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L’epica infetta di “L’immortale”

Non si può non apprezzare l’ingegno che Marco D’Amore dimostra nel realizzare un prodotto indipendente e, allo stesso tempo, legato a filo doppio con la serie Gomorra. Co-sceneggiatore, regista e, naturalmente, attore, D’Amore cura la sua creatura con modestia, senza troppi eccessi e ingenuità, lasciando che lo scetticismo svanisca tra le pieghe di un film che respira in sintonia a livello estetico, storico, sonoro e narrativo con ogni singolo episodio della serie. Si potrebbe anzi obiettare che L’immortale, se frammentato, non avrebbe sfigurato come parte integrante del prodotto televisivo, ma l’approdo sul grande schermo sancisce ancora una volta l’importanza di Gomorra nel ridefinire i limiti del genere crime a livello internazionale.

Claudio Caligari nel ricordo di Luca Marinelli

Il titolo provocatorio (Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari) del bellissimo film di Simone Isola (produttore) e Fausto Trombetta (giornalista) sul cinema e la vita di Claudio Caligari nasce da un confronto con Valerio Mastandrea, grande amico oltreché attore consacrato nella sua immagine di “faccia proletaria” da uno dei film del regista piemontese. Se c’è un aldilà sono fottuto era una frase di Caligari riportata nella lettera a Martin Scorsese, che Mastandrea inviò alla stampa nel 2014 per denunciare le difficoltà del regista a produrre i suoi film, e per aiutarlo a finanziare e promuovere quello che poi sarebbe stato il suo ultimo lungo, Non essere cattivo (2015).

“Bellissime” a qualunque costo

Cristina, Giovanna, Francesca, Valentina e il culto della bellezza. Un imperativo al quale è impossibile sottrarsi. La madre, Cristina, è una donna alla quale è stata negata la possibilità di esprimersi come avrebbe voluto, complice una madre violenta. Non le resta che riscattarsi, inconsciamente, attraverso le proprie figlie. A suon di diete ferree, post Instagram, provini e molti rifiuti le donne compiono la loro parabola sacrificale, con amara dolcezza, verso il successo. È facile intuire l’allusione a Bellissima (1951) di Luchino Visconti. Padri assenti e madri che scaricano impropriamente sulle figlie le proprie frustrazioni. Lolite dall’infanzia schiacciata nelle vite dei genitori, lungo binari costruiti da altri, strette nella morsa di aspettative ben precise, spesso deluse.

“Shelter”, storia di un’identità

Shelter è un rifugio, un riparo un’opera chiusa come una scatola inaccessibile in cui si prova a raccontare l’identità di questa persona, senza però mai svelarla. È un’opera che muovendo dal personale aspira all’universale, dal ritratto di volto ignoto assurge a mito. È così che il film è costruito in una successione di campi vuoti che segnano un accento critico sul non-luogo urbano, e suggeriscono invece, di pari passo con alcune parole della protagonista, un salvifico ritorno alla foresta come unico luogo popolato da “persone buone”, rispetto alla cattiveria registrata nelle città occidentali dove “il vero animale è l’uomo che distrugge le montagne e uccide le persone”. È la voce della protagonista a guidarci nella narrazione del suo racconto di vita.

“Gli anni amari” alla Festa del Cinema di Roma 2019

Se il biopic è il non-genere più pericoloso da maneggiare, Gli anni amari dimostra bene quanto sia temeraria l’operazione di rimettere in scena una vita vera, specialmente se il soggetto raccontato è un personaggio cruciale per la storia italiana quanto al contempo un po’ trascurato come Mario Mieli. Tra i fondatori del movimento omosessuale italiano, autore del capitale Elementi di critica omosessuale, Mieli (interpretato dall’esordiente Nicola Di Benedetto), nato in una ricchissima famiglia di industriali ebrei, fu attivista, teorico, performer, scrittore, rivoluzionario. Per restituirne la complessità e la rilevanza culturale, sfiorando qua e là l’agiografia, Gli anni amari non rinuncia a un approccio didascalico, seguendo l’ordine cronologico degli eventi compresi tra il 1969 e il 1983, periodo rievocato ora con felici intuizioni (la precisione degli oggetti d’arredamento, canzoni per una volta non banali come quelle del Banco del Mutuo Soccorso) ora con qualche elemento posticcio di troppo.

“Il varco” e la zona franca tra finzione e documentario

Ingenuo, insomma, chi pensa che il found footage non menta: persino il più trasparente dei filmini amatoriali, sottoposto alla tirannia degli anni, può trasfigurarsi in enigma. Lo sanno bene Federico Ferrone e Michele Manzolini, che firmano a quattro mani una creatura spuria e bifronte: il loro film è fatto di immagini della fallimentare campagna di Russia del 1941, provenienti dall’Istituto Luce e dall’archivio Home Movies. Immagini che più vere non si può, ma frammentarie, a cui il rimontaggio e la voce over infondono una nuova unità di senso. I filmini delle piane dell’Ucraina, prima dolci e poi innevate, solcate dai treni che portavano i militari italiani alla guerra, sono girate dai militari stessi, pedine nella marea di sangue del fronte orientale che vollero catturare le tappe di un viaggio sciagurato. 

“La scomparsa di mia madre” e l’ostilità delle immagini

Fondato su una dialettica squilibrata, il documentario (di osservazione e di partecipazione) si edifica su due elementi in apparenza distanti eppure legatissimi: il primo è il conflitto tra lo sguardo innamorato di Barrese che pedina, cattura, invade il territorio e la presenza recalcitrante e contraddittoria di Barzini che insulta, ragiona, ammicca; e il secondo è l’amore, dove le facili suggestioni edipiche sono meno interessanti dei non-detti, chiave di lettura importante dal momento che Barzini vuole far emergere il valore del non-visibile inaccessibile all’obiettivo fotografico.

“Vivere” e il racconto della rinuncia

Scegliendo la rappresentanza (sia del potere sia del ceto medio) anziché la rappresentazione, Vivere non riesce a trovare una cifra se non nella prospettiva di un racconto mancato e manicheo. Quasi per eludere il problema, si dedica al ménage di una coppia in sfacelo, con una donna stanca in apnea nel traffico della capitale e un uomo-bambino incapace di empatia. Ci mette dentro una bambina cagionevole, un ragazzino cocainomane, un medico premuroso, un vicino di casa solo al mondo. Individua un filtro nello sguardo della studentessa irlandese ospitata dai protagonisti per un anno. In origine, Vivere si sarebbe dovuto chiamare Un anno in Italia: una rinuncia che sembra una dichiarazione d’impotenza.

“Effetto domino” e la fascinazione dell’abbandono

Cupissimo, ineluttabile, Effetto domino è anche un inno all’attrazione/repulsione per il disfacimento e la morte. La fascinazione per i luoghi in abbandono, che ha dato vita a file crescenti di urban explorers, è qui al suo apogeo: accarezzata da una luce fredda ed esatta, la bellezza dei vecchi edifici in disuso è innegabile e struggente nelle armoniose composizioni visive generate dal caos – e da un ottimo occhio per l’inquadratura e la messa in scena. Pur con qualche dialogo filosofeggiante di troppo, il progetto di un manipolo di esseri umani di distruggerli per ricostruirli nuovi e splendenti, come se i precedenti non fossero mai esistiti, è il perfetto rispecchiamento di un anelito del nostro tempo a non invecchiare e morire mai più, di qui a una manciata di anni. 

“Il pianeta in mare” di Andrea Segre a Venezia 2019

A pochi chilometri dall’ammaliante centro storico di Venezia sorge l’isola artificiale di Marghera. Realizzato nel secondo decennio del Novecento, questo quartiere nato su suolo paludoso, grazie all’azione dell’attività umana, è prosperato fino a diventare l’agglomerato industriale più grande d’Italia.  Un immane epicentro di attività produttive, dalla lavorazione siderurgica all’ingegneria navale, che a loro volta si sono fatte polo d’attrazione per altre imprese e sbocchi occupazionali, le cui maestranze hanno dato vita ad una nuova e corposa comunità situata ai margini della laguna. Andrea Segre dedica il suo nuovo documentario alle vite degli individui ancorati all’attività di questo polo operativo, neutralizzando la propria presenza ed attuando un pedinamento ravvicinato che permette alle semplici azioni quotidiane di farsi eloquente racconto di questo uggioso microcosmo.

“La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco a Venezia 2019

Franco Maresco nel 2017, a 25 anni dalle uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, decide di iniziare le riprese di un nuovo film. Al centro di La mafia non è più quella di una volta ci sono le stragi di Capaci e via D’Amelio viste attraverso due figure molto diverse tra loro e che rappresentano due fronti opposti. Da un lato c’è Letizia Battaglia illustre fotografa italiana nota soprattutto per i suoi scatti sulle guerre di mafia, dall’altro lato si trova Ciccio Mira già protagonista nel film precedente di Maresco Belluscone. Una storia siciliana. Letizia Battaglia è delusa, ma non cinica, come invece è Maresco, e guarda alle persone con la speranza di chi non può credere che una tale strage, un tale incubo, sia caduto nell’indifferenza da parte della società siciliana.

“Nevia” di Nunzia De Stefano a Venezia 2019

Nevia è l’opera prima di Nunzia De Stefano, una gemma nella sezione Orizzonti di questa 76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La regista con la sua macchina da presa applica uno sguardo intimo e ravvicinato sulla giovane protagonista. Lo spettatore guarda così quella realtà attraverso gli occhi della selvaggia e scontrosa Nevia, simile a Maggie di Million Dollar Baby, ne vede e percepisce la rabbia, la ribellione, fatta di stacchi e movimenti di macchina bruschi, e la felicità in cui tutto sembra rallentare per godere di quegli attimi di gioia che scorrono sullo schermo. Intriso di una brutale realtà quotidiana Nevia lascia spazio alla possibilità di far diventare realtà i sogni.

“L’ospite” fragile delle coppie instabili

Visto che la condanna all’incertezza e a nuovi decorsi sentimentali pare ineludibile, Chiarini invita a fare dell’instabilità virtù, accogliendone i risvolti positivi e le possibilità. I quasi-adulti di L’ospite, sideralmente lontani anche dal magnifico quarantenne Nanni Moretti uscito dalla generazione di mezzo fra quelle di Guido e dei suoi genitori, vanno ai concerti rock, si incontrano su Tinder, soffrono d’ansia cronica e sognano di lavorare oltreoceano, in attesa di una maturità dura da guadagnare, ma alle prese come apripista, poveri loro, con una instabilità affettiva dalle conseguenze tutte da sperimentare.

“Vita segreta di Maria Capasso” e il ritorno di Salvatore Piscicelli

Quello di Maria è un amore spropositato per sé stessa, un desiderio forte di auto-rivendicarsi, di riconoscersi, affermarsi, in questo sì, molto vicina all’essenza di Filumena Marturano. Siamo naturalmente portati ad apprezzare parecchio questo tipo di egoismo femminile, di autostima esasperata, in un contesto che dimostra quotidianamente quanto ancora ci sia da fare per liberare le donne dall’egemonia maschile. Siamo convinti che il messaggio del film, se ha ancora un senso parlare di message, ancorché travestito da una patina di maledettismo noir, sia molto forte e positivo. Proprio perché, una volta tanto, è una donna a prendere in mano la sua vita e a rifiutare ciò che altri, o un destino infame e sfortunato, hanno previsto per lei. La vita segreta di Maria, insomma, non ci indigna e ci piace assai.

“Dicktatorship”, un sondaggio sul patriarcato italiano

“L’Italia è un Paese ossessionato dal pisello. Tutto ruota attorno a quello”. Dicktatorship ci fa vedere come il nostro passato sia stato prettamente patriarcale e come questo sia tutt’ora incarnato nella mentalità di femmine e maschi. Di come, nonostante le battaglie femministe degli anni Settanta, ancora oggi un padre sia reticente a far giocare suo figlio con una Barbie. O ancora, delle grandi polemiche suscitate dalla richiesta dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini di cambiare l’articolo determinato da “il” presidente a “la” presidente. Gustav e Luca non si limitano a interpellare esperti di sociologia o psicologia, ma anche personaggi famosi, quali Rocco Siffredi o Michela Murgia, e persone comuni di età e sesso diverso incontrate per strada. È un vero e proprio sondaggio sul pensiero italiano e sul ruolo che donna e uomo dovrebbero avere nella nostra società.

“Selfie”: Napoli e le periferie del mondo

Il fatto che le immagini siano prodotte dagli stessi protagonisti in maniera relativamente spontanea è forse ciò che permette al film di catturare al meglio la positività e la bellezza che esiste all’interno del quartiere e al contempo le contraddizioni di un mondo dove l’istituzione è assente o negligente e nemmeno i genitori hanno gli strumenti per aiutare i propri figli. Un mondo circondato da mura ideali, che paiono invalicabili, al di là delle quali, con la forza di volontà e un po’ di immaginazione si può riuscire a vedere oltre. 

“Il traditore” tra cacciatori e prede

Il traditore possiede una cifra stilistica quasi desueta nel panorama italiano, quella di intrattenere e appassionare il pubblico. Bellocchio, spesso attento alla storia del nostro paese, si era cimentato su un periodo altrettanto tragico, quello del sequestro Moro, in Buongiorno, notte, ma con toni intimisti e tormentosi. Qui invece è sontuoso e avvolgente anche se, nell’usare con profluvio svariati registri, crea un complesso non del tutto omogeneo. Il traditore centra però perfettamente il ritmo di fughe e pause, alcune scene memorabili (il riposo notturno sul tetto, gli insoliti postumi di un matrimonio, l’ultimo viaggio di Giovanni Falcone) e possiede la non comune virtù di superare la fascinazione del potere criminale non sminuendola

“Il traditore” tra codice e mitologia

In questo film in superficie impersonale maneggia per la prima volta il mafia movie e sembra quasi non tenere conto di tutta la tradizione del genere: non solo non c’è alcuna possibilità di restare affascinati dal male, perché rappresentato in maniera efferata oppure ridicola da gente ignorante e squallida, ma spicca anche una centralità della morte davvero angosciante, dai tentati suicidi e le manie di persecuzione passando per i caffè sospetti fino alle esecuzioni e agli attentati. Della mafia a Bellocchio interessa il codice, non la mitologia: la festa iniziale, con quel nipote eroinomane in riva al mare, è già una cerimonia funebre. Il traditore dimostra quanto Bellocchio sia il più grande regista italiano vivente.

“Il corpo della sposa” e la politica dei corpi

Opera d’esodio di Michela Occhipinti -già autrice di numerosi documentari – Il corpo della sposa risente degli stilemi tipici del documentario ma sfrutta i meccanismi della fiction per narrare una storia che non si esaurisce entro i confini della testimonianza etnografica. Pare, piuttosto, un pretesto narrativo per veicolare significati universali, una riflessione che attraversa la contemporaneità e che coinvolge tanto il mondo orientale quanto quello occidentale. Invero, la narrazione si colloca all’interno del panorama mediatico post femminista, accarezzata da una sensibilità che caratterizza la rappresentazione di genere nel cinema, in accordi con alcuni topoi stabili: tra questi, la femminilità come proprietà corporea, l’autodisciplina, la libertà di scegliere, la tensione verso l’empowerment.

“Bangla” e come scavalcare uno stereotipo

Che cosa è uno stereotipo? Per gli psicologi rientra in questa definizione qualunque opinione precostituita e generalizzata su persone o gruppi sociali priva di un riscontro basato sull’esperienza diretta. Phaim Bhuiyan, regista (attore e sceneggiatore) ventiduenne al suo esordio cinematografico con Bangla (distribuzione Fandango) ha avuto una fulminea intuizione: portare il suo stereotipo (quello del figlio di immigrati che cerca di integrarsi con la cultura del Paese ospitante) sul grande schermo, in modo autobiografico, e scavalcarlo, o domarlo a seconda dei punti di vista, attraverso l’uso di un linguaggio cinematografico e di uno slang giovanile che lo riafferma, incorporando in sé stesso la sua medesima matrice popolare.