“Piccolo corpo” I – Gesto silenzioso e profondo

Il film è sintetico e silenzioso, aderente ai toni brulli della terra anche nella sua messa in scena, povera di colori e parca di movimenti, ma ricchissima di immagini simboliche. I gesti quotidiani del remare, camminare, bere dalle fonti e sporcarsi il viso di terra per non essere visti dalla montagna nelle cui viscere si vuole passare, sono tutti fondamentali nel procedere della protagonista, nella sua autoconsapevolezza e nella sua espiazione del dolore. Piccolo corpo è un’opera di rara profondità, che passa proprio grazie alla trattazione semplice e priva di orpelli, che ci conduce passo passo accanto al percorso di Agata, il cui desiderio è non solo la liberazione del male dal corpo della piccola, ma il sogno di poterla un domani riabbracciare.

Ennio Morricone visto da Giuseppe Tornatore. La storia musicale del cinema italiano

Ennio è il mastodontico documentario sulla vita, le opere e la musica del grande maestro Morricone, scomparso all’età di 92 anni la scorsa estate, capace di cavalcare nell’arco della sua esistenza, storia personale, sociale e cinematografica del suo Paese e non solo, proprio come fanno i grandi personaggi. Una vita per la musica, capace di intrecciarsi a doppio filo con la storia del cinema italiano ed internazionale, un’intera esistenza dedicata ad una vera e propria missione “sottotraccia”: dare dignità di opera d’arte alla musica per film.

“Let’s Kiss” e la rivoluzione gentile di Franco Grillini

La rivoluzione gentile di Franco Grillini, una rivoluzione “senza morti, senza feriti, senza spargimenti di sangue” ha potuto realizzarsi grazie alla sua autenticità di persona in primis, ed al coraggio di mettersi in discussione in tempi in cui parlare di omosessualità in modo pubblico significava attirare gli strali di fascisti, moralisti, perbenisti, cattolici integralisti. Ha ragione Grillini, nella testimonianza raccolta dal film, quando lamenta che “chi ha 20 anni adesso non sa nulla del passato, i giovani che dicono non è cambiato nulla mi fanno salire la mosca al naso perché non è vero, la rivoluzione c’è stata”. Ecco perché i ventenni di oggi, i millennials, dovrebbero correre in massa a vedere questo documentario.

“Fellini e l’Ombra” evocazione onirica del Maestro

Fellini e l’Ombra ha innanzitutto il merito di essere, probabilmente, il primo film a trattare con cognizione di causa il rapporto di Fellini con i sogni e la psicanalisi, il suo mondo interiore e più nascosto, il “Fellini sommerso”, cioè quell’Ombra del titolo che va rigorosamente in maiuscolo, come a voler identificare un’essenza quasi vivente. Ma ciò che colpisce della regia di Catherine McGilvray è anche la pluralità di linguaggi usati, con uno stile e un montaggio volutamente schizofrenici, non lineari, perché solo così è possibile parlare di una materia impalpabile come i sogni.

“America Latina” tra allucinazioni e verità

America Latina, tra perdite di fiducia in sé stesso prima, e negli altri poi, allucinazioni e verità, assume toni cupi, tra contrasti di luce che ne fanno un thriller psicologico a tinte verdi e rosse che gioca con l’orizzontalità e verticalità delle immagini. La macchina da presa, lenta e sinuosa, centellina le visioni d’insieme di spazi asettici, restando addosso a Massimo per coglierne le sfumature, ansie e paure che lo hanno reso un uomo a metà, al contempo sviscerate in maniera netta nell’incontro col solitario e scorbutico padre, specchio di ciò che non vuole essere ma che forse purtroppo è già. I D’Innocenzo imbastiscono il racconto non lasciando nulla al caso.

Tra epica e realismo. Il bilancio dell’universo Gomorra

Gomorra – La serie è l’incontro più contemporaneo tra epica e realismo, come testimonia già dalla prima stagione l’episodio ispirato all’omicidio di Gelsomina Verde. Ma il successo della formula non è di stampo documentario, tutt’altro. Anzi, si può dire che risieda proprio nell’aspetto epico della saga familiare, dove “familiare” sta per sangue, eredità che si può tradire e difendere. Piramidi solo all’apparenza patriarcali che subiscono un continuo capovolgimento dei ruoli, laddove si sfruttano conformità e convinzioni per far saltare piani e strutture. Patti labili stipulati in nome di interessi, somiglianza, inganno, dove se la lealtà è richiesta non è mai prevista.

“Diabolik” e il fotogramma come fumetto

I fratelli Manetti dipingono una versione degli anni Sessanta che guarda ai grandi maestri del cinema, da Mario Bava a Dario Argento e soprattutto Alfred Hitchcock, diversamente da come lo avrebbe fatto un manierista come Luca Guadagnino. Decidono infatti di inquadrare gli attori e le atmosfere con uno sguardo fumettistico. Questo Diabolik non vuole essere un film tratto da un fumetto, ma sembra quasi voler continuare ad essere un fumetto. E sla “lentezza” della narrazione che in molti stanno criticando negativamente è per i Manetti una scelta nella resa dell’immagine di voler catturare quel momento e imprimerlo in fotogrammi come se fosse disegnato e stampato su carta.

“Re granchio” apre nuove direzioni per il cinema italiano

Parlando di questo film si è fatto riferimento al realismo magico così come alla ricostruzione antropologica, ma forse dovremmo spingerci ancora oltre perché questi film usano un contesto storico, più o meno aderente al vero, nel tentativo di immergerci in una riflessione filosofica, in una astrazione che ci riporti all’essenza dell’umano attraverso personaggi in cui possiamo riconoscerci, di cui possiamo ridere e soffrire prendendone le vicende come moderni racconti epici. In questa prospettiva anche Jauja di Lisandro Alonso (2014), Aferim! di Radu Jude (2015), A Lullaby to the Sorrowful Mistery di Lav Diaz, (2016), Monte di Amir Naderi (2016), Zama di Lucrecia Martel (2017), rispondono alle sensibilità dei singoli registi e non rientrano semplicemente nelle categorie del film storico.

Zerocalcare autore totale. “Strappare lungo i bordi” e la generazione invisibile

I problemi dei “giovani d’oggi”, il precariato, gli amori confusi, la sensazione di essere mille passi indietro rispetto a chi riesce a concretizzare rapidamente le proprie aspirazioni, il futuro indefinito, la morte e il suicidio sono solo alcuni dei numerosi aspetti che Zerocalcare analizza con brutale schiettezza, calandoli uno per uno in ciascun episodio e incatenandoli a una trama orizzontale, quale percorso di crescita e di formazione dello Zerocalcare uomo e personaggio, dall’infanzia e dall’amicizia, all’età adulta e all’esperienza dell’elaborazione del lutto. La forza e il successo di Zerocalcare, autore totale, non risiedono solo nel talento artistico, immaginifico e produttivo, ma nel raccontare la nostra realtà per quella che è davvero, mai perfetta come vogliamo far credere.

“Trafficante di virus” e il film d’inchiesta mainstream

Il film prende le parti della dottoressa Capua, ma senza appiattirla sull’idea della martire immolata per la patria, anzi. Con coerenza e destrezza, Costanza Quatriglio ritaglia i giusti spazi del racconto per descriverci i suoi difetti, l’intemperanza, il desiderio di potere, la caparbietà nelle azioni e nel linguaggio che rendono umana una figura schiacciata nelle le pagine dei quotidiani tra successi della ricerca e violente accuse. Ed emerge il percorso di questa donna, come negli anni impara ad accettare il proprio atteggiamento, ad ascoltarsi, a trasferire gli insegnamenti che apprende nel lavoro nel campo della sua vita privata, e viceversa.

Non una di meno. “Il terribile inganno” e il viaggio verso il cambiamento

Il docu-film tesse le fila di Non Una di Meno, eterogeneo nelle diverse anime che lo compongono, e riesce a restituire la complessità e l’ampiezza di un movimento che, nonostante il vasto séguito nazionale (e mondiale) grazie anche a una solida struttura comunicativa attraverso i canali social, non viene mai raccontato dai media italiani. Finanziato grazie a Infinity Lab e a un crowdfunding su Produzioni dal Basso, il documentario è stato scelto da diverse sale italiane come film da proiettare in occasione del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne e di genere

“Atlantide” di Yuri Ancarani come esperienza sensoriale (in sala)

Con una cinepresa che oscilla insieme ai barchini e inquadra i palazzi dipinti dalle luci al led, Ancarani coniuga l’interesse antropologico con l’esercizio di stile e la ricerca visionaria. Un’accuratissima fotografia intrisa di rosso o di verde potrebbe ricordare fotogrammi di Gaspar Noé. Siamo di fronte a un videoartista che spegne i riflettori sempre accesi su un mondo che abbiamo l’illusione di conoscere e ce lo restituisce capovolto, ribaltando i nostri riferimenti, spingendoci a cambiare punto di vista, ad andare oltre con lo sguardo, a invertire la prospettiva. Più che un film, Atlantide è un’esperienza sensoriale, un’opera strabordante che esige la visione in sala.

“3/19” di Silvio Soldini dall’io al noi

La scrittura di Soldini, Leondeff e Lantieri delinea un racconto costellato di sequenze toccanti, rivelandosi davvero notevole nella costruzione dei personaggi. Il regista milanese si dimostra nuovamente maestro nella direzione degli attori e nel raccontare grandi avvenimenti attraverso i dettagli e gli sguardi dei personaggi, mentre il suo sguardo verso i protagonisti, nell’assenza di un esplicito giudizio, chiama in causa lo spettatore in un’empatia profondamente emozionante. Con l’allargarsi del racconto dal piccolo al grande, dall’io al noi, diventa forte anche la presenza dell’ambiente, della natura: il film si apre con l’inquadratura di un bosco  e si chiude con un dolly sul mare

G8 uncut. “In campo nemico” di Fabio Bianchini

Potenza del montaggio. Ci sono due modi per raccontare ciò che è accaduto fra manifestanti e poliziotti sulle strade di Genova durante il G8 del 2001, ci suggerisce In campo nemico di Fabio Bianchini: una versione redacted presentata in tribunale dall’accusa, secondo la quale decine di manifestanti si erano resi responsabili del reato di devastazione e saccheggio, e una versione uncut pazientemente ricostruita dalla difesa, che ha mostrato una dinamica situazionale più difficile da decifrare, con poliziotti che lanciavano sassi e persone accovacciate a terra mani in alto cui venivano risparmiati i manganelli solo quando gridavano di essere dei giornalisti.

Cinema livido e stile senza filtri. “I giganti” di Bonifacio Angius

L’asso nella manica de I giganti è certamente la sua matrice di film postmoderno, capace di mescolare più generi in modo inconsueto e innovativo. I giganti (come forse tutto il cinema di Bonifacio Angius) è postmoderno, perché ha il talento di rielaborare, con estrema naturalezza, un patrimonio culturale, letterario, televisivo e soprattutto cinematografico precedente. È per questo che dal primo fotogramma anche lo spettatore meno competente si accorge dei chiari riferimenti all’immaginario, alla grammatica e soprattutto all’architettura visiva e narrativa del genere western.

“Brotherhood” tra legami e individualismo

Girato su un arco di tempo di più di quattro anni per cogliere lo sviluppo e la crescita dei tre protagonisti dal momento di abbandono del padre fino al suo ritorno dal carcere, Brotherhood documenta il progressivo divenire delle identità dei tre fratelli e la sfida che questo divenire porta al concetto di “fratellanza” e di “legame” (non necessariamente di sangue) espresso dal titolo. La crescita e lo sviluppo di identità più definite rischia di rompere progressivamente quel senso di comunità che aveva contraddistinto l’inizio. Opera aperta, Brotherhood lascia queste domande senza risposta: questa parte del film e delle vite dei protagonisti è ancora da scrivere e sfugge alla prigione del linguaggio.

“Il Mostro della cripta” dichiarazione d’amore per gli anni Ottanta

in Il Mostro della cripta, Misischia racchiude tutta l’immaginazione in un’estetica da cinema horror-demenziale, volendo essere coscientemente imperfetto, e quindi reale, nella continuità di montaggio spesso approssimativa, nella recitazione dialettale (parlano pressoché tutti in cadenza emiliano-romagnola), nel finale abbozzato e non davvero chiuso del tutto. Le citazioni alle pellicole cult sono tante (Shining, I Goonies, Alien, Ritorno al Futuro, Ghostbusters, solo per nominarne una manciata). Pullulano i riferimenti alle musiche di Francesco Guccini, Alan Sorrenti, Sabrina Salerno, così come è evidente il rimando a Dylan Dog e alla rivista Splatter.

Comizi di cinema. “Futura” e l’Italia di oggi

In Futura, sorta di reportage che vede la collaborazione di tre tra i più interessanti e talentuosi registi italiani contemporanei (Marcello, Rohrwacher e Munzi) si respira, per tutta la durata del lungometraggio, una continua tensione tra passato e futuro. Si tratta di un film elasticizzato in cui la convivenza tra le due dimensioni temporali è di fatto il tema portante del progetto e contemporaneamente la cifra stilistica adottata per espletarlo. I tre autori, singolarmente, girano in lungo e in largo per l’Italia intervistando (senza mai riprendere se stessi) ragazzi dai quindici ai vent’anni in merito alle loro sensazioni riguardo il futuro. Paure, sogni, preoccupazioni, attese: sono questi i temi centrali delle domande poste dagli autori e su cui molti adolescenti avranno di che dissentire.

“Mio fratello, mia sorella” e gli equilibri del racconto

Parlare di malattia mentale, in Italia, si può. Scritture delicate e brillanti sull’argomento ce ne sono state e se ne faranno. Anche il film di Roberto Capucci tenta di affrontare una scienza complessa e difficile, per molti aspetti considerata ancora un tabù: perciò, portare sullo schermo tutte le quelle forme fragili della malattia mentale significa saper bilanciare attentamente ogni parte della narrazione per non rischiare di cadere nel ridicolo o nell’eccessivo buonismo. La scrittura viene salvata dalle buone prove attoriali di Preziosi, Pandolfi e Cavallo, che non fanno degenerare il racconto.

Il documentario estetizzante. Ferragamo secondo Guadagnino

Ci si muove tra i toni aurei di un racconto celebrativo che mira consciamente a tralasciare i passaggi potenzialmente più scomodi e ambigui, in virtù dell’esaltazione di un uomo, ancor prima di un professionista, mosso e sostenuto da una rara quanto fervida creatività. In questa vicenda dalle connotazioni straordinarie, Guadagnino trova materiale per procedere nella costruzione del suo cinema estetizzante e in costante dialogo con i maestri che lo hanno preceduto. Chissà che nei lavori futuri del cineasta palermitano non si possa incappare in un fabbricante di scarpe dalle umili origini e un divenire radioso.

“Lovely Boy” e il labirinto scomposto della musica

Con Lovely Boy Lettieri continua a pedinare gli esseri umani nel tentativo di raccontarne le debolezze. Ed è questa la chiave per entrare nel mondo di Nic: far coincidere quanto più possibile la posizione dello spettatore a quella fisica e psichica del personaggio, spogliandosi di ogni facile morale. È un mondo di luci stroboscopiche che ricalcano ombre profonde, un invito alla difficile pratica dell’intravedere per connettere le tappe più dolorose. E in questo labirinto scomposto, da percorrere assimilando tutti gli elementi necessari alla ricostruzione, la musica diventa motore non invadente ma necessario.