“L’era d’oro” nella capsula del tempo di tre donne

La prima immagine di vita che abbiamo ne L’era d’oro è Lucy nella vasca da bagno, una scena intima, come tutto quello che stiamo per vedere. Lo spettatore ha il privilegio di assistere a un momento privatissimo: la nascita di una bimba. Ci facciamo occhio invisibile e discreto per infiltrarci nella vita di tre donne, le stesse tre donne con cui la regista, Camilla Iannetti, aveva girato il suo mediometraggio Uno due tre (2017). La documentarista realizza questo ideale seguito, suo primo lungometraggio. 

“Hedda” fragile antieroina

Spostando la vicenda nell’Inghilterra di metà Novecento, l’inquieta e insoddisfatta signora di Ibsen, disposta a tutto per la scalata sociale sua e del marito – aspirante docente universitario sposato per interesse più che per amore – che finisce per suicidarsi “piuttosto che essere mediocre”, per la regista la trasgressiva e disinvolta antieroina diventa una sorta di uccello in gabbia. Unica nera in un contesto bianco e tendenzialmente maschile, Hedda è imbrigliata nei ruoli subalterni di donna, moglie e afro-discendete imposti dalle ferree norme dell’alta borghesia coeva. 

“Una cosa vicina” e la distanza dal dramma

Una cosa vicina è suddiviso in capitoli e ognuno va a delineare un aspetto specifico del film, che sembra costruirsi nel suo progredire. L’assenza di cui si parte è infatti anche un’assenza cinematografica, non avendo informazioni precise su eventi o personaggi, effettivamente il regista non ha un film. È necessario allora ricercare, come farebbe chi è alle prese con una sceneggiatura, e in questo senso ogni capitolo è una svolta nell’indagine, dando così forma alla narrazione un pezzo alla volta.

“Sbundo” e la vertigine del vuoto

Le relazioni umane, cuore pulsante della narrazione, si consumano nella falsità e nell’effimero. Ciò che Sbundo mette in scena non è tanto l’assenza degli altri, quanto la loro presenza ingannevole: corpi che si incontrano senza mai toccarsi davvero, volti segnati dal tempo e dal potere, tradimenti all’insegna del nulla, figure che si dissolvono prima ancora di definirsi. L’alienazione non è qui un tema, ma una condizione: il protagonista è l’uomo sbundato, l’uomo finito, simbolo di una società che ha smarrito se stessa.

“Dom” nel silenzio della patria

Dom, che dà il titolo al film, fa riferimento a Dom Bjelave, l’orfanotrofio che l’ha accolta prima di arrivare in Italia, ma significa anche “casa” in molte lingue slave, evidenziando il senso di appartenenza che ricerca Mirela. La protagonista si ritrova a camminare per le strade di Sarajevo come se non se ne fosse mai davvero andata, seguendo un percorso a ritroso nel passato, a partire dai ricordi che la legano all’istituto. Il suo viaggio intimo e personale si trasforma nel tentativo di ritrovare la sua identità originaria perduta.

 

“I fratelli Segreto” e il viaggio del cinema delle origini

Dopo Il treno va a Mosca (2013) e Il varco (2019), Ferrone e Manzolini tornano a collaborare per un’opera che si può considerare parte di una trilogia apocrifa sull’“archivio del viaggio”. In tutti e tre i casi, al centro dello sguardo e della narrazione ci sono immagini d’archivio che accompagnano il racconto di uno o più uomini partiti dall’Italia. Se nei primi due film la destinazione era la Russia, questa volta, con I fratelli Segreto, ci si sposta verso Occidente: il Brasile diventa terra di speranza per tre fratelli partiti dall’Italia alla fine dell’Ottocento.

“Viale del tramonto” e la Hollywood che si confessa

Il castello diroccato di Norma è un set autocelebrativo, allestito alla perfezione dal maggiordomo Stroheim: tra foto, manifesti, automobili vintage, vecchie pellicole e improbabili lettere di fan appassionati, che attendono con ansia il ritorno sugli schermi della grande Norma Desmond. La diva decaduta si muove per i saloni del suo palazzo, in un gioco di specchi, tra realtà e finzione, come se una macchina da presa fantasma la seguisse in ogni sua posa e movimento, pronta a immortalarla nel suo primo piano.

“Criminali da strapazzo” tra corpo comico e mutazione sociale

Allen qui torna a un contenitore puramente comico, che recupera quella corporalità e quelle gag dal gusto slapstick che prediligeva nei suoi primi film e che, col passare del tempo, ha utilizzato sempre meno, privilegiando il modello della commedia sofisticata. In questo senso un riferimento citato apertamente, durante le scene in cui i nostri ladruncoli tentano di scavare il tunnel, è l’iconico I soliti ignoti di Monicelli: la banda strampalata, il fiasco, la goffaggine dei personaggi.

“Un semplice incidente” speciale III – Ad altezza d’uomo

Un semplice incidente fa dell’incertezza il suo motore tematico e morale: la difficoltà a identificare il carnefice guida il protagonista alla ricerca di una verità più ampia e sfuggente del semplice dato oggettivo e diventa un percorso di riflessione su temi come la giustizia, il trauma, la vendetta, il potere. Temi universali incarnati da parole logorate dall’uso in Un semplice incidente acquisiscono un peso specifico, abbandonano la loro veste divina per calarsi nel mondo degli uomini incastrandosi tra i suoi ingranaggi imperfetti e arrugginiti.

“Un semplice incidente” speciale II – Le contrapposizioni umane

Il film trae la sua potenza più viscerale dalle incertezze che abitano il cuore della sua premessa — e non solo dalle incertezze, ma anche dalle verità sovrapposte: il disagio inconciliabile di vivere in un paese in cui le vittime traumatizzate del regime devono convivere come vicini con coloro che continuano a sostenerlo.  In questa direzione va il finale, confinando di nuovo la speranza nella disperazione, e aggiungendo una tonalità horror ad una storia sapientemente tenuta tra il dramma e la commedia con una semplicità disarmante.

“Un semplice incidente” speciale I – Meditazione sul dolore

Un semplice incidente è una toccante meditazione sul dolore e la perdita, accompagnandoci in un viaggio lucido ed emotivamente intenso attraverso gli ambienti di una memoria privata che è anche fardello collettivo di una nazione, alla ricerca di un giusto perennemente vivo e morto al quale restituire almeno la certezza di un destino. Un trionfo dell’arte e dell’umanità sulla tirannia, affascinante nella costruzione di un’intricata vicenda culminante in un finale difficile da dimenticare.

“Drunken Noodles” tra intimità e desiderio

Ispirandosi alle opere e alla vita dell’artista Sal Salandra, Lucio Castro torna dietro la macchina da presa per dirigere Drunken Noodles, dramma queer che segue il giovane Adnan (Laith Khalifeh) nei suoi incontri sentimentali e sessuali per parlare, sotto la superficie, della solitudine dell’uomo e del contrasto che alberga in noi tra la paura dell’intimità e il desiderio che spinge a ricercarla.

“The Mastermind” e il privilegio del ladro

Reichardt racconta questo colpo sgangherato e le sue conseguenze con deliberata lentezza, rigettando i ritmi frenetici tipici del genere in favore di inquadrature fisse (notevole è la sequenza di cinque minuti, senza stacchi, in cui James tenta goffamente di nascondere i quadri nella fattoria di campagna, facendo su e giù da una scala a pioli). Il risultato è un anti heist movie costruito intorno a un uomo che si riconferma a più riprese incapace di leggere la situazione in cui si trova, sconnesso per disinteresse, per ingenuità e per privilegio dal contesto e dalle conseguenze delle sue azioni.

“L’eco dei fiori sommersi” che sussurra il naufragio del dolore

Da un lavoro di indagine all’interno dell’Archivio di Stato di Napoli nasce L’eco dei fiori sommersi, primo lungometraggio diretto da Rosa Maietta. Attraverso le cronache ivi conservate, l’autrice intraprende un viaggio nella memoria collettiva e individuale, riscoprendo e mettendo in scena le vite travagliate di donne comuni appartenenti a epoche e contesti diversi, accomunate dall’aver subito e sofferto proprio in quanto donne, vittime di un sistema sociale che nel tempo ha mutato volto ma non sostanza.

“La ballata di un piccolo giocatore” guidata da fili invisibili

La Macao notturna del film è innervata in esterno da pulsanti luci al neon, che definiscono i contorni della città attraverso i suoi grattacieli: siamo in una versione luna park della Los Angeles di Blade Runner, in cui finte torri Eiffel e fiammate di fontane ballerine prendono il posto di astronavi e torri infuocate. Gli interni geometrici e claustrofobici dei lussuosi hotel si ramificano in lunghi corridoi, suite di design e affollate sale giochi. Spazi che uniscono, in una vertigine kitsch, l’estetica di Shining a quella di Grand Budapest Hotel.

“Vicky Cristina Barcelona” cronaca sintetica dell’amore inesistente

Come in tanto suo cinema, Allen si interroga anche in Vicky Cristina Barcelona sui patimenti e le alternative dell’amor borghese, quello libero dalle rogne economiche che braccano la maggior parte delle relazioni, e che troviamo invece in Blue Jasmine, uscito nel 2013 e puntuale messaggero degli echi della crisi. Che sia Europa o America, estate o inverno, vacanza oltreoceano o routine ufficio-casa, il grande autore statunitense sembra dirci che gli esseri umani sono condannati a non sapere, e lui con loro, se l’amore romantico sia possibile o illusorio.

“La danse des renards” e il ring della vita

È chiaro il progetto di Valery Carnoy alla base del suo Danse des renards: prendere a pretesto l’incidente, la ferita (e quindi un’alterazione del corpo) per raccontare la fragilità fisica ed emotiva dell’adolescenza. Il regista belga cuce la sua storia addosso al biondo Samuel Kircher, la cui presente ma non eccessiva prestanza fisica è il giusto contraltare alla malinconia che alberga nei suoi occhi azzurri. E sebbene l’opera sia molto movimentata, a colpire lo spettatore sono i momenti in cui ci viene restituito lo sguardo del protagonista.

“Zvanì” ovvero il Pascoli ritrovato

Racchiuso in una cornice familiare intima, il racconto trattiene a stento l’inquietudine degli anni giovanili, per poi volgersi a uno “scivolare furtivo” (quel labuntur spiegato da Pascoli agli allievi) della vita del poeta che arriva a saldare insieme il furor dell’intellettuale e lo stupor infantile che ancora lo pervade, in una fitta e ambigua nebbia esistenziale. Sono vividi i ritratti che compongono l’intimo album familiare di Giuseppe Piccioni.

“La 42” dove la comunità si esalta e soffre

Tra le mani del regista e della sua crew il quartiere diventa un’entità viva e vibrante, esaltata e sofferente. La 42a è un microcosmo isolato e apparentemente autonomo, almeno finché l’autorità non decide di tirare lacrimogeni per rappresaglia, ma attraverso lo sviluppo artistico diviene un punto di riferimento culturale, una meta e non solo un luogo da cui fuggire.

“Dracula” e il precario equilibrio tra parodia e melodramma

Luc Besson guarda allora a Coppola per la storia d’amore, prende da Herzog la malinconica solitudine di un immortale e se non fossero così coevi verrebbe quasi da dire che abbia dato uno sguardo persino a Eggers per la dimensione sessuale. Ciononostante riesce a costruire al di sopra di quanto c’è già stato e a trovare addirittura la propria originalità, solo per poi regredire lentamente nel mentre si avvicina al finale.

“Doppelgängers³” con più domande che risposte

Non è semplice sintetizzare il lavoro di Nelly Ben Hayoun-Stépanian, basato sulla compenetrazione fra prestigiosi istituti astronomici ed esibizioni artistiche di diverse nature, non ultima quella cinematografica. Il suo ultimo documentario, Doppelgängers³, si muove sui binari della multidisciplinarietà per immaginare la colonizzazione umana dello spazio secondo presupposti diversi dallo sfruttamento delle risorse di altri pianeti.