“A Natureza das Coisas Invisíveis” tra infanzia e identità

L’amicizia tra Glória e Sofia, le piccole protagoniste di A Natureza das Coisas Invisíveis, è destinata a fare rapidamente breccia nei cuori degli spettatori. Attraverso il racconto di un’estate fondamentale nella loro crescita, la regista e sceneggiatrice Rafaela Camelo indaga la fine dell’infanzia e i profondi cambiamenti che essa porta con sé. È proprio il tema della soglia, della liminalità tra dentro e fuori (il corpo, l’identità) uno dei cardini di questo bellissimo debutto nel lungometraggio, in programma a Gender Bender 2025.

“Strange Journey: The Story of Rocky Horror” come fenomeno culturale

The Rocky Horror Picture Show è il film con la permanenza in sala più lunga nella storia del cinema: uscito nel 1975, ancora oggi non è stato ritirato dalla distribuzione, ma continua a essere un fenomeno di culto la cui forza evocativa a livello socioculturale e politico rimane fortissima e necessaria. È una storia incredibile e, non a caso, il documentario di Linus O’Brien si intitola Strange Journey: The Story of Rocky Horror.

“Pallottole su Broadway” e il contrasto tra ideale e concretezza

Pur condividendo con la vena più dostoevskiana (Crimini e misfatti, Match Point, Irrational Man, Coup de chance) la riflessione sull’omicidio come gesto fondativo di una nuova morale, Pallottole su Broadway resta nel registro della commedia brillante e sofisticata. Cheech percorre il tragitto inverso rispetto a David: per salvaguardare l’integrità di quella che considera ormai la sua opera, arriva fino all’omicidio.

“Frankenstein Junior” tra ironia e cinefilia

 “Alive! It’s alive! It’s alive” (Vivo! È vivo! È vivo!). Rivedere la versione restaurata di Frankenstein Junior di Mel Brooks del 1974 sul grande schermo convince sempre più – caso mai lo si fosse dimenticato – che questo film è sempre vivo, un po’ come il suo immortale protagonista.  Dopo più di 50 anni dalla sua prima uscita, stupisce non poco vedere come i meccanismi narrativi, le battute, i tempi, le musiche, la fotografia, gli attori, funzionino ancora alla perfezione.

“Non essere cattivo” tacito monito ancora attuale

Nel solco dell’eredità di Pasolini, Caligari mostra una società appiattita dal consumismo sfrenato, che lascia ai margini questi reietti, anime sbandate e alla deriva, stordite dall’odore della notte, che sognano di andare altrove, senza sapere dove, auspicando una via di (ri)uscita e di evasione. In un cinema italiano contemporaneo troppo spesso occupato da personaggi annoiati dalla loro vita borghese, i ragazzi di vita energici e vitali dipinti da Caligari, sempre in bilico tra speranza e disperazione, sembrano un po’ dei marziani, autentici con la loro fame di vita.

“Bugonia” speciale II – Il presente attraverso i miti del passato

Con questo nuovo film il regista greco – come già aveva fatto in Il sacrificio del cervo sacro, ispirato alla tragedia di Ifigenia – ci racconta il presente attraverso i miti del passato. In un episodio delle sue Georgiche, Virgilio riprende l’antico mito della bugonia, raccontando che le api perdute del pastore Aristeo si rigenerano dalla carcassa di alcuni buoi sacrificati: allo stesso modo anche Lanthimos immagina un sacrificio, che questa volta risparmia il mondo animale, per ripartire da zero.

“Bugonia” speciale I – La notte dell’umanità

Il film, a metà strada tra il macabro e il divertente, oscilla continuamente tra il delirio paranoico e la possibilità reale di un’invasione aliena, in una spirale di eventi sempre più ambigua, che mette in discussione le percezioni dei personaggi e dello spettatore. In pieno stile Lanthimos, la narrazione felicemente sceneggiata da Will Tracy e resa con un formato dell’immagine in 4:3, alterna freddezza formale a improvvisi eccessi visivi ed è sorretta dall’ottima prova di Emma Stone.

“Romerìa” alla gentile deriva

Vi è, nel cinema di Carla Simón, uno sguardo gentile che sembra accogliere ogni immagine, benefica o cattiva, distante o prossima, ricca o povera. Romerìa, il suo progetto a oggi più ambizioso e concepito come chiusura di una trilogia semi-autobiografica sull’infanzia, si apre con un paesaggio fuori fuoco: Marina torna sui luoghi dei suoi genitori naturali, a malapena conosciuti e scomparsi da un decennio. Lungo quelle rive di Vigo, armata della sua piccola videocamera, la ragazza allena lo sguardo a orientarsi nel presente come nel passato.

“Crossing Istanbul” tra legami personali e diritti universali

Se le vicende dei personaggi sembrano costruite secondo uno sguardo in fin dei conti ottimista e conciliante, è nel rapporto tra Lia e la nipote Tecla che scorre l’arteria melodrammatica del film. Nel legame spezzato tra le due, nei silenzi e nelle emozioni mai espresse a cui, giustamente, solo il cinema dà voce, trova spazio anche l’istanza politica, con la dura critica verso la società georgiana e la sua repressione della comunità LGBTQ, che distrugge legami che non sempre possono essere ricuciti.

“Confiteor” e il disperato candore del vivere

Dopo aver raccontato le storie di altri fragili, inetti a vivere, autolesionisti disperati drogati fuggitivi, Angius passa al racconto autobiografico, mettendosi sullo stesso piano dei suoi attori, o forse sarebbe meglio dire sulla stessa barca, quella stessa che campeggia anche in una scena del film e che lui vorrebbe scenograficamente trasformare in una astronave. A meno che il regista anarchico/individualista non stia per entrare in una nuova fase ideologica che dalla crisi spirituale lo conduca ad una qualche conversione religiosa

“Frankenstein” senza il calore del mostro

Se Frankenstein è presente da sempre nel cinema di Del Toro, nella sensibilità oscura delle sue visioni, nei suoi mostri pervasi di sentimenti più limpidi rispetto a quelli delle persone comuni, forse l’originalità non rappresenta il giusto parametro attraverso cui valutare questo progetto. Analogamente al modo in cui l’accostamento di due poli magnetici positivi genera un fenomeno di repulsione, la sovrapposizione di immaginari simili come quello di Guillermo del Toro e quello di Mary Shelley finisce per generare una sorta di annullamento: non un risultato irrimediabilmente negativo, ma nemmeno in grado di infondere energia, calore ed emozione.

“Leibniz” nelle virtualità del cinema

Reitz, questo instancabile sperimentatore, da autentico illuminista sa di dover mettere ogni volta alla prova le virtualità del set, lavorando con pazienza su meccanismi difettosi per far funzionare questa macchina di pensiero. Un ritratto compiuto di Leibniz va contemplato solo come piano cinematografico, e solo dopo che l’intimo rapporto tra l’allieva e il maestro si saranno a loro volta inscritte come racconto filmico. Precettore come il suo alter ego, Reitz ci consegna un’ultima magistrale lezione su cosa significhi, in ultima istanza, attualizzare le virtualità del set e imprimere l’intelligenza sullo schermo.

“Tutti dicono I Love You” e la magia di un cinema defunto

La prima e unica vera commedia musicale di Allen è in superficie un omaggio al cinema classico hollywoodiano (non solamente musical), ma è anche una nuova radiografia della upper class newyorkese, con i propri difetti, vizi e sensi di colpa generazionali. Un mosaico vivace e variopinto che incastra più personaggi di età eterogenea all’interno di una cornice comico-sentimentale. Tutti dicono I Love You è un inno a un tempo perduto, a un cinema di cui possiamo solamente celebrare i fantasmi

“After The Hunt” speciale II – Tra potere, ambiguità e consenso

After The Hunt si propone di esplorare le zone di luce e ombra del movimento #MeToo, invitando lo spettatore a interrogarsi su cosa significhi “credere alle vittime” nei casi di violenza sessuale. Sebbene si avvicini ad essere un’indagine interessante su cosa significhi il consenso all’interno di dinamiche di potere, il turbinio di contraddizioni rischia di diventare paludoso all’eccesso, perdendo il proprio focus.

“After the Hunt” speciale I – La verità secondo la macchina da presa

La verità non va cercata nelle parole, o in discorsi la cui complessità viene frustrata dall’utilizzo “errato” di un articolo, ma nelle mani dei personaggi su cui indugia con insistenza la macchina da presa, negli occhi, negli sguardi che si cercano o si evitano, nello stare seduti in un modo piuttosto che in un altro, nel mangiare frenetico, quasi bulimico, nel modo di bere, di fumare, nelle pause e nei silenzi o, forse, in un’innocua banconota da venti dollari. Con la sua ambiguità, After the Hunt ci invita a metterci a disagio.

“La ragazza del coro” tra corpo, fede e colpa

Con questo film, la cineasta slovena Urška Djukic debutta alla regia. Per inaugurare il suo percorso ha scelto di esplorare una fase fragile e decisiva dell’adolescenza, quando la curiosità sessuale e la scoperta del proprio corpo iniziano a definire il rapporto tra individuo e realtà circostante. La ragazza del coro costruisce la propria forza visiva sull’insistenza per i dettagli di bocche, ombelichi e sguardi, che diventano segni quasi palpabili della scoperta di sé. Il suono partecipa a questo processo con i sussurri e bisbigli di coscienza.

“Tre ciotole” nonostante il dolore

Tre ciotole è un’opera codificata sul paradigma del nonostante. Nonostante il dolore, la malattia, la solitudine e la durezza della vita – perché la vita a volte sa essere davvero dura, afferma Marta – ne vale la pena, sempre. E nel ripensare il nostro tempo, senza preoccuparsi di arrancare un perché dietro ogni spiegazione, le parole di Michela Murgia con la voce di Marta, ci invitano a proiettare lo sguardo sulla bellezza dell’esistere.

“Tron: Ares” ovvero raccontare il futuro guardando al passato

Tron: Ares punta tutto sul fascino delle proprie immagini, supportate da una strepitosa colonna sonora (ormai marchio distintivo della saga) che a tratti però va a compensarne le mancanze. L’ennesima contraddizione in cui cade è infatti che se a livello narrativo portare i programmi nel nostro mondo offre innumerevoli spunti, che si è deciso evidentemente di ignorare, esteticamente risulta abbastanza limitante.

“Steve” dal respiro dickensiano

Il cineasta Tim Mielants si conferma attento a tematiche dal respiro dickensiano (infanzia e socialità deviate, narrazioni con un potente e umbratile afflato umanistico) e a immagini dai riflessi opachi, finemente claustrofobiche e di rilievo chiaroscurale, dettate dall’ambiguità dei personaggi in campo. Lo schermo che mostra/nasconde il disagio si trasforma in trasparenza che ri-specchia la (possibile) gioia di un vertiginoso futuro che sfugge

“L’occhio che uccide” dal cinema maledetto allo slasher movie

Per molto tempo L’occhio che uccide (Peeping Tom, 1960) di Michael Powell fu considerato un film maudit, rigettato da critica e pubblico terminò nell’oblio. Un ostracismo cinematografico e moralistico simile a quanto accadde precedentemente a L’âge d’or (1930) di Luis Buñuel o a Freaks (1932) di Tod Browning. Da sempre apprezzato come regista raffinato e colto, per le pellicole co-dirette assieme al sodale Emeric Pressburger, con Peeping Tom Powell si ritrovò messo al bando, “scomunicato”.

“Accordi e disaccordi” inno al jazz e al cinema

Accordi e disaccordi è uno degli atti d’amore di Allen verso la musica jazz e anche uno di quei film che mette in primo piano il talento cristallino dell’autore newyorchese nel saper costruire una storia perfetta: comica e triste, leggera e pensosa. Tutte le pellicole di Allen possono essere misurate sul tasso più o meno elevato di autobiografismo e autoanalisi che il regista fa di sé: qui siamo in uno di quei casi in cui l’autore si mette da parte e si diletta a tracciare una favola dentro cui perdersi.