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“Mr Nobody Against Putin” e il documentario anti-regime

Mr Nobody Against Putin è il tragico diario di un uomo qualunque, che con coraggio denuncia la follia nazionalista del sistema educativo, coadiuvato sul piano registico dal cineasta americano David Borenstein. L’operazione si dipana attraverso un fluire di immagini fredde e memoriali, come fossero già fantasmi del passato nel momento stesso in cui vengono filmate, affiancate a immagini d’archivio con l’inserimento di messaggi e reel riprodotti attraverso gli odierni strumenti di comunicazione informatica (smartphone, YouTube, Instagram).

“Prima dell’alba”: Dio è l’amore

Si sarebbero mai incontrati Jesse e Céline nel 2026? Nell’epoca contemporanea delle relazioni liquide, dell’individualismo sfrenato, dell’iper-velocizzazione del tempo e dell’alienazione tecnologica sembra quasi anacronistico pensare che due estranei su un treno possano anche solo notarsi e sviluppare un’attrazione reciproca. Rivedere oggi Prima dell’alba di Richard Linklater è un atto osceno, come scrivere un libro sull’amore a fine anni Settanta, ci direbbe Roland Barthes.

“Il caso 137” e la provenienza delle immagini

In Il caso 137 la ricerca della verità e quindi di giustizia dipende indissolubilmente dal potere vedere una cosa accadere anche quando è già accaduta; e se da una parte questa idea di sorveglianza e visibilità costante rischia la deriva “brain rot” (c’è una gag ricorrente sui video dei gatti su internet come distrazione dai mali del mondo), dall’altra poter vedere tutto, sempre, vuol dire poterlo condividere con il mondo intero.

Storia di un incontro leggendario: Charlie “Bird” Parker e Igor Stravinskij

Stravinskij e Bird mutuavano gli stilemi compositivi dai reciproci generi: il russo amava la musica afroamericana e l’americano studiava il patrimonio musicale eurocolto, come tutti i grandi musicisti jazz. Entrambi incarnavano lo spirito della musica stessa: luogo di incontro e commistione tra più culture, di creazione di nuovi linguaggi ed espressioni, che lasciano un’eredità fondamentale, ben oltre la durata della vita dei loro Autori.

“Il silenzio degli innocenti” speciale II – Lo sguardo del desiderio

In tempi in cui il cinema, giustamente, si interroga su chi possa dirigere chi, chi possa interpretare chi, il lavoro di Jonathan Demme ci dimostra che per fare la differenza forse basta l’empatia, il sapersi riconoscere nell’altro, anche quando non ci somiglia appieno, vedendolo non come oggetto ma come essere umano. È il meccanismo di identificazione che manca ai serial killer, ed è quello che riesce a mettere in moto il grande cinema, nelle mani di un grande autore.

“Il silenzio degli innocenti” speciale I – In voluptas mors

“Mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti” recita Anthony Hopkins, appena prima di compiere uno dei gesti più iconici del cinema thriller degli anni Novanta: un semplice movimento delle labbra e una leggerissima emissione di suono riescono a trasmettere tutta la complessità di un personaggio quale Hannibal Lecter, una piccolissima azione in cui convergono tutti i grandi temi del film – desiderio, fame, violenza, terrore.

“Un anno di scuola” e la leggenda dell’amica femmina

Non c’è alcun sentimentalismo forzato o eccesso stilistico nella regia di Samani, sempre vicina ai volti dei personaggi, attenta a ogni sguardo, espressione o reazione e pronta a inseguirli con lunghe carrellate, che stiano correndo verso qualcuno, fuggendo da qualcosa o incamminandosi verso la prossima meta, quasi mai fermi e sempre accompagnati da una colonna sonora puntualissima, composta per intero da brani di band friulane.

“The Drama” e la cosa peggiore che (non) abbiamo mai fatto

Le reazioni che abbiamo nel nostro punto più basso mostrano ineluttabilmente chi siamo? Quanto della nostra bussola morale è dettato dall’opinione che gli altri hanno di noi? The Drama non mette davvero sotto processo i suoi protagonisti, ma la tentazione di ridurli ai loro momenti peggiori. E allora il punto non è più stabilire chi abbia fatto peggio, ma capire cosa resta dopo: se esista davvero una soglia oltre la quale smettiamo di essere perdonabili, o se quella soglia cambi a seconda di quanto, negli altri, siamo disposti a riconoscere noi stessi.

“È l’ultima battuta?” – Storia di loro due… e di molti di noi

Sebbene Bradley Cooper sia soltanto alla terza opera come regista, è già possibile tracciare un fil rouge che lega questo terzetto di pellicole distinte, composto da un singing movie (A Star Is Born), un biopic (Maestro) e una comedy of remarriage (È l’ultima battuta?). In tutte c’è un tentativo di scandaglio della vita di coppia, di comprendere quell’alchimia che sorge, s’instaura e s’incrina tra un lui e una lei, divenendo appunto pivotale in questa sua ultima opera.

“Lo straniero” o l’indifferente

Ozon trova in Benjamin Voisin – con il labbro pronunciato dell’antieroe della Nouvelle Vague Jen-Paul Belmondo, lo stoicismo del Delon dei polar di Melville e il broncio puerile, come la sua controparte hollywoodiana Jacob Elordi – il corpo attoriale ideale per incarnare il vuoto; un profeta del nichilismo, un anticristo che preannuncia l’eclisse dei sentimenti nella società occidentale. Un inetto sveviano, volto annoiato, corpo assente, maschera di pietra, verità nuda che rispecchia alla società la sua stessa ipocrisia e il volto bifronte, colonialista e suprematista dell’Occidente.

“Un poeta” distaccato dal reale

Un poeta, anche senza elementi di trama particolarmente innovativi, vive di intuizioni felici proprio nel saper unire la comicità che nasce dallo spaesamento di Oscar e dal suo distacco utopistico dal reale, evidente nel campo e controcampo con il poster del suo idolo José Asunción Silva, con una realtà grottesca, cinica e drammatica. Questo disaccordo permette al film di toccare momenti profondi, soprattutto nel racconto dei rapporti famigliari in un mondo di padri assenti e ragazze abbandonate, senza cadere nel patetismo.

“La cena” per farceli conoscere

Scola ha cercato di realizzare una ricognizione analitica, con alcune ferine stilettate, della società italiana degli anni Novanta. Applicando le regole drammaturgiche aristoteliche (unità di azione, tempo e luogo), già usate in maniera molto più duttile negli altrettanto corali La terrazza, Ballando ballando (1983) e La famiglia (1987), e attraverso una cernita di tipologie di genere e ceto, il regista mette in scena dei “mostri” di fine millennio, tra mediocrità, vanità e vacuità.

“I diari di Angela – Noi due cineasti. Capitolo terzo” come un album di ricordi

I diari di Angela 3 incarna con umiltà e trasparenza una cineasta rivoluzionaria, ma soprattutto una donna ideologicamente libera e indipendente, legata ai ritmi della natura, un’intellettuale permeata da una saggezza di matrice contadina. Un capitolo conclusivo che si sfoglia come un album di ricordi, un memoir che si fa Alfa e Omega di un lavoro e di un’esistenza, con Angela che ci saluta discretamente di spalle, mentre osserva insieme all’amato Yervant il frangersi delle onde.

Jerry Lewis a fumetti

Centenario di Jerry. Jerry Lewis è una figura centrale e unica della storia del cinema. Chi prontamente si accorse delle potenzialità dell’attore fu la Detective Comics che dal 1952 creò una serie a fumetti con Martin e Lewis come protagonisti. La serie prese il nome di The Adventures of Dean Martin and Jerry Lewis e quando il duo si divise cambiò nome in The Adventures of Jerry Lewis. Già dal 1949 la D.C. decise di includere, fra i suoi personaggi, alcuni volti hollywoodiani acquistandone i diritti di immagine, ma per The Adventures of Dean Martin and Jerry Lewis e The Adventures of Jerry Lewis sembra esserci un patto stipulato tra la DC e Martin e Lewis per l’utilizzo della loro immagine. 

“Mio fratello è un vichingo”, la catarsi fraterna del dramedy keatoniano

È un elogio alla follia o esaltazione della stravaganza umana questo Mio fratello è un vichingo. Mix di generi all’interno di un’intelaiatura di rimando fiabesco, che mescola commedia e dramma e fonde buddy movie e – in parte – road movie, senza lesinare su un lauto dosaggio di vengeance movie a coda di uno spicchio di caper movie, Mio fratello è un vichingo rimarca praticamente il tocco goliardico di Thomas Jensen che, come sceneggiatore, cominciò a farsi notare nella buffonesca e temeraria corrente cinematografica Dogma ’95.

Una donna spezzata tra Cléo e Nana

Sincerità e trasparenza di sguardo sono caratteristiche che contraddistinguono la Nouvelle Vague e specialmente cinema di Agnès Varda, da Clèo dalle 5 alle 7 alla disinibita Sandrine Bonnaire in Senza tetto né legge, fino alla sua ultima dichiarazione d’amore al cinema e alla vita che diventano un tutt’uno. Visages, villages, un’opera la cui ragion d’essere sta nel potere di un’immaginazione che spazia nel passato, presente e futuro, da Godard o dal ritratto dell’amico Guy ai piedini di Agnes incollati sul treno e destinati a raggiungere chissà quale village remoto, facendo sì che la fantasia vada dove la corporeità non può spingersi.

“Project Hail Mary” con la testa tra le nuvole

Project Hail Mary è in fondo un feel good movie come lo è stato F1 l’anno scorso. Un’epopea fantascientifica divertente e innocuamente prevedibile, rassicurante verrebbe da dire, decisamente troppo lungo ma familiare e per famiglie, costruito sull’usato garantito e pensato per non scontentare nessuno (o quasi). Nei panni del protagonista c’è Ryan Gosling, ormai maestro nell’interpretare personaggi goffi, capaci di spuntarla in qualsiasi situazione ma non prima di aver capitombolato almeno un paio di volte.

“I pugni in tasca” e la follia come atto rivoluzionario

Questa gabbia di matti è raccontata con una regia elegante, che ricorda l’insistenza del Pickpocket di Bresson sui gesti, in questo caso quelli nevrotici di Sandro, ma anche la libertà formale di Godard: siamo nel 1965, Fino all’ultimo respiro era uscito solo cinque anni prima. Si notano bene i riferimenti, segno di un regista che stava ancora cercando il suo stile, ma che era già sull’ottima strada. Infatti la novità portata da Marco Bellocchio stava nel modo in cui questi riferimenti vengono applicati, nella loro tensione iconoclasta.

“I pugni in tasca” restaurato: documenti e rarità

“In questo film c’è di tutto, davvero: odio e amore della famiglia, ambiguità dei rapporti fraterni, attrazione verso la morte, entusiasmo per la vita, volontà astratta di azione, furore impotente, malinconia morbosa, violenza profanatoria e infine, a sfondo di tutto questo, il senso cupo e fatale di una provincia senza speranza”. Così scriveva Alberto Moravia dei Pugni in tasca. Si moltiplicano poi i documenti che fanno luce sul film, ma che hanno anche un valore a se stante.

“I pugni in tasca” secondo la critica d’epoca

Torniamo su I pugni in tasca, con alcune recensioni d’epoca, ad opera tra gli altri di Alberto Moravia, Goffredo Fofi e Roger Tailleur. Da Moravia: “l regista ha sentito che la violenza della sua polemica contro una certa società non poteva giustificarsi se non esplodendo in tragedia; e così si è posto il problema di come arrivare a inserire fatti grossi quali il matricidio e il fratricidio senza far saltare la fragile cornice naturalistica”.