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“Le buone stelle” della gratitudine e della cura

Meno riuscito di Un affare di famiglia, Le buone stelle si porta comunque a casa molto. L’estremo incanto della sequenza sulla ruota panoramica, capace di fermare il tempo; quello della scena su musica di Magnolia, che il tempo lo fa scandire da un tergicristalli, e il concetto tipicamente orientale di gratitudine per l’essere venuti al mondo, espressa non verso qualche divinità, ma da un personaggio all’altro e ritorno.

“Love Life” a fuoco lento nel quadro domestico

Love Life cerca e trova un tono intimo e convincente, una temperatura calda alimentata a fuoco lento da quadri domestici d’appartamento, da condominii-alveare che li ospitano, fitti e regolari, e dal dialogo fra spazi di abitazioni e esterni – strade e giardini – che si dipana nell’arco dell’intero film. Protagonista è ciò che è dentro e che vi resta, quel che esce fuori e che ritorna a casa, in casa: lentamente si scova in quei passi, scale e terrazzi i veicoli dell’interiorità stessa dei personaggi, e di quanto di questa la proverbiale compostezza giapponese consenta loro di esprimere o trattenere.

L’inganno dell’uomo che amava le donne. “Tromperie” e il kammerspiel della conversazione

Tromperie – Inganno è un incastro di appassionate conversazioni in interni fra Philip, scrittore ebreo di New York e cinque donne reali e immaginarie, amate, sposate, scrutate e ascoltate su differenti piani di finzione sovrapposti. La moglie, l’amante, la studentessa, la ex e l’amica: con ognuna argomenti diversi, dalla passione al matrimonio alla maternità, dal mestiere di scrittore alla politica, dal lavoro alla salute, fisica e mentale. Tutto o quasi in una stanza, sia essa quella di casa o dello studio dell’autore, di un caffè o di un ospedale, un attimo prima di tornare fuori, a vivere davvero.

“Parigi, 13 Arr.” dove abita l’amore liquido

Di poco più grandi dell’Alana di Licorice Pizza, questi figli putativi di Audiard sono molto più irrisolti e spaesati non solo di lei, ma persino di Gary, che ad appena quindici anni ha già trovato la sua strada e la sua donna. E se Gary e Alana negli anni ’70 corrono, si abbracciano e si tengono per mano, i tre di Parigi, 13 Arr. consumano subito, spesso e male, con chi capita, non attrezzati per filtrare le esperienze e ostacolati nel provarci da app di incontro e “revenge porn”. Dalle derive di una modernità impermanente e incerta si fa strada ciò che per Gary e Alana è invece materia prima: il dialogo.

“Licorice Pizza” speciale I – La corsa incontro al tempo

C’era una volta a… Hollywood Licorice Pizza, catena di negozi di dischi della California del sud. E c’è oggi Paul Thomas Anderson, che festeggia il suo cinquantesimo compleanno dirigendo Licorice Pizza per tornare a tempi, luoghi e atmosfere della sua adolescenza, lui nato proprio intorno ad Hollywood, rivedere le insegne di quei negozi di vinili e fare del più sentimentale dei suoi film una celebrazione degli anni ‘70 di quella California, in risposta all’elegia tarantiniana del 2019 come Bastardi senza gloria rispose a Il petroliere negli anni 2000.

“Il ritratto del duca” e il potere della leggerezza

Più che di The Queen, Il ritratto del duca di Roger Michell ha il tono di Lady Henderson presenta, sempre di Frears, sotto i cieli di Le ceneri di Angela di Alan Parker, di cui si propone quale controcanto lieve e solare. E trova un’occasione per inscriversi nella migliore tradizione del cinema britannico, tracciata, va detto, più dai due più celebri colleghi che non da lui. Peccato, quindi, per il regista del non indimenticabile Notting Hill, morto poco dopo la fine delle riprese di The Duke, non essersi potuto godere il favore tributato al suo piccolo brillante film, forse il migliore della sua carriera.

“L’origine del mondo” è quella di ogni male

L’esordio di Lafitte alla regia non ha le ambizioni narrative e stilistiche dei film corali del suo collega Guillame Canet che lo hanno co-protagonista, Les Petits Mouchoirs (2010) e Nous finirons ensemble (2019), ma L’origine del mondo, previsto prima per la selezione ufficiale del Festival di Cannes 2020, uscito poi a singhiozzo solo alcuni mesi dopo in Francia e in Belgio fra chiusure ed aperture pandemiche e disponibile oggi su piattaforma, ha il pregio di presentarsi suo malgrado come il perfetto passatempo da confino Covid.

“Il capo perfetto” per il capitale imperfetto  

Beffardo e divertente senz’altro, indignado il giusto, Il capo perfetto è consapevole del diverso marcio della vecchia e della nuova generazione di lavoratori e del valore del tutto smarrito di “competenza acquisita”. Però anche stranamente rassegnato alla logica del capitale che chiaramente respinge: se è evidente il disinteresse a confezionare un film alla Ken Loach, e va benissimo, resta oscuro il discorso che davvero gli sta a cuore. Quanto sia difficile giudicare chi comanda? Forse. Dirci che i manager sono capaci letteralmente di qualsiasi cosa? Lo sapevamo già, purtroppo.

Il tenero affare di famiglia di Uberto Pasolini. “Nowhere Special” e la semplicità dell’amore

Poco sensato descrivere a parole il calore domestico e l’amore genitoriale e filiale che Pasolini è così bravo a far uscire dallo schermo: Nowhere Special è il genere di film ai cui silenzi, sguardi, momenti di intimità e introspezione ci si abbandona facilmente, per ritrovarsi senza difese nelle pieghe dei pensieri e dei gesti di John, interpretato da un dolente James Norton. Lo stile semplice e il tocco delicato di Pasolini non solo permeano la storia scena dopo scena, ma prendono per mano lo spettatore esattamente come fa John con Michael nelle passeggiate volte a prepararlo all’addio e a spiegargli l’inspiegabile, come se davvero né l’uno né l’altro fossero qualcosa di speciale.

“Il potere del cane” e i sentieri selvaggi della mascolinità

Jane Campion accantona con Il potere del cane il tema principe del suo cinema, l’erotismo in prospettiva femminile, per farsi guidare dal romanzo omonimo da cui il film è tratto nel Montana degli anni ’20, al ranch dei fratelli Burbank. Qui, l’equilibrio fra Phil e George viene rotto dall’ingresso in famiglia prima della moglie di George, Rose, poi di Peter, il figlio adolescente che Rose ha avuto dalla sua precedente unione. Un trapezio irregolare congiunge in modi imprevisti nella stessa casa quattro persone spinte l’una dall’altra ai loro angoli, illuminati dalla fotografia di Ari Wegner per lo più da luci di candela e dal segreto a loro innato.  

“No Sudden Move” e il denaro che non si muove mai

In No Sudden Move, uscito direttamente su piattaforma, Soderbergh si sposta, su sceneggiatura di Ed Solomon, nella Detroit del 1955, e accoglie nella sua abituale analisi delle origini del male economico altri temi forti: integrazione razziale, ruolo della donna, confronto fra epoche. Se per il presente dei recenti Panama Papers e Lasciali parlare aveva insistito su fotografia piatta e ritmi stranianti, il suo sguardo al gangster movie di No Sudden Move va all’opposto di quelle scelte di stile, benché sia sempre lui, come nei precedenti, a curarne la fotografia dietro lo pseudonimo di Peter Andrews (nome di suo padre) e il montaggio dietro quello di Mary Ann Bernard (nome di sua madre). 

“La scuola cattolica” alle origini della violenza

Fu un delitto politico nello sfondo dell’Italia degli anni ’70 alimentato da rigurgiti neo-fascisti e lotta di classe? Una violenza di genere in un clima contraddittorio sia di repressione bigotta sia di libertà sessuale nascente? Strafottenza di ragazzi ricchi e viziati, già pericolosamente vicini a reati e carcere? Opera di rampolli di famiglie di padri assenti o di problematica virilità e madri evanescenti o carnalmente umilianti? Il problema sta nel percorso a orologeria, soffocante e orrorifico, che fallisce nel non rendere i carnefici sufficientemente spaventosi e bestiali, mantenendo le loro psicologie nell’ombra.

“La ragazza di Stillwater” fra azione e dramma maschile

Esce in sordina La ragazza di Stillwater dopo il suo passaggio al Festival di Cannes 2021. Il film vive di più anime e risente dell’indecisione del McCarthy sceneggiatore nell’eleggerne una su tutte. Sembrano rilanci del racconto i successivi snodi che fanno cinema di banlieu, romanzo sentimentale, dramma filiale, giallo da sbrogliare, confronto culturale e molto altro ancora, ma alla lunga appaiono come tracce che appesantiscono, in trama e durata, un film messo in scena con sapienza e ritmo, dall’ottima direzione degli attori. 

Leggere, scrivere e fare film. “Lasciali parlare” e la cambusa dell’autore

È una teoria dell’enunciazione filmica e letteraria Lasciali parlare, che percorre ripetitiva e ciarliera i corridoi del non-luogo della nave, le sue sale tipiche -da gioco, da ballo, da cena- e i suoi pontili come fossero ingranaggi di un percorso creativo in fieri che ricorda quello dei sogni di Mort nel Rifkin’s Festival di Woody Allen, spirito che aleggia sull’opera in più modi: dialoghi fitti, maschi alle prese con donne fuori dalla loro portata, musica jazz a commentare leggera gli eventi. Si parla di libri, serie tv e film, e di come questi si confondano con la vita reale alimentandola e ricevendone ispirazione.

Dolore e gloria dell’amore spezzato. “The Human Voice” tra finzione e realtà

Poco drammatica e molto ironica, giocata su incastri a scatole cinesi di finzione e realtà, la versione di Almodóvar dell’opera di Cocteau si allontana dall’originale con un finale nuovo, e segna uno scarto dal suo precedente cinematografico più illustre, diretto da Rossellini nel 1948 con l’interpretazione di Anna Magnani. Nell’arco che li collega a cominciare dal minutaggio, del tutto assimilabile, è soprattutto il disegno della figura femminile a fare da specchio dei tempi. Sottomessa, disperata e implorante la Magnani di Rossellini, post-moderna, misteriosa e reattiva la Swinton di Almodóvar.

“Nomadland” e il lutto nell’America di Biden

Sarà che dopo un anno di pandemia si è portati ad avvicinarsi a ogni nuovo film, come a ogni nuova storia, alla luce della lunga stressante prova che il mondo sta vivendo, ma Nomadland davvero approda nelle sale finalmente riaperte come un’istantanea di dove stavano andando gli Stati Uniti un attimo prima di fare ingresso nell’era Covid, e di come i più saranno costretti a ripartire a tempesta finita. Il fatto che poi la pellicola sia fresca vincitrice dei tre Oscar principali favorisce ulteriormente questa lettura. Come se l’Academy con i suoi premi abbia voluto indicare, riconoscendoli, i grandi temi dei prossimi anni: povertà, nuova organizzazione del lavoro, ambiente.

“La notte brava del soldato Jonathan” fra le donne di Don Siegel

Clint Eastwood, nel 1971, sui titoli di testa di La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel intonava a bassa voce The Dove di Judy Collins. A dirla tutta, la canzone poi tornava pari pari cento minuti dopo sugli altri titoli, quelli di coda, a sancire eccome quel presagio di morte, con la sorpresa di spostare l’attenzione appena una riga più sotto, sulle “belle fanciulle”, e sul consiglio che un uomo – il protagonista, la loro vittima – si preoccupava di dar loro attraverso le parole di una donna. Il titolo originale del film non per niente è The Beguiled, l’ingannato, così come del romanzo di Thomas Cullinan da cui è tratto. 

Il “Soffio al cuore” dell’ambiguo Edipo di Louis Malle

È straniante leggere oggi come si espresse cinquant’anni fa la critica a proposito di Soffio al cuore di Louis Malle. Il film fu presentato in concorso a Cannes nel 1971 e il regista fu nominato all’Oscar l’anno dopo per la migliore sceneggiatura originale, ma nel complesso l’incesto fra madre e figlio che lo risolve non destò eccessivo scalpore. La stampa europea e quella statunitense, anzi, accolsero con atteggiamento per lo più indulgente la violazione di quel tabù, ricevendola come Malle la diresse: un rito di passaggio giocoso e indolore. Ma un incesto può davvero essere rappresentato e preso così? Molto del cinema di Malle sembra risiedere proprio in queste cesure occultate, di cui forse Soffio al cuore è il vessillo.

“Il posto delle fragole”. Il vocabolario per immagini dell’essere umano

“Mi chiesi se un ricordo è qualcosa che si ha o qualcosa che si è perduto”. Difficile fare meglio di Woody Allen per dare il senso di uno dei grandi film di Ingmar Bergman, e rassicurante affidarsi al regista newyorkese e all’ultima battuta del personaggio centrale del suo Un’altra donna per parlare di Il posto delle fragole, a più di sessant’anni dalla sua realizzazione. Non è forse Marion Post la versione femminile di Isak Borg, il grande vecchio cui Bergman consegnò nelle poche settimane di stesura della sceneggiatura del film le proprie iniziali (I. B.), la sua persona e il peso dei rimpianti che già aveva a nemmeno quarant’anni?

Da trent’anni su una Thunderbird verde. L’anniversario di “Thelma & Louise”

Il finale è talmente iconico che persino I Simpson se ne sono appropriati per una loro puntata, in cui Marge in fuga in macchina con un’amica si getta sì nel Grand Canyon, ma plana a sorpresa su una colonna di altre vetture epigoni lì ammucchiate, senza sfracellarsi affatto come le Thelma e Louise originali al termine del loro volo liberatorio. Ché poi, in realtà, Ridley Scott e Callie Khouri mica ci fanno vedere la fine di quel volo: in Thelma & Louise, l’epico fermo immagine che immortala le due protagoniste in pieno salto nel vuoto è tutt’altro che fatale. È un film di riscatto femminile un film così? Pensiamo di sì, e non solo per contenuti e trama.