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L’opera estrema del “ribelle” Silvano Agosti. “Nel più alto dei cieli” 50 anni dopo

La definizione è talvolta abusata, ma Nel più alto dei cieli è davvero un film alieno, un gioiellino nerissimo del cinema d’autore italiano – quel cinema autoriale lontano dalle luci della ribalta, bensì più nascosto e segreto, e proprio per questo così affascinante. A differenza dei film precedenti di Agosti, questo non ha protagonisti principali né attori famosi, ma una serie di personaggi interpretati da noti caratteristi – visti più volte sia nel cinema d’autore sia nel cinema di genere – accanto ad altri attori semi-sconosciuti, tutti però coi volti perfetti per i rispettivi e deformanti ruoli, in un microcosmo umano che forma un piccolo trattato sociologico sui generis.

In ricordo di Roberto Capanna. Appunti su un Autore

Scomparso lo scorso 30 maggio, Roberto Capanna fu – tra le altre cose – uno sperimentatore, un inesauribile ricercatore delle possibilità espressive dell’audiovisivo. Membro fondatore della Cooperativa del Cinema Indipendente, collettivo costituitosi a Napoli nel 1967 e poi allargatosi all’area romana fino ad annoverare tra i suoi aderenti e sostenitori una serie di artisti e intellettuali come Alberto Grifi, Massimo Bacigalupo, Giorgio Turi, Paolo Bertetto, Mario Schifano e Claudio Cintoli, Capanna fu dedito a un’esplorazione radicale della linguistica cinematografica all’interno del cosiddetto “cinema sperimentale”.

“Mr. Klein” e l’enigma kafkiano nella Parigi nazista

Ciò che succede a Robert Klein è un intrigo degno degli incubi a spirale di Hitchcock e Polanski, che stringono il protagonista in una morsa inesorabile, tanto dal punto di vista psicologico quanto da quello storico-sociale, due dimensioni che convivono costantemente in Mr. Klein e che offrono diverse chiavi interpretative. Come sempre accade nei film più maturi di Losey, la forma è sostanza e la sostanza è forma, e gli interni – grazie alle ricercatissime scenografie – formano ambienti claustrofobici dove l’individuo è sempre più inghiottito dal mistero, dalle ossessioni e dalla persecuzione politica.

“Harriet” e il viaggio dell’eroina

Autrice attenta al tortuoso percorso di emancipazione femminile nera (La baia di Eva, Self-made – La vita di Madam C. J. Walker), con Harriet Kasi Lemmons firma la sua opera forse più riuscita, sentito omaggio a una delle figure più emblematiche della storia afroamericana. La vita di Harriet Tubman, ex-schiava abolizionista poi guida per altri fuggiaschi e infine combattente nella Guerra di Secessione contro il Sud, diventa esempio significativo e mai sufficientemente sottolineato del contributo dato dalle donne afroamericane alla causa nera dalla schiavitù a oggi.

Trasgredire la linea di classe. I tre film di Losey/Pinter

I tre film nati dalla collaborazione tra il regista Joseph Losey e il drammaturgo Harold Pinter portano allo scoperto le tensioni sessuali e di classe nell’Inghilterra degli anni 60 e, al contempo, modificano la grammatica filmica del “cinema impegnato” britannico della tradizione del kitchen sink realism. Il servo (1963), L’incidente (1967) e Messaggero d’amore (1971), infatti, trasportano l’ambientazione dalle periferie sottoproletarie del nord privilegiate dai “giovani arrabbiati” come Richardson, Reisz e Schlesinger ad un contesto borghese o addirittura aristocratico, dal ricco quartiere londinese de Il servo alla colta e benestante Università di Oxford de L’incidente, fino ad arrivare alla lussuosa residenza bucolica nel Norfolk di Messaggero d’amore.

“Sankofa” di Haile Gerima nel passato rivolto al futuro

Frutto di una ricerca ventennale sull’argomento, il lungometraggio racconta la schiavitù africana negli Stati Uniti dal punto di vista degli schiavi in una sorta di compendio del ribattezzato Maafa, “l’Olocausto nero” che provocò circa 10 milioni di vittime nella sola tratta atlantica. Evitando la narrazione violenta ed esibita delle atrocità subite dai deportati tipica del genere slaveploitation (Mandingo o Drum, l’ultimo mandingo) o del mondo movie Addio Zio Tom, Gerima pone l’accento sulla perdita di identità e coscienza razziale di alcuni e la resistenza fisica e culturale di altri all’oppressione bianca.

“Buongiorno, notte” all’interno prima dell’esterno

Niente film d’inchiesta alla Ferrari e Martinelli, il pubblico sa già. Piuttosto, via “i pugni in tasca” e tutti in scena a costruire e montare emotivamente questo racconto, re-immaginando la prigionia dei 55 giorni dello statista italiano. Il personaggio di Chiara, infatti, non è mai lasciato solo dallo spettatore, mentre nel buio dell’appartamento, si aggira il fantasma dell’onorevole Moro tra le contraddizioni profonde e irrisolte di una morte annunciata. Alla base del film, il libro Il prigioniero della brigatista Anna Laura Braghetti, colei che fu la vera carceriera del politico e a cui il regista regala tutta la sua attenzione.

Omaggio a Giuseppe Bertolucci. Rivedere “Berlinguer ti voglio bene”

A 45 anni dalla sua uscita e a 10 dalla morte di Giuseppe Bertolucci, ritorniamo su un grande film italiano. Più citato che veramente visto, Berlinguer ti voglio bene va analizzato alla luce degli anni passati dal 1977. Odiato dalla censura democristiana al punto che per anni cercarono di impedirne la proiezione nei cinema, la pellicola ancora oggi trova qua e là denigrazione, viene spesso bistrattata, ridotta a semplice atto provocatorio fine a se stesso. In realtà racconta molto più di un contadino comunista che vomita imprecazioni in aperta campagna.

De Seta, Modugno e Volonté. “Banditi a Orgosolo” e il mistero della voce

Vittorio De Seta è stato definito da Martin Scorsese “un antropologo che si esprimeva con la voce di un poeta”. La Cineteca di Bologna, da sempre appassionata promotrice dell’opera di questo maestro, ha restaurato tutti i suoi cortometraggi. Vittorio De Seta si spegne nel 2011. Sua figlia Francesca ha fatto proprio il desiderio del padre di lasciare alla Cineteca di Bologna il suo archivio cartaceo. L’approfondimento che qui pubblichiamo sulla storia produttiva del primo lungometraggio di De Seta, Banditi a Orgosolo (1961), è il primo tentativo di fornire, grazie ai suoi diari, nuove prospettive di lettura dei suoi film, rispettando, ci auguriamo, la sua privacy.

L’uomo dai 7 capestri e il western revisionista di John Huston

John Huston, Paul Newman, John Milius: basterebbe citare questa triade per consegnare L’uomo dai 7 capestri alla storia del cinema. Mentre la Hollywood classica si incontra con quella nuova, la regia robusta e spettacolare di Huston ci regala un western mitologico e “di confine”, costantemente sospeso fra varie dimensioni: fra realtà storica e immaginazione, fra ironia e violenza, fra la nostalgia per il vecchio West e la modernità che avanza, con personaggi sopra le righe e scelte registiche d’avanguardia rispetto ai tempi.

Quella voglia matta di Catherine Spaak

Al suo esordio negli anni 60 con registi come Lattuada, Pietrangeli, Risi e Salce, Catherine Spaak, ancora adolescente, viene bersagliata dalla censura. Ma a porre troppo l’accento sul “lolitismo” degli esordi e sull’eleganza della maturità, si rischia di perdere di vista il contributo di Catherine Spaak all’evoluzione del costume italiano e del divismo femminile: aver creato donne che, davanti alla macchina da presa o alla grata di un harem televisivo, giocano con lo sguardo degli uomini senza, tuttavia, lasciarsi definire dai desideri maschili, spesso smascherando l’ipocrisia dei padri di famiglia. 

Il ritorno delle fate ignoranti. Ozpetek seriale

Per Ferzan Ozpetek il progetto di questa serie TV si configura subito come una grande occasione per entrare nuovamente nelle sue storie, nei suoi personaggi, nel suo mondo poetico e umano e sviscerarne nuovi aspetti, approfondire, allargare confini narrativi e geografici, chiamare in causa nuovi e vecchi amici di cinema, frammentare prismaticamente la sua voce di autore, dentro a una moltitudine di micro storie e di vicende umane. Una frammentazione che in realtà consente in modo ancora più forte di ricomporre quella idea di mondo (e di cinema) che il regista va tracciando con sempre maggiore chiarezza film dopo film.

“Il Decameron” di Pasolini per il puro piacere di raccontare

La trasposizione boccaccesca di Pasolini è, senza mezzi termini, un puro distillato artistico, dove il cinema “alto” (d’autore) convive felicemente con quello più “popolare” (cosiddetto di genere). Fin dall’origine letteraria, Il Decameron è d’ispirazione nobile, nonché un film d’arte profondamente personale, poiché Pasolini non si limita a trasporre pedissequamente quanto scritto dal Boccaccio, ma lo plasma secondo la sua poetica: a cominciare dall’ambientazione, che (pur mantenendo il contesto medievale del modello) da quella toscana predominante nell’opera letteraria si trasferisce nella Napoli popolare.

Tre film di Kinuyo Tanaka

L’ultimo film di Tanaka è il suo lavoro più maturo: Love Under the Crucifix, benché coerente con la trama, sembra voler rimandare al più famoso Gli amanti crocifissi di Mizoguchi. Jidaigeki (film in costume) ambientato nell’era Sengoku, racconta la storia d’amore fra Gin, figlia di un maestro cerimoniere del tè, e il daimyo cristiano Ukon nel periodo in cui la legge giapponese ha cominciato a perseguitare i cristiani. Tratta dall’omonimo romanzo di Toko Kon, quest’opera mostra le dinamiche politiche ed economiche del XVI secolo da un punto di vista particolare, quello di Gin, abbastanza vicina ai centri del potere da averne coscienza ma troppo marginale per potervi influire.

Un teorema sull’autore e sull’attrice

Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini viene generalmente letto, seguendo anche alcune dichiarazioni del regista alla presentazione del film alla contestata Mostra di Venezia del 1968, come un apologo sull’irrimediabile crisi della borghesia. Si può aprire tuttavia anche un nuovo orizzonte interpretativo, valorizzando storicisticamente il contesto di ricezione del film nella Mostra del 1968: Teorema come enunciazione sull’autorialità nel cinema, sulla tensione verso un discorso filmico anti-egemonico ma anche sulle inevitabili contraddizioni tra autorialità e industria cinematografica.

“Maledetto il giorno che t’ho incontrato” e benedetti questi trent’anni

Uscito nelle sale la bellezza di trent’anni fa, Maledetto il giorno che t’ho incontrato resta un film di fortissima attualità  e, a detta di molti critici, studiosi e pubblico che recentemente hanno avuto il piacere di rivederlo proiettato in sala, ancora di potente impatto spettatoriale, drammaturgico, visivo. Il “mondo Verdone” stava iniziando, tematicamente, a concretizzarsi sempre di più e l’idea di un film che tirasse un po’ le somme era nell’aria. Non a caso questo film si pone quasi a metà di tutta la produzione verdoniana, come una sorta di spartiacque, di momento di confine nella filmografia di Verdone.

“Medea” antieroina romantica

Quella di Pasolini è una Medea inevitabilmente post-Sessantotto, all’apice dell’ideologismo che nella produzione di fine anni Sessanta del regista diviene sempre più imperante. Con la figura della protagonista euripidea Pasolini porta alle estreme conseguenze il conflitto tra modernità e antichità del suo Edipo, condensando in lei il passaggio traumatico dalla civiltà animistica a quella della borghesia omologatrice e consumistica di Giasone. È in fondo lo stesso Teorema che Pasolini racconta dal principio: Medea, che per rivalsa contro l’uomo civilizzato arriva a sacrificare la propria maternità, è l’antenata mitologica di quella Mamma Roma. 

“Romanzo popolare” tra Monicelli e Tognazzi

Giocando a Guardie e Ladri con il Neorealismo, Mario Monicelli congeda l’Italia dalle memorie della guerra. Tra sorpassi, divorzi e armate, si ritrova con i “soliti noti” (Age, Scarpelli, Risi, Steno) a rappresentare la realtà del paese attraverso un genere che dava l’idea di popolo, grazie alla naturalezza stessa dei personaggi che possono fallire, che non appartengono all’universo della maschera, ma a quello della verità. Ed è un esempio naturale accostare il nome di Ugo Tognazzi nella stagione dei Gassmann e dei Mastroianni, delle Vitti e delle Melato, marchio di fabbrica tra gli “operai qualificati” di questo romanzo destinato a diventare popolare.

“Porcile” di sangue e di rabbia. La società cannibale di Pasolini

Porcile in alcune sequenze diventa sede di dialoghi degni del teatro dell’assurdo di Samuel Beckett o dell’anti-teatro di Carmelo Bene (un autore evidentemente amato da Pasolini, che lo aveva voluto nel suo precedente Edipo re), in particolare nei dialoghi criptici di Julian con Ida o nelle crudeli narrazioni tra i vecchi nazisti, dove l’orrore della Storia viene narrato in modo tanto crudele quanto grottesco. A questo punto, la strada verso Salò è tracciata, e a Pasolini non rimane che guardare definitivamente nell’abisso per donarci il suo testamento artistico.

L’ultima seduzione. In ricordo di William Hurt

Dal teatro, sua vera grande passione, agli esordi nel cinema d’autore fino ai blockbuster hollywoodiani e le serie televisive: la carriera di William Hurt ha attraversato forme espressive, generi ed epoche diverse contribuendo sempre in modo significativo alla loro evoluzione artistica. Indubbiamente la sua immagine divistica ha raggiunto l’apice del successo negli anni Ottanta, anche per la partecipazione al film corale e simbolo di quel decennio: Il grande freddo (1983). Il maschio biondo cerebrale non così rassicurante come il suo aspetto ci farebbe pensare, spesso incarnato da Hurt, al tempo ci ha sedotto tutti.