“Lo squalo” e la mitologia del blockbuster
A colpire, nello Squalo, è la resistenza, a distanza di cinquant’anni, di un immaginario perturbante che ha prodotto sequel e rivisitazioni, ridefinendo il concetto stesso di paura sul grande schermo. Lo squalo comunicava all’industria cinematografica una precisa dichiarazione d’intenti: il perfezionamento della macchina propagandistica e di marketing racchiusa in un film molto lontano dai soliti e rassicuranti stereotipi, votato alla rappresentazione di un’impresa tutta al maschile concentrata sulle singole individualità.
“La notte arriva sempre” anche sul sogno americano
Il film, diretto da Benjamin Caron e tratto dall’omonimo romanzo di Willy Vlautin, mette in scena un autentico one woman show che ruota attorno a Lynette, una giovane donna che porta sulle spalle il peso di una famiglia impoverita e di una casa sull’orlo del pignoramento. La protagonista, interpretata da una volitiva -quanto spregiudicata- Vanessa Kirby, non guarda in faccia nessuno pur di ottenere ciò che vuole, muovendosi tra i meandri dell’America più elusiva e silente.
“Una scomoda circostanza” esercizio di genere e cinefilia
I brutali scontri che patisce il protagonista sono alcuni dei più vividi aspetti di Una scomoda circostanza, con il suono che amplifica calci e pugni rendendoli insostenibili al solo sguardo. Ma questo action, come accennato, è anche una pseudo-parodia. Un esercizio di genere, un ritmato “bric-à-brac” in cui sono presenti diverse scene proclivi al comico, che spezzano/spiazzano il culmine della brutalità del momento.
“Motor City” tra linguaggio del corpo e cliché di genere
Quattro anni dopo l’esordio con Old Henry, western crepuscolare con un Tim Blake Nelson in grande spolvero, Potsy Ponciroli ritorna al lido di Venezia nella sezione Spotlight per presentare un ambizioso revenge movie caratterizzato dalla quasi totale assenza di dialoghi. La prima sequenza vorrebbe infatti delineare il tono dell’intero film, con i personaggi che combattono a ritmo di musica e si esprimono usando unicamente il linguaggio del corpo.
“Broken English” e l’innata teatralità di Marianne Faithfull
Broken English (2025) è un coraggioso ritratto documentaristico di Jain Forsyth e Jane Pollard dell’iconica cantautrice inglese Marianne Faithfull, spesso liquidata dalla narrazione ufficiale come “fidanzata di Mick Jagger” a poco più di una nota decorativa nella storia dei Rolling Stones. Marianne invece è stata una artista autentica e prolifica che ha pubblicato più di trenta album e si è reinventa continuamente anche come attrice e performer.
“La valle dei sorrisi” tra codici rinnovati e ascendenze folk
Un horror all’italiana che, a differenza del gotico ad ambientazione anglosassone di Bava o dell’alterità degli ambienti urbani ibridi di Argento, trova una collocazione geografica precisa, sposandosi con costume e usanze dei luoghi in cui è calato. La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli, rinnova e acuisce ulteriormente questa scelta. Il film palesa le ottime intenzioni e sottolinea nuovamente il suo intuito nel saper ravvivare i codici del genere innestandovi delle idee vibranti
“Orphan” e il privilegio dell’assenza
Se a livello narrativo Nemes si concentra nuovamente sulla prospettiva del singolo individuo, la regia e la fotografia segnano uno stacco rispetto ai precedenti lavori, caratterizzati da un focus ossessivo sul volto dei protagonisti e lasciando fuori fuoco tutto il resto. Questa volta lo sguardo è invece dotato di vista periferica e ci è permesso di osservare ciò che si trova al margine del campo visivo, pur mantenendo l’attenzione sul ragazzo.
“Queen Kelly” ammaliante ritorno del mito
Chi non può sottrarsi ad una adolescente infatuazione per quel cinema e all’auratica malia delle dive che incarnano il mito luminoso del firmamento hollywoodiano, il più icastico sistema di stelle, con la sua paradigmatica serie di coppie attrice -regista, potrà godersi Queen Kelly (1929) presentato alla 82sima edizione della Mostra del Cinema di Venezia nella sezione classici, con una nuova colonna sonora originale di Eli Denson eseguita dal Syntax Ensemble, in una versione restaurata con materiali ritrovati da Dennis Doros (Milestone Film & Video), che nel 1985 aveva già realizzato una prima ricostruzione del film.
“Hot Milk” tra due vite irrisolte
Vite ripiegate su loro stesse sull’orlo dell’implosione: Hot Milk di Rebecca Lenkiewicz (disponibile su MUBI) è un insieme di frammenti disordinati di due vite irrisolte che annegano nella loro simbiosi. Si tratta di una storia potente sugli aspetti più oscuri dei legami tra madre e figlia e su quei disperati tentativi di “uccidere i padri” che da presenze tiranniche e ineluttabili si trasformano in un esercito di fantasmi, ancora più tirannici per la loro capacità di infestare le storie con la loro assenza.
La serialità televisiva nei festival internazionali del cinema. Alcune riflessioni
L’inclusione di serie televisive all’interno di un festival dedicato principalmente al cinema è un fenomeno che si estende ad altri grandi festival europei. Non si tratta di una concessione da parte del circuito festivaliero verso forme audiovisive non prettamente cinematografiche che per via di riconosciute qualità meritano di essere incluse nella selezione ufficiale – esistono già numerosi festival internazionali dedicati alle serie TV. È, invece, una presa di posizione che intende valorizzare, accanto alla produzione cinematografica, anche quella televisiva, rendendola parte integrante dell’esperienza cinefila tipica di un festival.
“Warfare” speciale II – La guerra è un “artificio”
Warfare è Ars Belli, una (per)turbante e fascinosa macchina (video)ludica con un proprio codice/linguaggio per precoci iniziati, che ci rende testimoni di un pericoloso/rovinoso game (debitore dello sguardo claustrofobico e investigatore di Fincher) e dell’ambiente materico e polveroso di un’abitazione irachena che diventa teatro di cruenti delitti e di fumose e deliranti/distorte visioni.
“Warfare” speciale I – Tra claustrofobia e orrore
La scelta di seguire passo dopo passo le azioni del plotone avvicina il racconto di Warfare a una prospettiva horror, piuttosto che videoludica, storica o biografica: in fondo, è il racconto di otto uomini bloccati all’interno di una casa, accerchiati e attaccati da un nemico che non riescono a vedere bene in volto, restituendo il ritratto di un’impotenza che racconta la guerra come esperienza orrorifica e claustrofobica.
Marina Pleasure Serial. Chiedi chi era Marina Hedman Bellis
Marina Hedman è stata espressione esemplare della bellezza scandinava: fluenti capelli biondi, pelle lattea e fisico giunonico. Il desiderio erotico svedese rappresentato prepotentemente da Anita Ekberg nell’episodio Le tentazioni del Dottor Antonio (1963) di Federico Fellini, con la Hedman giungeva a definitivo compimento, diventando completamente pornografico. Da sempre intenzionata a diventare una star del cinema, iniziò come fotomodella e, dopo il divorzio dal marito avvenuto nel 1975, a muovere i primi passi nel cinema.
Alice Guy o della nascita del cinema al femminile
Se è ormai pacificamente dimostrato che i primi trent’anni della storia del cinema sono stati attraversati dall’iniziativa femminile in maniera massiva, il lavoro di riscoperta e celebrazione continua di una delle sue pioniere è un atto necessario a comprendere l’enorme portata di quel tentativo di imporre uno sguardo, una progettualità, un’iniziativa autonoma da parte delle donne che parteciparono attivamente a quell’impresa meravigliosa.
“Frammenti di luce” oltre le barricate dell’ego
Se come teoria del lutto il film non scava territori inesplorati, funziona come variazione figurale, calibrata su un’epoca che ne ha ridefinito l’economia nelle dinamiche di visibilità tra pubblico e privato, ma soprattutto nel rapporto col sacro. Eludendo il digitale, Rúnarsson riafferma un’idea auratica del cinema come pittura della luce. La progressione si legge nei suoi stessi “frammenti di luce”: dai bagliori al neon che sfrecciano sul soffitto dell’oscuro tunnel, ai riflessi malinconici del sole che cala sul mare, tracce di un dolore che muta e, forse, si lenisce.
Satyajit Ray inedito tra codice e trasgressione
Modernità e tradizione, codice e trasgressione, branco e individuo, maschile e femminile. Da questo scenario sarebbe potuta nascere un’ottima commedia hawksiana, e non v’è dubbio che sia questa la ragione dell’adorazione di Wes Anderson, al punto da promuoverne il restauro. Eppure vi è una tale pacatezza nella regia di Satyajit Ray che lo porta a rinunciare a quel rigore geometrico tipico tanto di Hawks quanto di Anderson, a rifuggire da ogni fatalismo, ad arrischiarsi, sì, ma senza scommessa, come avrebbe fatto Rohmer.
Omaggio a Goffredo Fofi – “Cortile Cascino” e la miseria di un’Italia dimenticata
A Cortile Cascino si moriva di fame, i bambini grattavano la calce dai muri per avere qualcosa da mangiare, le donne si prostituivano per sostenere la famiglia, la criminalità era all’ordine del giorno e il lavoro minorile era la normalità. Le scene di questa quotidianità sono osservate da un occhio esterno, che lascia allo spettatore l’imbarazzo di stupirsi, di provare orrore, raccapriccio, pietà di fronte all’abbattimento di un maiale, alle piccole bare coperte di fiori accatastate su un furgoncino o agli struggenti primi piani di uomini, donne e bambini dimenticati dal mondo.
“Camminacammina” rustico kolossal sulla misteriosa figura dei Magi
Rispetto alla già scarna messinscena de Il Vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini, Olmi con Camminacammina, rustico “kolossal” con personaggi spiccatamente caratterizzati in maniera buffa e con scenette tendenti al comico, radicalizza la rappresentazione cine-sacrale, con paesaggi e suppellettili reali e l’utilizzo di gente del popolo che parla un toscano volgare non esente da blasfemie (questo costò al film una nota di censura).
Omaggio a Goffredo Fofi – “Sbatti il mostro in prima pagina” rivisto oggi
Ereditato da Bellocchio in corso d’opera, dopo i dissapori dell’autore e regista sino a quel momento Sergio Donati con Volonté e la produzione, Sbatti il mostro in prima pagina è passato per certi versi alla storia come una creatura del regista a metà, come un Bellocchio non in purezza. Se è vero che manca una sua certa tipicità di racconto, quel classico taglio psicoanalitico-ancestrale sulle strutture del potere, è pur anche vero che il Bizanti di Volonté è in fondo l’ennesimo cattivo genitore della sua filmografia.
“Sotto il vestito niente” e la Milano da bere dei fratelli Vanzina
Non esiste alcun nesso tra il thriller all’italiana di Argento, Martino & co e la riscrittura dei topoi polizieschi da parte dei Vanzina, perché tanto il corpo femminile nel giallo anni Settanta era vivo e palpitante, tanto qui appare come una sorta di ologramma pubblicitario, uno spot cartellonistico fatto di nulla, in cui sotto l’appetibilità di un involucro vestimentario si cela il buco nero degli Ottanta.
“Una sconosciuta a Tunisi” schiacciata dalla tracotanza del potere
Una sconosciuta a Tunisi non è solo una storia al femminile, alla quale Fatma Sfarr presta un volto che non si dimentica, ma una riflessione generale sullo stato di una nazione che si percepisce lanciata verso le magnifiche sorti e progressive della modernità globalizzata ma non riesce a estirpare da sé le radici dell’antidemocrazia e del pregiudizio (sottilmente perfido e spiazzante il tocco di mettere in scena tutte le maggiori autorità che compaiono sullo schermo – capo della polizia, giudici – come donne perfettamente inserite nel loro ruolo).