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“Tempo d’estate” speciale II – Sogno di un’estate veneziana

L’opera di David Lean è innanzitutto un film sull’amore – amore nei confronti della Laguna, verso una sfavillante interprete quale è Katharine Hepburn e verso l’idea dell’amore stesso. Il restauro non fa altro che restituire la grandezza di questa stella del cinema, della città di Venezia e del regista britannico. Summertime è il sogno di un’estate e di una vita. E Katharine Hepburn è colei che ci ricorda che è giusto sognare, vivere, cambiare idea, sperimentare e godere di ogni “segnale” che arriva dall’universo.

“The Story of Joanna” il porno calligrafico di Gerard Damiano che mette a nudo la perversione

Tra le massime vette del “Damiano’s touch” e dell’effimera stagione aurea del porno d’autore americano, The Story of Joanna (1975) segna un ulteriore passo avanti sul piano stilistico e narrativo. Ispirandosi al romanzo Histoire d’O di Pauline Réage, il regista sviluppa ulteriormente il suo discorso sulla violenza e la devianza che possono annidarsi nel rapporto tra uomo e donna. 

“Arco di trionfo” tra noir e romance

Il talento perfezionista di Lewis Milestone si mette al servizio di una storia perfettamente inserita nel cinema classico hollywoodiano, che riecheggia con tanti elementi un classico senza fine come Casablanca. I due film propongono anche una simile ibridazione dei generi, mescolando tra loro il romance, il period movie e il noir. Ma quello che interessa primariamente a Milestone sono l’incontro e la storia d’amore di due sradicati, due espulsi dalla propria terra natia e dal mondo.

“Lo sgarro” gangster rurale

La scena iniziale di Lo sgarro di Silvio Siano, che il recente restauro ci permette di riscoprire in tutta la sua forza drammatica, è già una sintesi di due mondi che sono destinati a scontrarsi. Il primo è un mondo di oppressi, popolato dai contadini, legati ai ritmi naturali della terra e delle stagioni. Il secondo è un mondo di oppressori, camorristi che sfruttano il lavoro dei contadini e si appropriano non solo dei loro beni, ma anche dei loro stessi corpi.

“La finestra sul luna park” e l’assenza dei padri

Con la consueta attenzione verso il mondo infantile, Comencini mette la macchina da presa ad altezza di bambino e mette in scena una storia struggente d’abbandono. Gli adulti, accecati dalla ricerca di benessere materiale, si mostrano goffi e impacciati di fronte dell’emotività del piccolo protagonista. Unica eccezione, Richetto, sempre sporco e trasandato, quasi un angelo, un matto felliniano, che si aggira tra baracche, campagne e case popolari.

“Døden er et kjærtegn” e le sorprese del noir norvegese

La versione cinematografica di Døden er et kjærtegn non fu paragonata a nessuno dei tre film americani tratti da Cain, La fiamma del peccato (B. Wilder, 1944), Mildred Pierce (M. Curtiz, 1945) e Il postino suona sempre due volte (T. Garnett, 1946) che, proprio tra il 1947 e il 1948, venivano proiettati nelle sale norvegesi. Vennero, invece, colte somiglianze e parallelismi con i film del cosiddetto realismo poetico francese, stilisticamente e tematicamente affini ai noir americani e per cui l’aggettivo noir era stato usato avant la lettre dai critici francesi degli anni Trenta.

“Incantesimo” di una ribellione incompresa

Con questo motivo leggero e sofisticato, Cukor costruisce una commedia che dice molto di un mondo che non è affatto scomparso, ma che continua a esistere come parte integrante del sistema. La ribellione dei protagonisti e in particolare quella di Hepburn, con la sua malinconia, dolcezza e stravaganza, resta però qualcosa di ancora incompreso. Certamente la sua autenticità per molti nostalgici è considerata affascinante e sfuggente, ma in fondo, porta tuttora all’esclusione.

“Mordets Melodi” contro le aspettative di genere

Diretto dalla regista Bodil Ipsen, Mordets Melodi crea un clima di angoscia rispetto alla capacità della protagonista di mantenere il controllo sui suoi pensieri e azioni, un tema ricorrente anche nel noir americano (si pensi, per esempio, al successivo Il segreto di una donna di Preminger). Il simbolismo dello specchio appare in tutto il film, sdoppiando le immagini dei primi piani di Odette e suggerendo che la minaccia viene, contemporaneamente, da lei stessa e da un’entità esterna.

“Arrapaho” sgangherato e irripetibile

E se Arrapaho, oltre che un film dichiaratamente brutto, fosse la fotografia di un momento storico irripetibile, in cui anche la comicità e i comici (qui assenti) necessitavano di essere decostruiti attraverso un film sbagliato, sgangherato, che si prendesse gioco di tutti? E se, come un’ascia tomahawk lanciata al cuore di una produzione tanto demenziale quanto inerte per il cinema in patria, catturasse una crisi sociale più ampia di quel che al tempo si potesse comprendere?

“The Wife of Seisaku” e la trasformazione del maschile

L’ambientazione e lo sviluppo della trama ricordano da vicino il film di due anni prima Legend of a Duel to Death di Keisuke Kinoshita. La pellicola di Masumara si discosta da quest’ultima attribuendo un’importanza capitale alla ristretta mentalità della comunità. Non viene raccontato il solito conflitto fra amore e morale convenzionale, quanto piuttosto il tradimento dei valori patriottici su cui si fonda l’onore stesso dell’individuo. La storia è infatti ambientata sul finire dell’era Meiji, un’epoca di fomentato ultranazionalismo culturalmente non dissimile dal primo ventennio dell’era Showa, che comprende la Seconda Guerra mondiale.

“Listen to the Voices of the Sea” amaro e nichilista

Listen to the Voices of the Sea doppia il successo della raccolta di lettere da cui è tratta, pubblicata l’anno precedente. La drammatizzazione delle testimonianze epistolari degli studenti, strappati alle università per combattere a Burma (l’attuale Myanmar), è alla base del messaggio antibellicista di Sekigawa. Nel 1950 quindi, Listen to the Voices of the Sea anticipa di circa un decennio altri capolavori del pacifismo nipponico, come Fuochi nella pianura e la trilogia La condizione umana, da cui si discosta comunque per l’approccio corale.

“La valigia dei sogni” e la memoria in celluloide

Comencini gira quasi un film di repertorio, d’archivio, in cui ci guida con sguardo pedagogico attraverso un museo in celluloide, per riportare in vita i grandi capolavori del cinema delle origini. Nonostante non avesse avuto il successo sperato, il film rimase un punto di riferimento appassionato per tutte le cineteche che, grazie al lavoro di questi cercatori di pellicole, diedero inizio alla fondamentale pratica di conservazione del patrimonio cinematografico, con pari dignità di qualsiasi altra opera d’arte o documento storico.  

“The Garden of Eden” tra Milestone, Menzies e il tocco lubitschiano

La centralità del set nella messa in scena spinse lo storico William K. Everson a proclamare lo scenografo William Cameron Menzies vero “autore” del film. Dove risiede, allora, l’autorialità di Milestone? La futilità di alcune peripezie per il solo piacere della gag sembra lontana dal rigore essenziale del tocco lubitschiano. Milestone pare rapito dalle rapide scorribande attraverso questo sconfinato set, quasi anticipando le interminabili rincorse dei soldati di All’ovest niente di nuovo: lì punteggiate dagli scoppi delle bombe, qui dalle esplosioni delle gag.

“Il caso Paradine” tra legal thriller e storia d’amore

Dalla caccia all’uomo in una cornice psicanalitica di Io ti salverò (1945), realizzata come i “sogni filmati” di cui parlava Truffaut a proposito anche di Notorious e La donna che visse due volte, si arriva, nel 1947, a concepire un idillio romantico che gradualmente si rovescia in un abisso di bassezza e morbosità, in cui tutto ruota intorno al segreto di un’algida Alida Valli che usa la ritrosia e il distacco emotivo per proteggere la sua colpa, mentre l’avvocato Keane l’ama di un amore istintivo che mette in crisi la sua unione coniugale.

Corinne Griffith nei giardini dell’Eden

Dotata di grande bellezza e di un innato talento attoriale, Griffith riesce a passare dal registro drammatico a quello comico con una incredibile padronanza del ruolo, rivelando in questo come in altri film coevi (The Common Law del 1923, Classified del 1925), la centralità e la complessità della donna nuova nella società consumistica post-vittoriana. Come evidenziato da Tom Slater, il personaggio di Toni Le Brun abita il mondo aspettandosi di essere trattata correttamente, ma presto scoprirà che dovrà imparare a difendersi dagli uomini. 

“Prigionieri dell’oceano” speciale II – Dove si nasconde la salvezza

Nella complessa dialettica fra istanza politica e umana, fra la spietatezza della guerra e l’individuo messo a nudo, sta il cuore di questo notevole film di Hitchcock. Tallulah Bankhead ci guarda dalla barca col sopracciglio alzato, una sigaretta fra le dita e uno sguardo appuntito di sfida: la salvezza può nascondersi dove meno immaginiamo.

“Prigionieri dell’oceano” speciale I – Hitchcock politico

Nonostante il film sia completamente ambientato su una scialuppa di salvataggio, Hitchcock è un maestro nel riuscire a produrre ritmo sfruttando soprattutto la tensione tra i personaggi e gli imprevisti. Anche le inquadrature, principalmente primi piani e raccolti piani d’insieme, mostrano una certa varietà, sfruttando bene la plasticità dei corpi come vetrina per leggere i cambiamenti dei protagonisti. Ed è impressionante come Hitchcock  riesca a sfruttare tanto la profondità di campo in uno spazio così ristretto.

“Diabolik” scanzonato e barocco

Il più noto personaggio nato dalla penna delle sorelle Giussani, Diabolik, ha avuto un’influenza talmente ampia e immediata da generare un intero fenomeno editoriale: il fumetto nero all’italiana, da cui il cinema attinse prontamente. È stata l’impressionante realizzazione tecnica a rendere Diabolik un cult. Fra colori acidi e riprese psichedeliche, costumi e arredi ultrapop, l’impatto visivo della pellicola è spiazzante dalla prima all’ultima inquadratura e non ha nulla da invidiare a opere lisergiche di tutt’altro budget, come Tommy.

Immaginari libanesi e singalesi

Nelle loro prime opere di finzione, la singalese Sumitra Peries e la libanese Jocelyne Saab tentano di risvegliare il desiderio e l’immaginario dei loro Paesi attraverso lo sguardo trasognante delle loro giovani protagoniste. Esplorando con dovizia documentaria costumi e paesaggi, costruiscono non un semplice catalogo, ma un sistema di decoro: frivolezze che imprigionano i personaggi in un ordine immutabile, confinandoli nel riflesso degli specchi, finché, dietro le proiezioni immaginarie dei loro racconti, non traspare che il vuoto desiderante di un intero popolo.

 

“Performance” sperimentale, queer, parodico

Performance è un’opera libera da ogni etichetta, al di là della concezione di cult. Rappresenta contemporaneamente i confini della società e il loro abbattimento, dove ogni azione è una parodia di essa stessa. È un film queer senza sapere di esserlo eppure non lo è affatto. È un gioco, un esperimento, una scommessa persa inizialmente e vinta nel lungo periodo. Performance è pazzia e totale razionalità, tutto e niente. “Vice. And Versa”.