“Il seme del fico sacro” intriso di rabbia e dolore

Altra immagine ricorrente è il corridoio del tribunale rivoluzionario, gremito di cartonati di uomini sorridenti che esprimono fede e donne in carne, ossa e chador incastrate immobili al muro. Ci vuole coraggio a riassumere l’Iran in metafore come questa e Rasoulof, preferendo l’esilio al silenzio, firma un capolavoro intriso di rabbia e dolore. Come per Mahnaz Mohammadi, Jafar Panahi, Faramarz Beheshti, Mostafa Alehmad e diversi altri cineasti iraniani, il riconoscimento artistico internazionale coincide con la privazione della libertà.

Memorandum per la critica: ringraziare Woody Allen

Recuperiamo dal 1996 un articolo che Franco La Polla scrisse per il mensile Cineteca dedicato a Woody Allen e all’evoluzione della sua carriera. Come sempre, la lucidità delle sue parole e la capacità di collocare i film in una costellazione culturale sono sorprendenti, e del resto rimangono insuperate. Rubiamo questa affermazione: “E questo, piaccia o non piaccia, è cinema. Al quale egli ha saputo aggiungere nientemeno che l’organizzazione di un intero universo morale”. 

L’ultimo cinema di Robert Altman

Per i nostri lettori, offriamo la pubblicazione di alcuni scritti storici di Franco La Polla. Questa volta è il tardo Altman a interessarlo: “Altman si è preso sulle spalle il difficile compito di traghettarci verso altre dimensioni della narratività cinematografica, e c’è riuscito nonostante tutti coloro che in buona o in malafede l’hanno avversato. E l’ha fatto pur sapendo che ‘comunque vada siamo in trappola’, pur sapendo che, indipendentemente dalla sua riuscita, il mondo non sarebbe cambiato. Sarebbe cambiato soltanto il nostro modo di osservarlo e pensarlo, che è l’obiettivo cui tende ogni vero artista, ogni vero innovatore: l’unica rivoluzione che ormai ci è concessa”.

“The Order” e le contraddizioni dello spirito americano

Kurzel usa il genere poliziesco per mettere in scena una caccia all’uomo incalzante, fatta di azione e assenza di retorica, che riesce però al tempo stesso a ritrarre i due protagonisti in modo efficace, scavando a fondo nelle loro fragilità e mettendo a fuoco, con la precisione di un mirino, le loro personalità. Oltre a usare fatti del passato come monito per la situazione politica attuale, il film pare essere anche una riflessione sullo spirito americano e sulle sue infinite contraddizioni.

“Captain America: Brave New World” e il paradosso fumettistico

Captain America: Brave New World, il titolo sembra quasi una dichiarazione d’intenti e d’altro canto c’era già Deadpool l’anno scorso a sbeffeggiare la crisi nella Casa delle Idee. Peccato che nonostante il film risulti piacevole e decisamente più quadrato rispetto alle ultime uscite (fatta eccezione per Gunn e i suoi Guardiani), il mondo qui presentato ha poco di coraggioso e nulla di nuovo. Sembra una dichiarazione d’intenti proprio perché si è tanto parlato in questi anni di “superhero fatigue” e considerando che la concorrenza ha sempre faticato a imporre i propri supereroi si fa prima a dire “Marvel fatigue”.

“Paprika” testamento artistico senza eguali

Ultimo lungometraggio di Satoshi Kon, Paprika – Sognando un sogno non può che essere interpretato come una sorta di testamento artistico del creativo giapponese, morto prematuramente nel 2010. L’opera si muove, come i precedenti Perfect Blue (1997) e Millenium Actress (2006), lungo il labile confine tra realtà e finzione; oggetto del film è il subconscio e il mondo di sogni, esaminando poi come la mente umana ceda di fronte ai desideri e al potere.

“Tornando a Est” all’avventura con guida turistica

Lo spontaneo provincialismo che faceva di Pago, Rice e Bibi dei Candide volteriani alla ricerca di sé (in Est) attraverso un viaggio in un territorio straniero che rendeva estranei loro stessi, in Tornando a Est li rende l’esempio perfetto dei “pataca” romagnoli: sciocchi e immaturi bamboccioni un po’ cialtroni alla ricerca di avventure perché insoddisfatti delle proprie vite. A redimerli, solo in parte, quella trita retorica da italiani brava gente che li porta a prendere a cuore alcune situazioni. 

“L’uomo di argilla” e l’incantesimo dell’arte

“Non è un pensatore, è un sognatore”: così viene descritta la scultura, testimone dell’incontro erotico tra la materia e l’artista. Bisogna permettersi di sognare per fare l’amore con un letto vuoto; per essere adolescenti a sessant’anni; per sentire lo stomaco che si stringe, che si contorce; per darsi nelle mani dell’altro e farsi toccare, modellare, scolpire, sporcare, scoprire. Per poter amare, creare vivere, desiderare, abbiamo il dovere di sognare e di esplorare paesaggi “mutevoli e accidentati”.

“In the Mood for Love” e l’amore irrealizzato

Il lavoro dell’analista era descritto da Sigmund Freud come un lavoro di ricostruzione, che affidandosi a dettagli e ripetizioni aiuta a ritrovare un qualcosa di perduto. Wong Kar-wai in In the Mood for Love si muove in quella direzione, riflettendo, a partire da quegli elementi e utilizzando il cinema, sui ricordi e cercando di ricostruire la memoria personale e collettiva. La Storia di Hong Kong e la storia di Chow e Su si trovano ad osservarsi e sfiorarsi, come i protagonisti stessi, riflettendosi a vicenda in uno specchio d’amor perduto e irrealizzato. 

Un secolo con Jack Lemmon. L’opera buffa di un’America tragica

Quasi co-autore nella deviazione verso il dramma lirico e dolente del maestro della commedia sofisticata Blake Edwards (I giorni del vino e delle rose), Jack Lemmon è stato il discreto demiurgo di storie e ritratti di un nuovo umanesimo, intercettando tonfi e sopravvivenza dell’everyman nella brezza o nel vortice dell’evoluzione dei tempi, un compositore di pathos e divertimento al di qua dell’overacting, un primo piano di complice empatia anche nei ruoli più stridenti e scomodi, avulso dalle scuole e dai manierismi di tendenza tra colleghi, arroccati tra Lee Strasberg e Stella Adler.

“Una viaggiatrice a Seoul” indifferente alle convenzioni cinematografiche

Attraverso un digitale lo-fi che predilige la luce naturale e l’improvvisazione tra gli attori Hong fa vivere palpabilmente gli stati d’animo che accompagnano il riconoscimento o il rifiuto (è il caso della madre del ragazzo) dell’alterità, e ancor più la tenerezza imprevista che una mano sulla spalla o la lettura condivisa di una poesia possono ispirare. La ripetizione, con minime ma significative variazioni, di battute e atteggiamenti fa parte di quella maieutica dell’emotività illustrata anche dalle lezioni di francese.

Musica e suono in “M*A*S*H” di Robert Altman

L’antinomia tra le immagini degli elicotteri che trasportano corpi di soldati feriti e martoriati verso l’ospedale da campo e le note delicate e dolci della bellissima Suicide Is Painless annunciano già dalla prima scena una delle principali caratteristiche del film di Robert Altman: il contrasto apparente tra leggerezza e tragedia, divertimento e morte, risate e guerra, scherzi e sangue, tutti elementi che in realtà convivono necessariamente e molto umanamente in situazioni estreme da esorcizzare con uno sberleffo. 

“We Live in Time” tra amore, morte e sorrisi

Un mix di riconoscibilità e tenerezza, che strizza l’occhio al pubblico a cui si rivolge, che la cosiddetta sick lit la conosce o magari la consuma fin da adolescente, così come conosce 500 giorni insieme e le manic pixie dream girls di cui Almut porta i segni. Un po’ di ironia dolceamara non guasta mai per sdrammatizzare temi come l’amore e la morte, e qualche risata per bilanciare le lacrime è un giusto compromesso. 

“Diva Futura” e la favola di un porno che non esiste più

Il film circumnaviga gran parte delle domande che potrebbero sorgere, preferendo concentrarsi sul racconto di una favola tutto sommato scanzonata e dolceamara di un uomo che sognava troppo in grande per il Paese in cui viveva. Ripensando a Supersex (la serie su Rocco Siffredi uscita su Netflix) viene da chiedersi se il 2024 sia l’anno in cui l’Italia cerca di fare pubblicamente pace con il porno

“The Brutalist” speciale III – Traiettorie di sguardi e verticalità di visione

È un progetto situazionale che rincorre lavorando su un piano materiale e analogico, girando e proiettando in pellicola (in alcune sale anche in Italia), lavorando su una lunga durata (tre ore e mezza), nella quale è prevista anche una fine primo tempo (all’interno del film stesso). Un film che ribadisce, a partire dalla sua natura materiale e dai processi realizzativi e riproduttivi coinvolti, il suo statuto di cinema-cinema (che guarda in alto, per l’appunto, e che è guardato dal basso, come da usanza, che sovrasta).

“The Brutalist” speciale II – Epos dello sradicamento

Perché The Brutalist non fa altro che seguire la scia del brutalismo architettonico per colmare di senso ogni interstizio rimasto incorrotto, ogni pensiero vergine nell’era industriale e capitalistica di cui László è vittima. Sinfonia distorta del “mondo grande e terribile” di gramsciana memoria, The Brutalist procede in mezzo a “petrose” rime (memorabile la sequenza a Carrara) e al minimalismo del Bauhaus che dà forma concreta alle geometrie stentoree del comando.

“The Brutalist” speciale I – Il cinema della modernità

Al suo terzo lungometraggio da regista, Brady Corbet cementifica la sua concezione del cinema come specchio epicizzante della modernità. Terzo lungometraggio e terza biografia fittizia di una personalità simbolo della propria epoca, la cui vita diventa spunto drammatico per uno squarcio sul mondo l’ha portata all’emersione. Questo è The Brutalist, il lavoro produttivamente più ambizioso del regista e affermazione definitiva della sua autorialità.

“Ciao bambino” lontano dal folklore

Se Napoli è spesso rappresentata cinematograficamente come uno spazio urbano rumoroso, affollato e ininterrotto, casermone dopo casermone, su cui mettere le mani, Ciao bambino, coerentemente con il suo progetto di decostruire il folklore della malavita, ci mostra invece sorprendentemente i silenzi e gli spazi vuoti, come l’enorme piazzale dove Anastasia viene fatta prostituire.

“The Girl with the Needle” nel nome di una crudeltà estetizzante

Ispirato al caso di Dagmar Overbye, condannata per aver commesso, nella Danimarca degli anni Venti, nove infanticidi– probabilmente, venticinque, non completamente appurati, in mancanza di prove – The Girl with the Needle, riprendendo a partire dall’incipit il meglio di registi quali Ingmar Bergman (Persona), Friedrich Wilhelm Murnau (L’ultima risata) e Tod Browning (Freaks), esordisce squadernando un montaggio di volti.

“Io sono ancora qui” tra politica del lutto e fragilità delle immagini

Io sono ancora qui restituisce la complessità umana e politica del trauma delle famiglie dei desaparecidos costruendo un percorso di immagini che si deteriorano: dai momenti felici dei Paiva prima della detenzione e dell’uccisione di Rubens, rappresentati da fotografie e rulli di pellicola bruciati, fino alla brusca discesa negli inferi delle prigioni militari dove Eunice Paiva e la figlia Eliana vengono detenute e interrogate.

“Babygirl” e la commedia travestita da thriller

Babygirl sembra quindi voler parodizzare le dinamiche classiche del rapporto capo-assistente, nel tentativo di sdoganare quelle che vengono percepite come “perversioni” sessuali, oggi non più materiale da thriller, ma elemento comico. La dura e robotica donna, incastrata nei suoi ruoli (madre modello/ moglie perfetta/ inscalfibile leader aziendale), impara il piacere della vulnerabilità da persone più giovani, che crede invece di dover proteggere.