverso la filosofia insegnata dal suo protagonista – in particolare Spinoza, su cui l’accademico sta scrivendo un libro. 

“La città dei vivi” e il male addomesticato 

Realtà e finzione si sovrappongono, i piani si confondono, i punti di vista si moltiplicano e si contraddicono, in un affascinante affresco che ha come teatro una Roma maledetta, putrida, appestata, scissa tra la grande metropoli multiculturale e la squallida decadenza di una città prigioniera della propria rogna, che “tornava a crescere non appena la si lavava via”. Una Roma che nell’adattamento cinematografico risulta anonima, asettica, quasi assente.

“La ragazza senza storia” commovente parabola sugli ultimi

La ragazza senza storia fu vincitore del Leone d’argento prima che lo stesso Kluge ricevesse due anni più tardi il Leone d’oro per il radicale Artisti sotto la tenda del circo: perplessi. Durante la visione, potreste porvi diverse domande. Chi è realmente Anita G.? Cosa vorrà ammettere con tutto il suo cuore nel suo lessico soltanto all’apparenza criptico? Quale significato rivestiranno il valzer musicato dal violinista Eduard e ballato da un esploratore di nome Walter e da un mammut inizialmente rimasto bloccato nel ghiaccio? 

“Wild Horse Nine” come neo-western sui rapporti di potere

Ancora una volta, il genere nato per raccontare la “nascita di una nazione”, si mostra il perfetto contenitore per l’incasellamento dei fatti che hanno segnato l’evoluzione di quella nazione stessa. Come mostrato recentemente da autori come i Fratelli Coen, Taylor Sheridan o Ari Aster, il western non è più quel blocco monolitico e impossibile da riplasmare, ma una tipologia di racconto che, per quanto estremamente codificata, si mostra sorprendentemente versatile nel descrivere i rapporti di potere che costituiscono i pilastri del sistema America in ogni sua epoca.

“Moragheb – Falling House”: la rivoluzione è donna

La rivoluzione è donna, sembra dirci il regista, e non può che esserlo. È dal corpo femminile che parte la lotta sovversiva contro un regime cancerogeno, un germe patogeno che si annida nelle fondamenta stesse della famiglia, e di una casa che, da spazio domestico, si trasfigura nel campo di battaglia dove resistere e negoziare i propri diritti e desideri. Mentre l’uomo crolla sotto le sue stesse macerie, la donna si proietta verso un futuro di ricostruzione.

“Bucking Fastard” come atto di fede

Un film che è un atto di fede nei confronti della bontà, come quella di cui le due sorelle si fanno carico aiutandosi reciprocamente – perchè una dose tanto cospicua di questo bene non può risiedere in solo corpo – e un’ode, ora grottesca ora traboccante di lirismo,  a qualunque entità disposta a muoversi, mutare aspetto, allargarsi e ritirarsi fino a consumare la roccia e insinuarsi in essa pur di trovare una propria, meravigliosa, forma e rendersi conto di esistere malgrado i limiti del mondo.