Lotta di classe, lotta di generazione. Il cinema di Yuzo Kawashima

Da una parte la lotta di classe che, alla fine dei conti, è lotta “nella classe”, mentre dall’altra una “lotta di generazione”. Se Elegant Beast era una più estesa critica alla società postbellica giapponese tramite la quale il regista guardava con ironia le nuove famiglie piegate da modernità e materialismo, dall’altra invece Temple of the Wild Geese è un grido di sconforto nei confronti dei sistemi di potere tra generazioni, delle ordinazioni buddiste (da lui stesso frequentate e abbandonate per protesta contro quella che lui riteneva la corruzione del monaco capo), di un Giappone che nasconde le proprie incoerenze dietro la maschera della tradizione, che sia essa la pittura del “tempio delle oche selvatiche” (come recita il titolo internazionale, riferimento a un elemento simbolici centrale per il film), la formazione politico/militare o la dimensione religiosa.

“The Girl” al Cinema Ritrovato 2021

Questo film si inserisce con successo in una riflessione più ampia portata avanti dai registi dell’Est Europa in quegli anni, in cui all’aumentata libertà delle donne aumenta anche la loro malinconia, un movimento depresso e laconico, dovuto spesso e volentieri proprio alla perdita di ogni certezza e alla difficoltà a trovare se stesse e accettare il giudizio altrui. Mészáros ci racconta questa tensione con un film all’apparenza innocuo, semplice, in cui una ragazza vaga per il mondo, intessendo piccole relazioni e cambiando prospettiva di continuo, accompagnata però sempre dalla stessa arguzia incorniciata dal taglio maschile dei capelli corvini. Per questo quando ci si chiede chi sia davvero Kati è difficile rispondere. È una filatrice, un’orfana, una donna a cui piace ballare o semplicemente una ragazza di Budapest? Per tutto il film sono gli altri a fornirci delle risposte, ma lei mai. E il suo film non può considerarsi concluso.

“La famiglia Passaguai” di Aldo Fabrizi, tra leggiadria e slapstick

Fabrizi in veste di regista, attore, sceneggiatore, inventore di gag sulla scia del recente Domenica d’Agosto di Emmer (1950) porta avanti quasi una forma di “ trasferimento dell’esperienza neorealistica nella commedia di costume”, qui siamo anche oltre al costume, siamo alla commedia balneare, dove le battute definiscono un melone rosso “come Di Vittorio” e la bruttezza di Pecorino/Carlo Dalle Piane, poteva essere esibita per riderci su, senza sconfinare nel body shaming (“C’è qualcuno che può credere che questo sia mio figlio?…si sarà trattato più di una voglia, voglia di giardino zoologico”), o si può canzonare i protagonisti per il loro peso non proprio forma (“Lo iodio fa pure dimagrire…. sa quanti anni sono che non vado a mare? Eh 20 anni almeno e si vede!”).

“Follie d’inverno” e la danza sui problemi collettivi

il musical funziona proprio per questo, un sogno ad occhi aperti dove tutto finisce per il meglio con una risata e danzando sui problemi singolari o collettivi, come suggerisce la scenografia di John Harkrider per il locale Silver Sandal la cui pista da ballo riproduce una veduta aerea stilizzata della Grande mela. Proprio il ballo, come sempre in questo genere, diventa strumento essenziale per orientarsi nei vari triangoli amorosi che compongono la trama. “Ciascun numero di danza fa avvicinare e poi allontanare i due innamorati/ ballerini, in una deliziosa commistione di slancio e prudenza” (Ehsan Khoshbakht).

“Il processo” alla finzione cinematografica di Orson Welles

La società de Le Procès è una distopia che ricorda la metafora weberiana della “gabbia d’acciaio” in cui la razionalizzazione ha messo sotto scacco le differenze e le individualità. Significative a questo proposito sono le sequenze girate sul posto di lavoro di K, con tutte le postazioni di lavoro disposte in infinite file sempre uguali, e la sensazione che la macchina da presa sia un panopticon che segue le vite degli altri. Non c’è nulla di rassicurante in uno stato che spia i propri cittadini e formula accuse senza specificarne il contenuto: questa idea di stato si contrappone all’evocazione, quasi nostalgica, nei primi film che fecero di Schneider la star di un impero paternalista e benevolo nei confronti dei cittadini che sanno stare al proprio posto.

“Un posto al sole” e la promessa dell’immortalità

Dopo 19 mesi di montaggio e sette preview, George Stevens presentò finalmente il suo capolavoro A Place in The Sun nel 1951 e fece incetta di ben sei statuette ai premi Oscar. Ma se è vero che i premi sono figli del loro tempo ed è solo la prova della Storia ciò che realmente conta, si può certamente dire che A Place in The Sun è riuscito dopo esattamente settant’anni a rimanere un film indimenticabile. E probabilmente lo sarà ancora a lungo. L’eternità George Stevens se l’è guadagnata in tanti modi, ma in questa storia di proletari che aspirano alla società alto-borghese, fallendo, e di alto-borghesi che provano a scendere dal piedistallo ma che rimangono alieni e inarrivabili, Stevens è riuscito a infondere in una una tragedia tetra e straziante una delicatezza e un’umanità irripetibile.

Otto Preminger e la messa in scena di Romy. “Il cardinale” al Cinema Ritrovato 2021

Il Cardinale (1963) appartiene alla seconda fase della carriera hollywoodiana di Otto Preminger, in cui il regista coltiva la sua reputazione di auteur grazie commenti dei critici dei Cahiers. Per Jacques Rivette, il cinema di Preminger è l’esemplificazione stessa della mise-en-scène: “la creazione di un complesso preciso di personaggi e di ambienti, di un fascio di rapporti, di un’architettura di relazioni, mobile e come sospesa nello spazio”.  Il saggio di Rivette, “L’essentiel”, viene pubblicato dieci anni prima de Il Cardinale, ma quella “architettura di relazioni” rimane un elemento distintivo del cinema di Preminger. Nel caso de Il Cardinale, questa architettura si spinge oltre la narrazione sullo schermo.

“Bhuvan Shome” e “Uski Roti” al Cinema Ritrovato 2021

Abbandonare strade battute comporta sempre un certo rischio, ma non sono mancati autori volenterosi di accollarsi il peso della sfida. Un caso meno studiato in occidente è quello del Parallel Cinema indiano, dichiarazione d’intenti prima ancora che movimento artistico, di cui sia Bhuvan Shome che Uski Roti fanno parte. L’idea di partenza è semplice (sulla carta): trovare un nuovo linguaggio espressivo per raccontare nuove storie, per una nuova nazione. In particolare, quello compiuto dal regista, Mani Kaul, è un sabotaggio discreto alle norme vigenti del linguaggio cinematografico, ma alla fine vinse la scommessa e il suo lungometraggio d’esordio si aggiudicò prestigiosi riconoscimenti in patria.

Angurie, caffelatte e abbronzature. “The Watermelon Man” e la decostruzione degli stereotipi razziali

La critica meta-cinematografica del film alla rappresentazione razziale è tanto politica e radicale quanto quella al privilegio, al razzismo bianco e alle condizioni sociali degli Afro-Americani. Significativamente, le sequenze iniziali di presentazione della perfetta famiglia di Jeff, dove le convenzioni di riferimento sono quelle della sitcom americana, sono alternate a cinegiornali sugli scontri razziali degli anni ’70. Spesso considerato come un mero preludio alla vera carriera di Van Peebles da autore indipendente, The Watermelon Man mostra già un regista che usa le risorse economiche mainstream per girare un film personale, il cui protagonista, nonostante lo sceneggiatore bianco (Herman Raucher), non diventa l’ennesimo tragico mulatto che suscita la pietà di progressisti bianchi ma uno dei primi militanti di celluloide del Black Power. 

“Dramma della gelosia” e tutti i particolari della commedia

Siamo appena agli inizi della carriera di Ettore Scola (Se permette parliamo di donne, il suo esordio, è uscito solo sei anni prima, nel 1964), ma già alcuni elementi che saranno ricorrenti nella sua filmografia successiva, acquistano qui una valenza che difficilmente riesce ad essere raggiunta successivamente. Il ménage à trois, per esempio, quello che poi sembra venire accennato anche in altri futuri film come C’eravamo tanto amati o Splendor, è con buona probabilità il più intenso e sfacciato della sua filmografia, tanto da venire definito ne Il Mereghetti come una “risposta proletaria al truffautiano Jules et Jim”; anche Roma è probabilmente una delle più disordinate della sua carriera, “la città più sporca d’Europa” dice il personaggio di Mastroianni, quasi più di Brutti, sporchi e cattivi. 

“Séraphin ou les Jambes Nues” al Cinema Ritrovato 2021

Prodotto da Gaumont e lungo 34 minuti, Séraphin ou les Jambes Nues è il più rocambolesco, pazzo ed esagitato “episodio” della serie che mette buon umore. Biscot/Séraphin è l’impeccabile e compìto direttore di una compagnia di assicurazioni che, poco prima di iniziare una giornata di lavoro qualunque e dopo aver congedato la consorte (Lise Jaux) un po’dura d’orecchi, si ritrova accidentalmente senza pantaloni. Pur di riottenere il prezioso e necessario capo d’abbigliamento, Séraphin si imbatte in continui giochi di equivoci, scambi di persona e gag slapstick del tutto conformi a un certo tipo di cinema comico più commerciale (non a caso Biscot viene scoperto anni prima da Jacques Feyder mentre esegue sul palco una perfetta imitazione di Chaplin), senza però tralasciare quell’aspetto “teatrale”, da vaudeville, che ben si bilancia tra il malizioso e il leggero.

Storia dei primi archivisti. La collezione Tomijiro Komiya

Così, se a Komiya va il merito di essere uno dei primi archivisti privati della storia del cinema, è anche vero che qualcuno, decenni dopo, ha dovuto compiere un’ulteriore impresa di salvataggio di tutte quelle pellicole che, presto o tardi, si sarebbero trasformate in polvere. Ce lo insegna N. 9654, la raccolta di frammenti più significativa, curata e montata da Hiroshi Komatsu (National Film Archive of Japan) che nel 1988 apre la “scatola delle meraviglie” donatagli dal figlio di Komiya, Takashi. All’interno trova, per la maggior parte, copie lacunose di film, molte (troppe) irrecuperabili e ridotte in grave stato di decomposizione. Komatsu cerca di salvare il salvabile e taglia e cuce decine di frammenti, unendoli in quello che è diventato una specie di album di famiglia mondiale della durata di 21 minuti. Vediamo e riconosciamo volti familiari come quelli di Pina Menichelli, Diana Karenne, Gigetta Morano ed Eleuterio Rodolfi, gustiamo un repertorio di brevi scene di genere storico, onirico, idilliaco, sacro e sociale, avvicinandoci verso il finale celebrato da una rapidissima e luminosissima catena di fuochi d’artificio formata da intertitoli e didascalie.

Il santo di tutti. “Francesco, giullare di Dio”

Per questo probabilmente Rossellini sceglie di mettere in scena gli inesprimibili sentimenti di lacerazione umana, emersi dallo sfondo della guerra appena finita, con un film che apparentemente non si sviluppa in modo organico ed unitario, ma frammentario ed episodico. Rossellini dipinge una serie di “bozzetti” liberamente ispirati ai Fioretti di San Francesco ed alla Vita di Frate Ginepro, scrivendo, insieme a Federico Fellini e Brunello Rondi, undici episodi ritenuti aneddotici, non tanto della vita del santo, quasi sfocata in secondo piano rispetto a un’immagine corale di “fraternità” e alla figura di Frate Ginepro. Quest’ultimo spicca per ilarità e “follia”, e pare incarnare l’essenza ideale del “giullare”, più buffo ed indisciplinato tra i frati, ma anche molto sensibile e permeabile agli insegnamenti di frate Francesco. Così il film di Rossellini non è certo un’opera di ispirazione storica né narrativa, ma piuttosto sentimentale e contemplativa e il suo sentimento prevalente sembra essere la ricerca di una moralità perduta, terrena e non, di una fratellanza che si esprima con la natura circostante (gli uccellini che cinguettano sui rami, poi ripresi dal Pasolini di Uccellacci e uccellini, gli animali sacrificati per il benessere umano in grazia di Dio) o nei confronti degli altri uomini, siano essi frati presi in prestito dalla realtà o feroci guerrieri.

“Araya” al Cinema Ritrovato 2021

Araya (1959) è un documentario talmente intimo che sembra girato dagli stessi abitanti della penisola venezuelana dove questa storia si ambienta. Parlare di storia non è fuori luogo, poiché, nonostante l’intento antropologico, questo film prende le forme di un racconto umano e personale, identificando i suoi protagonisti con nomi, famiglie, storie e relazioni che, anche quando sono appena accennate, danno tridimensionalità e autenticità a questo mondo che ci sembra così lontano. Il film di Margot Benacerraf riesce con successo a coniugare diversi intenti, il documentario antropologico, la narrazione e la riflessione politica, donandoci un esempio raro di poesia misto a economia, ad efficacia del racconto. 

Un truffatore dolente. “Man of the World” di Richard Wallace e Edward Goodman

La sezione dedicata a Herman Mankiewicz è stata, nelle parole del direttore Gian Luca Farinelli, la più complicata da mettere insieme, nonché l’ultima ad essere completata per questa edizione 2021 del Cinema Ritrovato. Come ha ricordato il curatore Philippe Garnier, è praticamente impossibile fissare in una manciata di film la carriera del poliedrico sceneggiatore, che disprezzava il suo ruolo ed era anche e soprattutto “story editor”, cioè impegnato a correggere, ritoccare, rimontare insieme gli scritti di altri. Difficile dunque rintracciare con precisione l’entità del suo apporto ai tantissimi film con cui ha collaborato, con alcune eccezioni: la pellicola che ha aperto la rassegna, Man of the World, è senza dubbio una sceneggiatura firmata da Mankiewicz.

“Perdonami se ho peccato” e l’ironia dentro il mélo

George Stevens ci immerge in un mondo emotivo di tensioni irrisolte, dove l’alcol è sia l’antagonista che il protagonista assoluto, un nettare che fa da aggregatore sociale e che scorre a fiumi davanti agli occhi di Miller e Jenny, che devono resistere alla tentazione. Siamo al limite della geografia dell’anima del noir classico, in spazi che se non sono allucinati sono comunque piena espressione estetizzata di un sentimento: tra ascensori “ingabbiati”, scale e l’angusta sala museale in cui osservare sarcofagi egizi, i protagonisti si muovono secondo un raggio d’azione limitato, hanno una smania vitale incredibile ma l’impossibilità di respirare davvero l’aria fresca della libertà.

“Die Ratten” di Hanns Kobe al Cinema Ritrovato 2021

Siamo nel 1921 e in una Germania cinematografica sempre più indirizzata verso l’espressionismo qui troviamo un film ancorato al passato ma che parrebbe essere un anello di congiunzione tra il naturalismo e la successiva nuova oggettività cinematografica. Le tinte sono fosche e l’intento è quello di catturare la realtà come realmente è, ovvero brutale e spietata, ma allo stesso tempo amplificando le storture con l’uso di un trucco molto marcato. Quest’ultimo, si concentra sul creare un contrasto molto marcato tra bianchi e neri nei volti di taluni personaggi.

Il fiume del tempo. “Il mulino del Po” e il cinema della natura

Alberto Lattuada con Il mulino del Po non tradisce quell’interesse originario incentrato sulla ricerca di un punto di incontro tra il desiderio di un’autonomia espressiva del cinema (attraverso il primato dell’apparato estetico) e, allo stesso tempo, un continuo dialogo con altre forme d’arte, in particolare la letteratura. Adatta così Mondo vecchio sempre nuovo, la terza e ultima parte di Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli; fonde l’affresco storico e sociale al melodramma, ribadendo il suo sogno di un matrimonio tra cinema e letteratura (la sceneggiatura, tra gli altri, è anche di Fellini e Comencini), guardando in continuazione anche al neorealismo.

Incontro con Isabella Rossellini

“La sceneggiatura di Francesco, giullare di Dio è di Fellini — ricorda Isabella Rossellini — quindi c’è la collaborazione di due grandi regie. In questo film vedo nitidamente sia mio padre che Fellini, perché il film è anche suo.” Dalla decisione di sigillare la star del cinema italiano dell’epoca — Aldo Fabrizi — in un’armatura, alla scelta di utilizzare attori-non attori come i frati del convento di Maiori, Francesco, giullare di Dio diventa la negazione stessa dello spettacolo: un film sul patrono d’Italia nel quale San Francesco quasi non si vede, lasciando il posto alla natura e alle giocose figurine scalze che negano lo storicismo in favore di un linguaggio bambino, pronto a inseguire follemente la propria indomita curiosità.

Il viaggio nel cinema di George Stevens

Furono una vita, un mestiere e una vocazione, quelli di Stevens, dove la parola regia coincise sempre con esistenza. La filmografia di George Stevens è un lascito dal valore inestimabile, testimonianza del tempo e della storia oltre che di un’epoca del Grande cinema e che George Stevens: a Filmmakers Journey, ci restituisce con esattamente l’amore profondo di chi guarda al cinema pensando che, nei suoi momenti più alti, sia davvero l’arte più potente di tutte. E George Stevens quell’arte la conosceva benissimo. Uno spirito libero e un regista attento, sempre centrato, la cui capacità incredibile era quella rara di saper calare lo spettatore dentro la scena, non semplicemente farlo assistere.

“Io e Mr Wilder” tra cinefilia e ammirazione

L’espediente narrativo di Calista come testimone del set cinematografico del penultimo film di Wilder consente a Coe di far immergere il lettore in questo testo non fictional, in cui i ricordi della donna si mescolano ad eventi reali della vita del grande regista e si intrecciano ai temi di fondo del suo Fedora: il passare del tempo e la difficoltà ad accettarlo. Dietro quell’Io volutamente ambiguo del titolo intravediamo poi – neanche troppo in filigrana – l’autore, cioè Jonathan Coe, con cui la protagonista condivide più o meno la stessa età, l’amore per il cinema, figli ventenni, un colpo di fulmine in giovane età per Billy Wilder e una grande ammirazione per il suo penultimo film: Fedora.