“Emilia Pérez” che rimodella il mondo
Non indietreggia di certo davanti alle forti tinte Jacques Audiard, e questo suo Emilia Pérez non è affatto passato inosservato, dalla presentazione a Cannes 2024 in poi. Merito del tema, ma anche di un impatto visivo che non si dimentica, con luci contrastatissime e affilate come un rasoio, a dare al film un’aura fortemente drammatica e antinaturalistica, luci che rimandano a una teatralità insita nell’intero progetto, sviluppato inizialmente a partire dal romanzo Écoute di Boris Razon proprio come opera lirica.
“Better Man” e il musical d’azione
Gracey argomenta che al giorno d’oggi non basta saper far volteggiare la macchina da presa con grazia ballerina ma, così come il cinema d’azione è vertiginoso e dopato dagli effetti speciali, perché non dovrebbe esserlo allo stesso modo anche il musical, genere per definizione dinamico e teso al senso di meraviglia? In tal senso Baz Luhrmann, australiano come Gracey, docet. Gracey si profonde in una serie di mirabolanti sequenze in grado di condensare l’emotività di intere storyline nello spazio di una coreografia.
“Il signore degli anelli – La guerra dei Rohirrim” affannato e interlocutorio
Il blando auspicio di ripercorrere la mitologia legata al reame di Rohan attraverso un eroe femminile (tanto per stare al passo coi tempi, ma anche in questo caso senza una vera ricerca della complessità), si risolve in una serie di stucchevoli ammiccamenti che si sommano a delle gravi alcune tecniche. Su tutte lo straniante effetto generato dal contrasto fra il fotorealismo dei fondali e l’assenza di fluidità nei movimenti delle figure in rilievo.
“Maria” speciale II – La trilogia femminile di Larraín
Non solo è manifesto l’intento di cucire con quest’ultimo lavoro le due estremità della matassa inaugurata con Jackie, approfittando di plurimi richiami alla vedova Kennedy e della presenza dello stesso attore a vestire i panni del Presidente USA, ma il meccanismo a scatole cinesi che collega i tre capitoli cinematografici è racchiuso tutto in quei Ciak di Maria, tre per l’appunto più un programmatico Finale, che scandiscono gli atti di tre opere.
“Maria” speciale I – Tra la voce e il corpo
Con Maria, Pablo Larraín prosegue un progetto cinematografico ormai evidente ma pieno di deviazioni e forse non così dichiarato quanto sembra. Prosegue la sua “missione biografica femminile” che trova in Jackie e Spencer le due massime espressioni: sono biopic svuotati e rielaborati a partire dai corpi (vedi anche Ema), intitolati con il meno storicizzato tra cognome e nome della protagonista (già dichiarazione d’intenti), incentrati su figure di potere come gabbie e maledizioni.
“Armand” promettente ma imperfetto
A dispetto di quanto l’ambientazione possa far pensare, la piccola scuola di provincia di Armand non è quella de La sala professori, e tanto meno quella de L’innocenza, orientate a una critica delle possibilità educative e dei vincoli autoritari rappresentati dall’istituzione scolastica – qui ridotta a pura scenografia. Dentro le mura della scuola la tensione è ben costruita, ma lo sviluppo è approssimativo rispetto agli iniziali intenti.
“Nosferatu” un sogno al chiaro di luna
L’arte di Eggers crea sospese atmosfere che non temono insinuanti e audaci raffronti tra leggenda e (iper)realtà. L’estenuante e secolare conflitto tra scienza e fede, razionalità e istinto si risolve tra/nei corpi e il mito/culto egiziano di Iside (menzionato nella trama), la dea della magia che accompagnava i morti nel passaggio alla vita ultraterrena, è emblematico di questa eterna transizione che coinvolge i personaggi principali.
“Essere donne” di Cecilia Mangini. Storia di un boicottaggio
Il documentario Essere donne (1965), girato da Cecilia Mangini è stato all’epoca ingiustamente boicottato dagli stessi produttori e registi che facevano parte della Commissione ministeriale che decideva delle sorti dei medio e cortometraggi che accompagnavano la programmazione dei film nelle sale. Non ottenere l’appoggio degli esercenti e neppure il premio di qualità, significava negare una vita sullo schermo al proprio film. Era un modo subdolo per censurare indirettamente quei documentari che affrontavano argomenti scomodi che il governo non desiderava far arrivare al pubblico.
Il meglio del 2024 secondo i redattori
Anche quest’anno – dopo aver pubblicato la classifica generale – offriamo i 3 film preferiti (in ordine alfabetico) dei nostri redattori. Si conferma la ricchezza dell’offerta cinematografica di questa stagione. In ogni caso, le preferenze espresse dai redattori di Cinefilia Ritrovata possono fungere anche da guida appassionata per una stagione cinematografica tutta da riscoprire anche nei prossimi tempi.
I migliori film del 2024
Il 2024 è stato un anno meno netto del 2023 quanto a fenomeni cinematografici, ma anche molto vario, appassionante, diverso dal solito. Vince la classifica generale dei redattori un film uscito a inizio anno, e destinato a restare nella storia del cinema contemporaneo, La zona d’interesse. Seguono altri titoli che spaziano dall’horror femminista d’autore (Povere creature!, The Substance) al mélo altrettanto autoriale (Estranei) e all’opera del regista italiano con il linguaggio più internazionale (Luca Guadagnino col suo Challengers).
“Le occasioni dell’amore” speciale II – Il futuro ci tormenta
Il regista francese svicola dalla sua filmografia impegnata – direttamente per bocca del suo protagonista che rifiuta una sceneggiatura dalle tinte politiche – e si traveste un po’ da Lelouch, un po’ da Linklater, per condurci nei meandri di un meccanismo che alterna vuoti enormi, anche in termini di messinscena e tappeto sonoro, a densità emotiva tangibile, in una depressione cinematografica spesso estenuante per lo spettatore e gratificante per il cinefilo.
“Le occasioni dell’amore” speciale I – Dolce ballata sul ritrovarsi
Le occasioni dell’amore è un film il cui fascino non si esaurisce nelle immagini, ma diviene materia percepibile che si sedimenta con grazia senza arrivare ad appesantire. Tecnicamente rigoroso e calibrato, l’ultimo lavoro di Brizé percorre la via della semplicità per insinuarsi nel profondo e rivelare verità articolate. Uno scorcio malinconico e al contempo premuroso nell’infondere un senso di calore, come un raggio di sole che in pieno inverno riesce ad aprirsi un varco nella coltre di nubi per baciare la terra.
“Conclave” in un mondo di giocatori e pedine
Conclave è un asciutto e classico thriller morale e, verso il finale, forzatamente fantapolitico del quale, al di là delle puntuali prove offerte da un cast che si sapeva di prim’ordine e della scrittura dell’esperto Straughan, resta poco di davvero memorabile. Non promettendo né più né meno di quanto prospettato dalla sua confezione. Perlomeno, in Conclave si ritrova un’interessante incursione in tematiche che avrebbero meritato una più approfondita indagine, quali femminismo e inclusività.
“Una notte a New York” e il dialogo che sa prendersi il suo tempo
Per il suo esordio alla regia Una notte a New York la sceneggiatrice e autrice Christy Hall predilige un single location movie, vale a dire un film ambientato in un unico spazio. Un’operazione che, all’apparenza può sembrare un modesto tentativo, ma nasconde numerose insidie, prima fra tutte il rischio di smarrire lo spettatore tra i dialoghi e privarlo dell’azione. Una notte a New York non inciampa in questo sgambetto. E nel cinema sappiamo bene che la fortuna del principiante non esiste.
“Tofu in Japan” burbero ma di buon cuore
La regia favorisce infatti le scene di gruppo, ricorrendo spesso ad ampie inquadrature fisse con tutti i personaggi in campo. Questa scelta stilistica conferisce un look più teatrale che cinematografico e risulta inizialmente un po’ stucchevole. Nel complesso aiuta a collocare le vicende dei singoli personaggi in un contesto provinciale, in cui tutti sanno tutto di tutti e ci si ritrova sempre negli stessi posti, tanto che ad alcuni personaggi secondari, come i commercianti del quartiere amici di Tatsuo, non è mai dedicato un piano individuale.
“Il giorno dell’incontro” e il pathos del corpo
Huston si rifà al bianco e nero e alla fisicità del capostipite Toro scatenato, paga tributo – similmente a Scorsese – all’estetica televisiva del tempo che fu, poi durante il match finale ingaggia la macchina da presa in un corpo a corpo brutale sconfinante nella soggettiva come Warrior e infine fa cadere al tappeto i due contendenti contemporaneamente alla maniera di Rocky e Apollo, con solo uno dei due che riuscirà a rialzarsi.
Cronaca di un’estate portoghese. “Aquele Querido Mês de Agosto” di Miguel Gomes
A metà tra il documentario e la fiction, Aquele Querido Mês de Agosto appare fin da subito un lavoro cinematografico insolito, che condivide nelle intenzioni e nelle suggestioni un certo modus operandi, sperimentato nei capolavori della Nouvelle Vague e nel cinema portoghese contemporaneo più innovativo. Premiato in numerosi festival internazionali, il film di Gomes risulta un’anomalia cinematografica, una visione sulle ali di “un’estetica della superficie”.
“Solo per una notte” senza alcun pregiudizio
Con Solo per una notte, Rappaz sperimenta il potere di raccontare una donna, forte nella sua fragilità e fragile nel suo amore. Il film non ammette alcun pregiudizio nei confronti di Claudine e forse, questo è proprio l’elemento di scrittura più sofisticato. La possibilità di amare contemporaneamente più cose; ecco la spiegazione che Claudine dà a Baptiste quando le chiede il significato di eclettico, finendo per codificarsi come la chiave prolettica della sua storia.
“Picnic a Hanging Rock” tra esistenzialismo e horror
Alle atmosfere sospese e allucinate (in inglese diremmo eerie) della prosa di Lindsay, il giovane regista arriva coi mezzi puramente filmici che gli mette a disposizione la cultura cinematografica del suo tempo: da un lato l’esistenzialismo “opaco” e l’abbandono della narrazione lineare tipici di un certo modernismo europeo alla Antonioni; dall’altro l’aggressione sensoriale – colonna sonora prog/sinfonica, montaggio forsennato, continue dissolvenze – dell’horror in voga a metà anni Settanta, Dario Argento su tutti. Il risultato è arty e inquietante.
“L’orchestra stonata” e la commedia delle diversità sociali
Lo stile cinematografico teso e sotteso di Courcol dimostra piena padronanza nella progressione degli sviluppi e dei cambi repentini che scandiscono il film, che oscillano tra commedia e dramma proprio come un metronomo. Allo stesso tempo, la sottotraccia di quel filone operaio interno – molto caro al cinema francese – non smette mai di suonare, anzi, percuote prepotente nel tentativo finale di allestire un’orchestra diretta da Thibaut all’interno della fabbrica occupata (e destinata a chiudere) dagli amici e dai compagni di banda di Jimmy.
“Grand Tour” speciale III – L’ultimo spettacolo alla fine dell’impero
In tempi più vergini di immagini, le prime riprese cinematografiche di terre esotiche rappresentarono per molti spettatori il primo sguardo su mondi lontani, accorciando le distanze, come già fece la ferrovia. Ma nel cinema di Miguel Gomes i binari narrativi che promettono di ricongiungere direttamente questi mondi sono inaffidabili, il treno è destinato al deragliamento, la narrazione alla divagazione.