“Disclaimer” e la verità manipolata
Disclaimer gioca con lo spettatore, lo convince prima di qualcosa e poi del suo contrario, lo intrappola in una tela i cui fili sono verità in contraddizione tra loro, false piste, dettagli che sembrano capitati lì proprio ad indicargli la strada e lo rapisce con la sua tensione drammatica. Le voci si moltiplicano, le immagini si sovrappongono, i pregiudizi si calcificano e le risposte prendono forma da sé costituendo un quadro apparentemente inattaccabile.
“Sanatorium Under The Sign Of The Hourglass” estenuante ma sovversivo
Sanatorium si prefigura come un’opera da esperire più che da decodificare, un “labirinto di porte che sbattono” il cui percorso non trova giustificazione nell’esistenza di una via di fuga, ma nell’angosciante attesa di scoprire cosa si nasconda nell’ombra di ogni suo singolo anfratto. Un’aggressione sensoriale estenuante, a discapito della breve durata di settantasei minuti, ma da accogliere con sincero stupore laddove i rischi della presunzione e dell’autocompiacimento autoriali vengono aggirati da una totale devozione alla materia di cui si compone la propria creazione.
“Beetlejuice Beetlejuice” e lo spiraglio di libertà di Tim Burton
Consapevole che il mondo sia cambiato, così come lo sguardo degli spettatori, Burton cerca il proprio spiraglio di libertà tornando alle origini e rispolverando il proprio amore verso la sgangherata tenerezza che si cela nella mostruosità. Le scenografie distorte dal gusto squisitamente espressionista, le incalzanti musiche del fedelissimo Danny Elfman, il grottesco come chiave per il sovvertimento degli equilibri del mondo e strumento di rivalsa per gli emarginati.
“L’uccello dalle piume di cristallo” e la cupa sensualità di Morricone
Steso su un’assolata spiaggia della Tunisia il giovane Dario Argento, ai tempi critico cinematografico e soggettista per Sergio Leone, ha un’intuizione visiva formidabile: un uomo cammina solo per la strada finché non assiste, attraverso una vetrina, all’omicidio di una giovane donna senza poter fare nulla per salvarla. Da questa piccola idea nasce L’uccello dalle piume di cristallo, e con esso la filmografia di un regista che avrebbe presto rinnovato le modalità di rappresentazione del terrore sul grande schermo.
“La vita accanto” e la macchia della famiglia
La macchia di Rebecca, metafora di una sorta di indicibile colpa che grava sulla famiglia è l’espediente narrativo per sviluppare i tanti, forse troppi temi affrontanti nel film quali la claustrofobia della provincia bigotta, il disagio psichico legato alla maternità, la paura della diversità, la forza salvifica dei legami autentici e delle passioni che riabilitano l’umano a una vita degna di essere vissuta. Uno dei meriti del film di Giordana è di smascherare sin da subito la mistica della femminilità che vuole la donna naturalmente e obbligatoriamente madre (e moglie) felice.
“Invelle” in nessun posto in particolare
Invelle, il primo lungometraggio animato di Simone Massi – noto ai più per i suoi cortometraggi e al festival di Venezia per manifesti e sigle – sembra immergersi in un subconscio italiano fatto di soprusi e violenze, di rabbia e di vendette. E chiedersi: cosa ci faceva paura? Cosa ci faceva arrabbiare? Cosa ci spingeva alla violenza? Al dolore, agli addii, alle miserie? Invelle è il non luogo della provincia italiana, il “nessun posto in particolare”.
‘‘L’innocenza’’ speciale II – Il potere rivoluzionario degli affetti
Kore’eda dimostra ancora la propria capacità di elevare in modo non banale i sentimenti al di sopra delle aspettative sociali che vorrebbero disciplinarli, liberandone così un potenziale rivoluzionario. La cornice scolastica incarna un’autorità da mettere in discussione, gli schemi entro cui ci disponiamo sono ancora una volta ostacolo alla vera comprensione dell’esistenza e insufficienti a spiegare una realtà che appare spesso contraddittoria e inafferrabile
“L’innocenza” speciale I – L’innocenza scoperta nel cinema scrigno
Il titolo originale, Mostro, contribuisce più dell’italiano L’innocenza, quasi opposto, a (dis)orientare chi si accinge ad aprire la scatola dell’ultimo film di Hirokazu Kore’eda. Affezionato lui a un cinema di manipolazione empatica del pubblico, e grati noi per i limpidi inganni che tesse a nostro beneficio, il titolo come porta d’accesso al film ne prelude minacciose atmosfere horror, che lo stile riprova, avvincente e inquietante.
Il franchise di “Alien” come specchio di Hollywood
Gli anni Ottanta cinematografici hanno visto l’emergere di saghe che hanno contribuito a formare l’immaginario collettivo di tante generazioni e che ancora oggi possono contare su una fanbase solida e fedele. Tra questi franchise, Alien è indubbiamente uno dei casi più interessanti, in quanto ha attraversato diverse fasi nel corso della sua storia, mutando in continuazione, proprio come la spaventosa creatura che dà il titolo alla saga.
Ricordare Delon. “Mr. Klein” e l’enigma kafkiano
Ricordando Delon. Ciò che succede a Robert Klein è un intrigo degno degli incubi a spirale di Hitchcock e Polanski, che stringono il protagonista in una morsa inesorabile, tanto dal punto di vista psicologico quanto da quello storico-sociale, due dimensioni che convivono costantemente in Mr. Klein e che offrono diverse chiavi interpretative.
“Alien: Romulus” una saga in un film
Alien: Romulus non inserisce esclusivamente richiami ai primi due film del franchise. A ben vedere, la pellicola si configura come una sintesi dell’intera saga di Alien, non solo come omaggio, ma come tentativo di tirare le fila dell’intera mitologia e far conciliare la tetralogia originale con i prequel di Scott. Alien: Romulus funge da ponte tra passato e futuro, tra ciò che ha avuto maggior successo nella saga e la possibilità di continuare questa storia in ulteriori film.
La genesi di “Miracolo a Milano”
La genesi di questo film risale a molti anni prima e coincide con l’inizio del rapporto osmotico che lega Cesare Zavattini e Vittorio De Sica per tutta la vita. Nel 1939, De Sica pone fine ai tentennamenti del regista e produttore Giuseppe Amato, comprando direttamente da Zavattini il soggetto dal titolo Diamo a tutti un cavallo a dondolo, con l’intenzione di proporlo al regista Mario Camerini.
Saper vedere oltre. “Trap” e il cinema elusivo di Shyamalan
Trappole, segni, storie dentro ad altre storie, protagonisti dichiarati e nascosti, in una poetica che mette insieme uno sguardo lucidissimo sul mondo che ci circonda e un lavoro di costante rimaneggiamento di codici e meccanismi di funzionamento dei generi cinematografici. Il cacciato diventerà cacciatore, ridiventerà cacciato per poi nuovamente cacciare, in un susseguirsi di ribaltamenti di fronte che sono lo specchio rotto di una realtà troppo complessa per essere rinchiusa, incasellata (intrappolata?) in ruoli codificati.
“La camera verde” e la tenerezza truffautiana
Dagli Archivi spuntano sempre formidabili tesori legati alla cinefilia. Nel 2011, la figlia di Franco La Polla, Susanna, ha deciso di donare alla Cineteca di Bologna un’ampia collezione di volumi appartenuti a Franco. I volumi sono stati tutti catalogati e sono disponibili alla consultazione presso la Biblioteca Renzo Renzi. Successivamente si è concluso anche il progetto di spoglio e digitalizzazione di tutti gli scritti che Franco ha realizzato per la Cineteca e per altri circoli del cinema: saggi, recensioni, articoli e monografie. Ne estraiamo un testo prezioso.
Milano ha perso la testa per “La dolce vita”
Molti i tesori contenuti nel fondo Calendoli della Cineteca di Bologna. Non poteva mancare un pezzo su La dolce vita (1960). Scelta difficile perché molti intellettuali hanno scritto pro o contro su questa pietra miliare del cinema mondiale all’epoca della sua tanto discussa uscita; Pasolini, Fortini, Montanelli, Moravia, Mosca, Russo, Spriano, solo per citarne alcuni in ambito nazionale. Ma sul cinema di Fellini, mancano le voci femminili del Belpaese. E quella di Camilla Cederna è così originale, fuori dal coro, che era ingiusto non riportarne almeno un estratto.
Fotografare e sparare tra Don De Lillo e Alex Garland
Lo scatto e lo sparo, in Civil War, sono risposte equivalenti a una stessa situazione. Le strisce di pellicola di Jessie mostrano corpi distesi, uomini accovacciati e sanguinanti in inquadrature esteticamente bellissime, ma che non significano quasi più niente. Cosa dovremmo fare di quei corpi? E, come già a Don DeLillo, viene da chiedersi: dovremmo forse congratularci con loro per aver preso parte alla soddisfazione fotografica? Civil War si limita a scattare una foto al futuro, ma non dà altre risposte.
“La prima notte di quiete” come melodramma queer
Gran successo di pubblico del 1972, La prima notte di quiete di Valerio Zurlini viene solitamente rappresentato dalla critica come un iconico melodramma dell’eterosessualità. All’enfasi melodrammatica contribuiscono la colonna sonora e le numerose citazioni letterarie romantiche. Ma vale la pena andare più a fondo per trovare nuovi sguardi e nuove analisi di questa celebre opera con Alain Delon.
“Twisters” nella furia degli elementi (americani)
Fateci caso: quanti simboli dell’iconologia statunitense vengono contemplati dalle cineprese della regia? Il western, il baseball, le bandiere, il divismo e via dicendo. Twisters lavora su questi elementi del passato per tematizzare un presente muscolare e spietato, che cerca un confronto con i tempi che furono per prevaricarli e poter mettere in bella mostra la sua più sgargiante e magnetica forma estetica senza dimenticarsi, però, di ricordarsi e ricordarci quale sia l’origine della sua natura.
“Quattro figlie” e il futuro che rompe col passato
Hend Sabri, i lisci capelli pettinati dall’acconciatrice, un ultimo tocco di rossetto, si riscopre agitata al pensiero di incontrare dal vivo una donna che ha deciso di raccontare la sua vicenda, ancora una volta in tono risoluto, sorgendo con l’ostinazione della ragazza ribelle che picchiava ogni uomo che le si avvicinasse. Almeno fino alla comparsa di colui che, dopo aver eluso sorveglianza e fortezza, fece breccia nel suo cuore. Si chiama Olfa, non soffre di alcun timore reverenziale.
“Pane, amore e fantasia” e l’aria di paese
Il film di Luigi Comencini, insieme a Poveri ma belli di Dino Risi, resta l’autentico manifesto della commedia neorealista, filone che ha aperto la strada alla commedia all’italiana, una forma-cinema decisamente storicizzata e cristallizzata nel tempo che riesce a restituire la dimensione sociale e antropologica dell’Italia del secondo dopoguerra, tra scampoli di miseria e sorrisi di speranza.
“Gli indesiderabili” della Francia arrabbiata
Gli indesiderabili è un’opera claustrofobica, che ricorre a piani molto stretti per esasperare l’impotenza dei personaggi, vessati da interventi della polizia sempre più intrusivi e violenti. Quando si tratta di cinema politicamente impegnato, la Francia dovrebbe venire universalmente presa d’esempio per la capacità di narrare la rabbia sociale con crudezza. Anche in questo caso gli autori non si preoccupano di essere accomodanti, di fornire un modello propositivo. Il focus è sempre sulla sofferenza,