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“The Great Buster” e il grande Bogdanovich

Data questa premessa, che cosa possiamo trovare nell’osservare il film di Peter Bogdanovich, regista che ha sempre manifestato interesse per la storia del cinema e degli autori (si veda il film Diretto da John Ford e il testo Il cinema secondo Orson Welles) sulla storia di Buster Keaton? Emerge la volontà di Bogdanovich di realizzare un racconto onnicomprensivo, in cui possa trovare spazio tutto: documenti, interviste, materiali d’archivio, biografia, aneddotica, un accenno alle dinamiche dello studio system a cavallo dell’introduzione del sonoro, analisi del film e critica.

“L’immensità” troppo vulnerabile dell’autobiografia

Per quanto poetiche, le immagini di grembiuli lanciati fuori dalle finestre, di pezzi di bambola fluttuanti in una piscinetta gonfiabile o ancora le scenette che riprendono gli spettacoli di varietà degli anni ‘70 non sono affatto originali ne riescono a produrre quel coinvolgimento emotivo per cui sono state ideate. Il risultato è un film di buoni sentimenti, che si gode ma poi si dimentica, forse anche all’ombra di opere autobiografiche italiane più celebri che ancora persistono nell’immaginario e nella discussione cinematografica (come È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino).

“The Kiev Trial” e l’ambivalenza dell’immagine storica

Il film è un collage che riassume i punti salienti di questo processo, nel quale il regista ha scelto cosa mostrare e cosa elidere per permettere a noi spettatori di entrare nella cupa atmosfera del tribunale e sentire le voci di chi ha compiuto e chi ha subito queste ingiustizie. The Kiev Trial è costruito in crescendo, per cui inizialmente si sofferma sui volti, sui nomi, sul lungo lavoro dei traduttori in simultanea che hanno permesso di condurre il processo in russo e tedesco, e poi progressivamente si cede il passo alle testimonianze, che diventano sempre più personali e agghiaccianti, passando da conte sommarie a racconti in prima persona di vittime scampate alle stragi di massa.

“The Humans” dentro il labirinto delle relazioni famigliari

È molto chiaro l’intento programmatico con cui il regista Stephen Karam, già autore e regista dell’omonimo spettacolo teatrale, compone la versione cinematografica di The Humans (distribuito da MUBI). Accanto infatti all’insistito uso dello slit staging, Karam appone numerosi dettagli: alterna primissimi piani a dettagli di oggetti e della casa, chiazze, macchie, rigonfiamenti, con una grande attenzione per le texture e per i contrasti di luce che questi creano. Si vuole convogliare lo sguardo attento dello spettatore a percepire la sensazione tattile data da questi elementi, la loro dimensione multisensoriale.

“Finale a sorpresa” tra il vero e il falso del cinema

I temi dell’inganno, della finzione e dell’identità erano già presenti nei precedenti lavori di Duprat, Il cittadino illustre (2016) e Mi obra maestra (2018) ma qui convergono in una critica divertente e completa al mondo del cinema in tutte le sue forme, dalle sue derive autoriali ed elitarie a quelle che abbracciano i social e la cultura di massa, rappresentandolo come un mondo ridicolo, chiuso tra le quattro mura dello studio di prova dove i personaggi principalmente litigano nella convinzione di star facendo la cosa migliore per se stessi e per il glorioso film.

“C’mon C’mon” tra intelligenza emotiva e ricerca di risposte

C’mon c’mon può essere sinteticamente definito come un film sull’intelligenza emotiva, quella capacità celebrale di elaborare ed esternare le emozioni che è stata lungamente sottovalutata dai genitori nelle generazioni precedenti e che comincia ad essere considerata un pilastro dell’educazione adesso, con l’emersione di sempre maggiori studi sulla psicologia del bambino e anche con uno spostamento di attenzione, che è propria della generazione millennial, dall’obiettivo della realizzazione lavorativa a quello del benessere fisico e psicologico.

“Petrov’s Flu” nella chiarezza del delirio

Il regista dissidente Kirill Serebrennikov ha presentato il suo nuovo film Petrov’s Flu al Festival di Cannes del 2021, senza però poter prendere parte alla kermesse. Su di lui infatti pesa ancora un divieto di lasciare il suolo russo, ed è solo l’ultima delle vessazioni che il regista cinquantenne sta subendo da parte del proprio governo. Sebbene infatti si tratti di uno dei registi cinematografici e teatrali di punta del paese, Serebrennikov negli anni passati è già stato accusato di frode ed incarcerato, subendo un accanimento nei suoi confronti difficile da comprendere se non con le lenti della censura di stato del governo di Putin.

Da Maidan alle bombe. Il cinema che ha raccontato il conflitto in Ucraina

Viaggio attraverso i film dedicati alla realtà ucraina prima dello scoppio della guerra. Questo conflitto non è sorto dalla sera alla mattina, e questa guerra a bassa intensità è stata già vissuta e osservata da tantissime persone nel mondo, tra cui anche una schiera di cineasti che hanno deciso di raccontarne le sfumature e gli effetti. Film visti ai festival – in particolare alla Mostra del Cinema di Venezia – e titoli che non pensavamo sarebbero diventati così attuali. Il cinema fa il suo dovere, diventando strumento di espressione per chi queste storie le vive sulla propria pelle, e il minimo che possiamo fare è non sottrarci alla consapevolezza che queste opere ci portano.

“Piccolo corpo” I – Gesto silenzioso e profondo

Il film è sintetico e silenzioso, aderente ai toni brulli della terra anche nella sua messa in scena, povera di colori e parca di movimenti, ma ricchissima di immagini simboliche. I gesti quotidiani del remare, camminare, bere dalle fonti e sporcarsi il viso di terra per non essere visti dalla montagna nelle cui viscere si vuole passare, sono tutti fondamentali nel procedere della protagonista, nella sua autoconsapevolezza e nella sua espiazione del dolore. Piccolo corpo è un’opera di rara profondità, che passa proprio grazie alla trattazione semplice e priva di orpelli, che ci conduce passo passo accanto al percorso di Agata, il cui desiderio è non solo la liberazione del male dal corpo della piccola, ma il sogno di poterla un domani riabbracciare.

“Tange Sazen and the Pot Worth a Million Ryo” e la scoperta dei capolavori dimenticati

Tange Sazen and the Pot Worth a Million Ryo di Yamanaka Sadao fu realizzato nel 1935 a Kyoto. Del regista, morto ad appena 29 anni, ci sono rimasti solo tre film dei 26 da lui realizzati, tutti afferenti al genere jidai-geki (film in costume, da noi più conosciuti come film di samurai), in cui però possiamo notare l’interesse per la rappresentazione della quotidianità delle persone nel periodo Edo. Sorprende infatti osservare le abitudini di vestizione e pulizia, di intrattenimento nei locali della città, di usi e costumi dell’antichità messi in scena dai guerrieri, rigattieri, donne di casa e imprenditrici presenti tra i protagonisti di Tange Sazen and the Pot Worth a Million Ryo.

“Cry Macho” e Clint Eastwood. Un’eredità cinefila

L’eroe spietato ha ceduto il passo a un anziano dallo sguardo dolce, la cui capacità di conquistare con gli occhi è rimasta intatta. Clint Eastwood continua a conquistare con la sua presenza scenica invidiabile, che non sembra essere consumata dalle decine di ruoli differenti che ha interpretato. Eppure, Cry Macho è un film che esplicitamente tematizza questo cambiamento, il passaggio dal vigore della gioventù alla riflessività della vecchiaia, lesinando sulle scene di azione e sulla consequenzialità della storia per lasciare spazio alla bellezza dei momenti di riposo, di calma, di condivisione della gioia con le altre persone.

“Re granchio” apre nuove direzioni per il cinema italiano

Parlando di questo film si è fatto riferimento al realismo magico così come alla ricostruzione antropologica, ma forse dovremmo spingerci ancora oltre perché questi film usano un contesto storico, più o meno aderente al vero, nel tentativo di immergerci in una riflessione filosofica, in una astrazione che ci riporti all’essenza dell’umano attraverso personaggi in cui possiamo riconoscerci, di cui possiamo ridere e soffrire prendendone le vicende come moderni racconti epici. In questa prospettiva anche Jauja di Lisandro Alonso (2014), Aferim! di Radu Jude (2015), A Lullaby to the Sorrowful Mistery di Lav Diaz, (2016), Monte di Amir Naderi (2016), Zama di Lucrecia Martel (2017), rispondono alle sensibilità dei singoli registi e non rientrano semplicemente nelle categorie del film storico.

“Trafficante di virus” e il film d’inchiesta mainstream

Il film prende le parti della dottoressa Capua, ma senza appiattirla sull’idea della martire immolata per la patria, anzi. Con coerenza e destrezza, Costanza Quatriglio ritaglia i giusti spazi del racconto per descriverci i suoi difetti, l’intemperanza, il desiderio di potere, la caparbietà nelle azioni e nel linguaggio che rendono umana una figura schiacciata nelle le pagine dei quotidiani tra successi della ricerca e violente accuse. Ed emerge il percorso di questa donna, come negli anni impara ad accettare il proprio atteggiamento, ad ascoltarsi, a trasferire gli insegnamenti che apprende nel lavoro nel campo della sua vita privata, e viceversa.

La parte inconscia dello spettatore e del cinema. Il “Mulholland Drive” del linguaggio

Probabilmente parte del fascino magnetico di questo film risiede proprio nella sua capacità di entrare in contatto con la parte più inconscia del nostro essere spettatore, spiazzandoci e al tempo stesso facendoci sentire intimamente compresi, anche grazie all’indulgenza, in numerosi momenti del film, alla suspense e alla tensione erotica, elementi che compiacciono e attivano lo sguardo dello spettatore. Un gioco tra attrazione e spavento gestito con mirabile equilibrio, resa immortale e rilevante per la storia del cinema anche in virtù dell’intima riflessione che compie sul media e sull’industria del cinema.

“Prisoners of the Ghostland” di Sion Sono tra trash e analisi onirica

Sion Sono, soprattutto nei film recenti, ha spinto sulla recitazione sopra le righe con film sempre più eccessivi che quasi sempre sfiorano maliziosamente il ridicolo, senza mai perdere di vista la propria chiara denuncia sociale. Non sorprende quindi la scelta di Nicolas Cage come protagonista, attore che, al di là delle proprie effettive capacità, negli ultimi anni è riuscito a lavorare molto proprio grazie alla sua sovra-recitazione, i suoi estremismi, gli occhi da pazzo che già l’avevano reso famoso agli inizi e sembrano essere ancora, nonostante gli anni che passano, la sua arma vincente in film come questo.

Dichiarazione d’amore al cinema. “Effetto notte” rivisto oggi

Effetto notte è un’opera di estrema vitalità, e probabilmente Truffaut realizzerebbe questo film anche oggi, in un cinema pervaso dalle tecnologie digitali e immerso in un mercato globalizzato. Questo perché il film è una dichiarazione d’amore per la settima arte oltre ogni ostacolo e narra di una passione che non si arresta mai, neanche mentre si dorme. Sarebbe una magia vedere lo stesso trasporto e sincerità con cui il regista ci ha immerso nel cinema del suo tempo in un film che parli dell’industria di oggi.

“Ariaferma” e l’estetica del labirinto

Dopo L’intrusa (2017) arriviamo al 2021 con Ariaferma, un film a più alto budget che vede come interpreti principali Toni Servillo e Silvio Orlando, nei ruoli rispettivamente dell’ispettore capo di un carcere in fase di smantellamento e del più influente dei malavitosi in esso rinchiusi. Il carcere dove il film si svolge si trova immerso tra le asperità sarde ed è stato svuotato della gran parte dei suoi detenuti e dei suoi operatori in vista della chiusura. Al suo interno sono rimasti dodici detenuti, opportunamente spostati nella zona di prima accoglienza dei nuovi arresti, e una manciata di guardie frustrate all’idea di non poter rientrare a casa come speravano. Non si sa per quanti giorni dovrà durare questa convivenza forzata, privata di ogni attività a parte l’ora d’aria, con le visite sospese e la cucina ferma.

“Reflection” e la guerra stanca

Torna a Venezia il regista ucraino Valentyn Vasyanovych, che nel 2019 aveva vinto il premio come Miglior Film nella sezione Orizzonti con il suo Atlantis. In Reflection continua l’osservazione del trauma provocato dal conflitto russo-ucraino ancora in corso, mantenendo le proprie cifre di stile che avevano già reso indimenticabile il film precedente. Lunghe sequenze a camera fissa e poche, magnetiche riprese a seguire nei momenti di maggiore tensione del film. Il tutto per raccontare una guerra stanca, dove ristretti gruppi armati si affrontano e le giornate sono frammentate tra sessioni di tortura, interrogatori e scambi di prigionieri, che si svolgono con un distacco disarmante e faticoso.

“Il gioco del destino e della fantasia” e le relazioni turbate

Il film ci porta a vivere tre episodi, slegati tra loro, avvicinandoci drasticamente ai personaggi osservandoli in interminabili piani animati unicamente dal dialogo, da cui emergono le relazioni reali o mancate e le tensioni che queste hanno creato nella loro vita. Alla apparente semplicità della messa in scena si contrappone la ricchezza delle trame di queste storie, dove ribaltamenti e colpi di scena si avvicendano in punta di piedi, senza mai rompere il superficiale contegno che contraddistingue la cultura giapponese. I diversi episodi sono intervallati da una musica da camera che sembra accompagnare la chiusura di un sipario, ma che anche pone un ulteriore gradino di familiarità con le vicende narrate.

“We Were Young” al Cinema Ritrovato 2021

Luci e ombre governano in questo film del 1961 che racconta le iniziative partigiane in Bulgaria. In questo contesto di cui siamo meno abituati a sentir parlare, numerosi giovani si sono opposti all’imperversare dell’imposizione fascista compiendo piccoli gesti di ribellione come quelli raccontati in questo film. We Were Young è stato scritto dal marito della regista, ed attinge dall’esperienza diretta dei due, entrambi partigiani in gioventù. Spesso quando si parla di Seconda guerra mondiale i racconti sono polarizzati tra amici e nemici, partigiani e nazisti, mentre qui entra in gioco il sistema di relazioni tra combattenti, in cui i giovani sentono di dover sacrificare i propri affetti per un’ideale più alto, in un’opera seconda che mostra straordinaria inventiva e cura estetica.