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“Enigma” a Gender Bender 2019

Enigma è composto da quadri fissi, statici che restituiscono allo spettatore la lunga e atroce sofferenza di una famiglia che per otto anni è stata costretta a vedere impunito l’omicidio della figlia e ad abbassare la testa, accettando la situazione come se fosse normale, forse perché considerato un crimine di seconda categoria. Spesso la macchina da presa di Juricic osserva pudicamente i personaggi da lontano nella loro quotidianità, altre volte si avvicina molto sovraffollando i quadri di volti femminili e altre ancora spacca letteralmente in due l’inquadratura allontanando i personaggi nelle loro divergenze, il tutto senza l’utilizzo della musica e dando spazio minimo all’uomo, che è sempre ripreso lateralmente, di schiena o non perfettamente a fuoco, portando avanti una evidente critica alla società patriarcale.

“El Principe” a Gender Bender 2019

Opera prima del 46enne scenografo Sebastian Muñoz, El Principe arriva a Gender Bender dopo aver vinto il Queer Lion 2019 alla Settimana della Critica, durante la 76esima Mostra del Cinema di Venezia e dopo essere stato presentato nella sezione Horizontes Latinos al festival di San Sebastian. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Mario Cruz, narra la vicenda di Jaime (Juan Carlos Maldonado), giovane tormentato dall’impossibilità di esplicitare le proprie pulsioni sessuali verso il migliore amico, per il quale ha una vera e propria ossessione. Durante una serata piuttosto alcolica la situazione gli sfuggirà di mano e lo ucciderà ferendolo alla gola con i cocci di una bottiglia di birra. E proprio qui comincia il film, con l’ingresso in carcere del ragazzo che sancirà definitivamente la sua formazione umana e sessuale, grazie soprattutto a un decano chiamato El Potro (letteralmente il puledro, ma in italiano tradotto lo stallone) interpretato dal solito, impeccabile, Alfredo Castro.

“La muerte de un burocrata” a Venezia Classici 2019

La muerte de un burocrata è uno dei gioielli del cinema cubano, un film in cui si ride molto, ma lo si fa in maniera intelligente e con un tocco di amarezza. La forte critica satirica alla società cubana post rivoluzionaria proviene da esperienze personali dell’autore: “Ho deciso di realizzare il film per esperienza personale. Può succedere a chiunque. Sono stato improvvisamente catturato nei labirinti della burocrazia da alcuni problemi molto semplici ed elementari che volevo risolvere. Ho perso molto tempo e ho deciso di rendere giustizia con le mie mani…”. Così come l’ironia verso l’arte al servizio della rivoluzione può essere letta come critica a quei compagni dell’Instituto Cubano del Arte y la Industria Cinematográfica con i quali il regista era in aperta polemica perché, secondo lui, colpevoli di aver perso di vista un certo tipo di valori cinematografici per dedicarsi a un cinema schematico e fondamentalmente propagandistico.

“Fulci for Fake” a Venezia 2019

Simone Scafidi racconta un altro uomo e la sua vita e questa volta l’omaggio è verso colui che con il suo cinema lo ha spinto a divenire regista: Lucio Fulci. Il titolo wellesiano dichiara tutta la particolarità di questo documentario che parte con un taglio di finzione in quanto Nicola Nocella interpreta un attore che si sta preparando ad interpretare Fulci in un biopic diretto da un regista immaginario di nome Saigon. Questo è il pretesto per poi spostarsi sul reale interesse del film: indagare la personalità del compianto autore romano attraverso immagini perlopiù inedite, interviste e (poche) sequenze dal suo cinema.

“Estasi di un delitto” a Venezia Classici 2019

Buñuel mette assieme quello che è considerato uno dei momenti più felici della sua filmografia messicana nel tentativo di apportare una forte critica nei confronti della borghesia del periodo, ma in generale delle istituzioni e del cattolicesimo, culto colpevole di instillare quell’ipocrita senso di colpa che porterà il protagonista a considerarsi unico responsabile dei decessi delle donne. Ma oltre al senso di colpa in Arcibaldo si annida la frustrazione di non essere in grado realmente di uccidere (sarà in grado solamente di bruciare il manichino fatto a immagine e somiglianza di Lavinia, una delle potenziali vittime) e il gesto di consegnarsi può anche essere letto come una rivendicazione di abilità, sessuale e poi criminale, almeno agli occhi della società.

Ancora su “Crisis” e la catastrofe europea

La cosa che più sorprende in questo primo reportage documentaristico sull’incombente catastrofe europea realizzato da Herbert Kline e Alexander Hackenschmied (fu seguito nel 1940 da Lights Out in Europe, incentrato sull’invasione della Polonia, restaurato dal MoMA e proiettato al Cinema Ritrovato nel 2018) è la lucidità e la chiarezza con le quali percepisce il pericolo imminente e gli inverosimili tentativi di Hitler di nascondere quella volontà di autoritario dominio che aveva già palesato con l’Anschluss l’anno precedente e che porterà al secondo conflitto mondiale qualche mese dopo con l’invasione della Polonia.  In fondo stava già tutto scritto nel Mein Kampf, sembrano voler dire gli autori, che producono un’opera di rara precisione e qualità non solo storica, ma anche estetica.

Mamma Italia. “La passione di Anna Magnani”

Presentato in anteprima mondiale nella sezione Cannes Classics lo scorso maggio, vedremo al Cinema Ritrovato 2019 questo commovente omaggio ad Anna Magnani, attrice romana che potrebbe essere anche un po’ il simbolo della città, una Roma vista come Lupa e vestale, aristocratica e stracciona, tetra, buffonesca, … e potremmo continuare fino a domani mattina.  “La verità che si cerca la Magnani la offre, perché è il suo modo di essere, il suo modo di esistere. Per me quella è la cosa più importante che lei porta sul teatro, è una nuova dimensione, una dimensione reale che non è realistica però, perché Anna Magnani lavora con un mestiere molto preciso e molto competente. Non è mai sciatto o casuale quello che fa, è sempre sostenuto da un forte istinto professionale. Lei riesce ad ottenere quel miracolo raro di professionalizzare la verità” (Franco Zeffirelli).

“Selfie”: Napoli e le periferie del mondo

Il fatto che le immagini siano prodotte dagli stessi protagonisti in maniera relativamente spontanea è forse ciò che permette al film di catturare al meglio la positività e la bellezza che esiste all’interno del quartiere e al contempo le contraddizioni di un mondo dove l’istituzione è assente o negligente e nemmeno i genitori hanno gli strumenti per aiutare i propri figli. Un mondo circondato da mura ideali, che paiono invalicabili, al di là delle quali, con la forza di volontà e un po’ di immaginazione si può riuscire a vedere oltre. 

“La città nuda” a Venezia Classici 2018

Come altri autori e film del periodo (1948) a La città nuda e al suo regista non fu riservato un trattamento troppo dolce. Jules Dassin fu uno di quei registi la cui carriera venne pesantemente condizionata dal maccartismo e dalla conseguente caccia alle streghe, mentre il film non andava troppo a genio al produttore, Mark Hellinger, che decise di metterci mano e rimontarlo. Probabilmente si deve a questo intervento esterno la voce narrante, che da più parti critiche è stata considerata il punto debole di un film che sarebbe potuto essere un grande capolavoro. Alla visione odierna sembra invece che la scelta di utilizzare un commento esterno e onnisciente riesca a conferire ulteriore particolarità alla pellicola, in quanto a volte pare fungere da coscienza dei personaggi, consigliando la strada migliore da percorrere. Questa voce spesso sarà ignorata dai personaggi, regalando un lato ironico alla narrazione.

“Arrivederci Saigon” di Wilma Labate a Venezia 2018

Arrivederci Saigon è un film di una donna che racconta le vicende di altre donne. Nello specifico la storia di un complesso musicale, Le Stars, composto da giovani ragazze che dalla provincia toscana si sono trovate ad allietare le giornate dei soldati americani nel sud del Vietnam, nel 1968. Tutto è successo in maniera involontaria, quasi a loro insaputa. Il promotore che le seguiva firmò un contratto che assicurava una tournée in un Paese del sud est asiatico non precisato. Questo paese si rivelò essere il Vietnam e le giovani donne dovettero rimanere “in guerra” per tre mesi. Il documentario presenta una struttura molto classica, composta da immagini di repertorio e interviste alle dirette protagoniste che all’epoca dei fatti erano poco più che adolescenti.

“A qualcuno piace caldo” a Venezia Classici 2018

Le storie, gli aneddoti e i rumors che hanno gravitato attorno a questa opera sono molteplici, dal presunto amore/odio tra Marilyn e Curtis, all’ammirazione della diva verso Jack Lemmon con la dichiarazione “Isn’t Jack Lemmon the funniest man in the world?alle difficoltà recitative della stessa Monroe, ma ovviamente sono la vitalità e la sottile intelligenza a rendere A qualcuno piace caldo i giusti riconoscimenti. E gli ingredienti sono, come sempre quando si parla di capolavori, la combinazione straordinaria di personalità geniali. Scrittura, regia e recitazione rasentano la perfezione, il grandissimo estro degli interpreti maschili conferisce un ritmo quasi unico alla narrazione, ma la presenza di Marilyn sembra essere il reale valore aggiunto. Nonostante le difficoltà a ricordare le battute e l’esasperazione durante le riprese, Wilder stesso affermò che superata la difficoltà la resa sullo schermo era straordinaria, e lo è ancor’ oggi.

“Camorra” di Francesco Patierno a Venezia 2018

Le preziosissime immagini provenienti dalle Teche Rai riguardano l’arco temporale che va dagli anni ’60 agli anni ’90, trentennio  in cui la criminalità partenopea, grazie anche alla permanenza di boss siciliani nelle carceri campane, impara la lezione di Cosa Nostra e comincia a divenire solida e unitaria, fino alla consacrazione definitiva che avverrà con l’avvento di Raffaele Cutolo, o’ Professore, e la sua NCO, la Nuova Camorra Organizzata, associazione che dava una bandiera sotto la quale ripararsi a tanti criminali altrimenti allo sbaraglio.  Le interviste a questo capo carismatico, spietato, ma ben istruito, dalle risposte pungenti, e provocatorie, figura rara nel mondo criminale, ricoprono un ruolo centrale nell’economia filmica.

“La hora de los hornos” di Solanas e Getino al Cinema Ritrovato 2018

La sezione Cinemalibero del Cinema Ritrovato 2018 chiude, come aveva aperto, con un film argentino: La hora de los hornos.  Si tratta di un documentario diviso in tre parti diretto da Fernando E. Solanas e Octavio Genino (tra i fondatori del movimento Cine Liberaciòn), ma a Bologna si è vista solo la prima parte: Neocolonialismo y violencia. Le altre due parti sono Acto para la liberación ‒ a sua volta suddiviso in due grandi sezioni Crónica del peronismo (1945-1955) e Crónica de la resistencia (1955-1966) ‒ e infine Violencia y liberación. Il film è stato girato clandestinamente tra il 1966 e il 1968, periodo nel quale l’Argentina era sotto la dittatura di Juan Carlos Onganía, ed è dedicato alla memoria di Ernesto Guevara.

“Il padrino” di Francis Ford Coppola

Tra la fine degli anni Sessanta e il primo lustro dei Settanta comincia a prendere forma quella che diverrà la saga mafiosa italoamericana per eccellenza, che ogni persona al mondo ha almeno sentito nominare: la trilogia de Il Padrino, di Francis Ford Coppola. Precedentemente, nel cinema di genere statunitense, si era parlato perlopiù di personalità di spicco o astri nascenti nell’ambiente malavitoso, mentre Coppola fu uno dei primi a regalare al pubblico un affresco generale e verosimile di quella che è definita l’onorata società italoamericana newyorkese e non, disegnando il personaggio di Vito Corleone con lo stampo di Carlo Gambino, uno dei più scaltri e famosi padrini delle cosiddette cinque famiglie che controllavano la malavita nella grande mela. Era il 1972, e il primo capitolo dell’opera di Coppola inaugurava il gangster movie del cinema moderno, preparandosi a ricoprire un posto d’onore della cultura di massa e nella memoria collettiva delle generazioni future.

“Il cacciatore” di Michael Cimino al Cinema Ritrovato 2018

Michael Cimino, come in altre occasioni durante la sua carriera, non ebbe vita facile durante la lavorazione de Il Cacciatore. Le difficoltà produttive furono varie, la ricerca delle location in Thailandia fu molto complessa, le condizioni climatiche a volte sfavorevoli rallentavano la lavorazione e ci fu un colpo di Stato durante le riprese, anche se questo non portò seri problemi in quanto il comitato rivoluzionario garantì la sicurezza della troupe. In aggiunta vi furono lotte tra la produzione, che tagliava senza curarsi troppo del parere del regista e Cimino che “come Penelope” di notte reintegrava le parti mancanti.

“Carita de cielo” al Cinema Ritrovato 2018

Carita de cielo è un piccolo gioiellino del cinema messicano, diretto nel 1947 da Jose Diaz Morales, affronta le vicende di Lupe (Maria Elena Marqués), bella e giovane donna, figlia di un abbiente medico che si infiltra nel mondo del crimine per sventare un possibile attentato  del quale potrebbe essere vittima il padre. Viene però sorpresa a rubare, portata in centrale di polizia e messa al servizio di uno scienziato che pensa che i delinquenti siano riconoscibili dal patrimonio genetico (Antonio Badú). L’intera vicenda si muove intorno alle pulsioni e all’attrazione reciproca tra i due, ma c’è un problema: lo scienziato inizialmente la disprezza a causa della sua (presunta) differenza di estrazione sociale e delle sue ottuse convinzioni. Man mano che la narrazione va avanti le pulsioni non possono più essere tenute a bada e, dopo una sbornia chiarificatrice si rende conto di amare alla follia una donna che credeva essere ladra.

Leone, Morricone e il tema del West

Il contributo di Ennio Morricone è sempre stato un fattore di primaria importanza nel cinema di Leone: le sue musiche venivano scritte prima dell’inizio della lavorazione così da permettere al regista romano di utilizzarle durante i ciack, aiutando gli attori a entrare nel personaggio e nell’atmosfera della narrazione. Leone definiva il compositore, “il migliore sceneggiatore dei suoi film”, proprio perché capace di costruire temi differenti per ogni personaggio, stratificati e declinabili secondo le varie esigenze filmiche e che in qualche modo racchiudono in sé caratteristiche riconducibili ai personaggi e a tutto quello che questi vogliono simboleggiare.

“Rosita” di Ernst Lubitsch al Cinema Ritrovato 2018

Il primo film americano di Lubitsch nacque dall’incontro con la grande diva del cinema muto Mary Pickford, che volle fortemente lavorare con l’autore viennese. Lubitsch veniva da diversi film in costume, così la Pickford gli fece una proposta iniziale che il regista rifiutò fermamente. La controproposta fu quella di interpretare Margherita in una versione del Faust, ma il parere negativo della madre, che non accettò di vedere la figlia impersonare un ruolo del genere, dirottò tutti verso Rosita, adattato dalla commedia Don César de Bazan di Adolphe D’Ennery Philippe François Pinel.

“Prisioneros de la tierra” di Mario Soffici al Cinema Ritrovato

La sezione Cinemalibero apre il sipario con Prisioneros de la tierra, film del 1939, “anno straordinario per il cinema”, diretto da Mario Soffici, autore nato a Firenze nel 1900 e trasferitosi in Argentina 20 anni dopo. La copia vista proviene da The Film Foundation’s World Cinema Project, che ne ha curato il restauro assieme alla Cineteca di Bologna in collaborazione con Museo del Cine Pablo Ducrós Hicken presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata, con il sostegno di George Lucas Family Foundation. Il film è considerato una delle pietre miliari della storia del cinema argentino (e sudamericano in generale) ed è tratto da un racconto di Horacio Quiroga, tra i più grandi autori latinoamericani di racconti, morto suicida nel 1937. Tra gli sceneggiatori figura Dario Quiroga, figlio dello stesso Horacio.

“La trovatella” di John Ford al Cinema Ritrovato 2018

Leggero, divertente, ma allo stesso tempo capace di dare spessore alla vicenda, La trovatella dipinge la superficialità di un’alta società infantile e capricciosa, che non può far altro che apprendere la realtà da una ragazzina, la quale ne è venuta a conoscenza molto presto. Per contro Ford sceglie di non condannare totalmente la famiglia tramite la figura del fratello Steve, pecora nera e rinnegato, spesso ubriaco, tormentato dalle insidie della vita e più interessato a un’esistenza semplice, serena e frugale, che agli sfarzi di ville e yatch. Prima di chiudersi nella vasta tenuta di MacMillan, il film presenta toni cupi e tagli fotografici da cinema espressionista tedesco, per poi assumere gli stilemi della commedia frizzante grazie all’estro della protagonista Sally O’Neil e all’estrema caricatura di personaggi stereotipati.