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What a Feeling. Tornando su “Ammore e malavita”

In un genere che non fa mistero del suo essere finzione, i Manetti instaurano un cortocircuito socio-visivo che ironizza sui disagi sociali di certe zone geografiche del Sud Italia, facendo riflettere sull’impatto del successo di certi fenomeni letterari e televisivi sullo stato delle cose. Alla base di un’operazione come Ammore e malavita si può leggere una profonda fiducia nel cinema italiano e nella sua possibilità di svincolarsi dai dettami del mainstream USA per mostrare al pubblico e alla filiera cinematografica che l’industria nostrana può rappresentare ed esprimere profondamente la nostra identità non solo nei piccoli film d’autore a basso budget, ma anche quando si tratta di generi, balli e tante comparse.

“Nome di donna” e l’ingranaggio maschilista

Al netto di un film poco riuscito, si salva l’intento morale di Giordana, sensibile nel cogliere, insieme a Cristiana Mainardi che ha scritto il film, l’urgenza di portare allo scoperto un crimine relegato troppo spesso nelle zone d’ombra della cronaca e che il movimento #metoo ha invece aiutato a far emergere, dando coraggio e solidarietà alle tante donne che ancora non riescono a parlare, e non ultimo, in qualche modo, il film ci ricorda che ogni giorno, anche senza rendercene conto, che lo accettiamo o meno, siamo tutti parte di questo ingranaggio maschilista e siamo dunque, sopratutto noi uomini, tutti coinvolti e responsabili: non uno di meno.

“Manuel” a Visioni Italiane 2018

Manuel è l’opera prima di Dario Albertini, un film completamente “suo” da soggetto a sceneggiatura, musiche e regia. Un’opera che ci parla del suo autore presentandocelo come regista (oltreché artista poliedrico, musicista, fotografo) fortemente affascinato dalle realtà più disagiate, periferiche, abbandonate (quasi pasoliniane). Girato nella periferia romana tra Civitavecchia e Tarquinia, pensato come classico cinema di pedinamento, Manuel è un film che scorre al ritmo del respiro del suo protagonista. Un respiro reso a tratti affannoso e ansimante dal peso delle responsabilità o frenato e sonnolento per via di una vita ancora alla ricerca del bandolo della sua matassa.

“Figlia mia” e il buco nero delle relazioni umane

Applaudito al Festival di Berlino 2018, dove la regista Laura Bispuri era già stata nel 2015 col suo primo lungometraggio Vergine giurata, Figlia mia è senza dubbio un film sulla maternità, ma soprattutto sull’evoluzione dell’identità. La Bispuri, autrice anche di soggetto e sceneggiatura assieme a Francesca Manieri, sembra citare i classici stereotipi femminili per poi burlarsene con grazia. Costruisce tre personaggi stratificati e compositi e li inserisce in un gioco di opposizioni e scambio delle parti, in cui risulta via via sempre più difficile capire chi stia facendo da madre a chi.

Peter Marcias e il documentario sui documentari

Un documentario sui documentari: è questo il monumentale obiettivo che Peter Marcias, regista sardo, si è posto con il suo ultimo progetto, Uno sguardo alla terra. Il film nasce dalla volontà di recuperare uno dei più importanti lavori del cinema del reale, ovvero L’ultimo pugno di terra di Fiorenzo Serra (1965). Il documentario, che vide la supervisione di Cesare Zavattini, nacque su commissione della Regione Sardegna che voleva vedere celebrati i progressi del progetto di Rinascita, che invece Serra presentò in chiave dubbiosa e poco ottimista. Non godendo dell’approvazione dei suoi stessi committenti, L’ultimo pugno di terra fu smontato per realizzare dei documentari più brevi che invece circolarono in sala.

“L’uomo con la lanterna” a Visioni Italiane 2018

“Il sogno è il primo genere letterario dell’umanità. Nel sogno siamo registi, attori e spettatori delle vite immaginarie che ci sono state narrate e di quelle che andiamo a comporre”, questo è l’incipit con cui si apre L’uomo con la lanterna di Francesca Lixi, vincitore del Premio Corso Salani al Trieste Film Festival 2018, una frase del filosofo Remo Bodei che vuole chiarirci con quale sguardo la regista abbia provato a dare forma alla vita di suo zio Mario Garau, bancario cagliaritano che dal 1924 al 1935 si ritrova a lavorare per l’Italian Bank for China a Tientsin e Shanghai.

“Hannah”, giallo esistenziale in apnea

Hannah, personaggio e film (il personaggio è il film), è uno stato d’animo precario, inquietante, traumatizzato. Un’evanescenza corporea, una figura ectoplasmatica che vaga in interni domestici e spazi metropolitani, rivendicando continuamente il suo essere comunque parte di un mondo che la respinge. Per quanto possa sembrare strano per un film così straniante e disturbante, inospitale anche nei cromatismi di Chayse Irvin (con Pallaoro già nell’esordio Medeas), il regista sa montare con intelligenza una tensione che gli permette di penetrare nel giallo esistenziale, dentro la quotidiana convivenza con una ferita mortale.

“Chiamami col tuo nome” e la mappa dei cinque sensi

Chiamami col tuo nome non è solo il racconto romantico di un innamoramento. La potenza lirica delle immagini esalta la sublimazione catartica del turbamento che attraversa la giovinezza: ascesa all’estasi del piacere e comprensione del distacco nella malinconia del ricordo. L’idea scolpita dalla successione delle inquadrature è una declinazione contemporaneamente carnale e poetica dell’eros in cui il desiderio comunica un altrove metafisico dei corpi, regolato dalla mappa dei cinque sensi. L’istinto, quanto l’affetto, è raffigurato con aderenza costante alle movenze naturali delle mani, degli arti, dei volti, senza ricostruire la vita interiore dei due giovani ma giungendo ad essa attraverso le sfere esistenziali che li circondano.

“Chiamami col tuo nome” e l’apologia dell’esattezza

La macchina da presa di Guadagnino si muove con discrezione tra l’intimismo di Eric Rohmer, pensando agli affreschi d’incondizionato realismo e verità di La collezionista e l’inconfondibile voyeurismo di Bertolucci: la figura di Elio, alle prese con la lettura e la scrittura, immerso nell’atmosfera panica dei contesti naturali e negli anfratti domestici, non può non ricordare la tenera ingenuità di Liv Tyler in Io ballo da sola. Nonostante lei sia l’ospite, c’è la stessa modulata introspezione nei due personaggi, gli stessi momenti spartiacque.

Le buone intenzioni di Doc Under 30

Si è conclusa da poco l’undicesima edizione dei Doc Under 30, festival per autori emergenti nel panorama del documentario. Nonostante fosse un’edizione colma di prodotti eterogenei tra loro, oltre che per le tematiche anche per le diverse durate e produzioni, tre delle cinque giurie sono state decise nell’assegnare i loro rispettivi premi a The Good Intentions di Beatrice Segolini e Maximillian Schlehuber. Film che ha così ottenuto il premio di Kinodromo, quello di Doc/it – Associazione Documentaristi Italiani e il premio della giuria DocUnder30. Un documentario in cui la regista, nel ruolo di simil infiltrata, ha messo a nudo la propria complessa situazione familiare, per riuscire a dimostrare che ha il diritto di chiedere spiegazioni riguardo le violenze subite da parte del padre.

Intervista a Susanna Nicchiarelli

In vista di un primo bilancio di questo 2017 davvero sorprendente per il cinema d’autore italiano, abbiamo incontrato Susanna Nicchiarelli per un incontro più a freddo, dopo il grande successo veneziano di Nico, 1988 e la successiva distribuzione in sala. Sono molti i temi raccontati dall’autrice, dalle scelte narrative a quelle musicali, fino alla fascinazione per l’iconografia socialista.

La debordante audacia di “Riccardo va all’inferno”

Nel giro di pochi anni, quella della Torre è la terza occasione per il cinema italiano di ripensare il Bardo, dopo Cesare deve morire dei Taviani e La stoffa dei sogni di Gianfranco Cabiddu. Benché a sua volta rilettura de La tempesta secondo Eduardo De Filippo, quest’ultimo film sembra affine idealmente a Riccardo va all’inferno per l’ardita disinvoltura con la quale opera dentro al testo, un po’ sulla scia de L’ultima tempesta di Peter Greenaway e The Tempest di Julie Taymor. Proprio con la regista inglese, Torre condivide lo sguardo visionario, dove al realismo è preferito il carnevale: un mondo capovolto, una sfilata di maschere, un incubo psichedelico.

Intorno al cinema di Alessandro Rak

Un elemento comune nelle opere di Rak è sicuramente una fine apocalittica, perché nonostante i finali siano in qualche maniera positivisti, lasciano un sentore di malinconia e questo per il fatto di non essere mai approfonditi. Allo spettatore è concessa, più che altro, la visione delle brutalità e delle infelicità che i personaggi sopportano e quando, alla fine, sembra risolversi quel groviglio di sentimenti e sensazioni che si è creato, enfatizzato dall’uso delle colonne sonore e dei suoni, rimane il vuoto.

Intervista ad Alessandro Rak

Abbiamo approfittato della presenza di Alessandro Rak per porgli qualche domanda, consci che Gatta Cenerentola è stato uno dei film più originali e sorprendenti di questa prima parte di stagione: “La mia idea è cercare di liberare l’animazione dal gioco del target che non vuol dire necessariamente farla per adulti e basta, ma significa che chi racconta deve sentirsi libero di raccontare le istanze, le urgenze che ha dentro e non adeguarsi biecamente a un mercato o alla necessità di un mercato”.

Divertimento e malinconia in “Ammore e malavita”

Ripensiamo Ammore e malavita dopo alcune settimane dalla sua uscita. Il cinema di matrice napoletana sta vivendo una stagione di enorme vivacità, e sembra dialogare in modo convinto con diversi generi (e non per la prima volta). I Manetti usano la sceneggiata napoletana alternandola – con giochi di luce che distinguono realtà e immaginazione – alle caratteristiche più proprie di un gangster-musical, ponendo Napoli sullo sfondo di sparatorie all’americana e momenti di puro amore.

Il gioco affabulatorio di “Agadah”

Nella tradizione cabalistica, Agadah significa “narrare”. Scegliendo un titolo così, Alberto Rondalli dichiara gli intenti all’origine del suo adattamento di Manoscritto trovato a Saragozza, il romanzo alla cui realizzazione il conte Jan Potocki dedicò gran parte della vita. Già tradotto sul grande schermo da Wojciech Has nel 1964, quando non era ancora concluso il suo inesauribile travaglio editoriale (pubblicato inizialmente nel 1805, espanso e riedito fino al 1814, parzialmente non riconosciuto, ricostruito nel 2008 in seguito al ritrovamento di altri manoscritti), costituisce l’occasione per Rondalli di concentrarsi sui meccanismi e sui sortilegi dell’avventura della narrazione. 

Vita reale di “Ibi”, firmato Andrea Segre

Con le sue riprese e la sua forza d’animo Ibi ci racconta la lezione che lei stessa ha dovuto imparare dalla vita, ossia che “nulla è impossibile”. A Castel Volturno Ibi ha aiutato e sostenuto attivamente il Movimento dei Migranti e dei Rifugiati, con entusiasmo trascinante, non solo per ottenere il suo permesso di soggiorno, ma anche perché ha creduto fermamente nella necessità di una lotta comune contro le ingiustizie che segnano le vite di molti migranti ovunque, in Italia, in Europa. Ibi ripeteva con fede e fiducia che “bisogna sempre andare avanti e camminare, camminare, camminare”. Peccato che, nel suo caso, sia stata la morte a dare lo stop e a lasciare per sempre il suo nome nella lunga lista “di quelli che aspettano”.

D’amore e di guerra, “Una questione privata”

Valori morali forti e impliciti, follia amorosa e memoria fedele. Ecco il mix grandioso alla base di un altro bellissimo film di Paolo (e Vittorio – secondo i titoli di testa – solo sceneggiatore del film, ma non regista, a causa degli acciacchi dell’età) Taviani, un film che torna a parlare di Resistenza e Lotta partigiana in una contingenza storica in cui un deserto ideologico sempre più ferocemente diffuso, cancella la memoria storica e lascia libero il campo all’avanzata di vecchi e nuovi fascismi.

Provincia industriale: “Asteroidi” di Germano Maccioni

Gli Asteroidi segna il debutto alla regia di un lungometraggio di fiction del promettente regista bolognese Germano Maccioni, classe 1978, già vincitore di numerosi premi e riconoscimenti con i precedenti documentari e unico italiano in concorso al 71° Festival di Locarno. Un pregio del film è quello di rendere omaggio ad alcune delle più grandi realtà dell’Emilia Romagna (quella industriale accanto a quella scientifica) e riunire nella stessa pellicola alcuni tra i volti dei caratteristi più noti e amati del luogo.

“Barbiana ’65” e la scuola di Don Milani

Barbiana, un paesino sperduto del Mugello a pochi chilometri da Firenze. Una canonica dell’Appennino, isolata nella sua arretratezza e povertà negli anni del boom economico. Un luogo dove Don Lorenzo Milani approda nel 1954, a soli 31 anni. In tutto una quarantina di anime, senza acqua, né luce, e nemmeno una strada per arrivarci. Cos’altro avrebbe potuto fare un parroco in un simile contesto? Don Milani decise di “fare scuola”. E con le sue lezioni rivoluzionarie in pochi anni Barbiana diventò un luogo conosciuto in tutto il mondo come esempio di una istruzione umanistica e virtuosa.