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Corinne Griffith nei giardini dell’Eden

Dotata di grande bellezza e di un innato talento attoriale, Griffith riesce a passare dal registro drammatico a quello comico con una incredibile padronanza del ruolo, rivelando in questo come in altri film coevi (The Common Law del 1923, Classified del 1925), la centralità e la complessità della donna nuova nella società consumistica post-vittoriana. Come evidenziato da Tom Slater, il personaggio di Toni Le Brun abita il mondo aspettandosi di essere trattata correttamente, ma presto scoprirà che dovrà imparare a difendersi dagli uomini. 

“Prigionieri dell’oceano” speciale II – Dove si nasconde la salvezza

Nella complessa dialettica fra istanza politica e umana, fra la spietatezza della guerra e l’individuo messo a nudo, sta il cuore di questo notevole film di Hitchcock. Tallulah Bankhead ci guarda dalla barca col sopracciglio alzato, una sigaretta fra le dita e uno sguardo appuntito di sfida: la salvezza può nascondersi dove meno immaginiamo.

“Prigionieri dell’oceano” speciale I – Hitchcock politico

Nonostante il film sia completamente ambientato su una scialuppa di salvataggio, Hitchcock è un maestro nel riuscire a produrre ritmo sfruttando soprattutto la tensione tra i personaggi e gli imprevisti. Anche le inquadrature, principalmente primi piani e raccolti piani d’insieme, mostrano una certa varietà, sfruttando bene la plasticità dei corpi come vetrina per leggere i cambiamenti dei protagonisti. Ed è impressionante come Hitchcock  riesca a sfruttare tanto la profondità di campo in uno spazio così ristretto.

“Diabolik” scanzonato e barocco

Il più noto personaggio nato dalla penna delle sorelle Giussani, Diabolik, ha avuto un’influenza talmente ampia e immediata da generare un intero fenomeno editoriale: il fumetto nero all’italiana, da cui il cinema attinse prontamente. È stata l’impressionante realizzazione tecnica a rendere Diabolik un cult. Fra colori acidi e riprese psichedeliche, costumi e arredi ultrapop, l’impatto visivo della pellicola è spiazzante dalla prima all’ultima inquadratura e non ha nulla da invidiare a opere lisergiche di tutt’altro budget, come Tommy.

Diario di un viaggio al cuore del cinema

Mentre Coppola dirige e riscrive ossessivamente Apocalypse Now, la moglie Eleanor, insieme ad altri operatori, lo segue con la macchina da presa, lo intervista e inizia a costruire un film nel film, le immagini che comporranno Hearts of Darkness: A Filmmaker’s Apocalypse. Il risultato finale, a opera di Fax Bahr e George Hickenlooper, è un viaggio abissale dentro l’inferno del Vietnam rappresentato nella pellicola e quello vissuto da tutta la troupe nelle Filippine.

Immaginari libanesi e singalesi

Nelle loro prime opere di finzione, la singalese Sumitra Peries e la libanese Jocelyne Saab tentano di risvegliare il desiderio e l’immaginario dei loro Paesi attraverso lo sguardo trasognante delle loro giovani protagoniste. Esplorando con dovizia documentaria costumi e paesaggi, costruiscono non un semplice catalogo, ma un sistema di decoro: frivolezze che imprigionano i personaggi in un ordine immutabile, confinandoli nel riflesso degli specchi, finché, dietro le proiezioni immaginarie dei loro racconti, non traspare che il vuoto desiderante di un intero popolo.

 

“Performance” sperimentale, queer, parodico

Performance è un’opera libera da ogni etichetta, al di là della concezione di cult. Rappresenta contemporaneamente i confini della società e il loro abbattimento, dove ogni azione è una parodia di essa stessa. È un film queer senza sapere di esserlo eppure non lo è affatto. È un gioco, un esperimento, una scommessa persa inizialmente e vinta nel lungo periodo. Performance è pazzia e totale razionalità, tutto e niente. “Vice. And Versa”.

“David Lynch, une énigme à Hollywood” guida per neofiti

Stéphane Ghez con il suo documentario David Lynch, une énigme à Hollywood, tenta quella che è a tutti gli effetti una missione impossibile: racchiudere la carriera di un regista tanto unico e inclassificabile in 62 minuti. Per farlo avrebbe potuto muoversi per induzione, ossia partendo dall’analisi di un singolo film per provare a giungere alla poetica lynchiana. Oppure era necessario asciugare fino all’osso, scegliere un approccio storiografico e passare rapidamente in successione la carriera di Lynch. Ed è quello che effettivamente fa.

“La falena d’argento” liberatoria e moderna

Falcata ampia, braccia ondeggianti, schiena ricurva e un trench di diverse taglie più grandi che fanno sembrare enormi le spalle. Ecco come si presenta sullo schermo Katharine Hepburn nei panni della giovane aviatrice Lady Cynthia Darrington. La falena d’argento (Christopher Strong), tratto dal romanzo inglese di Gilbert Frankau, è uno dei primi film che mette in evidenza il ruolo femminile e le difficoltà emotive e relazionali che la donna moderna deve affrontare.

Il campo di battaglia comico di Stanlio e Ollio

È una questione di tempistiche, nella musica come nelle comiche. Solo che, per il buon funzionamento di queste ultime, spesso è imperativo sbagliare deliberatamente i tempi d’ingresso e d’uscita, dando un nuovo significato alla nozione di ritmo giusto. É dunque cos’altro possono fare Laurel & Hardy, rispettivamente al clarinetto e al corno, se non sabotare l’amalgama armonico dell’orchestra in cui suonano?

“Le avventure di Pinocchio” e il coraggio di vivere

Nonostante la natura televisiva dell’opera, a colpire sono il verismo e la cura nella rappresentazione dei paesaggi, intrisi di una profonda malinconia. I pochi innesti fiabeschi accendono di poesia il crudo realismo della messa in scena, ma rappresentano anche le gabbie di una finzione consolatoria; che sia la casetta fantasma della fatina sospesa su un lago o lo stomaco fin troppo confortevole di un pescecane. Il binomio tra fantasia e realtà che Comencini mette in scena ci ricorda quanto sia importante l’immaginazione per colorare una quotidianità insopportabile, ma anche quanto possa essere pericolosa, facendoci dimenticare di vivere.

“Lost for Words” e il nostro vocabolario collettivo

C’è qualcosa di incredibilmente poetico nella visione di Lost for Words diretto da Hannah Papacek Harper, presentato al Biografilm Festival 2025, un documentario che esplora il legame tra linguaggio, natura e le sfide ambientali contemporanee, raccontando come le parole legate al mondo naturale stiano scomparendo dal nostro vocabolario collettivo, invitandoci a riscoprire la nostra connessione con la madre terra.

“Emprise numérique” e piattaforme senza regole

Il documentario svela come le lobby delle “big tech” siano perfettamente consapevoli del funzionamento dei famosi algoritmi e della presenza di pratiche sessualmente predatorie nei confronti dei minori, ma in America esse sostengono la loro estraneità rispetto ai contenuti potenzialmente disturbanti appellandosi a una normativa desueta, che prevede che gli host delle piattaforme digitali non sono responsabili dei contenuti che ospitano.

“Die My Love” più istintuale che razionale

Adattato del romanzo omonimo di Ariana Harwicz, Die My Love ha segnato il ritorno sulla Croisette di Lynne Ramsay a distanza di otto anni dal successo di A Beautiful Day (che le era valso il premio alla migliore sceneggiatura) e il proseguimento di una ricerca poetica incentrata sull’approfondimento psicologico di personaggi infelici, rassegnati, avvolti da un dolore schiacciante e apparentemente senza uscita.

“Eddington” e l’osservazione succube dell’America

Eddington è un film satirico, sfacciatamente statunitense per tema e interlocutore, enorme per budget, per divismo, e voracemente ansioso di dire tutto e di più sull’America post-2020: quella, chiaramente, del Covid-19, ma anche della cultura MAGA, del movimento Black Lives Matter, tirando in ballo il complottismo e le sue derive social, le fake news, la violenza di genere, il razzismo sistemico verso gli afroamericani, la questione delle terre indigene, l’ipocrisia della sinistra liberale.

“Sirat” feroce e fatalista

Sarebbe decisamente riduttivo confinare Sirat di Oliver Laxe a un road movie. Anche se procede geograficamente per traiettoria orizzontale, ben presto il viaggio di un padre alla ricerca della figlia scomparsa in un rave in Marocco ricalcola il suo itinerario come un’avventura mistica e fatalista sul desiderio umano di conquista e dominio, affondando in verticale negli abissi dell’ingenua tracotanza di chi pensa di poter leggere e capire l’immensità del paesaggio che lo circonda.

I confini di un festival. Un bilancio dei SeM Days 2025

SeM Days è un progetto dell’associazione Quarta Parete, collettivo cinematografico fondato nel 2018 con il supporto dell’associazione UdU Venezia dell’Università Ca’ Foscari. Nel corso del tempo, Quarta Parete è riuscita a circondarsi del sostegno di spettatori e appassionati del territorio, curando rassegne dedicate a corto e lungometraggi. Ultima delle quali, Margini, ciclo di proiezioni il cui tema portante è stata la definizione e discussione, non solo da un punto di vista filosofico-politico, ma anche psicologico, di ciò che definiamo confini.

L’inquietudine della varietà. Un bilancio del Far East Film Festival 2025

Dalle scazzottate tra i grattacieli di Hong Kong del The Prosecutor di Donnie Yen fino ai ritmi ponderati di Teki Cometh del maestro giapponese Yoshida Daihachi, la ventisettesima edizione del Far East Film Festival di Udine, ha offerto uno spaccato estremamente eterogeneo del cinema dell’estremo oriente. Come ogni anno il festival è un’oasi per i film di genere, dagli horror, agli action, fino agli yakuza movie, dai prodotti più commerciali, fino a lavori marcatamente autoriali, senza contare i numerosi restauri.

“The Protagonists” e il true crime pionieristico

The Protagonists si sviluppa come un metafilm in cui al pubblico è concesso di osservare la vita della troupe e come questi addetti ai lavori si rapportano al caso. Lo spettatore a tratti si dimentica quasi che il fatto narrato sia realmente accaduto. Ovviamente questo è anche sintomo del fatto che The Protagonists è un film d’esordio, dopo il quale Guadagnino ha saputo crearsi una carriera ricca di successi e ottimi riscontri da parte della critica.

Tutto Kurosawa – “I sette samurai” dal passato al presente

Come già in Rashomon, Kurosawa sfrutta il passato anche per parlare del presente: dell’individualismo predatorio del secondo dopoguerra, parzialmente ereditato dalla cultura dell’occupatore statunitense. L’approccio umanista rappresenta per l’autore giapponese, coerentemente con gran parte della sua filmografia, la via auspicabile per la coesione sociale, il termine della lotta di classe.  Afferma infatti il samurai Kambei, per appianare l’attrito fra guerrieri e contadini: “Chi difende tutti difende se stesso, chi pensa solo a se stesso si distrugge”.