“Tick, Tick . . . Boom!” ovvero riscoprire Lukács a tempo di musical 

L’ispirata regia di Lin-Manuel Miranda, qui al suo debutto cinematografico dopo il successo come autore del musical Hamilton (2015), i coinvolgenti numeri musicali e la sceneggiatura basata sul libretto di Larson, l’intensa recitazione di tutto il cast, riescono a fare di Tick, Tick . . . Boom! una rappresentazione della vita umana in termini di totalità, in cui l’interiorità e l’esteriorità dei personaggi vengono sempre colte nei rapporti politici e sociali con la realtà contemporanea. I singoli personaggi non sono mai percepiti solo individualmente ma sempre all’interno degli orizzonti storici e sociali.

“Il capo perfetto” per il capitale imperfetto  

Beffardo e divertente senz’altro, indignado il giusto, Il capo perfetto è consapevole del diverso marcio della vecchia e della nuova generazione di lavoratori e del valore del tutto smarrito di “competenza acquisita”. Però anche stranamente rassegnato alla logica del capitale che chiaramente respinge: se è evidente il disinteresse a confezionare un film alla Ken Loach, e va benissimo, resta oscuro il discorso che davvero gli sta a cuore. Quanto sia difficile giudicare chi comanda? Forse. Dirci che i manager sono capaci letteralmente di qualsiasi cosa? Lo sapevamo già, purtroppo.

“Being the Ricardos” e il mosaico americano di Aaron Sorkin

Being The Ricardos sviscera i retroscena di uno dei prodotti cardine della cultura pop Made in USA. Nella stessa natura eterogenea di film basato su vicende riguardanti la produzione televisiva, questo lavoro riflette l’ambivalenza che ha segnato la carriera del suo autore, la quale è però rimasta sempre incentrata su un medesimo, solidissimo, blocco tematico. Nel suo percorso in veste di sceneggiatore televisivo e cinematografico, Sorkin ha saputo elaborare un’acuta quanto urticante analisi sui fenomeni che hanno maggiormente segnato la modernità statunitense (e non solo), attraverso un approccio ormai proverbiale che fa leva su un’ironia colma di sferzate polemiche.

“West Side Story” come manifesto dell’amore di Spielberg per il cinema

West Side Story è il manifesto più esplicito dell’amore che Spielberg nutre nei confronti del cinema. La sua passione, la sua venerazione per la settima arte è paragonabile a un sacramento. Così, più che ricercare e far dialogare la pellicola con i grandi riferimenti del genere, ha senso provare a interrogarsi sulle rime interne alla carriera del regista. Ce ne sono molte, anche se la più ingombrante resta quel para siempre (pronunciato tra l’altro da Rita Moreno che incarna alla perfezione quel siempre, essendo presente tanto qui che nel West Side Story classico) con il quale si chiudeva anche E.T.. Lì una promessa (ir)realizzabile solo grazie al cinema, qui un miracolo certificabile esclusivamente nel cinema.

Tra epica e realismo. Il bilancio dell’universo Gomorra

Gomorra – La serie è l’incontro più contemporaneo tra epica e realismo, come testimonia già dalla prima stagione l’episodio ispirato all’omicidio di Gelsomina Verde. Ma il successo della formula non è di stampo documentario, tutt’altro. Anzi, si può dire che risieda proprio nell’aspetto epico della saga familiare, dove “familiare” sta per sangue, eredità che si può tradire e difendere. Piramidi solo all’apparenza patriarcali che subiscono un continuo capovolgimento dei ruoli, laddove si sfruttano conformità e convinzioni per far saltare piani e strutture. Patti labili stipulati in nome di interessi, somiglianza, inganno, dove se la lealtà è richiesta non è mai prevista.

“Diabolik” e il fotogramma come fumetto

I fratelli Manetti dipingono una versione degli anni Sessanta che guarda ai grandi maestri del cinema, da Mario Bava a Dario Argento e soprattutto Alfred Hitchcock, diversamente da come lo avrebbe fatto un manierista come Luca Guadagnino. Decidono infatti di inquadrare gli attori e le atmosfere con uno sguardo fumettistico. Questo Diabolik non vuole essere un film tratto da un fumetto, ma sembra quasi voler continuare ad essere un fumetto. E sla “lentezza” della narrazione che in molti stanno criticando negativamente è per i Manetti una scelta nella resa dell’immagine di voler catturare quel momento e imprimerlo in fotogrammi come se fosse disegnato e stampato su carta.

“Spider-Man: No Way Home” e il volteggio del blockbuster

Il merito di Jon Watts è riuscire a tenere in piedi in modo credibile un progetto che rischiava di essere fagocitato dalla sua stessa epicità. L’ennesimo sguardo sul mastodontico universo Marvel, certo, ma anche l’uso tutto sommato calibrato di un cast formidabile. E poco importa che i cattivi sotto l’egida della Disney continuino a non essere poi così cattivi (c’è speranza per tutti, come da copione): il pretesto è quello di offrire a uno dei protagonisti del Marvel Cinematic Universe le origini che gli sono state negate. Con un volteggio più libero e personale sul futuro, nella speranza che questa preziosa opportunità venga colta.

La parabola camp – Speciale “House of Gucci” II

Nella House of Gucci di Ridley Scott non c’è traccia di realtà. L’ultimo film del regista inglese è il prodotto di un falsificante turismo culturale, una lente d’ingrandimento a forma di H(ollywood) che non si limita a scrutare la cronaca, ma la distorce a piacimento. Caricaturale, sgradevole, ma pure divertente e rivelatorio. Come il recente Last Duel, rilettura femminista del costume drama medievale, House of Gucci si rivela essere un’altra moderna operazione di riassestamento del cinema classico, che modella la verità storica nel margine in cui può farne intrattenimento per il pubblico di oggi.

La potenza del troppo – Speciale “House of Gucci” I

Si ha l’impressione che House of Gucci voglia riproporre una lettura pop-satirica un certo modo di vivere un tipo di vita (una vita per pochi) impregnata di comportamenti e personaggi eccentrici, a tratti macchiettistici e in altri casi leggeri e senza riserve; è un lungometraggio che poteva fare a meno di certi errori/orrori (ripetiamo lo scivolone di Jared Leto), di dialoghi contraddittori e inesattezze spazio-temporali, ma la cui potenzialità sta nel definirlo “troppo”. Purché se ne parli, appunto.

“Azor” e la messa in scena dell’assenza

Una dittatura non è fatta solo di violenza, di repressione e di ciò che emerge alla luce della Storia. Ha un’anima rimossa in cui convergono dinamiche di potere, ombre, soldi e aiuti dalle banche. Un torbido risvolto che si estende, soprattutto nel caso delle dittature sudamericane, alla sparizione e alle sorti dei desaparecidos. Azor, esordio alla regia di Andreas Fontana disponibile su MUBI, ruota proprio attorno all’assenza e alle sue implicazioni, in un film ambientato ai tempi della dittatura militare argentina, osservata dall’originale punto di vista dei rapporti tra il sistema bancario svizzero e il paese latino americano.

“The Unforgivable” e il personaggio mancato di Sandra Bullock

The Unforgivable di Nora Fingscheidt (nota per Systemsprenger, in concorso alla Berlinale del 2019), nonostante i preziosi contributi di Guillermo Navarro alla fotografia e di Hans Zimmer alle musiche, è una narrazione svuotata: scarica Sandra Bullock, non la valorizza, la indirizza molto velocemente verso il finale, e non le dà il tempo di compiere un’evoluzione. Il suo personaggio, Ruth, che immaginiamo essere pieno di complessità e sfaccettature, risulta piatto e, mancanza grave in una storia, non sembra adempiere a un cambiamento doveroso.

Lanciati verso il disastro. “Don’t Look Up” e l’Apocalisse brillante

Per quanto, a fini di slancio retorico, alcuni aspetti vengano tagliati con l’accetta, dando assoluta irrilevanza alla comunità scientifica e centralismo senza appello alla politica americana, Don’t Look Up riesce comunque a portare sul tavolo tanti grandi temi della contemporaneità: dalle strategie di diversione di massa alla genesi delle fake news, dai pericoli del predominio dell’infotainment alla polarizzazione degli opinioni in schieramenti dogmatici e semplificatori. Per un film annunciato a fine 2019, dunque concepito ben prima dello scenario pandemico, si tratta quasi di una dimostrazione a posteriori della potenza della propria visione prospettica.

Il tenero affare di famiglia di Uberto Pasolini. “Nowhere Special” e la semplicità dell’amore

Poco sensato descrivere a parole il calore domestico e l’amore genitoriale e filiale che Pasolini è così bravo a far uscire dallo schermo: Nowhere Special è il genere di film ai cui silenzi, sguardi, momenti di intimità e introspezione ci si abbandona facilmente, per ritrovarsi senza difese nelle pieghe dei pensieri e dei gesti di John, interpretato da un dolente James Norton. Lo stile semplice e il tocco delicato di Pasolini non solo permeano la storia scena dopo scena, ma prendono per mano lo spettatore esattamente come fa John con Michael nelle passeggiate volte a prepararlo all’addio e a spiegargli l’inspiegabile, come se davvero né l’uno né l’altro fossero qualcosa di speciale.

“La vetta degli dei” e l’animazione sensoriale tra i ghiacciai dell’Everest

La vetta degli dei vuole, anzi, deve essere un film spettacolare, mozzafiato. Racconta di gesti atletici impensabili per noi comuni mortali, di panorami da contemplare in tutta la loro potenza e di un ambiente naturalistico che forse non riusciremmo nemmeno a immaginare per quanto è distante dal nostro vissuto. Imbert lo sa, ma sa anche che il suo cinema è fatto di tratto e colore. A maggior ragione poiché deve le sue origini al disegno giapponese di Jiro Tanigouchi. Eppure è proprio in questo cortocircuito, in questo ossimoro visivo che si concretizza il valore principale del film. 

“Operation Hyacinth” e la normalità della persecuzione

Nel suo indagare l’archivio della storia nazionale attraverso le vicende delle persone comuni per portare alla luce verità scomode, Piotr Domalewski mostra di aver assimilato la lezione del connazionale Wajda. In Operation Hyacinth, disponibile su Netflix, Domalewski si concentra appunto sull’Operazione Giacinto, un programma della polizia segreta polacca che, negli anni ’80, portò all’arresto e alla schedatura di più di diecimila persone con tanto di registro ufficiale che ancora deve venire fuori, nonostante le autorità polacche, dopo un primo momento di smentita, abbiano da tempo ammesso l’esistenza della schedatura.

In ricordo di Lina Wertmüller. Il cinema, l’Oscar e lo statuto dell’Autore

Cerchiamo di fare ordine, oggi che Lina non c’è più. L’Academy la celebrò nel 2019 per l’incidenza culturale di quattro film realizzati tra il 1972 e il 1975, tuttora molto amati: Mimì metallurgico ferito nell’onore, Film d’amore e d’anarchia, Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto e Pasqualino Settebellezze. A Wertmüller fu riconosciuto quello statuto d’autore negatole in Italia solo quando la critica americana si innamorò del suo talento iconoclasta e dello spirito selvaggio con cui raccontava i conflitti sociali, i turbinii sentimentali, il sesso, la politica, il passato oscuro della nazione. E certo all’epoca destava stupore che a realizzare questi film fosse una donna.

“Scompartimento n. 6” e la pudica distanza emotiva

A dispetto di ciò che l’apocrifo e baldanzoso sottotitolo italiano suggerirebbe, il Gran Premio Speciale della Giuria a Cannes 2021 porta sullo schermo un cinema di progressioni impercettibili e attimi minimali. Nel seguire la storia dal punto di vista di lei, pedinandola senza sosta camera a mano, il regista finlandese Juho Kuosmanen racconta non solo di un avvicinamento, ma del superamento di un timore, di un conflitto, di un disgusto fra due persone distanti per nazionalità, educazione, strato sociale. Diversissimi ma entrambi in qualche modo esclusi, due introversi spediti alla fine del mondo senza un vero perché, Laura e Ljota si muovono in uno scenario di comunicazioni affatto immediate.

“Tange Sazen and the Pot Worth a Million Ryo” e la scoperta dei capolavori dimenticati

Tange Sazen and the Pot Worth a Million Ryo di Yamanaka Sadao fu realizzato nel 1935 a Kyoto. Del regista, morto ad appena 29 anni, ci sono rimasti solo tre film dei 26 da lui realizzati, tutti afferenti al genere jidai-geki (film in costume, da noi più conosciuti come film di samurai), in cui però possiamo notare l’interesse per la rappresentazione della quotidianità delle persone nel periodo Edo. Sorprende infatti osservare le abitudini di vestizione e pulizia, di intrattenimento nei locali della città, di usi e costumi dell’antichità messi in scena dai guerrieri, rigattieri, donne di casa e imprenditrici presenti tra i protagonisti di Tange Sazen and the Pot Worth a Million Ryo.

“Cry Macho” e Clint Eastwood. Un’eredità cinefila

L’eroe spietato ha ceduto il passo a un anziano dallo sguardo dolce, la cui capacità di conquistare con gli occhi è rimasta intatta. Clint Eastwood continua a conquistare con la sua presenza scenica invidiabile, che non sembra essere consumata dalle decine di ruoli differenti che ha interpretato. Eppure, Cry Macho è un film che esplicitamente tematizza questo cambiamento, il passaggio dal vigore della gioventù alla riflessività della vecchiaia, lesinando sulle scene di azione e sulla consequenzialità della storia per lasciare spazio alla bellezza dei momenti di riposo, di calma, di condivisione della gioia con le altre persone.

La sfarzosa summa dell’immaginario fantastico di Fellini

La psicologia (o, per l’esattezza, la psicanalisi) non è intesa da Fellini come una scienza esatta, quanto piuttosto una continuazione, un trait d’union, col mondo della magia e del soprannaturale, per cui lo spiritismo, i sogni e i ricordi sono come facce della stessa medaglia, di quel mondo “altro” che lui si proponeva di indagare non solo attraverso i suoi film, ma anche nella vita quotidiana. Ebbero un’ampia influenza su di lui le teorie dello psicanalista junghiano Ernst Bernhard, ma anche esperienze più estreme: l’uso controllato di LSD, l’avvicinamento alla magia, ai tarocchi, alle sedute spiritiche. Alla luce di questo, è quindi palese la primaria importanza che Giulietta degli spiriti costituisce non solo per il suo modo di vedere il cinema, ma anche per la sua interpretazione della realtà.

“Piccolo corpo” silenzioso e profondo

Il film è sintetico e silenzioso, aderente ai toni brulli della terra anche nella sua messa in scena, povera di colori e parca di movimenti, ma ricchissima di immagini simboliche. I gesti quotidiani del remare, camminare, bere dalle fonti e sporcarsi il viso di terra per non essere visti dalla montagna nelle cui viscere si vuole passare, sono tutti fondamentali nel procedere della protagonista, nella sua autoconsapevolezza e nella sua espiazione del dolore. Piccolo Corpo è un’opera di rara profondità, che passa proprio grazie alla trattazione semplice e priva di orpelli, che ci conduce passo passo accanto al percorso di Agata, il cui desiderio è non solo la liberazione del male dal corpo della piccola, ma il sogno di poterla un domani riabbracciare.