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Le buone intenzioni di Doc Under 30

Si è conclusa da poco l’undicesima edizione dei Doc Under 30, festival per autori emergenti nel panorama del documentario. Nonostante fosse un’edizione colma di prodotti eterogenei tra loro, oltre che per le tematiche anche per le diverse durate e produzioni, tre delle cinque giurie sono state decise nell’assegnare i loro rispettivi premi a The Good Intentions di Beatrice Segolini e Maximillian Schlehuber. Film che ha così ottenuto il premio di Kinodromo, quello di Doc/it – Associazione Documentaristi Italiani e il premio della giuria DocUnder30. Un documentario in cui la regista, nel ruolo di simil infiltrata, ha messo a nudo la propria complessa situazione familiare, per riuscire a dimostrare che ha il diritto di chiedere spiegazioni riguardo le violenze subite da parte del padre.

Intervista a Susanna Nicchiarelli

In vista di un primo bilancio di questo 2017 davvero sorprendente per il cinema d’autore italiano, abbiamo incontrato Susanna Nicchiarelli per un incontro più a freddo, dopo il grande successo veneziano di Nico, 1988 e la successiva distribuzione in sala. Sono molti i temi raccontati dall’autrice, dalle scelte narrative a quelle musicali, fino alla fascinazione per l’iconografia socialista.

La debordante audacia di “Riccardo va all’inferno”

Nel giro di pochi anni, quella della Torre è la terza occasione per il cinema italiano di ripensare il Bardo, dopo Cesare deve morire dei Taviani e La stoffa dei sogni di Gianfranco Cabiddu. Benché a sua volta rilettura de La tempesta secondo Eduardo De Filippo, quest’ultimo film sembra affine idealmente a Riccardo va all’inferno per l’ardita disinvoltura con la quale opera dentro al testo, un po’ sulla scia de L’ultima tempesta di Peter Greenaway e The Tempest di Julie Taymor. Proprio con la regista inglese, Torre condivide lo sguardo visionario, dove al realismo è preferito il carnevale: un mondo capovolto, una sfilata di maschere, un incubo psichedelico.

Intorno al cinema di Alessandro Rak

Un elemento comune nelle opere di Rak è sicuramente una fine apocalittica, perché nonostante i finali siano in qualche maniera positivisti, lasciano un sentore di malinconia e questo per il fatto di non essere mai approfonditi. Allo spettatore è concessa, più che altro, la visione delle brutalità e delle infelicità che i personaggi sopportano e quando, alla fine, sembra risolversi quel groviglio di sentimenti e sensazioni che si è creato, enfatizzato dall’uso delle colonne sonore e dei suoni, rimane il vuoto.

Intervista ad Alessandro Rak

Abbiamo approfittato della presenza di Alessandro Rak per porgli qualche domanda, consci che Gatta Cenerentola è stato uno dei film più originali e sorprendenti di questa prima parte di stagione: “La mia idea è cercare di liberare l’animazione dal gioco del target che non vuol dire necessariamente farla per adulti e basta, ma significa che chi racconta deve sentirsi libero di raccontare le istanze, le urgenze che ha dentro e non adeguarsi biecamente a un mercato o alla necessità di un mercato”.

Divertimento e malinconia in “Ammore e malavita”

Ripensiamo Ammore e malavita dopo alcune settimane dalla sua uscita. Il cinema di matrice napoletana sta vivendo una stagione di enorme vivacità, e sembra dialogare in modo convinto con diversi generi (e non per la prima volta). I Manetti usano la sceneggiata napoletana alternandola – con giochi di luce che distinguono realtà e immaginazione – alle caratteristiche più proprie di un gangster-musical, ponendo Napoli sullo sfondo di sparatorie all’americana e momenti di puro amore.

Il gioco affabulatorio di “Agadah”

Nella tradizione cabalistica, Agadah significa “narrare”. Scegliendo un titolo così, Alberto Rondalli dichiara gli intenti all’origine del suo adattamento di Manoscritto trovato a Saragozza, il romanzo alla cui realizzazione il conte Jan Potocki dedicò gran parte della vita. Già tradotto sul grande schermo da Wojciech Has nel 1964, quando non era ancora concluso il suo inesauribile travaglio editoriale (pubblicato inizialmente nel 1805, espanso e riedito fino al 1814, parzialmente non riconosciuto, ricostruito nel 2008 in seguito al ritrovamento di altri manoscritti), costituisce l’occasione per Rondalli di concentrarsi sui meccanismi e sui sortilegi dell’avventura della narrazione. 

Vita reale di “Ibi”, firmato Andrea Segre

Con le sue riprese e la sua forza d’animo Ibi ci racconta la lezione che lei stessa ha dovuto imparare dalla vita, ossia che “nulla è impossibile”. A Castel Volturno Ibi ha aiutato e sostenuto attivamente il Movimento dei Migranti e dei Rifugiati, con entusiasmo trascinante, non solo per ottenere il suo permesso di soggiorno, ma anche perché ha creduto fermamente nella necessità di una lotta comune contro le ingiustizie che segnano le vite di molti migranti ovunque, in Italia, in Europa. Ibi ripeteva con fede e fiducia che “bisogna sempre andare avanti e camminare, camminare, camminare”. Peccato che, nel suo caso, sia stata la morte a dare lo stop e a lasciare per sempre il suo nome nella lunga lista “di quelli che aspettano”.

D’amore e di guerra, “Una questione privata”

Valori morali forti e impliciti, follia amorosa e memoria fedele. Ecco il mix grandioso alla base di un altro bellissimo film di Paolo (e Vittorio – secondo i titoli di testa – solo sceneggiatore del film, ma non regista, a causa degli acciacchi dell’età) Taviani, un film che torna a parlare di Resistenza e Lotta partigiana in una contingenza storica in cui un deserto ideologico sempre più ferocemente diffuso, cancella la memoria storica e lascia libero il campo all’avanzata di vecchi e nuovi fascismi.

Provincia industriale: “Asteroidi” di Germano Maccioni

Gli Asteroidi segna il debutto alla regia di un lungometraggio di fiction del promettente regista bolognese Germano Maccioni, classe 1978, già vincitore di numerosi premi e riconoscimenti con i precedenti documentari e unico italiano in concorso al 71° Festival di Locarno. Un pregio del film è quello di rendere omaggio ad alcune delle più grandi realtà dell’Emilia Romagna (quella industriale accanto a quella scientifica) e riunire nella stessa pellicola alcuni tra i volti dei caratteristi più noti e amati del luogo.

“Barbiana ’65” e la scuola di Don Milani

Barbiana, un paesino sperduto del Mugello a pochi chilometri da Firenze. Una canonica dell’Appennino, isolata nella sua arretratezza e povertà negli anni del boom economico. Un luogo dove Don Lorenzo Milani approda nel 1954, a soli 31 anni. In tutto una quarantina di anime, senza acqua, né luce, e nemmeno una strada per arrivarci. Cos’altro avrebbe potuto fare un parroco in un simile contesto? Don Milani decise di “fare scuola”. E con le sue lezioni rivoluzionarie in pochi anni Barbiana diventò un luogo conosciuto in tutto il mondo come esempio di una istruzione umanistica e virtuosa.

“Dove non ho mai abitato” nel solco di Zurlini

Cinefilia Ritrovata prosegue la sua ricognizione sul cinema italiano contemporaneo. Con una lucidità davvero rara nella nostra cinematografia, Franchi – finalmente giunto ad una maturità espressiva della sua impetuosa autorialità – isola i volti entro angusti primi piani carezzati dalle luci di Fabio Cianchetti e ha il coraggio di dare fiducia ad una vera storia d’amore. Il tanto cinema, inconscio o esplicito, dentro Dove non ho mai abitato odialoga, appunto, consapevolmente con il mélo del passato. E sembra muoversi nel solco di Valerio Zurlini più che di Douglas Sirk, dal quale comunque mutua il domestico perturbante del décor.

“Nico, 1988” sotto la corazza

La Nico che Susanna Nicchiarelli ci presenta nel film che ha aperto la sezione Orizzonti di Venezia 74 non è la cantante e musicista che ha collaborato con i Velvet Underground di Lou Reed, né tantomeno la bellissima modella che fece girare la testa a Jim Morrison e Alain Delon. Qui conosciamo la donna sotto il manto dell’artista, l’essere umano sotto l’apparenza della star, la madre sotto la corazza del business: insomma, Christa Päffgen sotto “Nico”. Tutto ciò emerge con estrema naturalezza da una sceneggiatura che si concentra sugli ultimi anni di vita della donna, dalla straordinaria performance attoriale di Trine Dyrholm che canta davvero tutte le canzoni, da una fotografia che − alternando naturalismo nelle scene domestiche a un look glamour profondamente anni ’80 nelle sequenze dei live − inquadra perfettamente Nico nel suo ambiente.

“A Ciambra”, diversi per antonomasia

Qui in redazione A Ciambra è proprio piaciuto. E ci torniamo spesso sopra. La bellissima pellicola di Jonas Carpignano è prima di tutto una apologia del neorealismo ritrovato, un neorealismo moderno fatto di commistione fra ciò che è reale (i protagonisti, l’intera famiglia Amato, sono presi dalla strada) e ciò che è costruito (la sceneggiatura scritta battuta per battuta), in un continuo gioco di specchi in cui lo spettatore è catturato, ma presto smette di domandarsi quale sia il confine tra la vita vera e la narrazione. 

“L’ordine delle cose” e il sud del mondo

L’ordine delle cose è una pellicola fortemente politica, nella misura in cui porta sotto i riflettori dei mass media e dell’opinione pubblica una questione, quella dell’immigrazione “clandestina”, tanto abusata quanto mai esaminata sotto la corretta prospettiva. Andrea Segre ha dichiarato sulla genesi del film: “L’ordine delle cose non sempre è quello che noi vorremmo. A volte la soluzione di un problema, come diceva mio padre che era uno scienziato, dipende dalla definizione che di esso viene data”. Così Segre ha girato un film di scrittura, tra il mare della Sicilia (Mazara del Vallo) e la sabbia assolata della Tunisia, che si pone come obiettivo quello di ridefinire i contorni di una delle questioni più scottanti di oggi: l’immigrazione.

Un ritratto multiforme, “Evviva Giuseppe”

Un film sulla vita e i tanti talenti di Giuseppe Bertolucci (scomparso nel 2012, regista di cinema, teatro e televisione, scrittore, poeta, presidente della Cineteca di Bologna per più di dieci anni) raccontato attraverso le voci del padre Attilio e delfratello Bernardo, le testimonianze di amici e colleghi come Roberto Benigni (autore di un monologo inedito), Lidia Ravera, Mimmo Rafele, Marco Tullio Giordana, Nanni Moretti, i ricordi di alcune tra le sue attrici predilette: Stefania Sandrelli, Laura Morante e Sonia Bergamasco. 

“Veleno”, film di denuncia e d’amore

Veleno è un film piccolo, quasi a “conduzione familiare” come la masseria del protagonista, Cosimo Cardano, ma allo stesso tempo potente e determinato come sua moglie Rosaria e come solo alcune donne del Sud sanno essere. Scritto e diretto da Diego Olivares, 52enne regista campano specializzato nella scrittura di dialoghi in ‘lingua’ napoletana, e presentato fuori concorso a Venezia, Veleno è girato nella terra dei fuochi e di fuochi la pellicola è costellata sin dall’incipit: un incendio appiccato da camorristi ad una stalla con 100 bufale, i cui muggiti di dolore e spavento ci feriscono le orecchie preannunciando il tema del film.

“Dove cadono le ombre”, interiorizzazione della Storia

Presentato alle Giornate degli autori di Venezia ‘74, e ora in prima visione, Dove cadono le ombre è il primo lungometraggio di finzione della documentarista di origine brindisina Valentina Pedicini, già nota agli operatori del settore per il documentario Dal profondo (Premio Solinas 2011) che aveva il merito di narrare le vicende di una delle ultime minatrici donne dal suo punto di vista di lavoratrice “sotto terra”.