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“Incontri ravvicinati del terzo tipo” come evento sociologico

Spielberg, cineasta del Mid-West e della middle class, non poteva però solamente accontentarsi di realizzare uno tra i più completi e riusciti affreschi di sci-fi in un contesto di ordinaria routine americana, né poteva pensare al fatto che il film potesse diventare solo un “thriller d’avventura”, come lo definì lo stesso regista. Le ambizioni miravano a utilizzare il genere per l’esplorazione di una mitologia aliena ricostruita meticolosamente.

“Orfeo” tra apollineo e dionisiaco

Orfeo, come l’Orphée di Cocteau, è pervaso da bizzarria, spettacolo e farsa, ma con la lucidità dell’artigianato d’altri tempi. Grazie all’invenzione di una fucina crea-miracoli, Villoresi si riappropria di uno spazio cinematografico perduto, quello (ri)prodotto con la “favilla antica” dell’illusione, alla quale lo spettatore crede forse anche solo per “gioco”. Era così anche in Poema a fumetti, allorché Buzzati invitava il lettore a riconoscere le diverse fonti d’ispirazione citate dallo stesso autore: da Dalì a Friedrich, da Murnau a Fellini.

“Zvanì” ovvero il Pascoli ritrovato

Racchiuso in una cornice familiare intima, il racconto trattiene a stento l’inquietudine degli anni giovanili, per poi volgersi a uno “scivolare furtivo” (quel labuntur spiegato da Pascoli agli allievi) della vita del poeta che arriva a saldare insieme il furor dell’intellettuale e lo stupor infantile che ancora lo pervade, in una fitta e ambigua nebbia esistenziale. Sono vividi i ritratti che compongono l’intimo album familiare di Giuseppe Piccioni.

“Fuoco cammina con me” speciale I – Un oscuro scrutare

In Fuoco cammina con me assistiamo a una proliferazione dei temi cari al regista di Missoula in cui il rimosso del tubo catodico torna a infestare il grande schermo, lungo traiettorie schizofreniche che ricreano le allucinazioni di un mondo non troppo lontano, terminato nel giugno del 1991. Non più un cerchio, dunque, né la profanazione di un’opera di culto ancorata alle sperimentazioni seriali degli anni Novanta, ma una rifrazione ricognitiva che cataloga tutto il visibile e tutto ciò che appare come “un sogno dentro un sogno”.

“Una battaglia dopo l’altra” speciale II – Traiettorie nel caos

Tutti i personaggi che si muovono sullo scomposto scacchiere provano ad abitare e colonizzare il proprio piccolo mondo senza avere la minima consapevolezza dell’universalità, cercano di stare a galla combattendo la propria guerra privata, al di là del bene e del male; una poetica del “circolo chiuso”, ma anche di resistenza tra le maglie di un eterno presente. Film di “nicchie” che oppongono feroci chiusure ad aperture che offrono, più che redenzioni e seconde possibilità, un continuum generazionale

“Velluto blu” e gli incubi di Lumberton

Con Velluto blu, Lynch inizia a creare una mitologia visionaria che annienta il costrutto logico della storia, esasperata da ossessive ripetizioni acustiche, crepitii e ruggiti, e sovralimentata dalle canzoni di Angelo Badalamenti che ricoprono la dimensione ossessiva e ironica del sogno  perduto. Velluto Blu astrae e decompone la materia narrativa, saltellando dal ripetitivo e stucchevole sogno americano all’incubo di provincia, uniche coordinate per un’esplorazione nei recessi dei Mysteries of love (and death) della cittadina del legno, prima che Twin Peaks ne raccolga l’eredità oscura.

“Lo squalo” e la mitologia del blockbuster

A colpire, nello Squalo, è la resistenza, a distanza di cinquant’anni, di un immaginario perturbante che ha prodotto sequel e rivisitazioni, ridefinendo il concetto stesso di paura sul grande schermo. Lo squalo comunicava all’industria cinematografica una precisa dichiarazione d’intenti: il perfezionamento della macchina propagandistica e di marketing racchiusa in un film molto lontano dai soliti e rassicuranti stereotipi, votato alla rappresentazione di un’impresa tutta al maschile concentrata sulle singole individualità.

“You’ll Never Find Me” e il teatro degli orrori

Siamo nel polveroso outback privo di coordinate spazio temporali, i cui confini si perdono oltre la macabra immaginazione che una situazione-limite riesce a sprigionare in un lento climax di tensione strisciante; si viene proiettati gradualmente all’interno di un dramma a due in cui il movimento spaziale e i dialoghi dei personaggi sono organizzati come in un gioco di fine strategia, un kammerspiel d’ascendenza gotica che richiama le pulsioni sotterranee e i labirinti oscuri di Edgar Allan Poe.

“The Childhood of a Leader” e le ossessioni del Novecento

The Childhood of a Leader è il “ritratto” allegorico del crudele secolo novecentesco, così come Vox Lux (2018) è stato definito dallo stesso regista un’istantanea del primo ventennio del XXI secolo, una favola ansiogena che è conseguenza di ciò che viene annunciato in modo impetuoso dal racconto di (de)formazione di Prescott; l’epos dello sradicamento, nella decostruzione del sogno americano in The Brutalist (2024), segna poi inevitabilmente il continuum della scossa tellurica che ha deturpato le società di tutto il mondo, partendo da quella oltre Atlantico.

“Il caso Paradine” tra legal thriller e storia d’amore

Dalla caccia all’uomo in una cornice psicanalitica di Io ti salverò (1945), realizzata come i “sogni filmati” di cui parlava Truffaut a proposito anche di Notorious e La donna che visse due volte, si arriva, nel 1947, a concepire un idillio romantico che gradualmente si rovescia in un abisso di bassezza e morbosità, in cui tutto ruota intorno al segreto di un’algida Alida Valli che usa la ritrosia e il distacco emotivo per proteggere la sua colpa, mentre l’avvocato Keane l’ama di un amore istintivo che mette in crisi la sua unione coniugale.

“2073” tra distopia e docufilm

2073 va al di là dell’analisi focaultiana, concepisce una camera (oscura) con vista (su un passato recente in cui si susseguono figure antidemocratiche come Milei, Orban, Bannon, Farage, oligarchi transnazionali e fautori di una pericolosa tecnocrazia) che annuncia un “mondo nuovo”, in cui vige il controllo delle istituzioni, la creazione strumentale del nemico e l’offuscarsi di ogni libertà democratica.

“Fino alle montagne” come favola di sopravvivenza

Fino alle montagne è un’opera che non è propriamente una boccata d’ossigeno, perché il romanticismo naturalistico rimane una cornice pittoresca che nasconde insidie e spinge l’essere umano fino al suo limite, oltre il quale rimane comunque un acceso disincanto: la crisi climatica irreparabile, la congestione umana della città ormai connaturata alla vita sociale, il capitalismo che misura anche le emozioni.

“Holly” tra realismo e magia

Tra primi piani indagatori e immagini riflesse, Holly affronta quelle zone liminali dell’anima in cui la superstizione prende il sopravvento sulla cruda realtà dei fatti e trasforma la fede in una via di fuga dai dolori individuali e dalle tragedie collettive. Appare molto interessante il discorso portato avanti sull’autoreferenzialità degli adulti in contrapposizione al bisogno d’amore e di condivisione sentimentale che cercano invece i ragazzi. 

“Eraserhead” nei suoni e nei rumori

Il primo lungometraggio di Lynch genera un alfabeto iconografico e sonoro che da parzialità mistica  diventa unità cristallizzata in un tempo senza tempo, con una nuova figura femminile che “move il sole e le altre stelle” intonando la celestiale In Heaven. La rappresentazione degli orrori surreali e dei rigurgiti industriali nella storia dell’impacciato Henry non conosce durata, perché è la mente che tiene insieme i brandelli dell’incubo domestico precipitato da un abisso siderale in un pianeta sconosciuto fatto di rocce e anfratti.

“Black Tea” lucente e sospeso

A undici anni di distanza da Timbuktu, Abderrahmane Sissako realizza una nuova indagine sul tema dell’incontro fra culture diverse; tra Africa e Cina, com’era stato lungo l’asse Africa/Europa in Bamako e Timbuktu, ma qui il regista attenua la riflessione politica e disegna una mappa che racconta lo spazio mentale del migrante: un itinerario lungo una via della Seta illuminata dalla magia quotidiana del sentimento. 

“Bird” oltre i margini dell’esistenza  

Bird è costantemente contro tempo e contro tendenza, nella sua doppia natura di oggetto sfuggente e scordato, accattivante nell’estetica ma non per questo totalmente schiacciato alle logiche del cinema americano indipendente: lo potremmo definire un tourbillon de vie al ritmo baldanzoso del brit-pop, più che un semplice esempio di arthouse di facciata. Il film corre, si muove insieme a Bailey, slitta e strepita, divaga e sfonda i limiti dell’inquadratura.

“Berlino, estate ’42” tra amore e resistenza

Plasmata sulle tante “figure del dolore” che hanno spesso rischiarato gli spaccati di realismo sociale di Ken Loach o dei fratelli Dardenne, la donna, prima che madre, incarna il valore supremo dell’eroismo propugnato dalla working class e diviene elemento essenziale del gruppo sovversivo chiamato dalla Gestapo “Orchestra rossa”, che nella Germania dell’Est diverrà l’emblema della lotta operaia contro le geometrie dell’orrore nazista.

“The Brutalist” speciale II – Epos dello sradicamento

Perché The Brutalist non fa altro che seguire la scia del brutalismo architettonico per colmare di senso ogni interstizio rimasto incorrotto, ogni pensiero vergine nell’era industriale e capitalistica di cui László è vittima. Sinfonia distorta del “mondo grande e terribile” di gramsciana memoria, The Brutalist procede in mezzo a “petrose” rime (memorabile la sequenza a Carrara) e al minimalismo del Bauhaus che dà forma concreta alle geometrie stentoree del comando.

“Here” speciale II – Tra filosofia e sperimentalismo

Robert Zemeckis dialoga con Heidegger, attualizzandolo attraverso una poetica visionaria dello spazio chiuso e del tempo ontologico, in cui la dimensione della storia individuale e di quella collettiva si stringono in un’anarchica stratificazione estetica e narrativa. Tutte queste finestre cronologiche che si aprono e si chiudono – monoliti di diversa forma che schiudono momenti di raccoglimento familiare – raccontano promesse e sogni infranti, circonfusi da una malinconia lunare

“Ieri, oggi, domani” e il realismo “de core” all’italiana

Dal carosello napoletano in cui annaspa la “sigarettara” Adelina, di gravidanza in gravidanza, all’episodio on the road lungo la Milano-Laghi, fino all’iconica storia di Mara, prostituta d’alto bordo in cerca di redenzione, il film crea una vivida rappresentazione della vita urbana del belpaese, passando dal colore acceso partenopeo al manierismo romano (a cui una mano hanno dato Giuseppe Rotunno con le sue cartoline capitoline e la straripante Sophia Loren che manda in estasi Mastroianni sulle note di Abat-Jour nella celebre scena dello striptease).