Quella voglia matta di Catherine Spaak

Al suo esordio negli anni 60 con registi come Lattuada, Pietrangeli, Risi e Salce, Catherine Spaak, ancora adolescente, viene bersagliata dalla censura. Ma a porre troppo l’accento sul “lolitismo” degli esordi e sull’eleganza della maturità, si rischia di perdere di vista il contributo di Catherine Spaak all’evoluzione del costume italiano e del divismo femminile: aver creato donne che, davanti alla macchina da presa o alla grata di un harem televisivo, giocano con lo sguardo degli uomini senza, tuttavia, lasciarsi definire dai desideri maschili, spesso smascherando l’ipocrisia dei padri di famiglia. 

“Finale a sorpresa” tra il vero e il falso del cinema

I temi dell’inganno, della finzione e dell’identità erano già presenti nei precedenti lavori di Duprat, Il cittadino illustre (2016) e Mi obra maestra (2018) ma qui convergono in una critica divertente e completa al mondo del cinema in tutte le sue forme, dalle sue derive autoriali ed elitarie a quelle che abbracciano i social e la cultura di massa, rappresentandolo come un mondo ridicolo, chiuso tra le quattro mura dello studio di prova dove i personaggi principalmente litigano nella convinzione di star facendo la cosa migliore per se stessi e per il glorioso film.

“Storia di mia moglie” e la fiammella della trasposizione

Ildikó Enyedi ha fatto una scommessa. Abbandonare la sceneggiatura per confrontarsi con un adattamento di un romanzo, nello specifico La storia di mia moglie di Milán Füst, e battere una nuova strada nel suo cinema. Un’inezia in confronto a quella che il capitano olandese Jakob Störr (Gijs Naber) fa con il destino, decidendo di sposare una donna sconosciuta incontrata in un ristorante stuzzicato da un infingardo Sergio Rubini. Non è un’esagerazione narrativa, ma la premessa ideale per un viaggio nei territori misteriosi della psicologia umana.

Il ritorno delle fate ignoranti. Ozpetek seriale

Per Ferzan Ozpetek il progetto di questa serie TV si configura subito come una grande occasione per entrare nuovamente nelle sue storie, nei suoi personaggi, nel suo mondo poetico e umano e sviscerarne nuovi aspetti, approfondire, allargare confini narrativi e geografici, chiamare in causa nuovi e vecchi amici di cinema, frammentare prismaticamente la sua voce di autore, dentro a una moltitudine di micro storie e di vicende umane. Una frammentazione che in realtà consente in modo ancora più forte di ricomporre quella idea di mondo (e di cinema) che il regista va tracciando con sempre maggiore chiarezza film dopo film.

Rumble in the Jungle. “Quando eravamo re” e la storia del film

Tutti i frammenti del mostrato tendono, o fingono di tendere, al climax della vittoria di Ali (vittoria così peculiarmente cinematografica, nel suo apparente naufragio verso la disfatta dell’eroe poi ribaltato con il colpo d’ala a sorpresa, da essere poi copiata in uno dei film della serie di Rocky). Mentre, probabilmente, al centro del racconto c’è la descrizione del regime segnico, della trama simbolica che alla sfida fa da cornice. Ciò che conta non è l’evento-sfida, ma la genesi della sfida (che cosa è l’infortunio di Foreman che spinge gli organizzatori a rinviare l’incontro, se non un topos cinematografico, mirato alla crescita esponenziale dell’attesa e della suspense?).

Le parole di Pasolini

Nelle celebrazioni del centenario pasoliniano tutti stiamo spendendo tanti discorsi per ricordare come si deve l’autore e la sua grandezza. Ma talvolta è ancora più saggio ascoltare le sue parole, dichiarazioni, interviste, da considerarsi un’opera nell’opera. Per esempio, a proposito del Vangelo, quando spiega: “La mia lettura del Vangelo non poteva che essere la lettura di un marxista, ma contemporaneamente serpeggiava in me il fascino dell’irrazionale, del divino, che domina tutto il Vangelo. Io come marxista non posso spiegarlo e non può spiegarlo nemmeno il marxismo”.

“La figlia oscura” e il conflitto della madre

Il film, così come il romanzo da cui è tratto, è basato sul racconto di un potente tabù, quello dei sentimenti conflittuali e negativi che possono attraversare il corpo di una madre al di là delle attese di una società che ancora oggi impone di essere e sentirsi a proprio agio nelle vesti di madri amorevoli e giudiziose senza alcuna esitazione o tentennamento. Allo stesso modo, ancora oggi, l’antico gioco di ruolo della bambola è tramandato quasi inconsapevolmente, per indurre in ogni femminuccia lo sviluppo automatico dello skill dell’accudimento materno.

“Bella Ciao” nel giro del mondo e della canzone

Certe canzoni fanno il giro del mondo, gli etnomusicologi lo sanno bene. Non girano solo “intorno”, per usare un’espressione cara a Ivano Fossati, ma in lungo e in largo adattandosi alle varie situazioni che trovano nei luoghi che abitano. Questo è certamente il caso di Bella Ciao e il film di Giulia Giapponesi cerca di tenere il passo con una traiettoria di diffusione decisamente sui generis di una musica che si è fatta simbolo. La storia di Bella Ciao però è particolare e nel documentario sono i partigiani Giorgio e Maso a ricordare il dettaglio che molti scordano: durante la resistenza la si cantò pochissimo (anche se i casi ci sono) e la si cantò molto dopo. 

“Il muto di Gallura” d’onore e di vendetta

Il film di Matteo Fresi, un gioiello cinematografico che sotto il pretesto di una diatriba locale racconta invece l’universale inclinazione dell’essere umano alla difesa del proprio status sociale, tesse la sua fluida e tesa narrazione lungo dicotomie come amore e morte, guerra e pace, uomini che si fanno giustizia da sé per difendere l’onore come chiede la tradizione e uomini dello Stato che provano a portare sull’isola una giustizia legalizzata (ma “chi ne ha mai visti di re in Gallura?”). Per quanto divise dalle questioni d’onore e di vendetta, le due famiglie allargate che si contrappongono costituiscono un vero e proprio microcosmo sociale, esaminato da Fresi nella sua immanenza storica

Angurie, caffelatte e abbronzature. “The Watermelon Man” e la decostruzione degli stereotipi razziali

La critica meta-cinematografica del film alla rappresentazione razziale è tanto politica e radicale quanto quella al privilegio, al razzismo bianco e alle condizioni sociali degli Afro-Americani. Significativamente, le sequenze iniziali di presentazione della perfetta famiglia di Jeff, dove le convenzioni di riferimento sono quelle della sitcom americana, sono alternate a cinegiornali sugli scontri razziali degli anni ’70. Spesso considerato come un mero preludio alla vera carriera di Van Peebles da autore indipendente, The Watermelon Man mostra già un regista che usa le risorse economiche mainstream per girare un film personale, il cui protagonista non diventa l’ennesimo tragico mulatto che suscita la pietà di progressisti bianchi ma uno dei primi militanti di celluloide del Black Power. 

“Quando eravamo re” e le parole oltre le immagini

Frutto di una gestazione di circa vent’anni e a ventiquattro dalla sua uscita in sala, Quando eravamo re si dimostra ancora oggi uno dei migliori esempi di documentario sportivo della storia del cinema, testimonianza dell’epico match pugilistico valido per il titolo mondiale di pesi massimi tra Muhammad Alì e George Foreman, il primo tra due afroamericani tenutosi in Africa, nel 1974. La manifestazione assunse da subito un’enorme portata: negli anni del black pride, due atleti neri di prima categoria si contendono il più alto riconoscimento della loro disciplina nella terra dei loro avi, da cui secoli prima partirono le prime navi cariche di schiavi dirette verso l’America.

“C’mon C’mon” tra intelligenza emotiva e ricerca di risposte

C’mon c’mon può essere sinteticamente definito come un film sull’intelligenza emotiva, quella capacità celebrale di elaborare ed esternare le emozioni che è stata lungamente sottovalutata dai genitori nelle generazioni precedenti e che comincia ad essere considerata un pilastro dell’educazione adesso, con l’emersione di sempre maggiori studi sulla psicologia del bambino e anche con uno spostamento di attenzione, che è propria della generazione millennial, dall’obiettivo della realizzazione lavorativa a quello del benessere fisico e psicologico.

“Apollo 10 e mezzo” tra biografia e cinefilia

Attraverso un costante e irresistibile flusso di coscienza mascherato da album dei ricordi, Linklater si dimostra uno dei narratori per immagini più intelligenti e consapevoli in circolazione, tanto abile nel dare forma a molteplici dimensioni quanto esperto nel riuscire a navigarle senza mai perdere di vista l’obiettivo ultimo del suo lungo peregrinare. Apollo 10 e mezzo è quindi un tuffo nel passato del regista, sia biografico che cinematografico. Sono tante, infatti, le rime interne alla sua filmografia che Linklater inserisce nel film, in grado di intrecciarsi in maniera fluida e naturale con i ricordi d’infanzia.

“Love After Love” e la danza delle passioni

Dopo Love in a Fallen City (1984) e Eighteen Springs (1997), Ann Hui, uno dei nomi più importanti della New Wave hongkongese degli anni Ottanta, torna a trarre spunto dalla scrittrice Eileen Chang, in questo caso con il primo racconto breve da lei scritto, Aloeswood Incense: The First Brazier. Love After Love mette in scena la Hong Kong della prima metà del Novecento, un’oasi agiata e un conglomerato di culture e tradizioni diverse, dove Oriente e Occidente si incontrano ma a prevalere sono i costumi dell’aristocrazia britannica.

Segni del cuore e formule da Oscar

Il Premio Oscar 2022 si incanala verso la più classica narrazione coming of age adolescenziale all’americana, dove, grazie al solito slogan “se hai talento e lotti contro tutto per realizzare i tuoi sogni, allora ce la fai”, poco importa se fino a pochi giorni prima dell’audizione alla Berklee non si sapeva leggere la musica. Semplicemente, la sensazione è quella di trovarsi di fronte a un prodotto dalle tante potenzialità (e altrettante possibilità di reinventarsi) esauritesi poi sul nascere di una scrittura per nulla innovativa.

“Lunana” alla scoperta di un mondo

L’uomo usciva dalla caverna di Platone rimanendo abbacinato dalla bellezza di un mondo di cui aveva ignorato l’esistenza. Ugyen, il protagonista di Lunana – Il villaggio ai confini del mondo, è un insegnante insoddisfatto che viene assegnato alla scuola più remota del Bhutan per apprezzare la sua posizione lavorativa statale. Il debutto di Pawo Choyning Dorji riesce a giocare senza sforzo con gli aspetti universali della vita incorporandoli in un viaggio alla scoperta di un territorio e di una cultura esclusa dai circuiti tradizionali. La decisione di girare sul posto usando batterie a energia solare e di impiegare gli abitanti del villaggio come attori dà al film un rinfrescante senso di autenticità. 

Cecilia Mangini dal fotoreportage al documentario. “Il mondo a scatti” e il mistero di uno sguardo

Il film mostra gli esordi di Cecilia Mangini fotografa e documentarista, ma lo fa connettendo saldamente il suo passato alla Cecilia dell’oggi che dichiara il suo amore per le immagini che catturano la verità racchiusa nella così detta realtà e che ancora si interroga sui significati che questa parola, ‘realtà’, può assumere, nel momento in cui si accetta la sfida di rappresentarla. La sua passione per la fotografia la porta all’altro suo grande amore, il cinema, quello documentario; gli scatti della sua Zeiss si mettono in movimento e il bianco e nero diventa colore in 16 mm.

“Lamb” e il bestiario dell’orrore

Lamb è il frutto di una mescolanza di visioni e svolte narrative che lo rendono un film ipnotico, in perfetto equilibrio tra l’elemento mitologico – troll e creature demoniche sembrano sempre sul punto di sgusciar fuori per infrangere le regole del reale – e il fantastico psicanalitico, sentiero perturbante battuto dalle lacerazioni dell’anima e dai rovesciamenti prodotti dall’inconscio. Non è un caso che il “mondo altro” sia annunciato attraverso una serie di simboli e presagi e una lenta penetrazione della macchina da presa nella quotidianità di una coppia stretta in un disagio sentimentale quasi afasico.    

“Full Time” e il lavoro al ritmo di thriller

In Full time la Parigi da cartolina non trova e non deve trovare posto: la tour Eiffel è solo un brutto quadro in una camera d’albergo. Le corse parigine, impresse nella memoria cinefila e collettiva come simboli di leggerezza e liberazione, sono sostituite da un movimento violento e circolare, che trascina la protagonista Julie (Laure Calamy) da un impegno all’altro nelle sue giornate frenetiche. L’equilibrio precario di questa vita esplode con lo sciopero dei trasporti, ispirato al grande sciopero del ‘95 e a quello, più recente, iniziato alla fine del 2019 e frenato solo dall’epidemia.

“Il Decameron” di Pasolini per il puro piacere di raccontare

La trasposizione boccaccesca di Pasolini è, senza mezzi termini, un puro distillato artistico, dove il cinema “alto” (d’autore) convive felicemente con quello più “popolare” (cosiddetto di genere). Fin dall’origine letteraria, Il Decameron è d’ispirazione nobile, nonché un film d’arte profondamente personale, poiché Pasolini non si limita a trasporre pedissequamente quanto scritto dal Boccaccio, ma lo plasma secondo la sua poetica: a cominciare dall’ambientazione, che (pur mantenendo il contesto medievale del modello) da quella toscana predominante nell’opera letteraria si trasferisce nella Napoli popolare.

“Un altro mondo” e il lavoro secondo Brizé

La regia di Brizé esprime uno sguardo lucido e coerente con la sua visione del mondo che si manifesta in ogni inquadratura. Se i lunghi primi piani di Lindon durante i colloqui con i dirigenti o nell’incontro con gli avvocati per il divorzio rendono visivamente il senso di claustrofobia e di isolamento provato dall’uomo (spesso ripreso anche in campo medio, da solo, mentre lavora seduto alla scrivania), le riprese con macchina a spalla che lo seguono da vicino fino a fargli perdere la centralità dell’inquadratura e a collocarlo ai margini dell’immagine riproducono la sua perdita di centro interiore nei momenti più intimi.